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Livorno, Venezia e Ovo Sodo vincono il trofeo “Edda Fagni”. E stasera c’è la “Barontini”

Livorno - Grandi emozioni ieri sera, lungo i fossi medicei, per il trofeo "Edda Fagni", la manifestazione remiera a cronometro promossa dal comitato organizzatore della Coppa "Barontini" e dedicata alle gozzette a 4 remi juniores maschili ed alle gozzette a 4 femminili. Tra i ragazzi la vittoria è andata all'armo del Venezia con il tempo di 5' 16" 47. Al Continue Reading

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Leone d’Oro a Emma Dante tra Beatrice Venezi e spillette ProPal: alla Biennale Teatro è arrivato un po’ di pepe

No, il generale Roberto Vannacci ancora non si è presentato alla Biennale di Venezia, nonostante il suo plauso per la riapertura del padiglione russo, ma potrebbe persino sbarcare presto in Arsenale, chissà. Intanto, ha fatto capolino alla cerimonia ufficiale dei Leoni d’Oro alla Biennale Teatro, nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian – assenti in blocco le autorità politiche e ministeriali – un’elegantissima Beatrice Venezi.

Sì, la direttrice d’orchestra che ora ha intentato causa al Teatro La Fenice e dichiarato chiaro e tondo: ‘Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via’. E’ anche salita sulla magnifica terrazza sopra il palazzo e si è seduta proprio al primo tavolo riservato agli ospiti d’onore, per il notevole buffet che segue ogni premiazione: sorridente e ammiratissima, non si è quasi mai mossa dal posto accanto al Presidente Pietrangelo Buttafuoco.

In quanto a smarcarsi dai suoi ex Fratelli d’Italia ormai va via sereno, il giornalista-scrittore d’origine siciliana: ha entusiasticamente partecipato a una premiazione caratterizzata dalla presenza per il Leone d’Oro alla carriera della sua conterranea Emma Dante, alla quale si è rivolto con un amichevole tu. L’illustre regista, peraltro alquanto profilata politicamente sul fronte progressista, è un’orgogliosa donna femminista dichiarata (come ha sottolineato con una battuta anti-patriarcale alla fine del suo discorso), per così dire un po’ agli antipodi della direttrice-vamp che le dava le spalle dal primo tavolo del buffet. Chissà, se non la stessa Dante magari qualcuno della sua pugnace Sud Costa Occidentale avrà pure messo all’occhiello qualche settimana fa la spilletta con la chiave di violino che gli orchestrali della Fenice hanno coniato per la lotta contro la nomina della Venezi.

A proposito di simboli esibiti e di compagnie, tutta la comitiva che ha accompagnato davvero festosamente il Leone d’Argento Mario Banushi aveva appuntata sui vestiti la piccola chiave della Nakba palestinese. Ancora, il regista greco d’origine albanese, il più giovane premiato in assoluto nella storia della rassegna, ha voluto ringraziare con una toccante dedica i genitori, raccontando le dure traversie della loro migrazione. Ha accennato pure alla sua stessa condizione d’emarginazione sociale da piccolo, con i professori che lo vedevano già destinato tutt’al più ‘a fare le pulizie’ da grande e i crudeli compagni greci che lo buttavano nel bidone della spazzatura. E ha concluso ringraziando la mamma, presente in prima fila: ‘per tutti gli stracci che hai dovuto passare per terra, oggi puoi prendere in pugno un Leone’.

Gli schiaffi alla destra al potere non stati magari plateali, ma tra spillette ProPal e questa celebrazione del riscatto del migrante, considerando pure il doppio scacco al femminile, è arrivato un po’ di pepe sulla seconda Biennale Teatro affidata all’attore americano Willem Dafoe. Almeno negli intenti questa rassegna si proponeva di trovare soprattutto sul piano internazionale espressioni artistiche ‘allo stato puro’, con un titolo come ‘Alter Native’ – o ‘ALTER NATIVE’ in maiuscolo, o ancora in altre due-tre versioni variamente esibite, segnale già anche solo questo di una linea editoriale forse non così nitida.

Si vede che Dafoe si ritrova nell’evocazione di una certa contro-cultura degli anni Settanta del vecchio Novecento, in cui peraltro s’è formato a New York, come ha voluto far vedere alla sua prima Biennale. A questa sensibilità ha reso omaggio anche la stessa Dante, raccontando l’emozione di essersi trovata, a sorpresa, l’attore già piuttosto celebre in platea come spettatore, vent’anni fa ormai, a Roma, per un suo cult intitolato Il festino.

