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Vacanze estive al via, a giugno attesi 27,2 milioni di turisti italiani (+0,9%). Con gli stranieri si sale a 67,1 milioni

Vacanze estive, Assoturismo: 27,2 milioni di italiani in viaggio a giugno, totale presenze a 67,1 milioni

Finisce la scuola e, con l’avvio del primo fine settimana utile, prende ufficialmente il via la stagione estiva del turismo in Italia, che entra così nella sua fase più intensa. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle rilevazioni raccolte tra gli operatori del settore, nel mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, con un incremento dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Un segnale che conferma la tenuta della domanda interna, che si mostra anche quest’anno come il principale motore dell’avvio della stagione estiva. Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – tra alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero infatti sfiorare gli 8 milioni, registrando una crescita dello 0,6% su base annua. “È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive”, sottolinea Assoturismo.

Leggi anche: Turismo, il rapporto della Banca D’Italia: “Settore in espansione in Puglia, ma retribuzioni sotto la media”

Accanto alla componente domestica, resta comunque rilevante il contributo del turismo internazionale. Le presenze straniere sono stimate in circa 39,8 milioni, in lieve aumento dello 0,2%, mentre gli arrivi dovrebbero attestarsi poco sopra gli 11 milioni, in calo dello 0,2% rispetto all’anno precedente. Nel complesso, il movimento turistico del mese di giugno dovrebbe superare i 19 milioni di arrivi e raggiungere circa 67,1 milioni di presenze complessive, con una crescita rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% su base annua. La domanda straniera continuerà comunque a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%, confermando un equilibrio ancora fortemente sbilanciato verso i flussi internazionali.

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A giugno attese in Italia oltre 27,2 milioni di persone, +0,9% rispetto allo scorso anno

A giugno attese in Italia oltre 27,2 milioni di persone, +0,9% rispetto allo scorso anno

ROMA (ITALPRESS) – Finisce la scuola, iniziano le vacanze. Con il primo weekend dopo la fine della scuola entra nel vivo la stagione turistica estiva. Nel corso del mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, in aumento dello 0,9% rispetto a giugno 2025. È quanto emerge dalle stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle indicazioni raccolte presso gli imprenditori del settore.

Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero sfiorare gli 8 milioni, con una crescita dello 0,6% sull’anno precedente. È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive.

A questa si aggiunge la componente internazionale, per la quale sono previste circa 39,8 milioni di presenze, in lieve aumento dello 0,2%, a fronte di poco più di 11 milioni di arrivi, in calo dello 0,2%.

Complessivamente, nel mese di giugno il movimento turistico dovrebbe raggiungere oltre 19 milioni di arrivi e circa 67,1 milioni di presenze, con incrementi rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

La domanda straniera continuerà a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Poltrone/ Valeria Ghezzi presidente ANEF confermata alla vice presidenza di Federturismo Confindustria

Ghezzi all’Assemblea Federturismo Confindustria: “La montagna è un modello di sviluppo per il turismo italiano del futuro”

La montagna italiana non rappresenta soltanto una delle più importanti destinazioni turistiche del Paese, ma un vero laboratorio di sviluppo sostenibile, occupazione stabile e innovazione territoriale. È questo il messaggio portato da Valeria Ghezzi, Presidente di ANEF e confermata Vice Presidente di Federturismo Confindustria, nel corso dell’Assemblea Pubblica 2026 della Federazione, che si è svolta ieri pomeriggio al MAXXI di Roma sul tema “Nuovi Turismi verso il 2030: Economia stellare per occupazione stabile, sostenibilità, sviluppo”.

L’Assemblea ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e delle principali organizzazioni del settore per riflettere sulle sfide e sulle opportunità che attendono il turismo italiano nei prossimi anni, sancendo inoltre l’elezione di Massimo Caputi alla Presidenza di Federturismo Confindustria.

Nel panel dedicato al ruolo dei territori e delle destinazioni, Valeria Ghezzi ha evidenziato come il concetto di “nuovi turismi” trovi nella montagna una delle sue espressioni più significative. «La montagna sta vivendo una fase di riscoperta e di rinnovata attrattività, ma la sua storia turistica affonda le radici in una tradizione millenaria. Oggi gli stessi luoghi e gli stessi paesaggi vengono interpretati attraverso nuove esperienze, nuovi servizi e nuove modalità di fruizione, capaci di rispondere alle esigenze del viaggiatore contemporaneo», ha sottolineato Ghezzi.

La Presidente di ANEF ha ricordato come le aree montane abbiano dovuto affrontare per decenni fenomeni di spopolamento e difficoltà legate all’accessibilità, ai servizi e alle infrastrutture, ma rappresentino oggi una straordinaria opportunità per costruire un modello di sviluppo equilibrato e duraturo. In Italia i comuni montani sono circa 2.500, occupano il 35% del territorio nazionale e ospitano oltre 7 milioni di residenti. Più della metà di essi presenta un’economia fortemente legata al turismo, con livelli di presenze turistiche superiori al doppio della media nazionale.

«La montagna può offrire una risposta concreta a tre grandi obiettivi del turismo del futuro: occupazione stabile, sostenibilità e sviluppo», ha spiegato Ghezzi. «Grazie all’allungamento delle stagioni e alla crescente diversificazione delle esperienze, è possibile generare lavoro qualificato per gran parte dell’anno. Allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente naturale non rappresenta un vincolo ma una necessità strategica, perché il paesaggio e il territorio costituiscono il nostro principale prodotto turistico». Nel suo intervento Ghezzi ha inoltre ribadito il ruolo centrale degli impianti di risalita come infrastrutture di mobilità e di accesso alle terre alte, sempre più utilizzate non soltanto dagli sciatori ma anche da escursionisti, famiglie e visitatori interessati a vivere la montagna in tutte le stagioni.

I dati confermano il valore economico e sociale del comparto: ogni milione di euro di ricavi generato dai gestori degli impianti produce oltre 5 milioni di euro di spesa turistica sul territorio, circa 8 milioni di euro di giro d’affari complessivo e oltre 68 unità di lavoro annue a livello locale. Parallelamente, il settore continua a investire in innovazione e sostenibilità, con tecnologie che consentono significativi risparmi energetici e una riduzione costante dell’impatto ambientale.

«La montagna è un sistema complesso e interconnesso», ha concluso Ghezzi. «Il successo di una destinazione dipende dalla capacità di integrare infrastrutture, ospitalità, servizi, esperienze e qualità della vita delle comunità residenti. La vera sfida dei prossimi anni sarà costruire un’offerta sempre più integrata, innovativa e accessibile, capace di generare valore economico e sociale per l’intero territorio».

La conferma di Valeria Ghezzi alla Vice Presidenza di Federturismo Confindustria rappresenta un importante riconoscimento del ruolo strategico che il turismo montano e il sistema degli impianti di risalita svolgono all’interno dell’industria turistica italiana, sempre più chiamata a contribuire alla competitività e allo sviluppo del Paese.

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Turismo, Funaro: ‘nelle future autorizzazioni per affitti brevi l’intento è favorire i piccoli proprietari’

Turismo, Funaro: ‘nelle future autorizzazioni  per affitti brevi l’intento è favorire i piccoli proprietari’

“Alcune persone utilizzano la seconda casa anche per integrare il reddito. Io preferisco favorire loro rispetto ai grandi gruppi di investimento, perché i grandi gruppi di investimento non ne hanno bisogno”  ha dichiarato Funaro.

