Settembre 2026
novità centro studi libertari / archivio g. pinelli
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novità centro studi libertari / archivio g. pinelli
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Mezzo secolo di anarchia
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Il 2026 è l’anno del nostro 50° compleanno. Per la precisione storica, la data di nascita ufficiale è il 26 settembre 1976 durante i lavori del convegno internazionale di studi organizzato a Venezia per il centesimo anniversario della morte di Bakunin. Un atto fondativo con una forte connotazione identitaria, ma la storia che segue ricolloca quella scelta in un discorso molto più articolato che mette insieme la rivisitazione storica – mai agiografica né tanto meno museale – con la riflessione sul pensiero anarchico e le sue pratiche alla luce delle profonde trasformazioni sociali, economiche, culturali, tecnologiche… avvenute negli ultimi cinque decenni. E le ricerche realizzate nel corso del tempo – dall’autogestione alla tecnoburocrazia, dall’utopia all’anarco-femminismo, dall’ecologia sociale ai neo-anarchismi nelle loro varie declinazioni – confermano questo percorso tutt’altro che lineare e mai compiuto, fatto per lo più su strade accidentate e lungo sentieri poco battuti.
Proprio questo doppio focus – la memoria storica e la comprensione del mondo in cui viviamo e agiamo – è forse il tratto che più contraddistingue il nostro pluridecennale lavoro. Ma non si tratta di due aspetti che corrono in parallelo senza mai toccarsi: il passato sugli scaffali e il presente nelle attività di ricerca. Al contrario, i due aspetti interagiscono strettamente dandosi reciprocamente senso. Anzi, da topi di biblioteca quali in parte siamo, possiamo testimoniare che la storia dell’anarchismo, o meglio degli uomini e delle donne che lo hanno incarnato, è una storia di infinita creatività. Se si spulcia tra le tante carte d’archivio, che si tratti di libri, di giornali o dei più incatalogabili documenti, e ci si sforza di leggere nelle tante lingue dell’internazionalismo anarchico, ci si accorge che tra quelle carte ingiallite si trovano idee e sperimentazioni estremamente attuali. Certo le circostanze storiche sono diverse, e dunque a noi tocca contestualizzare e riattualizzare, ma la straordinaria capacità di immaginare e spesso prefigurare modi di vivere insieme senza gerarchie e senza dominio rimane sorprendente. Tanto che a volte – comparando le varie epoche – ci si chiede perché ogni generazione debba riscoprire le stesse cose e ripetere gli stessi errori quando basterebbe leggere in modo critico le “fragili carte” del passato per fare tesoro di una sperimentazione sociale formidabile.
E questa capacità prefigurativa dispersa nel tempo e nello spazio è anche l’inconfutabile prova di un altro punto fermo della nostra esperienza, ovvero che la storia dell’anarchismo non può che essere una storia dal basso. Con questo non intendiamo dire che “ripudiamo” il nostro atto fondativo dedicato a Bakunin, o i successivi momenti di riflessione dedicati ai grandi pensatori classici come Malatesta, Kropotkin, Reclus, Berneri… anzi, li rivendichiamo perché sono state rivisitazioni eterodosse che hanno estratto dal loro corpus teorico – e rimesso in circolo – tutto quello che parla all’oggi. Ma se è di storia non delle idee ma dei movimenti che intendiamo occuparci, allora è alle schiere anonime che hanno costruito tanto le barricate quanto le comunità che dobbiamo rivolgerci. Sono loro i protagonisti della storia anarchica.
Di questo e altro ci siamo occupati nel mezzo secolo che ci separa dal 1976, durante il quale abbiamo incessantemente composto e ricomposto la nostra visione di anarchia, un’attitudine che non abbiamo intenzione di abbandonare neppure nell’incerto futuro che ci aspetta. Una cosa però è certa: il nostro percorso continua, che ci sia la pax romana che ha contrassegnato il passato o gli scenari totalitari che si stanno delineando nel futuro prossimo. E un’altra cosa è altrettanto certa: questo percorso non lo abbiamo fatto da soli e continueremo a farlo con tantissime altre persone, rendendolo così una vera impresa collettiva.