In questa chiave ‘alter-native’ si spiega, per esempio, la produzione di Promemoria di Davide Iodice, lavoro con gli adorabili anziani veneziani nella casa di riposo San Giobbe. Ma un’alternativa si vedrà se maturerà soprattutto dopo, per le prossime edizioni. Il nuovo Presidente ha ridotto a due anni il mandato dei direttori: ora scadono insieme Dafoe al Teatro, Sir Wayne McGregor alla sua sesta rassegna della Danza e la giovane techno-berlinese d’adozione Caterina Barbieri alla Musica.

Vedremo che cosa succederà, anche perché si tratta di nomine che vengono proposte da Buttafuoco, per ora saldo al comando nonostante la quasi rottura con Giorgia Meloni e le ispezioni ministeriali del suo amico-allievo Alessandro Giuli. E’ il Ministro che poi deve sottoscrivere le indicazioni dei nuovi direttori, e magari approvarle con il timbro ‘eccellente’, come ha fatto nel caso della Venezi alla Fenice, salvo repentinamente trovare ‘giusta e insindacabile’ la scelta di licenziarla. Forse l’ospite più notevole della cerimonia e del buffet per i Leoni non era lì per caso.

© Andrea Avezzù per Biennale

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Biennale, l’IA si fa linguaggio: al Padiglione Venezia un viaggio tra memoria, suono e presenza

Al Padiglione Venezia della Biennale, Cisco e H-Farm raccontano un’AI che non sostituisce il gesto artistico, ma lo attraversa: tra codice, memoria, musica e presenza umana. Ci sono luoghi in cui la tecnologia, per essere compresa appieno, deve smettere di apparire come tale. Deve perdere la sua superficie più prevedibile, quella del calcolo, dell’efficienza e dell’automazione, e trasformarsi in esperienza. Deve diventare attraversabile, quasi vulnerabile, liquida.

Il Padiglione Venezia ci racconta un AI non come promessa astratta del futuro, ma come materia nuova con cui l’arte cerca di dare forma a ciò che, per sua natura, tende a sfuggire: la memoria, l’assenza, il suono, l’emozione. In questo contesto, il dialogo tra Cisco, H-Farm e il Padiglione Venezia assume un valore che va oltre la semplice sponsorizzazione tecnologica. Non si tratta di introdurre l’AI nell’arte come una novità scenografica ma, piuttosto, di interrogarsi su cosa accada quando un’infrastruttura digitale entra nel processo creativo non come scorciatoia, ma come interlocutore.

Gianpaolo Barozzi, Global Technology Officer di Cisco, ha presentato un progetto basato su un’idea semplice e rivoluzionaria: gli artisti sono naturalmente curiosi delle tecnologie. Non le subiscono, ma le esplorano, le mettono alla prova e le trasformano quando ne comprendono il potenziale.

Da qui prende forma una domanda più ampia, che riguarda il significato stesso dell’atto artistico oggi. Cosa significa creare in un tempo in cui gli strumenti sono sempre più trasversali, ibridi, condivisi? L’artista contemporaneo non lavora più soltanto con la materia, il suono, l’immagine o lo spazio, ma anche con sistemi, linguaggi, dati, algoritmi. Eppure, ciò che rende artistico un gesto non è lo strumento che lo produce, ma l’intenzione che lo orienta. È nell’individualità dello sguardo, nella capacità di trasformare una tecnologia in linguaggio, che il processo creativo continua a trovare la propria identità.

L’aspetto più coinvolgente dell’esperienza si manifesta nel lavoro realizzato attorno alla musica di Dardust e alla visione scenografica di Paolo Fantin. L’immagine di partenza è di grande impatto: un pianoforte che affonda nelle acque di Venezia, mentre la musica continua a risuonare anche quando il corpo non è più visibile. L’acqua, in questo contesto, non è solo un elemento ambientale o una citazione alla laguna; è un dispositivo percettivo che trasforma il suono in materia, vibrazione e memoria, che si deforma e persiste nel tempo.

Davide Bartolucci, fondatore e ceo di Shado, porta in questo progetto una sensibilità che nasce dall’intersezione tra storytelling, tecnologia e comunicazione. La sua ricerca si concentra da anni sulla possibilità di tradurre universi narrativi in esperienze fisiche e digitali. È significativo che, in un momento in cui l’AI viene spesso discussa in termini di produttività, qui venga invece chiamata a misurarsi con il senso, con ciò che non è immediatamente utile e non si quantifica.

H-Farm, da parte sua, entra in questa dinamica con una missione altrettanto coerente: riportare senso nella dimensione digitale. Un compito non semplice, soprattutto oggi, quando l’intelligenza artificiale rischia di essere percepita come una grammatica onnipresente ma non sempre compresa. La sfida è proprio questa: non usare l’AI perché è nuova, ma perché può aiutarci a formulare domande migliori. Farla diventare un mezzo e non un pretesto: uno strumento che non prende il posto della visione umana, ma la accompagna nella sua espressione e nella sua comprensione.