Dopo la vittoria al Tar contro i ricorsi sul regolamento comunale che  imponeva lo stop alle nuove aperture di BB in Area Unesco, e dopo il nuovo regolamento che ha esteso i limiti ad un’ulteriore parte del territorio comunale, la sindaca do Firenze Sara Funaro  è tornata sul tema  preannunciando che “quando finirà la moratoria” per la regolamentazione degli affitti brevi in base alla norma della Regione Toscana,  ovvero “quando andremo a dare le nuove autorizzazioni” l’obiettivo è “cercare di favorire i piccoli proprietari”.

Funaro, che è anche delegata nazionale Anci per le politiche abitative, è intervenuta oggi  all’assemblea regionale toscana di Unione nazionale inquilini ambiente e territorio (Uniat) oggi a Firenze presso la sede della Uil Toscana.

“Sappiamo benissimo – ha proseguito la sindaca – che questo è un tema delicato e che spesso alcune persone utilizzano la seconda casa anche per integrare il reddito. Io preferisco favorire loro rispetto ai grandi gruppi di investimento, perché i grandi gruppi di investimento non ne hanno bisogno: il piccolo proprietario invece deve avere l’attenzione che un’amministrazione deve dare, per cui stiamo cercando di tenere un equilibrio. C’è chi dice che sono tutte case della nonna: non è vero, perché noi siamo pieni di realtà che vengono da fuori e comprano, fanno man bassa di appartamenti per poi rimetterli sul mercato degli affitti brevi”.

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Estate 2026: al mare spopola il turismo libertino

Estate 2026: al mare spopola il turismo libertino

La mappa delle spiagge italiane Adults Only:

 

Lazio, Emilia Romagna, Campania, Calabria e Toscana le regioni più battute dagli swingers

 

Secondo il social network Wyylde, sempre più coppie italiane scelgono spiagge per soli adulti. Il fenomeno coinvolge soprattutto persone tra i 30 e i 50 anni alla ricerca di esperienze condivise, privacy e nuove forme di socialità.

 

Le relazioni aperte e il turismo libertino non sono più un fenomeno di nicchia. Secondo Wyylde, piattaforma europea dedicata all’esplorazione della sessualità libera e consensuale, cresce anche in Italia il numero di coppie che scelgono vacanze orientate a libertà relazionale, esperienze non convenzionali, ambienti adult only e socialità open minded.

 

Secondo un’indagine condotta da Wyylde nella sua community italiana, che conta oggi oltre 20mila iscritti, alcune delle spiagge più frequentate dai social network per swinger si trovano proprio in Italia. Nella maggior parte dei casi si tratta di spiagge pubbliche ad accesso libero, senza tessere o ingressi dedicati, ma con aree storicamente frequentate dalla community libertina. I frequentatori si riconoscono attraverso community online, passaparola e app dedicate; gli incontri avvengono spesso nelle zone più appartate, soprattutto al tramonto. In alcuni casi esistono anche beach club privati, resort adults only ed eventi organizzati all’interno del circuito lifestyle e libertino, di cui Wyylde è oggi uno dei principali punti di riferimento in Europa.

 

Dai dati e dall’osservatorio Wyylde emerge inoltre che il fenomeno riguarda sempre più coppie tra i 30 e i 50 anni, professionisti e viaggiatori alto-spendenti interessati al turismo esperienziale e ai circuiti swinger e libertini. Sebbene in Italia non esistano spiagge ufficialmente dedicate allo scambismo, alcune aree balneari sono diventate nel tempo punti di ritrovo storicamente associati a incontri tra adulti consenzienti, cultura swinger, dogging, turismo libertino. A tal proposito Wyylde ha stilato una mappa delle 10 spiagge più note e frequentate dalla sua community, anche per l’estate 2026.

 

 

Capocotta (RM) — il simbolo storico della trasgressione romana

Le dune e le aree più isolate di questa spiaggia sono diventate nel tempo luoghi simbolo della trasgressione romana.

Bassona / Lido di Dante (RA) — la più citata nelle cronache recenti

È probabilmente la spiaggia italiana oggi più associata al fenomeno swinger. La pineta retrostante viene spesso citata come luogo di incontri tra adulti.

Focene (RM) — il litorale “after dark” vicino Roma

La sua notorietà deriva soprattutto dal passaparola e dalle community online dedicate agli incontri outdoor.

Marina di Camerota (SA) — Spiaggia del Troncone

Pur essendo conosciuta principalmente come spiaggia naturista, negli anni è stata citata nelle community swinger italiane come meta discreta e appartata. La conformazione della spiaggia e delle aree circostanti ha favorito questa reputazione.

Pizzo Greco (KR) — Calabria

Località spesso citata nelle community libertine del Sud Italia per privacy, isolamento e turismo adulto alternativo. La notorietà è soprattutto underground e legata ai circuiti online.

Nido dell’Aquila (LI) — Toscana

Nel tempo è diventata una delle spiagge toscane più conosciute nei forum dedicati a naturismo, incontri e coppie open minded. Molto apprezzata per l’atmosfera discreta e rilassata.

Baia di Sistiana (TS) — Trieste

Grazie alla forte influenza mitteleuropea e alla cultura FKK dell’area, è stata associata negli anni a turismo libertario, incontri tra adulti e frequentazione internazionale.

Acquarilli (LI) — Isola d’Elba

Spiaggia di Acquarilli. Piccola baia isolata, spesso citata nei forum lifestyle per privacy, discrezione E frequentazione adulta.

Piscinas (CI) — Sardegna

Le enormi dune e l’isolamento naturale hanno reso la spiaggia popolare tra coppie, turismo libertario e viaggiatori alla ricerca di privacy assoluta.

Arenauta (LT) — la “spiaggia dei 300 gradini”

Storicamente frequentata da un pubblico adulto e da coppie in cerca di discrezione, isolamento e ambiente non convenzionale. La conformazione appartata ha contribuito alla sua fama alternativa.

 

Il decalogo delle spiagge per swingers

 

L’accesso a queste spiagge è libero e non esistono regolamenti dedicati allo “swinging”. Tuttavia, nelle community internazionali e nei circuiti libertini vigono regole comportamentali condivise da Wyylde, fondamentali per la convivenza tra tutti i frequentatori.

La prima regola riguarda il consenso, sempre imprescindibile: ogni interazione tra adulti deve essere esplicitamente consensuale e rispettare la volontà di tutte le persone coinvolte. Allo stesso modo, è considerato fondamentale il principio del divieto di fotografare o filmare senza consenso, poiché la tutela della privacy rappresenta uno dei valori centrali della cultura libertina.