Com’è inevitabile con lo scorrere del tempo, molti dei compagni e delle compagne che hanno reso vitale il nostro centro studi/archivio – a cominciare dal nucleo fondatore, lo stesso di “A rivista anarchica”, di “Interrogations” o di “Volontà” – non ci sono più. Eppure, quello che hanno fatto è ancora qui, le loro azioni e le loro riflessioni sono i mattoni che ancor oggi reggono l’edificio. Vogliamo ricordare in particolare due di loro, Amedeo Bertolo e Paolo Finzi, entrambi figure centrali della nostra storia. E chiudiamo citando una frase pronunciata proprio da Amedeo all’inizio di questo lungo viaggio: “Siamo anarchici e orgogliosi di esserlo”. Cinquant’anni dopo siamo ancora così.
Incontro Ficedl 2026
da venerdì 11 a domenica 13 settembre - Bologna
Da venerdì 11 settembre alle ore 18 a domenica 13 settembre nel primo pomeriggio si terrà a Bologna un incontro internazionale degli archivi anarchici. Oltre alle realtà che già aderiscono alla FICEDL – la Federazione internazionale dei centri studi e di documentazione libertari – l’invito è esteso a tutti gli archivi anarchici, a ricercatrici e ricercatori, e a chiunque sia interessato a mettere in comune la propria esperienza.
L’ultimo incontro bolognese degli archivi internazionali si è tenuto dieci anni fa e nel frattempo la rete è continuata a crescere – è il caso delle attività di ReBal (Rete delle Biblioteche Anarchiche e Libertarie) – ed è aumentata la consapevolezza del ruolo degli archivi e delle biblioteche di movimento come punti fermi per la critica del dominio e per estendere le pratiche di autogestione. In una fase complessa in cui ci aspettano sfide importanti c’è bisogno di rafforzare le radici per stare saldi di fronte alla tempesta e affrontarla senza tentennamenti.
Programma
La Biblioteca Elio Xerri (Circolo Anarchico Berneri) di Bologna
In collaborazione con il Centro studi libertari / Archivio G. Pinelli di Milano
Lista aderenti:
Maggio 2026 - il maggio 1968 - consigli culturali - nuova cover stories
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Breve elogio della storia orale e militante
di Cesare Bermani
Fonte: AA. VV., Voci di compagni, schede di questura, elèuthera, 2002.
Mi limiterò ad accennare alcune tra le molte questioni di metodo poste dalla “storia orale”.
Una narrazione registrata su nastro, prodotto dell’incontro irripetibile tra due o più persone, è strettamente condizionata al “qui e ora”, per cui anche un suo uso a distanza di tempo (e farò poi degli esempi a me successi) può avere conseguenze impreviste e che sarebbe sempre meglio prevedere.
Anzitutto due conversazioni sui medesimi temi fatte a distanza di tempo con la medesima persona possono anche differire moltissimo: perché le domande del ricercatore non sono più le stesse e anche perché una narrazione orale è sempre già un’interpretazione degli avvenimenti narrati da parte di chi la rende e quell’interpretazione è soggetta con il trascorrere del tempo a modificazioni che possono talvolta anche diventare radicali.
A me è capitato, ad esempio, di utilizzare in un saggio un dialogo che avevo avuto con un partigiano che il 12 novembre del 1944 aveva fatto sparare per sbaglio alla sua squadra sull’automobile di un collaboratore della Resistenza, uccidendone la moglie. Il fatto era avvenuto dopo il coprifuoco sull’autostrada, quando si poteva presumere che transitassero solo automezzi tedeschi e fascisti. Processato in una formazione, il caposquadra era stato condannato con questa sentenza:
“SENTENZA
A carico del Capo-squadra Ciucch del 2¡ Battaglione “Greta” dell’82a Brigata “Osella” imputato di omicidio colposo.
FATTO
Nel mese di novembre il giorno 12 il Capo-plotone Ciucch dell’82a Brigata “Osella” era in servizio di appostamento con una squadra sulla strada Novara-Torino. Secondo una informazione di un membro del CLN locale, su quella strada in quel giorno, dalle ore 19 alle ore 20 sarebbe transitata un’automobile 1.100 con a bordo il questore di Novara o il capo della “squadraccia” Martino. Nell’intervallo di tempo indicato passarono un camion ed una macchina senza che la squadra li attaccasse. Poi giunse una macchina 1.100 a velocità normale. Il Ciucch ritenne che questa fosse la vettura dei due personaggi e a scopo di avviso sparò una raffica in aria. La vettura anziché fermarsi sembrò accelerare, per cui gli uomini spararono contro di essa alcune raffiche. La macchina si fermò, alcuni uomini della squadra si avvicinarono per rendersi conto dell’accaduto. Un uomo venne fuori dalla macchina imprecando e sbraitando. I partigiani si resero conto che quella non era la macchina attesa e che era stata uccisa la moglie dell’uomo. Mentre essi si concertavano sul da farsi, apparve a distanza un autocarro, per cui i partigiani tutti si allontanarono dalla zona.
