Quando si legge l'etichetta del cibo per i nostri animali, la prima informazione da controllare è la specifica sul tipo di alimento: completo, complementare o snack. Ci si accerta poi che il prodotto sia adatto all'età del nostro animale.. La composizione degli ingredienti
A quel punto, troveremo l'elenco degli ingredienti alla voce "composizione": saranno indicati in base al peso o alla percentuale contenuta ("a base di manzo" significa che costituisce almeno il 10% del totale, "con manzo" invece è il 3%).. Per le scatolette di umido, va considerato che in quella quantità sono compresi anche i liquidi, nelle crocchette, al contrario, è presente solo la sostanza secca.. I componenti analitici
Infine, la "dichiarazione analitica" elenca invece i nutrienti con il termine "grezzo". Si tratta di un'approssimazione: la dicitura "ceneri grezze" non distingue, per esempio, tra i vari sali minerali..
L'esposizione alla nicotina durante la gravidanza e appena dopo la nascita lascia un'impronta indelebile - e sfavorevole - sulle cellule staminali ematopoietiche, quelle che danno origine a tutte le cellule del sangue e che sono cruciali per la costituzione di un buon sistema immunitario.
I topi entrati a contatto con la nicotina in utero o appena venuti al mondo sono risultati più inclini a sviluppare forme gravi di influenza una volta esposti al virus. La scoperta, pubblicata sulla rivista Stem Cell Reports, potrebbe spiegare perché molti studi epidemiologici abbiano riscontrato che i bambini nati da madri fumatrici vadano incontro più di frequente a infezioni respiratorie, e spesso più gravi.. Ma lo studio, dei ricercatori dell'Università della California a Santa Cruz, ha implicazioni più ampie, dovute al fatto che non riguarda, genericamente, le decine di sostanze tossiche presenti nelle sigarette - ma la nicotina, presente anche nei prodotti da svapo e in molti prodotti sostitutivi per smettere di fumare (pastiglie, cerotti, gomme, spray). Questo tipo di terapia è talvolta preso in considerazione come supporto alle donne in attesa che in nessun altro modo riescono a smettere di fumare, sebbene - almeno in Italia - limitato solamente ai prodotti che si possono assumere "al bisogno", anziché a quelli che somministrano nicotina in maniera continuativa.. L'impatto duraturo sul sistema immunitario. Dopo aver esposto femmine gravide di topo alla nicotina, i ricercatori hanno osservato che la loro prole presentava un numero inferiore di cellule staminali ematopoietiche, che portano alla formazione di cellule immunitarie effettrici mature, per esempio i macrofagi che fagocitano i patogeni e i detriti cellulari, o i linfociti T che si attivano in risposta a minacce specifiche.
Quelle stesse cellule presenti in numero inferiore presentavano inoltre alterazioni nei profili dei geni regolatori, che regolano l'espressione di altri geni. Questi cambiamenti persistevano fino all'età adulta, anche se, in condizioni normali, non risultavano subito visibili.. Apparentemente, infatti, da adulti i topi che erano stati esposti alla nicotina presentavano un sistema immunitario come quello di tutti gli altri. Quando però sono stati esposti al virus dell'influenza, è stato osservato che nei loro polmoni era presente una popolazione di macrofagi residenti - cellule immunitarie presenti in modo stabile nei tessuti e incaricate della prima linea di difesa - inferiore rispetto alla norma.
Dopo aver contratto l'infezione hanno sviluppato un'infiammazione più intensa, richiamato un numero maggiore di cellule immunitarie nei polmoni e riportato maggiori danni polmonari. Hanno avuto un decorso peggiore e perso più peso.. La memoria di un danno subito. «Le cellule staminali ematopoietiche regolano l'equilibrio del sistema immunitario e conservano la memoria di ciò che hanno incontrato nelle prime fasi della vita. Un'esposizione nelle prime settimane di vita può alterare tale equilibrio in un modo che rimane latente fino a quando il corpo non si trova ad affrontare un'infezione, influenzando così la salute immunitaria fino all'età adulta» spiega Marcel Rommel, tra gli autori dello studio.
La cosa migliore da fare è prevenire questo danno evitando l'esposizione alla nicotina in gravidanza. Ma gli scienziati stanno anche cercando di capire se i cambiamenti innescati si possano contrastare..
La transizione energetica è, oltre che necessaria, vantaggiosa dal punto di vista economico. La scienza lo sostiene da tempo, ma i vantaggi che porta non sono per tutti uguali, né uniformemente distribuiti: riconoscerlo vuol dire gettare le basi per accordi climatici "a pacchetti", che riuniscano gruppi di Paesi con interessi convergenti.
Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research (in Germania), pubblicato su Nature Sustainability ha mappato queste differenze in 169 Paesi, svelando analogie inaspettate e nuove risorse che potrebbero orientare le politiche climatiche future.. «Esploriamo le tensioni geopolitiche che potrebbero derivare da eventuali perdite subite da alcuni Paesi, ma mostriamo anche come gli interessi nazionali possano favorire la cooperazione internazionale e come questa possa essere ulteriormente rafforzata attraverso incentivi mirati» spiega Guanna Pan, ricercatrice in Geografia e Gestione delle Risorse del Potsdam Institute for Climate Impact Research e principale autrice dello studio.. Diverse sfumature di vantaggi. Gli scienziati hanno individuato gruppi di Paesi nei quali analoghe politiche climatiche genererebbero rischi e benefici simili dal punto di vista economico. Hanno così osservato che 19 Paesi fortemente dipendenti dai combustibili fossili potrebbero opporsi a misure ambiziose di abbandono di petrolio, carbone e gas, ma che questi Paesi rappresentano il 6% appena della produzione economica globale, e dunque non hanno un peso politico così rilevante.. Ci sono poi tre gruppi di Paesi che trarrebbero grandi benefici da una rapida azione climatica, per diverse ragioni, e sono:
51 Paesi del Sud del mondo che, senza politiche rapide ed efficaci di abbandono di combustibili fossili dovrebbero affrontare danni climatici particolarmente gravi
13 Paesi - la maggior parte dei quali in Africa - che hanno un elevato potenziale di energie rinnovabili
17 Paesi con un'elevata capacità di sequestro del carbonio, perché naturalmente occupati da grandi foreste o perché in grado di sequestrare CO2 attraverso aree naturali ben gestite.
Nel loro insieme, questi tre gruppi rappresentano circa il 13% della produzione economica globale. Chi fa parte, quindi, del rimanente 81%?. Stati Uniti, Europa e Cina hanno interessi simili. La fetta più consistente della produzione economica mondiale è costituita da 69 "economie con impatti moderati", come vengono definite nello studio, incluse l'Unione Europea, la Cina e gli Stati Uniti. Il termine "moderati" non tragga in inganno: i benefici economici dell'abbandono dei combustibili fossili sono già e sarebbero, in questi Paesi, considerevoli, perché legati alla riduzione dei danni dei cambiamenti climatici. Calcolati in percentuale, però, sono meno elevati rispetto a quanto lo sono per i tre gruppi di Paesi elencati in precedenza.. Interesse collettivo ma rispettoso delle differenze. Al di là del capire quali Paesi ricadano nei vari gruppi, lo studio è interessante perché mostra che perseguire un unico interesse condiviso - la lotta alla crisi climatica - non vuol dire farlo con gli stessi guadagni e le stesse perdite.
Si possono perdere le entrate un tempo derivanti dai combustibili fossili; si può guadagnare in salute pubblica e riduzione del rischio di disastri climatici, si possono creare nuove opportunità di crescita economica e nuovi posti di lavoro legati alle fonti di energia pulita; si può guadagnare dalla capacità del proprio Paese di sequestrare CO2 dall'atmosfera. E non è detto che per tutti queste perdite e questi guadagni arrivino allo stesso modo o con gli stessi tempi.. Dall'analisi potrebbero nascere linee guida per rafforzare la cooperazione internazionale attraverso "accordi a pacchetto", laddove non tutti i Paesi abbiano le stesse preoccupazioni e gli stessi interessi.
Inoltre, scrivono gli autori dello studio: «Considerata la recente recrudescenza dell'opposizione a una politica climatica impegnata, è importante riconoscere che tale politica non si limita a svalutare determinate risorse, in particolare quelle dei fornitori di combustibili fossili. Il nostro studio dimostra anche, in modo piuttosto preciso, come vengano contemporaneamente create nuove risorse. Nel complesso, la politica climatica rivaluta il capitale delle economie in modo nuovo e sostenibile, salvaguardando così la prosperità a lungo termine»..
Oggi è la Giornata Mondiale dell'Alimentazione (World Food Day), l'occasione per celebrare il compleanno della Food and Agriculture Organization (la FAO, fondata il 16 ottobre 1945) ma soprattutto per tornare a parlare di come ridurre la fame nel mondo, migliorare la nutrizione e trasformare i sistemi agricoli che ci nutrono in una direzione di maggiore sostenibilità e resilienza.