 

A questo si aggiunge la necessità di mantenere la massima discrezione. Molti frequentatori scelgono infatti questi luoghi proprio per la possibilità di vivere la propria esperienza in un contesto riservato e anonimo. Il rispetto dei segnali, dei limiti e delle eventuali manifestazioni di disinteresse è una condizione essenziale per una frequentazione serena. È importante ricordare anche che non esiste alcuna aspettativa automatica: il fatto che una spiaggia sia nota all’interno di determinati circuiti non implica che tutti i presenti condividano le stesse intenzioni o siano disponibili a interagire. Ugualmente, occorre prestare attenzione alla legalità, poiché comportamenti espliciti in luoghi pubblici possono essere soggetti a sanzioni secondo la normativa vigente.

 

Tra i principi più condivisi rientra inoltre il rispetto dell’ambiente: pulizia, attenzione agli spazi comuni e comportamento civile contribuiscono alla conservazione e alla vivibilità di questi luoghi. Nelle dinamiche swinger, inoltre, vale la regola secondo cui la coppia è sempre un’unità decisionale, e qualsiasi scelta o interazione deve basarsi su un consenso condiviso.

Un altro aspetto caratteristico è che molte interazioni nascono online, attraverso community e piattaforme dedicate che consentono alle persone di conoscersi e organizzare eventuali incontri prima di ritrovarsi in spiaggia. A fare da cornice a tutte queste regole resta infine il principio più importante: la privacy è la regola principe. La discrezione e il rispetto della riservatezza altrui rappresentano infatti il fondamento su cui si regge l’intero ecosistema delle community open minded.

 

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OLTRE 15.000 PERSONE HANNO PARTECIPATO A RENEST

OLTRE 15.000 PERSONE HANNO PARTECIPATO A RENEST, TESTIMONIANZA DI UNA CITTA’ IMPEGNATA E ATTIVA NEL RIPENSARE IL FUTURO

Il progetto realizzato da Nestlé a Milano ha trasformato un’esperienza partecipativa in un manifesto aperto di consapevolezza, cultura e responsabilità

 

Milano, 12 maggio 2026 – In un contesto in cui il settore Food & Beverage si conferma tra i più affidabili per gli italiani, con un livello di fiducia pari al 71% secondo l’ultimo approfondimento settoriale dell’Edelman Trust Barometer1, i numeri di ReNest dimostrano la forte domanda di informazione e trasparenza sulle filiere alimentari: oltre 15.000 partecipazioni, più di 40 panel, 120 visite guidate e oltre 50 testimonianze sul palco.

Si chiude così ReNest. Dalle radici al futuro. Un viaggio dentro al cibo, il progetto promosso dal Gruppo Nestlé in Italia, con il patrocinio del Comune di Milano e di Assolombarda, che dal 12 al 24 maggio ha trasformato Piazza Elsa Morante in un percorso esperienziale e multisensoriale aperto alla città. Un’iniziativa pensata per rendere accessibili temi complessi come sostenibilità, spreco alimentare e agricoltura rigenerativa attraverso installazioni interattive, incontri, laboratori, showcooking, visite guidate e momenti di dialogo con il pubblico. Al centro del percorso, il Nido – logo e simbolo storico di Nestlé e cuore dell’esperienza – è diventato uno spazio di incontro, ascolto e crescita in cui costruire consapevolezza condivisa sul valore del cibo.

Ma la chiusura dell’evento non rappresenta un punto di arrivo.

Al contrario, inizia oggi un altro viaggio, quello della responsabilità condivisa e delle scelte di ciascuno. Come in ogni nido si cresce, si impara e si costruiscono le prime forme di relazione con il mondo, così ReNest ha accompagnato le persone a guardare il cibo da una prospettiva più ampia, non solo come consumo, ma come gesto di cura verso sé stessi, gli altri e l’ambiente. “ReNest Yourself” è dunque l’invito di Nestlé a portare fuori dal Nido – che sia la casa, la scuola, il lavoro o la città – una nuova consapevolezza sul valore del cibo, delle risorse e dei gesti quotidiani. Un manifesto aperto promosso da Nestlé che chiama cittadini, imprese ed istituzioni a continuare a costruire insieme un rapporto più consapevole con ciò che mangiamo. Una dichiarazione di intenti che sintetizza l’eredità del progetto e che rilancia alcune direttrici.

Primo passo, in coerenza con questo approccio, è il viaggio che intraprendono i materiali dell’installazione di ReNest e che avranno infatti una seconda vita in luoghi diversi tra sedi aziendali, spazi educativi e realtà del territorio. Diversi elementi, tra cui la passerella, le panche, il recinto e il pavimento del nido in legno, oltre ai totem dedicati a sostenibilità, riciclo e lettura delle etichette saranno destinati a Croce Rossa Italiana. Inoltre, da aprile a giugno sono previste donazioni destinate a tre food hub di Milano gestiti da Fondazione IBVA e Banco Alimentare, con una prima donazione pari a 1.300 kg di prodotti.

Alcuni elementi simbolici, come l’arco realizzato con capsule esauste di caffè e i totem dedicati al caffè e all’economia circolare, saranno trasferiti presso l’Headquarter Nestlé di Assago mentre altri materiali arricchiranno la fabbrica e il Museo Perugina di San Sisto.

Con ReNest abbiamo voluto creare uno spazio aperto, accessibile e partecipativo, capace di rendere concreti temi che spesso vengono percepiti come complessi o distanti come la sostenibilità, le filiere, e l’economia circolare.” – dichiara Valeria Norreri, Head of Corporate Brand & Content Strategy Nestlé Italia. – “I numeri di queste due settimane ci raccontano una forte partecipazione ma il risultato più importante è quello culturale. ReNest ci ha fatto capire che le persone hanno voglia di saperne di più, di confrontarsi e sentirsi parte di un cambiamento possibile. Per questo ReNest non si chiude qui. Il suo lascito è un invito a continuare, insieme, a trasformare la consapevolezza in scelte e gesti quotidiani di cura”-

 

E quali sono dunque i cinque punti del manifesto “RENEST YOURSELF”?

  1. Guardare il cibo come un sistema, non come un prodotto
    Dietro ogni alimento ci sono filiere, risorse, ingredienti, persone, territori, conoscenze e scelte. ReNest invita i cittadini a conoscere questo sistema, aiutando a comprendere ciò che spesso resta invisibile nella quotidianità, e a riconoscere il cibo come parte di una rete di cura che unisce persone, comunità e ambiente.
  2. Rendere la conoscenza accessibile a tutti
    La sostenibilità, la nutrizione, la circolarità e la rigenerazione sono temi complessi, ma possono essere raccontati in modo semplice e verificabile così da essere accessibili per tutti. ReNest invita aziende e partner a divulgare le proprie esperienze con una modalità diretta e concreta, facendo dialogare le persone che rendono possibili i processi di filiera.
  3. Coltivare uno sguardo più consapevole e critico

Capire il futuro del cibo significa anche imparare a orientarsi tra informazioni, dati e messaggi, verificando le fonti, superando semplificazioni e falsi miti, e leggendo le connessioni tra produzione, consumo, spreco, benessere e ambiente. ReNest intende collaborare con i partner culturali per supportare l’informazione sui social e sui canali più vicini alla collettività per supportare scelte consapevoli.