DIRITTO
Ritenuto provato che il Ciucch ricevette da un membro del cln locale l’informazione che il giorno 12 sarebbe transitata sulla strada Novara-Torino una macchina 1.100 con a bordo il questore di Novara o il capo della squadraccia Martino dalle ore 19 alle ore 20; ritenuto che il Ciucch e i suoi uomini erano animati dall’idea di effettuare un’azione di guerra che se riuscita avrebbe attribuito grande merito; ritenuto che per fatale coincidenza nell’ora indicata transitava una macchina 1.100 per cui il Ciucch e i suoi uomini potevano a giusta ragione credere trattarsi della vettura attesa; ritenuto che il Ciucch, com’è risultato in istruttoria, sparò in segno di avviso una raffica in aria, e che la macchina anziché fermarsi accelerò e dopo di che gli uomini spararono alcune raffiche causando il fatto lamentato; ritenuto che deve trattarsi di un fatale errore ma in pari tempo il Ciucch quale Capo-plotone non ha mostrano molta avvedutezza e sagacia sia nella valutazione della informazione ricevuta, sia nella identificazione della vettura, sia nell’allontanarsi dalla zona affrettatamente senza recare il necessario soccorso; ritenuto che in particolare l’imputato sulle prime ha negato di essere l’autore del fatto, dichiarando di non saperne nulla, dimostrando con ciò una evidente mala fede; tutto ciò ritenuto, deve dichiararsi il Ciucch responsabile di omicidio colposo.
P.Q.M.
IL TRIBUNALE visti i capi d’accusa, uditi gli accusatori, udita la difesa, dichiara il Ciucch responsabile del reato di omicidio colposo e lo condanna a cinque anni di reclusione da scontarsi al termine della guerra; delibera che il Comando della 82a Brigata “Osella” lo trattenga presso la Formazione armata per impiegarlo nelle più rischiose azioni di guerra in considerazione dei suoi meriti militari; delibera che il suo comportamento nel frattempo sarà preso in considerazione dai superiori Comandi come titolo per un’eventuale riabilitazione.
Sede, lì 15 novembre 1944”.
A me era parso che questa sentenza (che tra l’altro assumeva non tanto un valore di sanzione punitiva quanto piuttosto quello di stimolo delle capacità militari del giudicato, che in seguito catturò numerosi tedeschi utilizzati per scambi e quindi si emendò ampiamente di quel suo errore) mettesse in luce la buona organizzazione delle formazioni partigiane valsesiane e valesse la pena di essere raccontato. Così nell’ottobre 1967 intervistai il Ciucch e gli chiesi di potere raccontare questa sua storia, ottenendo un assenso. Riuscii però a pubblicarla soltanto dodici anni dopo, su “Ieri Novara oggi”, rivista dell’Istituto storico della Resistenza. Il clima politico era profondamente mutato da allora e il “Ciucch”, che io non avevo più interpellato, aveva cambiato idea sull’utilità di quella pubblicazione. Quando vide la pubblicazione si adombrò e con altri partigiani andò a requisire manu militari la rivista nelle librerie, litigando pesantemente con Eraldo Gastone, ex comandante militare del Raggruppamento Divisioni Garibaldi della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, considerato responsabile della pubblicazione del pezzo in quanto presidente dell’Istituto storico.
Qui abbiamo la modificazione nel tempo del punto di vista di un narratore sull’opportunità di dare pubblicità a una vicenda della sua vita.
Trasformazioni ancora più complesse possono presentare i punti di vista riguardanti le cosiddette “fonti orali formalizzate”, in particolare le canzoni.
Ad esempio, venuto meno il lavoro di risaia e trasformatosi il canto di risaia sul lavoro in canto “testimoniato”, avvennero in più occasioni significative trasformazioni nel modo di vivere il repertorio del passato da parte di chi l’aveva cantato. È il caso del coro di Trino Vercellese, che ha mantenuto a lungo il valore di testimonianza esemplare di uno stile vocale in via di sparizione. E per questo negli anni Settanta si decise valesse la pena di dedicare un “disco del sole” a questo coro di mondariso.