Giovanna Zabotti, direttrice artistica di Fondaca Italia e curatrice d’arte, con la sua profonda passione e dedizione per Venezia, ha parlato di un lavoro “sognato insieme”; una definizione che restituisce bene la natura del progetto: un esercizio collettivo di complessità.

Gestire la complessità, oggi, non è più una competenza accessoria, ma una condizione del contemporaneo. La tecnologia, la città, l’arte, il rapporto tra memoria e innovazione sono tutti elementi complessi. Ma quando questa complessità viene abitata da persone capaci di ascoltarsi, può diventare generativa.

Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia umana o disumana. L’AI non possiede, di per sé, una qualità morale autonoma. Dipende da come la progettiamo, da come la usiamo e dalle relazioni che le chiediamo di attivare. Può impoverire il linguaggio se utilizzata per evitare il pensiero, ma può arricchirlo se viene adoperata per avvicinare a ciò che il pensiero da solo fatica a raggiungere. Al Padiglione Venezia, l’intelligenza artificiale, dunque, non si presenta come una minaccia, ma come una soglia. Una soglia tra visibile e invisibile, tra superficie e profondità, tra presenza e ricordo. Non cerca di rendere eterno l’atto artistico nel senso ingenuo del termine. Piuttosto, si interroga sulla possibilità di prolungarne la risonanza. Si chiede se un gesto, una nota, una frase, una pressione sui tasti possano continuare a trasformarsi anche dopo essere accaduti. Questa, forse, è la parte più emozionante del progetto: l’idea che la tecnologia non serva solo a produrre futuro, ma anche a custodire ciò che rischiamo di perdere. Che l’innovazione non debba sempre coincidere con la velocità, ma possa diventare anche una forma di attenzione e ascolto introspettivo. Una lente più sensibile per osservare le tracce che lasciamo.

Forse è proprio qui che il progetto trova la sua verità più forte: non nell’AI come spettacolo, ma nell’AI come linguaggio. Un linguaggio che obbliga artisti, sviluppatori, curatori, aziende e istituzioni a sedersi allo stesso tavolo e a ripensare il proprio ruolo. Perché L’AI non elimina la necessità dell’uomo, la rende più evidente. Ci costringe a chiederci cosa vogliamo dire, cosa vogliamo preservare, quale forma vogliamo dare alla nostra presenza.

L’articolo Biennale, l’IA si fa linguaggio: al Padiglione Venezia un viaggio tra memoria, suono e presenza è tratto da Forbes Italia.

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C’è chi vede e provvede. Elezioni amministrative a Venezia

Il risultato delle elezioni comunali di Venezia ha occupato per alcuni giorni i canali di informazione.

La vittoria del candidato del centro destra Simone Venturini è giunta inaspettata, dopo una serie di tornate elettorali in cui i partiti che hanno sostenuto il candidato sconfitto del centro sinistra, Andrea Martella, avevano superato la coalizione avversaria.

Alle elezioni europee del 2024 PD, AVS e M5S raggiungevano circa il 45%, contro il 40% complessivo del centro destra; alle regionali del 2025 le due coalizioni si sono trovate alla pari, con un leggerissimo vantaggio per il centro sinistra; infine il referendum sulla giustizia ha visto a Venezia prevalere il NO, con un’affluenza record sia in termini percentuali, sia in valori assoluti.

Le ultime elezioni comunali hanno visto la coalizione a sostegno di Andrea Martella aumentare ancora i consensi in termini assoluti, ottenendo 43.294 voti rispetto ai 40.915 delle regionali, non riuscendo però ad intercettare i voti degli elettori che sono tornati a votare.

Le spiegazioni che sono circolate si infrangono contro i dati di fatto.

L’idea che il PD abbia perso consensi a causa dell’accordo con la comunità bengalese a proposito della moschea da costruire in Terraferma si scontra con l’aumento dei voti al PD, passato dai 21.440 delle regionali ai 26.444 delle ultime comunali. Così pure attribuire la sconfitta al Movimento 5 Stelle si scontra col fatto che anche quest’ultimo ha visto aumentare i consensi rispetto alle regionali.

Anche attribuire la sconfitta alla scelta di un “politico” estraneo alla “società civile”, oppure all’uso delle reti social sono spiegazioni che lasciano il tempo che trovano, visto che i numeri ci parlano di una sconfitta del centro sinistra maturata grazie alla partecipazione di una fetta di elettorato che non aveva partecipato né alle europee del 2024 né alle regionali del 2025, una fetta di elettorato che non è stata mobilitata dai meme o da paure irrazionali, ma da un’organizzazione profondamente radicata sia nei sestieri del capoluogo sia nei quartieri e nei paesi di Terraferma; un’organizzazione che ha lanciato un progetto politico a partire dalla scelta del candidato del centro destra.