  1. Trasformare la consapevolezza in gesti quotidiani
    Il cambiamento non vive solo nelle grandi decisioni, ma anche nelle piccole abitudini ripetute ogni giorno: leggere meglio le etichette, ridurre gli sprechi, valorizzare le risorse, fare scelte più informate e riconoscere il valore di ciò che può avere una seconda vita. ReNest ha mostrato come pratiche semplici possano davvero fare la differenza e continuerà a promuovere una cultura della consapevolezza fatta di gesti concreti, informazioni chiare e scelte più responsabili.
  2. Costruire alleanze per generare continuità
    Il futuro del cibo riguarda tutti: cittadini, imprese, istituzioni, scuole, comunità scientifica, partner e territori. È più importante che mai saper riconoscere il cibo come linguaggio comune, capace di unire persone, generazioni, culture e territori. ReNest invita alla creazione di alleanze virtuose che siano in grado di generare un beneficio dallo scambio delle culture, delle generazioni, degli interessi collettivi.

Gruppo Nestlé

 

Il Gruppo Nestlé, presente in 187 Paesi con più di 2000 marche tra globali e locali, è l’azienda alimentare leader nel mondo, attiva dal 1866 per la produzione e distribuzione di prodotti per la Nutrizione, la Salute e il Benessere delle persone. Good food, Good life è la nostra firma e il nostro mondo.

Nel 2023 Nestlé ha celebrato 110 anni di presenza in Italia, rinnovando il suo impegno con azioni concrete per esprimere con i propri prodotti e le marche tutto il buono dell’alimentazione.

L’azienda opera in Italia in 9 categorie con un portafoglio di numerose marche, tra queste: Meritene, Pure Encapsulations, Vital Proteins, Optifibre, Modulen, S.Pellegrino, Acqua Panna, Levissima, Bibite e aperitivi Sanpellegrino, Purina Pro Plan, Purina One, Gourmet, Friskies, Felix, Nidina, Nestlé Mio, Nespresso, Nescafé, Nescafé Dolce Gusto, Starbucks, Orzoro, Nesquik, Garden Gourmet, Buitoni, Maggi, Perugina, Baci Perugina, KitKat, Galak, Smarties, Cereali Fitness.

Seguici sui nostri canali: nestle.it |  @nestleit |  fb.com/NestleIT |  Nestlé Italia

 

Contatti ReNest

 

Renest@edelman.com

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Viaggiare con Travilioo: un nuovo modo di scoprire il mondo con l’aiuto di agenti locali

Viaggiare con Travilioo: un nuovo modo di scoprire il mondo con l’aiuto di agenti locali

Personalizzazione, connessione locale ed esperienze autentiche lontane dal turismo di massa che trasformeranno il modo di viaggiare degli italiani

 

In un mondo in cui il modo di viaggiare evolve costantemente, i viaggiatori cercano sempre più di fuggire dai viaggi di massa, dai pacchetti chiusi, e ricercano esperienze sempre più personalizzate, in cui i veri protagonisti sono loro. Da questo concetto nasce Travilioo, una piattaforma pioniera in Italia specializzata nella creazione di viaggi completamente su misura dei gusti e delle preferenze dei propri clienti.

 

Attraverso il suo sistema, il processo inizia quando il cliente condivide i propri gusti, interessi, budget e stile di viaggio, il che consente alla piattaforma di metterlo in contatto direttamente via email, o tramite una chat, con esperti locali della destinazione scelta per progettare insieme un itinerario completamente su misura. Questo modo di prenotare un viaggio si allontana dalle offerte standardizzate e non consiste semplicemente nel riservare servizi come hotel, voli ed escursioni, bensì nel costruire un’esperienza completa, coerente e adattata a ogni dettaglio, dove ogni decisione risponde a un’intenzione precisa.

 

“Una delle ragioni per cui viaggiare con Travilioo risulta particolarmente vantaggioso è la qualità del servizio offerto, che collega direttamente con agenti locali, eliminando intermediari non necessari e garantendo proposte molto più autentiche e allineate con la realtà della destinazione, come partenze flessibili o itinerari modulari. Questi esperti locali non si limitano a progettare il viaggio, ma accompagnano il viaggiatore prima e durante l’esperienza, offrendo consulenza continua, capacità di adattamento agli imprevisti e raccomandazioni che vanno ben oltre il convenzionale. In questo modo, il viaggiatore ottiene non solo un itinerario, ma anche sicurezza, supporto e accesso a esperienze che difficilmente troverebbe da solo.” commenta Gaetano Pistone Amministratore Delegato de Travilioo.

 

Per iniziare a organizzare un viaggio con Travilioo, il processo è semplice: la prima cosa che l’utente deve fare è registrarsi sulla piattaforma per creare il proprio profilo di viaggiatore e accedere alla pianificazione personalizzata. Da lì, si avvia un processo guidato in cui vengono definiti gli aspetti chiave del viaggio, come la destinazione desiderata o il tipo di esperienza cercata, che sia avventura, romantica, culturale, gastronomica o di relax, nonché le preferenze personali in termini di ritmo, budget, alloggi e attività. Tutte queste informazioni consentono agli agenti locali di progettare un itinerario completamente personalizzato, tenendo conto non solo di ciò che il viaggiatore vuole fare, ma anche di come vuole vivere il viaggio, creando una proposta unica che evolve attraverso il dialogo e l’adeguamento continuo fino a soddisfare perfettamente le sue aspettative.

 

Gaetano Pistone illustra alcuni dei vantaggi di prenotare un viaggio con Travilioo:

 

1. Tranquillità assoluta con tutto organizzato

Dai trasferimenti alle attività quotidiane, passando per gli alloggi e le raccomandazioni gastronomiche, tutto è progettato con coerenza e previsione, il che consente al viaggiatore di concentrarsi unicamente sul godersi il viaggio senza preoccuparsi di imprevisti logistici o decisioni dell’ultimo minuto. Inoltre, questa tranquillità non si sperimenta solo prima del viaggio, ma anche durante, poiché di norma si dispone di assistenza continua o contatto diretto con gli esperti locali, che possono risolvere qualsiasi inconveniente o adattare l’itinerario in caso di cambiamenti, generando una costante sensazione di supporto che trasforma l’esperienza in qualcosa di molto più rilassato e sicuro.

 

2. Esperienze completamente personalizzate

Un altro grande vantaggio è la possibilità di vivere un viaggio completamente adattato ai gusti, agli interessi e al ritmo di ogni persona, il che elimina la rigidità dei pacchetti turistici tradizionali e permette di progettare ogni dettaglio in base a ciò che davvero motiva il viaggiatore. Questa personalizzazione consente anche di adattare il viaggio a diversi profili, dalle fughe romantiche ai viaggi in famiglia o alle esperienze esclusive, facendo sì che ogni itinerario sia unico e abbia un valore emotivo molto maggiore.

 

3. Accesso a una conoscenza locale autentica

Avvalersi di agenti locali significa accedere a un livello di conoscenza difficilmente ottenibile attraverso guide di viaggio o ricerche su Internet, poiché questi professionisti conoscono in prima persona le destinazioni, i loro usi e i loro angoli meno conosciuti. Ciò permette di scoprire luoghi ed esperienze lontani dal turismo di massa.

 

4. Ottimizzazione del tempo di viaggio

Uno dei problemi più comuni quando si viaggia da soli è la cattiva gestione del tempo, ma con un viaggio progettato su misura ogni giornata è organizzata in modo strategico per sfruttare al massimo ogni momento senza cadere in frette inutili. Questo consente di equilibrare attività e riposo, evitando spostamenti superflui e assicurando che ogni giorno abbia senso all’interno dell’insieme del viaggio.