Ce ne occupammo Franco Coggiola ed io e, avendo avuto la possibilità di comparare le esecuzioni del coro di Trino Vercellese sull’arco di ben diciotto anni, dal 1960 al 1978, notammo come fossero quasi sempre migliori (e dico “migliori” intendendo “più vicine” al modo come si cantava in risaia) quelle effettuate negli anni Sessanta rispetto a quelle effettuate dal 1975 in poi. Queste ultime avevano perso lo smalto di una volta e in esse il coro tendeva spesso a iniziare le esecuzioni su delle tonalità più basse che in passato, mentre anche il “pedale” non aveva più la robustezza di anni prima. Non vi era dubbio che il distacco dalla risaia aveva avuto notevoli conseguenze con il passare del tempo sul loro stile. Sicché quando producemmo un loro disco con l’intenzione di dare una testimonianza esemplare di uno stile vocale ormai destinato rapidamente a scomparire, le critiche sul nostro operato da parte delle ex mondariso che in quel momento componevano il coro non furono di poco conto. Esse ormai vivevano in modo diverso il loro mondo musicale e non si riconoscevano più in esecuzioni troppo vicine al mondo nel quale avevano lavorato. Si erano staccate dai canti che avevamo registrato in risaia o nell’aia dei cascinali e si riconoscevano invece nel repertorio molto “addolcito” che portavano allora in giro per le feste de “l’Unità” o in altre feste di paese. Svolgendo una funzione peraltro molto importante, perché le canzoni popolari e i canti sociali restano in uso se c’è qualcuno che le tramanda. E su questo vorrei soffermarmi.
Prendiamo, per esempio, un classico del repertorio anarchico quale può essere La colonia Cecilia. Gianni Bosio e Roberto Leydi fecero alcune puntate di ricerca a Carrara e Pisa nel 1962 e trovarono un solo militante, Foresto Ciuti, che la ricordava e sapeva cantarla. Infatti i canzonieri anarchici avevano pubblicato il solo testo, senza indicazione di melodia e senza musica. Pubblicata in un “disco del sole”, ricantata dai gruppi del Nuovo Canzoniere Italiano, La colonia Cecilia fu poi ripubblicata in moltissimi altri canzonieri, spesso con la musica, ridiventando così, parte stabile del repertorio dell’odierno canto anarchico.
Pure parte del repertorio anarchico è ridiventato Il feroce monarchico Bava, così chiamato sui “dischi del sole” e all’inizio erroneamente considerato come parte del repertorio socialista da Gianni Bosio. Anche qui il canto fu ritrovato sul campo nel 1963 e soltanto in seguito, grazie a ricerche d’archivio proprio stimolate da quella scoperta, si potè giungere ad attribuirla al repertorio anarchico.
Ripercorro l’iter di quella ricerca, che conosco bene dal momento che capitò solo a me di ritrovare brandelli di quel canto e una versione priva del ritornello (di cui è rimasta ignota la melodia). Il primo a cantarmene una strofa, peraltro su una melodia indecifrabile per un difetto di emissione vocale, fu un pensionato del 1901 nel Circolo operaio Archimede di Novara, che la razionalizzò a questo modo: “Si riferisce a quando Umberto I ha fatto sparare a Milano sulla folla. Allora Bresci Gaetano ha detto: ‘Ride pur te sabaude marmaglia / se i fratelli hanno ucciso i fratelli / se i fucili han domato i ribelli / ma quel sangue sul tuo capo cadrà’. E nel Novecento il re l’hanno ucciso”. Qualche giorno dopo registrai un vecchio militante, nato nel 1891 e in gioventù anarchico, al Circolo Riscatto proletario di Novara. Non ricordava le parole ma diceva che si cantava su una melodia, che mi canticchiò, rientrante nel novero dei modi musicali di cui si servivano abitualmente i cantastorie padani e presentante delle somiglianze con quello di O Gorizia tu sei maledetta. Sempre in quella primavera mi capitò poi di registrare al Circolo Fatti di Lumellogno l’unica versione del canto che sia stata mai reperita prima del suo tornare in circolazione. La sapeva un contadino comunista, nato nel 1900. Sembrava (ed era, come potei constatare quando il canto, con il titolo di Inno del sangue, fu ritrovato su un canzoniere anarchico di inizio secolo) abbastanza integra, su una melodia da cantastorie diversa dalla precedente e anche da quella su cui oggi si esegue la canzone. Il contadino che la ricordava mi disse d’averla imparata durante il Biennio Rosso e d’averla da allora sempre cantata. Durante l’estate trovai poi a Granozzo un altro contadino del 1901, che da giovane era emigrato in Argentina. Mi disse di avere imparato là la canzone e ne cantò una strofa (anche qui quella più su riportata, l’unica che gli era rimasta nel ricordo per la profezia