L'edizione 2026 cade in una fase di profondo stress per la produzione di cibo mondiale. Un anno segnato da guerre, eventi climatici estremi, instabilità nella logistica della distribuzione di alimenti e con l'ombra di un super El Niño a influenzare i prossimi mesi.. Instabilità vuol dire prezzi più elevati. L'invito della FAO è guardare con fiducia all'innovazione dei sistemi agroalimentari, che «può ridurre i rischi prima che si verifichino le crisi [...], rafforzare la resilienza ed evitare costi molto più elevati una volta che si verificano le crisi». La parola "crisi", nel 2026, si traduce con conflitti, violenze, ondate di calore, alluvioni, precipitazioni anomale e con l'inizio di un evento di El Niño di proporzioni inusitate.. Queste pressioni si traducono in un aumento dei costi nel carrello per i consumatori, specialmente nei Paesi fortemente dipendenti da importazioni di cibo. I prezzi globali del cibo a settembre 2026 sono saliti, a causa dei tre fattori citati, al livello più alto da quasi 4 anni a questa parte.
L'indice dei prezzi alimentari della FAO (FFPI), un parametro che misura la variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari, si è attestato a una media di 136,0 punti a settembre 2026, il valore più alto da novembre 2022. Dipende dall'aumento di prezzi di cereali, oli vegetali e zucchero.. Navi prese di mira. Sugli scambi di cereali pesa il crollo dei commerci nel Mar Nero dovuto alla guerra tra Russia e Ucraina: gli attacchi di droni alle navi mercantili minacciano i commerci internazionali di grano, in un momento in cui si prospetta una riduzione delle rese di mais legata alla siccità.
Le preoccupazioni sulle conseguenze di El Niño nei Paesi dove si produce lo zucchero hanno fatto salire i prezzi di questo bene ai livelli più alti da 18 mesi; i timori per i rischi di produzione di olio di palma legati a El Niño nel Sud-est asiatico hanno invece contribuito all'innalzamento dei prezzi degli oli vegetali.
Spiega Max Torero, economista capo della FAO: «Stiamo assistendo a un rialzo persistente e sempre più diffuso dei prezzi globali delle materie prime: le interruzioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Nero si sommano agli shock climatici, esercitando pressioni su energia, trasporti e principali prodotti alimentari di base».. Lo stato della fame nel mondo. Proprio la duplice influenza di guerre e clima sull'alimentazione globale è al centro della 21esima edizione del Global Hunger Index, l'Indice globale della fame 2026, curato da CESVI per l'edizione italiana e redatto da Welthungerhilfe (WHH), Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (IFHV) e Helvetas, un'organizzazione indipendente di cooperazione allo sviluppo.
Secondo il documento, uno dei principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, guerre e clima affamano 645 milioni di persone nel mondo, un numero equivalente quasi all'intera popolazione europea.
. Nel 2025 si sono registrati 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale, e 358 disastri legati a eventi naturali, sia di natura climatica (siccità, alluvioni, tempeste) sia geologica come i terremoti, con oltre 110 milioni di persone coinvolte. Nel 2026, l'Ufficio per il Coordinamento per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite ha già registrato 64 emergenze legate a eventi climatici estremi.
Per questi motivi il punteggio globale del GHI 2026 è 18,1 ("livello moderato", su una scala da 0 a 100 in cui i punteggi superiori rappresentano un peggiore stato nutrizionale): un punteggio superiore a quello del 2018, un'interruzione della tendenza al calo registrata a partire dal 2000.
Il Paese in cui l'indice mostra il valore peggiore (47, livello allarmante) è la Somalia, dove si intrecciano tutte le cause della fame registrate dal rapporto: siccità, tagli degli aiuti, conflitti, prezzi spinti dalla crisi in Medio Oriente. In Somalia nel 2026 la fame acuta è cresciuta del 43%: più di una persona su due è denutrita e un bambino su dieci muore prima dei cinque anni. Ora El Niñominaccia di far arrivare l'acqua che è mancata per mesi tutta insieme, con le alluvioni.. «Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», dice Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. «La fame non è solo una conseguenza dell'instabilità, ne è un moltiplicatore. Per questo il messaggio del GHI di quest'anno è netto: non c'è sicurezza senza sicurezza alimentare. Tagliare gli aiuti proprio dove la fame è più grave significa preparare le crisi di domani»..