 

5. Maggiore qualità nelle esperienze

Essendo ogni elemento del viaggio attentamente selezionato da esperti, risponde a standard qualitativi più elevati, privilegiando esperienze autentiche rispetto alle opzioni turistiche convenzionali o di massa. Ciò garantisce che il viaggiatore investa il proprio tempo e denaro in proposte davvero di valore, evitando delusioni o attività poco rilevanti.

 

6. Riduzione dello stress nella pianificazione

Pianificare un viaggio può essere un compito complesso e opprimente, ma questo tipo di servizio consente di delegare tale responsabilità a professionisti che si occupano di strutturare tutto in modo efficiente e coerente. In questo modo, il viaggiatore risparmia tempo ed evita il sovraccarico decisionale, godendosi il processo senza pressioni.

 

7. Flessibilità e capacità di adattamento

A differenza dei viaggi tradizionali, questo modello offre una grande flessibilità sia prima che durante il viaggio, permettendo di adattare l’itinerario secondo le esigenze o le circostanze del momento. Questa capacità di adattamento è fondamentale per migliorare l’esperienza e rispondere a eventuali imprevisti senza compromettere il godimento del viaggio.

 

8. Supporto all’economia locale e turismo sostenibile

Lavorando direttamente con agenti locali, l’85% del costo del viaggio per il cliente va alle agenzie locali, promuovendo in questo modo un turismo più equo e sostenibile. Inoltre, si incoraggiano pratiche responsabili che rispettano la cultura e l’ambiente, contribuendo a un impatto positivo.

 

9. Sicurezza e supporto professionale

Viaggiare con il supporto di esperti offre una maggiore sensazione di sicurezza, specialmente in destinazioni sconosciute, poiché si dispone di consulenza e assistenza in ogni momento. Questo supporto riduce i rischi e permette di godere del viaggio con maggiore fiducia e tranquillità.

 

10. Un modo diverso e più arricchente di viaggiare

Questo tipo di viaggi rappresenta un nuovo modo di intendere il turismo, dove il focus è sull’esperienza completa e non solo sulla destinazione. Il risultato è un viaggio più significativo, autentico e memorabile, che lascia un’impronta molto più profonda nel viaggiatore.

 

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Estate sicura sulle coste livornesi, pubblicato il bando per la vigilanza balneare

Livorno, 11 giugno 2026 – Il Comune di Livorno ha aperto la selezione per le associazioni di volontariato interessate al progetto “Livorno Estate Sicura 2026”.

L’iniziativa prevede il rafforzamento dei servizi di informazione, controllo e primo soccorso lungo le spiagge libere e le zone costiere più frequentate del territorio.

Le attività interesseranno in particolare le aree del Romito e di Quercianella, tra il Castello del Boccale e il porticciolo di Chioma.

L’amministrazione comunale ha stanziato un rimborso complessivo fino a 31mila euro per sostenere le associazioni che parteciperanno al progetto.

Le domande di partecipazione dovranno essere inviate entro il 17 giugno 2026 alle ore 13, esclusivamente tramite posta elettronica certificata.

Tutte le informazioni e i moduli sono disponibili sul portale del Comune di Livorno.

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La domenica bestiale con l’edizione del sabato: un’edizione speciale che attraversa i temi del Pride Month e della Green Week 2026

13 e 14 giugno in Cascina Cuccagna a Milano
La domenica bestiale con l’edizione del sabato: un’edizione speciale che attraversa i temi del Pride Month e della Green Week 2026

 

Laboratori per grandi e piccoli, pratiche collettive, cinema e attività creative

per trascorrere il fine settimana

 

Il fine settimana di attività culturali gratuite in Cascina Cuccagna a Milano di sabato 13 e domenica 14 giugno, La domenica bestiale con l’edizione del sabato, attraversa i temi del Pride Month e della Green Week 2026, con riflessioni su sostenibilità, inclusione, identità, attraverso laboratori, performance e incontri dedicati a tutte le età̀. Il pubblico è invitato a partecipare alle iniziative creative e di socialità informale, nelle sale interne della cascina, e all’esterno, nelle corti, in giardino e nell’orto.

 

Tra gli appuntamenti centrali dell’edizione di giugno, sabato prende il via il programma dedicato alla Green Week con Milano come Città Spugna: Soluzioni Basate sulla Natura per la Resilienza Urbana (11:00-13:00), un incontro aperto alla cittadinanza che affronta il tema delle Nature-Based Solutions e dei nuovi progetti urbani legati alla resilienza climatica. Per tutta la giornata, il Passamano Cuccagna – Cerchio del Dono (11:00-18:00), il progetto di riuso e gratuità a cura di Giacimenti Urbani, concepito come per favorire la circolazione libera degli oggetti e delle risorse.

 

Il weekend dedica ampio spazio anche ai temi del Pride Month: le iniziative proposte riflettono su rappresentazione, identità e inclusività. Sabato pomeriggio Non binarismo e oltre: intervento e laboratorio sull’identità di genere (15:30-17:30), a cura di CIG Arcigay Milano e Circolo Culturale Timé di Fondazione Lighea, apre uno momento di confronto e ascolto sui temi dell’identità di genere e sessuale, rivolto a partecipanti dai 15 anni in su. Real Ads è invece il progetto artistico che reinterpreta campagne pubblicitarie internazionali in chiave queer attraverso una mostra visitabile sabato (17:30- 20:30) e domenica (10:30-17:30). Sabato sera il progetto prende vita anche dal vivo con una performance drag di Povera Crystal (19:00-19:30), tra ironia, cultura pop e partecipazione del pubblico.

 

Non mancano le attività dedicate alla creatività e alla sperimentazione manuale. Sabato il laboratorio Second Leaf – La seconda vita delle foglie a cura di Nantoo e ACCC (15:00-17:30) invita adulti e bambini a realizzare carta artigianale utilizzando foglie vere, mentre il Laboratorio di Serigrafia (15:30-19:30), a cura di VerySeri Lab e rivolto dai 15 anni in su, propone un’esperienza pratica di stampa artigianale contemporanea. Sempre sabato, dalle 17:00 alle 18:30 e dalle 18:30 alle 19:30, gli appuntamenti a cura de Le Cosmiche, tra ritualità̀ astrologica e lettura dei tarocchi, trasformano il Nuovo Vicolo Cuccagna in uno spazio dedicato all’introspezione e alla condivisione.

 

La domenica è all’insegna della cura collettiva e delle pratiche sostenibili, con la raccolta rifiuti organizzata da Plastic Free (9:30-12:00) nelle vie attorno alla cascina e con Uncinetto arcobaleno con Magliando (10:30-12:30), laboratorio partecipativo aperto dai 12 anni in su che unisce creatività, socialità e simboli del Pride.