del regicidio), sempre su un modo musicale proprio ai cantastorie padani. Disse che il testo era riportato su un canzoniere argentino bilingue (spagnolo e italiano) che non aveva più. Quest’ultima melodia mi piacque più delle altre e cominciai ad adattare a essa le parole della canzone che ero riuscito a recuperare. Ma nell’adattare questo motivo musicale alla mia voce apportai senza avvedermene delle consistenti modificazioni. Sandra Mantovani apprese poi quella versione della canzone da me e la cantò in un “disco del sole”. E in quella forma la canzone riprese a circolare e a vivere diffondendosi tra i contestatori pre-sessantotteschi. Poi su quella melodia quattro giovani anarchici mantovani adattarono le parole della Ballata del Pinelli. Quanto al testo riferito ai fatti del maggio 1898 si ebbe la prova del suo appartenere al repertorio anarchico perché si trovò quel canzoniere argentino bilingue al quale aveva accennato già il contadino di Granozzo: edito a Buenos Ayres da “La questione sociale”, benché mancante della pagina con la data, risaliva certamente ai primi anni del secolo. Poi Pier Carlo Masini trovò una versione manoscritta del canto nella cartella di polizia di Luigi Fabbri, sequestratagli al domicilio coatto di Favignana, permettendo quindi di collocare con certezza l’origine del canto tra il 10 maggio 1898, giorno dell’arresto di Fabbri e il 17 ottobre 1900, giorno della sua liberazione. Come vedete, la razionalizzazione di un canto è spesso cosa tutt’altro che facile. Né ci si può fidare ciecamente di quanto comunicano in proposito anche straordinari conoscitori di canti anarchici. Posso testimoniare che Armando Borghi e Alfonso Failla hanno spesso sbagliato nell’attribuzione di canti a uno o all’altro autore.
Ho fatto questi esempi per ricordare che se oggi c’è un repertorio di canti anarchici, socialisti, repubblicani è perché ci sono state delle iniziative organizzate per fare conoscere queste canzoni e farle ricantare. Le canzoni restano memoria di un movimento se sono cantate e fatte conoscere. Altrimenti spariscono. Ma naturalmente questo fatto di rimetterle in circolazione pone poi complessi problemi filologici a chi volesse ripristinarne il testo e la melodia originaria.
Registrare un racconto su un episodio e pubblicarlo così com’è stato fatto può suscitare reazioni in altri protagonisti di quell’episodio. Recentemente, nella prefazione al mio libro Il nemico interno (Odradek, Roma, 1997), ho pubblicato il racconto di Giorgio Bertani a proposito del rapimento del console spagnolo a Milano nel 1962. La vicenda aveva avuto un grosso impatto su di me e su altri miei coetanei e ne volevo quindi parlare. Pensai quindi di rivolgermi a Bertani per saperne di più suscitando la reazione di Amedeo Bertolo, che mi diede altra versione dei fatti, sollecitando giustamente un incontro a più voci per stabilire una più attendibile “verità” su come fossero andate le cose. Infatti la narrazione di un solo protagonista di un fatto (che in questo caso sembra essere stato più marginale di quanto non credessi) è per sua natura sempre parziale e può essere utilizzata da un punto di vista storico solo se comparata ad altre fonti.
Poiché era mia intenzione raccontare il più giustamente possibile come erano andate le cose, posso soltanto dire che in quel momento non tenni conto di un’avvertimento basilare quando si tratta di fonti orali, noto già ad Erodoto (Le storie, vii, 152): “Io sono tenuto a riferire quel che si dice, ma a prestar fede a tutto non sono tenuto, e queste parole valgano per tutto ciò che racconto”. E, con intuizione acquisita con grande fatica dalla nostra odierna cultura, riportava anche quello a cui non credeva perché non gliene sfuggiva l’importanza. Sapeva insomma che una leggenda non è la ricostruzione di un fatto, sia pure visto dagli occhi di un uomo e ri-creato dalla sua memoria, che di solito è diversa dalla memoria di un altro uomo.
Ma, ancor meno, in quell’occasione ho tenuto conto di quest’altro consiglio di Tucidide (Le storie, I, 22): “I fatti concreti degli avvenimenti di guerra ritenni di doverli narrare non secondo le informazioni del primo venuto né secondo il mio arbitrio, ma in base alle più precise ricerche possibili su ogni particolare, sia per ciò di cui ero stato testimone diretto sia per quanto mi fosse riferito dagli altri. Faticose ricerche, perché quelli che avevano partecipato ai fatti non dicevano tutti le stesse cose sugli stessi avvenimenti, ma riferivano a seconda del loro ricordo o della loro particolari simpatie”.