Il nuovo sindaco di Venezia, Simone Venturini, è il più giovane sindaco della città lagunare. È stato eletto da una coalizione di centro destra ed è un politico di lungo corso. Come ci informa Wikipedia, ha una formazione in diritto pubblico e diritto amministrativo ed inizia la sua carriera elettorale candidandosi alle elezioni comunali del 2010 nella lista dell’Unione di Centro a sostegno del candidato di centrosinistra Giorgio Orsoni, venendo eletto consigliere comunale all’età di 22 anni e diventando anche capogruppo. Alle elezioni europee del 2014 viene candidato per la lista Nuovo Centrodestra – Unione di Centro, ottenendo 8949 preferenze, ma senza risultare eletto. Nelle comunali del 2015 si candida con la lista Brugnaro nella coalizione di centrodestra, venendo eletto con 957 preferenze ed è nominato lo stesso anno dal neo-sindaco come assessore alla coesione sociale, al lavoro, alle infrastrutture e allo sviluppo economico della giunta comunale. Viene rieletto per un terzo mandato in consiglio comunale nelle elezioni comunali del 2020, riconfermando anche la stessa carica di assessore, a cui si aggiungono le deleghe al turismo e alle politiche della residenza.

Si tratta evidentemente di una rottura nella continuità: oltre che dalla scadenza dei due mandati, la giunta Brugnaro è stata al centro di polemiche politiche e di vicende giudiziarie. Il nuovo sindaco ha una storia personale che lo colloca in un’area politica fortemente segnata dall’influenza clericale, come dimostrano le candidature con l’UDC e il Nuovo Centro, ma altrettanto chiaramente orientata verso il centro destra e organico alla precedente amministrazione. Le deleghe ricevute come assessore da Venturini (coesione sociale, turismo e politiche di residenza) lo portano ad incrociare gli interessi e le politiche della Curia veneziana.

Non ho certo gli strumenti per individuare le cause dei fenomeni su cui si scornano commentatori più esperti di me, ma mi permetto di avanzare l’ipotesi che dietro l’elezione di Venturini ci sia un impegno non comune del Patriarcato di Venezia, impegno che ha dato un carattere meno fascista alla coalizione del nuovo sindaco, operazione favorita anche dal fatto che la presidente del consiglio non si è esposta andando a Venezia a sostenere il candidato del centro destra. Del resto, il risultato politico ottenuto dalla Chiesa all’inizio della giunta Brugnaro, con il ritiro dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia comunali dei libri contenenti fiabe che mostravano nuclei familiari omogenitoriali ha avuto risonanza mondiale, e non si può rischiare di gettare tutto alle ortiche permettendo che sia eletto sindaco un candidato come Martella che non si è nemmeno sposato in chiesa!

Nell’omelia tenuta il 24 maggio, primo giorno delle elezioni, il Patriarca di Venezia ha affermato che “la contrapposizione tra Babele (dove c’è un’unica lingua che diventa incomprensibile) e la Pentecoste (dove i molti e diversi linguaggi sono compresi) è il cuore del mistero dell’unità.

A Babele l’orgoglio umano tenta di costruire l’unità imponendo un’unica lingua e un’unica organizzazione. Il risultato è la confusione, l’incomprensione e la dispersione. A Gerusalemme e nella Pentecoste lo Spirito Santo scende e unisce gli uomini. Non cancella le diversità, ma le valorizza: parlando lingue diverse, tutti si comprendono nell’unico messaggio di Cristo. È l’unione nell’amore e nella differenza.”

La Chiesa è abituata a parlare per allusioni, allegorie, minacce velate che sono difficilmente interpretabili, comunque mi sembra possibile interpretare il riferimento di Babele alla coalizione che rifiuta l’egemonia dello Spirito Santo, mentre nella coalizione di centro destra è ravvisabile la Gerusalemme in cui, pur nella diversità, le varie componenti si comprendono grazie al messaggio di Cristo. Va da sé che l’interprete autentico, sia dello Spirito Santo che del messaggio di Cristo, è la Chiesa cattolica.

Se questa interpretazione è realistica, è meglio gettare alle ortiche ogni illusione su un presunto ruolo progressista della Chiesa: la gerarchia cattolica, come ogni gerarchia religiosa, si conferma custode gelosa della tradizione, sia in campo religioso che in campo sociale e, nonostante le prediche accattivanti, non può che militare nel campo della conservazione e della reazione. Dalla vicenda di Venezia si possono anche trarre indicazioni per le prossime elezioni: se il campo largo vuole governare, deve adattare il suo programma al magistero del vicario di Pietro, che si può riassumere nella raccomandazione alle classi sfruttate di garantire ai privilegiati il paradiso in terra, in cambio, un domani, del paradiso in cielo. Siamo sempre alla politica dei due tempi!

Tiziano Antonelli

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