 

Grande attenzione è dedicata anche alle attività per le famiglie. Domenica il Laboratorio di mosaico (11:30-12:30), curato dal Gruppo Archeologico Ambrosiano, coinvolge bambine e bambini dai 6 anni nella realizzazione di mosaici ispirati alle domus romane, mentre nel pomeriggio Salotto sonoro: Pride, l’apina che volava libera (15:00-16:00) propone un’esperienza immersiva, dai 4 ai 9 anni, tra racconto, musica e costruzione di strumenti musicali. A seguire, All’orto all’orto (16:00-17:30), dai 5 anni in su, invita a prendersi cura dell’orto della cascina. Nel corso della giornata continuano gli appuntamenti dedicati alla sostenibilità e alla produzione culturale indipendente, con Leonardo Poltronieri – Progetti Sostenibili, come La sostenibilità a portata di mano (11:30-12:30) e il laboratorio aperto di fanzines Libro: Lab (16:00-19:00), per partecipanti dai 16 anni.

 

 

Chiude il weekend, il cineforum Parigi Brucia (21:00-23:00), il documentario cult di Jennie Livingston dedicato alla ballroom culture newyorkese degli anni ’80 e alle comunità queer afroamericane e latinoamericane.
Come da tradizione, il fine settimana si conclude con la Tavolata bestiale, la cena condivisa che invita il pubblico a fermarsi ancora un po’, trasformando la cascina in uno luogo conviviale aperto all’incontro tra vecchi e nuovi amici.

La domenica bestiale con l’edizione del sabato è un progetto di ACCC Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna, con il patrocinio del Municipio 4 del Comune di Milano, che mese dopo mese, rinnova il proprio impegno nel costruire uno spazio culturale aperto e partecipato, in cui la città possa ritrovarsi attraverso esperienze accessibili e inclusive. Le attività sono a ingresso libero, alcune sono a pagamento con sconto tesserati, o prevedono la sottoscrizione alla Tessera della Cuccagna.

Il programma completo è consultabile sul sito di Cascina Cuccagna.

 

 

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Italia dei Diritti De Pierro, a Terni case ATER abbandonate all’incuria creano disagi ai residenti della zona

Italia dei Diritti De Pierro, a Terni case ATER abbandonate all’incuria creano disagi ai residenti della zona
Nei pressi di piazza della Pace nella città umbra, il giardino di un appartamento di edilizia popolare vuoto sta diventando l’habitat naturale per ratti e bisce creando disagio ai residenti della zona, Italia dei Diritti De Pierro si mobiliterà affinché il problema venga risolto
Terni 11 giugno 2026: In un Paese dove esiste la crisi abitativa, ci sono situazioni limite con appartamenti di edilizia popolare vuoti e abbandonati all’incuria come ci descrive Carlo Spinelli responsabile nazionale per la Politica Interna del movimento Italia dei Diritti De Pierro:” Ci troviamo a Terni in piazza della Pace dove ci sono appartamenti di edilizia popolare gestiti dall’Ater. Alcuni di questi sono stati riscattati e diventati di proprietà, altri sono ancora gestiti dall’ATER, e tra questi uno in particolare risulta essere vuoto. Il problema è che non essendo al momento abitato, nessuno si sta curando della manutenzione soprattutto del verde essendoci un piccolo giardino che dà su via Giovanni XXIII. L’erba ormai ha infestato per intero il piccolo angolo verde e addirittura si sta riversando sulla strada, le chiamate da parte di alcuni residenti della zona all’ATER Umbria che ne ha competenza, rimangono inascoltate, l’ incuria alla quale è lasciato questo appartamento e in particolar modo il giardinetto, sta causando gravi problemi ai residenti della zona perché si sta trasformando in un habitat naturale per ratti e bisce. A questo punto non resta che fare dei passi ufficiali attraverso comunicazioni certificate sia all’ATER, che al comune di Terni per fare in modo che la situazione torni alla normalità e come Italia dei Diritti De Pierro faremo questo sperando – conclude Spinelli – che il problema si risolva nel più breve tempo possibile.

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CENTONZE DONA UNA SUA OPERA NELL’ASTA DI BENEFICENZA PER AZIONE VERDE

CENTONZE DONA

UNA SUA OPERA

NELL’ASTA DI BENEFICENZA

PER AZIONE VERDE
Sabato 20 giugno 2026 ore 19:00

Alvino Relais Mulino Contemporaneo
Via Marconi 28 – Matera

Opera donata: “Capannone”, 2026
Tecnica mista – 21×30 cm

Per informazioni e prenotazioni
Rosanna Agatiello 338 8834094

 

CENTONZE DONA “CAPANNONE”
PER L’ASTA DI BENEFICENZA DI AZIONE VERDE
MATERA – Sabato 20 giugno 2026, alle ore 19:00, all’Alvino Relais Mulino Contemporaneo, in via Marconi 28 a Matera, Mimmo Centonze donerà una sua opera per un’asta di beneficenza a favore dei bambini di Opera Don Bonifacio – Azione Verde, nell’evento per festeggiare i 30 anni di Ginnica Dance.

L’evento è organizzato dal Museo MUDIC e dalla Casa Museo – Casa Studio Mimmo Centonze, in collaborazione con Ginnica Dance e Opera Don Bonifacio – Azione Verde.

Nell’occasione Centonze sarà anche speciale banditore d’asta. L’opera proposta in aggiudicazione sarà “Capannone”, 2026, tecnica mista, 21×30 cm, realizzata e donata dall’artista per contribuire alla raccolta fondi.

Il ricavato sarà destinato al progetto umanitario in Nigeria promosso da Opera Don Bonifacio – Azione Verde.

Centonze ha dichiarato:
“Donare un’opera significa mettere l’arte a servizio di una causa concreta. Questa asta nasce per sostenere il progetto umanitario di Opera Don Bonifacio – Azione Verde, a favore dei bambini. Ringrazio Rosanna Agatiello per l’impegno costante che porta avanti da anni e tutti coloro che parteciperanno contribuendo alla raccolta fondi”.

 

L’opera donata:
“Capannone”
Mimmo Centonze, 2026
Tecnica mista – 21×30 cm
Realizzata e donata per la raccolta fondi a favore dei bambini di Opera Don Bonifacio – Azione Verde

Chi è Mimmo Centonze
Celebrato come il più giovane artista in assoluto ad aver avuto l’onore di una mostra personale al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Mimmo Centonze ha iniziato a studiare le tecniche dei grandi maestri della pittura già a 14 anni.

Ha esposto in prestigiosi musei ed istituzioni culturali internazionali tra i quali la Biennale di Venezia, il Pratt Institute di New York, in musei, università e spazi culturali in 13 città della Cina e a Dubai.

Da molti anni cura progetti espositivi in tutta Italia, tiene regolarmente conferenze, spettacoli, lectio magistralis sull’arte e corsi di disegno e pittura per lo sviluppo della parte destra del cervello, anche all’estero.

Ha fondato due musei a Matera – Capitale Europea della Cultura 2019, dei quali è anche direttore artistico: il “MUDIC – Museo Diffuso Contemporaneo” nei Sassi, e la “Casa Museo – Casa Studio Mimmo Centonze” dove sono esposte più di 200 opere d’arte, di 40 artisti dal Cinquecento ai giorni nostri.