E, visto che sono in visita ai padri della Storia, vorrei ricordare che, per loro, studio dei costumi e cultura orale stavano alla base di qualunque possibile storia. Sicché, a proposito dell’uso delle fonti orali in storiografia, non va dimenticato che la radice stessa della parola storia, proviene dal greco orao, cioè vedo, ossia cose vedute; e che quindi la storia orale è nata con la storia stessa e che le contrapposizioni o differenziazioni tra “uomo storico”/”uomo folklorico”, “storia/ antropologia/ etnologia/ sociologia”, “ricerca d’archivio”/ “inchiesta sul campo” (“storia” significava originariamente “inchiesta”) “cultura scritta / cultura orale” sono in larga misura i portati dell’avvento della stampa, della divisione del lavoro e della nascita degli Stati moderni come separati/contrapposti alla società. Sono insomma contrapposizioni o differenziazioni prodotte dalla divisione in classi moderne della società e partizioni a forte valenza ideologica.
Non è quindi casuale, come abbiamo visto, che proprio in questi padri della Storia spesso ci si imbatta in consigli e intuizioni soprattutto utili agli odierni storici orali. Polibio, lo storico delle guerre puniche, spiega in tal modo perché Timeo fa cattiva storia (e di Timeo in giro ne abbiamo tanti): “pur essendo la vista [ma qui “vista” sta per partecipare agli avvenimenti di cui si parla, nda] non poco più attendibile, [È] tuttavia [È] trascurò totalmente quanto si desume dalla vista, e fece ricorso a tutto quel che si apprende con l’udito. E visto che anche questa via di apprendimento presenta due possibili opzioni, indagò attraverso la lettura dei testi di storia, ma si astenne con leggerezza dal compiere inchieste orali. È facile capire per quale ragione Timeo fece questa scelta. Dai libri si possono apprendere informazioni senza pericolo e senza disagio alcuno, purché si fissi la propria sede in una città ricca di documenti o nelle vicinanze di una biblioteca. Poi, standosene comodamente sdraiati, non rimane che considerare le opere altrui e scoprirne gli errori senza nessun sacrificio personale. Le investigazioni dirette invece richiedono molto sacrificio e spesa, ma sono utilissime e costituiscono la parte più importante della ricerca storica” (Storie, XX, 27).
Ma, vorrei notare, come Polibio prosegua tessendo un vero e proprio elogio dello storico militante: “... Verrebbe voglia di chiedere al nostro storico se sia dell’avviso che comporti una spesa e una fatica maggiori raccogliere commentari e investigare sui costumi dei Liguri e dei Celti standosene seduti in città o andarsene in giro per vedere di persona il maggior numero possibile di popoli e di località. E che? È più faticoso conoscere le battaglie, gli assedi delle città e gli scontri navali delle persone che hanno preso parte a quei combattimenti, oppure comporta maggiore fatica fare diretta esperienza dei pericoli e di quanto li accompagna partecipando proprio a quelle azioni? Personalmente, credo che non ci sia tanta differenza fra gli edifici reali e i paesaggi delle scenografie [È] quanta ce ne è, invece, in tutti gli scritti di storia, fra una esposizione legata a una personale esperienza e a una diretta partecipazione agli eventi e quanto è scritto, invece, sulla base del sentito dire e delle esposizioni altrui. Timeo, che era completamente ignaro di tale differenza, ritenne probabilmente che il compito più lieve e più facile in assoluto per quanti compongono opere storiche (mi riferisco alla raccolta di commentari e all’interrogazione di quanti hanno diretta conoscenza dei singoli avvenimenti) fosse invece il compito più gravoso e il più arduo. Ma anche per questa parte del lavoro dello storico è inevitabile che gli inesperti commettano gravi inesattezze. Come possono, infatti, costoro formulare bene le domande su una battaglia, sulle espugnazioni delle città o sugli scontri navali? Come può intendere i dettagli dei resoconti scritti chi è ignaro di quanto è stato sopra detto? In un resoconto storico, infatti, chi fa le domande contano non meno di quanti danno le risposte, perché il solo far ricordare gli eventi concomitanti ai fatti spinge chi racconta a precisare i singoli particolari degli avvenimenti. Ecco per quale motivo l’inesperto non è capace di interrogare i testimoni e non riesce a comprendere l’accaduto neppure se è presente all’evento. Anzi, nonostante sia presente, in un certo senso dà l’impressione di non esserci, pur trovandosi l“.” (Storie, XX, 28a).
Per questo anche la storia dell’anarchia avrà più validità se scritta dal militante che si fa storico (ciò che richiede ovviamente anche strumenti peculiari di lavoro) piuttosto che se scritta da un Timeo odierno, cioè da qualche mero cavaliere dell’inerzia universitario.
Scrive ancora Polibio: “Per quanto mi riguarda, mi sentirei di dire che la ricerca storica andrà bene nel caso che a mettersi a comporre storie siano quanti partecipano alla vita politica. Non dovrebbero però scrivere storie saltuariamente, come succede ora, ma, nel corso della loro vita, dovrebbero riporre ogni ambizione in questa attività, nella convinzione che si tratti, per loro, del compito più necessario e più nobile che ci sia” (Storie, XII, 28).
Si, gli storici dell’antichità non si vergognavano di farsi “storici militanti” e, anzi, consideravano i militanti gli unici storici possibili. E, per quel che concerneva in particolare la ricerca orale, ci ricordavano come fosse necessario conoscere almeno un po’ quanto si vuole studiare e fare oggetto di colloquio, perché chi interroga non contribuisce meno di chi risponde all’esattezza della relazione. In affermazioni di questo genere c’è presente nei classici dell’antichità una consapevolezza dei problemi che l’oralità porta con sé solo faticosamente riacquistata dalla storia orale contemporanea dopo che per decenni e decenni le faticose ricerche su campo erano state eluse dalla stragrande maggioranza degli storici.
Ma, per chiudere, mi viene da domandarmi se Amedeo Bertolo, dopo che io avessi ascoltato tutti i protagonisti della vicenda del rapimento del console spagnolo, sarebbe soddisfatto della mia ricostruzione. Penso che non sarebbe così se fosse solo un militante ma sarebbe così se fosse (come penso) anche lui un militante che si è fatto storico. E spiego quello che voglio dire facendo alcune considerazioni sui rapporti tra memoria individuale o di gruppo da un lato e storiografia dall’altro, che sono cose molto diverse, anche se una buona storiografia deve cercare rapporti con la memoria e forse anche una buona memoria deve avere rapporti con una storiografia. Memorie e storiografie rappresentano punti di vista diversi sul passato. La memoria di un gruppo fa le sue selezioni, ha le sue censure e le sue invenzioni. Per esempio, chi ha fatto la guerra in Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale darà spesso una visione idillica di quella guerra. I massacri sono stati cancellati dalla loro memoria. Però c’è l’eccezione che te li racconta. E quando tu poi tieni conto di quello, gli altri si inalberano; perché gli ripresenti un rimosso intollerabile.
Per fare un altro esempio, i deportati ebrei hanno spesso dimenticato interi episodi, rimossi totalmente, di quanto avevano scritto nei diari in campo o nel dopoguerra, tanto di sostenere a volte come fosse impossibile che certe cose scritte nel diario potessero essere realmente accadute, perché non ne avevano più il benché minimo ricordo e sembravano loro “irreali”.
È quindi difficile che memorie e storiografie vadano d’accordo. Naturalmente gli storici, pur spesso entrando in collisione con quelle memorie, proprio per dare a questi gruppi una storia, lavorano a loro fianco. Se memorie e storiografie sono cose distinte, entrambe vogliono però salvare il passato dall’azzeramento del tempo. Ma un conto è occuparsi del passato per rafforzare identità collettive, un conto è occuparsene per assumersi, e invitare ad assumere, la responsabilità nei confronti del passato.