È inoltre molto attivo sui social per divulgare la conoscenza delle opere d’arte esposte in musei e luoghi culturali di tutto il mondo

Guarda il breve video
“La storia di Mimmo Centonze”
 

Per informazioni e prenotazioni:
Rosanna Agatiello
338 8834094
 

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Cotie’ Couture – La Moda incontra la Settima Arte, l’evento esperienziale che trasforma la passerella in linguaggio cinematografico e l’alta moda in racconto visivo.

Roma, giugno 2026 – Approda nella Capitale Cotie’ Couture – La Moda incontra la Settima Arte, l’evento esperienziale che trasforma la passerella in linguaggio cinematografico e l’alta moda in racconto visivo.

L’appuntamento è fissato per il 13 giugno 2026 alle ore 21.00 nella prestigiosa cornice di Villa Brasini a Roma, per una serata esclusiva patrocinata dalla Commissione Cultura – Camera dei Deputati e condotta da Antonella Salvucci. Un progetto ideato da MariaCarla e Loredana Rodomonte, founders del brand, con il concept creativo firmato da Anna Mazzucotelli.

Il cinema è un sogno che si guarda. L’alta moda è un sogno che si indossa”.
È da questa visione che nasce un format capace di superare i confini tradizionali tra moda, arte e spettacolo, dando vita a una vera opera immersiva dove ogni abito diventa sceneggiatura, ogni dettaglio una sequenza perfetta.

Al centro della serata ci sarà esclusivamente l’universo creativo di Cotie’ Couture, protagonista assoluto di una sfilata pensata come esperienza narrativa contemporanea, elegante e cinematografica. Nessun altro brand moda sarà presente: una scelta precisa che rafforza l’identità artistica del progetto e ne sottolinea il carattere culturale.

L’evento si svilupperà attraverso diversi momenti esperienziali: accoglienza con welcome drink, sfilata couture ispirata al linguaggio del cinema, performance musicali live, contenuti audiovisivi e interventi dedicati al rapporto tra moda e settima arte, fino alla dinner experience conclusiva. La serata sarà impreziosita dagli interventi di Maurizio Mastrini, tra i più apprezzati pianisti e compositori italiani nel panorama internazionale, che con la sua musica regalerà agli ospiti momenti di intensa suggestione.

Il tema della serata sarà “Nuova Roma”: una città immaginata come ponte tra tradizione e futuro, artigianato e innovazione, memoria e visione contemporanea.

Dietro l’organizzazione dell’evento c’è la visione di Mason Mariacarla | Bespoke Luxury Events & Experiences, hub creativo specializzato nella progettazione di eventi ad alto profilo, dove rigore istituzionale e ricerca estetica convivono in equilibrio. Il progetto nasce con l’obiettivo di ridefinire gli standard dell’event planning attraverso esperienze costruite come autentiche narrazioni visive.

La collaborazione tra Mason Mariacarla e Cotie’ Couture rappresenta infatti un modello innovativo nel panorama degli eventi luxury: un dialogo tra organizzazione, immagine e sartoria d’alta gamma che estende il concetto di “su misura” dall’evento alla persona.

Non segue tendenze, racconta la tua storia” è la filosofia che guida entrambe le realtà, accomunate dall’idea di un lusso mai ostentato ma profondamente identitario, costruito attraverso estetica, emozione e racconto.

L’iniziativa coinvolgerà professionisti della moda, del cinema, della cultura, stampa di settore, opinion leader e creativi selezionati, con l’obiettivo di creare un format destinato a evolversi e replicarsi nel tempo.

Cotie’ Couture – Nuova Roma 2026 rappresenta infatti il primo capitolo di un percorso che vuole unire moda, arte e cinema in una chiave contemporanea, sofisticata e profondamente narrativa.

Sponsor della serata: Fairness Magazine event partner, Ma Maison – Hair Studio & Barber Shop, Cleopatra Intimates, LJ, Roses 44, Atena Nike e Franco Franchi Edizioni.

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Passaggio generazionale

Ci sono momenti in cui l’immobile smette di essere un asset economico e torna a essere ciò che è sempre stato: la storia di una famiglia. Ereditare una casa a Livorno porta con sé un carico emotivo importante, che spesso rischia di essere gravato dal peso di scartoffie, scadenze e calcoli fiscali.

Entro 12 mesi dall’apertura della successione, gli eredi sono tenuti a presentare la dichiarazione all’Agenzia delle Entrate e a procedere con la voltura catastale. Cerchiamo di fare chiarezza sui costi reali in Toscana nel 2026, per affrontare questo passo con la massima serenità.

1. L’Imposta di Successione: Chi paga e quanto?

La prima buona notizia è che lo Stato italiano, anche nel 2026, tutela fortemente i nuclei familiari stretti attraverso il sistema delle franchigie. L’imposta si calcola sul valore catastale rivalutato dell’immobile, non sul valore di mercato (che sarebbe molto più alto).

Coniuge e Figli (Linea Retta): L’aliquota è del 4%, ma scatta solo per la parte di valore che supera la franchigia di 1 milione di euro per ciascun erede. A Livorno, tranne nel caso di intere ville storiche sul Viale Italia o a Montenero, la stragrande maggioranza delle case di famiglia rientra ampiamente nella franchigia e quindi non paga questa imposta.

Fratelli e Sorelle: L’aliquota sale al 6%, con una franchigia ridotta a 100.000 euro.

Altri Parenti (fino al 4° grado): Aliquota al 6% senza alcuna franchigia.

Estranei: Aliquota all’8% senza franchigia.

2. Le Imposte Ipo-Catastali: Il vero conto da pagare

Se la tassa di successione spesso non si paga grazie alle franchigie, dalle imposte ipotecaria e catastale non si scappa. Sono le tasse necessarie per trascrivere il cambio di proprietà nei registri immobiliari di Livorno.

Si calcolano sul valore catastale dell’immobile (ottenuto moltiplicando la rendita catastale rivalutata del 5% per i coefficienti di legge, ad esempio 115,5 per la prima casa o 126 per la seconda).

Imposta Ipotecaria: 2% del valore catastale.

Imposta Catastale: 1% del valore catastale.

L’Agevolazione “Prima Casa”: Se anche uno solo degli eredi decide di trasferire la propria residenza nell’immobile ereditato e non possiede altre case, le imposte ipotecaria e catastale non si calcolano in percentuale, ma diventano fisse: 200 euro ciascuna (per un totale di 400 euro). Un risparmio vitale per le giovani coppie o i figli che tornano nella casa dei genitori.

Prospetto Pratico dei Costi (Giugno 2026)

Immaginiamo di ereditare una casa a Livorno (es. zona Colline) con una rendita catastale di 600 €. Il valore catastale come seconda casa è di circa 75.600 €.

Ecco lo specchietto dei costi vivi di trascrizione:

Voce di Spesa Caso Seconda Casa (Imposte percentuali) Caso “Prima Casa” (Imposte Fisse)
Imposta Ipotecaria $75.600 \times 2\% = 1.512 €$ 200 €
Imposta Catastale $75.600 \times 1\% = 756 €$ 200 €
Imposta di Bollo 85 € 85 €
Tasse Ipotecarie / Voltura ~100 € ~100 €
Totale Imposte Vive 2.453 € 585 €

3. L’Onorario del Notaio o del Professionista

Per presentare la successione e la voltura non è obbligatorio per legge andare dal notaio (può farlo anche un geometra, un CAF o l’erede stesso tramite il portale dell’Agenzia delle Entrate). Tuttavia, la consulenza di un notaio a Livorno diventa fondamentale se l’eredità comprende quote complesse, testamenti o se si ha intenzione di vendere la casa a breve.

L’Accettazione Tacita di Eredità: Se decidete di vendere la casa ereditata, il notaio dell’acquirente pretenderà la trascrizione dell’accettazione tacita della successione. Questo atto ha un costo medio a Livorno che oscilla tra i 500 e i 700 euro (comprensivo di imposte d’atto) e serve a garantire che nessun altro erede possa rivalersi sulla casa in futuro.

Onorario medio per la pratica di successione: Per una pratica lineare, le tariffe professionali dei notai livornesi nel 2026 variano dagli 800 ai 1.500 euro (oltre IVA e contributi), a seconda della complessità del patrimonio.

Affrontare una successione richiede tempo e delicatezza. Il consiglio migliore in questi casi è verificare immediatamente la conformità urbanistica e catastale della vecchia casa di famiglia. Spesso gli immobili ereditati portano con sé piccole difformità interne (un tramezzo spostata negli anni ’70, una veranda non dichiarata) che i nostri genitori non hanno mai regolarizzato.

Sistemare queste carte subito, mentre si compila la voltura, eviterà tensioni e blocchi burocratici il giorno in cui la famiglia deciderà di vendere o dividere il patrimonio.

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Livorno, nuova fase per Porta a Mare: nel comparto ex Lips hotel, ostello e servizi turistici

Livorno, 5 giugno 2026 – Il progetto di rigenerazione urbana di Porta a Mare Waterfront entra in una nuova fase con lo sviluppo del comparto ex Lips, destinato a diventare il cuore dell’offerta turistico-ricettiva dell’intervento sull’area del porto antico di Livorno.

L’area prevede la realizzazione di una struttura alberghiera con residenza turistico-ricettiva per circa 180 camere, un ostello da oltre 200 posti letto e una serie di servizi come ristorante, bar, palestra e sale riunioni. Un intervento che punta a rafforzare la vocazione turistica del waterfront cittadino.

La società Igd, tramite la controllata Porta Medicea, ha affidato a Savills l’incarico in esclusiva per la ricerca e la selezione di operatori del settore hospitality che gestiranno il nuovo complesso.

Il progetto si inserisce nel più ampio piano di trasformazione dell’ex area dei cantieri navali Orlando, dove i comparti Mazzini e Officine Storiche risultano già completati con residenze, attività commerciali e spazi direzionali.

Restano in fase di sviluppo anche altri due ambiti strategici: il Molo Mediceo, dove è prevista la realizzazione di un auditorium e spazi per il porto turistico, e l’Arsenale, che ospiterà nuove residenze vista mare.

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Allai, borgo sardo dove il buio riaccende le stelle

Ci sono luoghi in cui il cielo non è soltanto uno sfondo, ma una parte viva del paesaggio. Ad Allai, piccolo comune sardo di circa trecento abitanti nel cuore del Barigadu, le stelle sono diventate un patrimonio da proteggere, raccontare e condividere.

Il borgo ha ottenuto la certificazione internazionale di “Villaggio delle Stelle” rilasciata dalla Fundación Starlight dell’Istituto di astrofisica delle Canarie, diventando il primo borgo d’Italia a ricevere questo riconoscimento. Un risultato che inserisce Allai nella rete internazionale dei luoghi considerati eccezionali per la qualità del cielo notturno e per l’impegno nella sua tutela.

Il cielo notturno di Allai. Crediti: Manuel Floris

La certificazione Starlight premia i siti che conservano cieli bui e adatti all’osservazione astronomica, riconoscendo anche il valore naturalistico, culturale e turistico dei territori che scelgono di proteggere il cielo notturno e di promuovere attività di divulgazione scientifica, educazione ambientale e astroturismo. Con questo risultato, Allai si affianca ai due “Parchi delle Stelle” già presenti in Italia: il Parco astronomico di Saint-Barthélemy, in Valle d’Aosta, e l’area del Centro Gal Hassin del Parco astronomico di Isnello, in Sicilia.

Il riconoscimento è il risultato di un lavoro avviato negli ultimi quattro anni per rendere il paese più attento al cielo e al paesaggio notturno. L’amministrazione comunale, insieme alla comunità locale, è intervenuta sull’illuminazione pubblica per ridurre l’inquinamento luminoso e limitare la dispersione della luce verso l’alto.

Un punto informativo e di osservazione del cielo stellato ad Allai. Crediti: CiMA – Civico Museo di Allai

Allo stesso tempo, alcuni punti del borgo sono stati pensati come luoghi in cui fermarsi a guardare le stelle, con sedute dedicate e mappe celesti a disposizione dei visitatori. In questo senso, la certificazione non riguarda soltanto la qualità del cielo, ma anche il modo in cui quel cielo viene condiviso con la comunità: attraverso attività di divulgazione, osservazioni guidate, iniziative culturali e percorsi capaci di avvicinare cittadini, scuole e visitatori all’astronomia.

A rendere questo percorso anche un’occasione di incontro tra territorio, scienza e divulgazione hanno contribuito eventi di osservazione del cielo, conferenze e workshop fotografici organizzati con il supporto del Planetario de L’Unione Sarda, di Flavia Dell’Agli dell’Inaf di Roma e di Manuel Floris del Planetario de L’Unione Sarda.

Un’altra immagine del cielo notturno di Allai. Crediti: Manuel Floris

«In questi anni il Comune di Allai, e la sua comunità tutta, hanno investito molto sul salvaguardare e valorizzare le ricchezze naturali di cui dispone», dice Flavia Dell’Agli. «Una di queste è un meraviglioso cielo stellato che si può ammirare anche nel cuore del borgo, tra i vicoli e le piazze. Orientare energie e risorse in questa direzione non è scontato e lo dimostrano i dati più recenti sull’inquinamento luminoso. È stato un privilegio poter sostenere questa scelta coraggiosa, nella speranza che possa essere di esempio per molti altri luoghi bui d’Italia. Il cielo stellato è troppo spesso dimenticato o dato per scontato. Poterlo donare nuovamente agli occhi di tutti noi è qualcosa per cui dobbiamo lottare».

Il tema dell’inquinamento luminoso riguarda infatti non solo gli astronomi, ma tutti. L’aumento dell’illuminazione artificiale rende sempre più difficile osservare la Via Lattea e le stelle più deboli. Per questo la protezione del cielo buio è oggi anche una forma di tutela ambientale e culturale.

La certificazione Starlight non rappresenta quindi un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase per il borgo. Le attività del Civico Museo di Allai, insieme alle serate di osservazione astronomica guidata, alle conferenze e ai laboratori scientifici, contribuiranno ad arricchire l’offerta culturale e turistica del territorio.

In un’epoca in cui il cielo stellato scompare sempre più spesso dietro la luce artificiale, Allai sceglie di ripartire dalla notte. Non come limite, ma come risorsa da proteggere: uno spazio condiviso in cui tornare ad alzare lo sguardo.

Per saperne di più:

 

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

L'articolo Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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