La tendenza odierna a sostituire la memoria alla storia (“Uso pubblico”), esaltato dal bisogno di identità collettiva e dalla distruzione delle identità tradizionali, può diventare assai pericolosa. Quando la memoria non ha più rapporti con la storia il quadro può farsi anche drammatico. La tendenza all’estinzione della memoria come spontaneo prodotto della autoperpetuazione dei gruppi sociali e delle comunità non solo non ha vanificato, ma anzi ha reso in qualche modo oggi più acuto il bisogno di memoria come bisogno di identità. Direi che oggi nella società c’è un eccesso di memorie e ciò che noi chiamiamo memoria si configura sempre di più come un campo di battaglia aperto, in cui élites culturali e politiche lottano per la imposizione di progetti egemonici. Rispetto a ciò il mestiere dello storico è quello del “guastafeste delle memorie”, poiché deve ricordare, come ha sottolineato Pierre La borie, che esiste uno scarto: tra la certezza dell’esperienza vissuta e gli interrogativi critici che derivano da altre fonti sul modo in cui si è svolto il passato; tra le commemorazioni e il metodo storico; tra le amnesie puntuali o gli arrangiamenti del tempo rimodellato e le dure realtà della cronologia minuziosamente ricostruita; tra le ingannatrici facilità dello sguardo retrospettivo e il rifiuto di remare seguendo la corrente per continuare a osservare gli uomini e gli eventi a monte; fra una memoria identità, cemento di solidarietà e di fraternità, e delle memorie a lungo vagliate, ripulite e ritagliate secondo esigenze di verità; fra la seducente coerenza del discorso esplicito e la ricerca del non-detto, dell’oblio, dei silenzi; tra la legittimazione derivante da un passato ricostruito con troppa forza sulla scia di un impegno e dei valori da preservare dalla banalizzazione tramite la ricostruzione storica.
Peraltro gli avvenimenti sono sempre oggetto di una ricostruzione, sia questa ricostruzione venga fatta da qualche memoria, sia venga fatta da qualche storiografia. Ma la memoria è parte della vita odierna, mentre la storia è la ricostruzione sempre problematica e incompleta di ciò che non è più. La memoria colloca il ricordo per lo più in una zona mitica, la storia la sloggia. La memoria è un assoluto e la storia non conosce che il relativo ed è sempre delegittimazione del passato vissuto, quindi sia di memorie individuali sia di memorie di gruppo. Perciò i protagonisti di un evento o di un’epoca spesso non si riconoscono nelle ricostruzioni che di esse vengono fatte dagli storici, a meno che non siano appunto militanti fattisi storici nel senso desiderato da Polibio.
Nuove digitalizzazioni: in questi mesi abbiamo digitalizzato e reso disponibili sul nostro sito tutti i numeri della rivista "Libertaria. Il piacere dell'utopia", esclusi quelli ancora in vendita sul sito Mimesis. Il lavoro non sarebbe stato possibile senza il prezioso aiuto di Gaetano Ricciardo e della biblioteca Borghi che ha condiviso con noi i numeri che avevano già scansito.
Nuovo articolo: grazie al lavoro di digitalizzazione di "Libertaria. Il piacere dell'utopia" abbiamo recuperato e reso disponibile in versione on line l'articolo di Michail Platonov L’anarchico Ghezzi contro Stalin. Per approfondire la figura di Francesco Ghezzi potete anche leggere la Cover Story uscita sul Bollettino 27.
Nuovo video: dopo l'incontro del 28 ottobre "La storia dal basso origini, metodi e sviluppi di un originale sguardo sulla ricerca storica" con Marcus Rediker, Carlo Greppi e Laboratorio Lapsus, che ringraziamo sentitamente per l'interessante dibattito, vi proponiamo il video della conferenza per chi non avesse potuto partecipare.

"Libertaria. Il piacere dell'utopia" nasce a Milano nel 1999. Numerosi negli anni della sua pubblicazione sono stati i redattori e i collaboratori, mentre Luciano Lanza ne è stato il responsabile dal primo numero fino all'ultimo uscito nel 2018.
Riportiamo la prima parte dell'editoriale del primo numero in cui si spiega il senso del progetto:
"Una nuova rivista è sempre una scommessa. Libertaria non si sottrae a questa regola. Ovviamente. Ma è altrettanto ovvio che i promotori e i collaboratori di Libertaria sono convinti di vincere la scommessa. Oggi il pensiero libertario, il pensiero anarchico, si presenta (ed è) come uno dei più originali e convincenti in un contesto caratterizzato dalla 'crisi delle ideologie'. E non è un caso che l'anarchismo si sottragga a questa crisi generalizzata: non è mai stato un'ideologia nel senso pieno del termine, ma una teoria e una pratica della libertà, dell'eguaglianza e della diversità. Ed è anche per questo suo aspetto poliedrico e al contempo omogeneo (contraddizione solo apparente), che è riuscito a influenzare quasi tutti i campi del sapere e dell'arte moderni. Incredibile, a prima vista, ma vero. Questa influenza, a volte esplicita altre volte sottaciuta (quasi occultata), necessita di un 'luogo' di rappresentazione, di elaborazione, di ricerca. Questo vuole essere Libertaria."
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L’anarchico Ghezzi contro Stalin
di Michail Platonov
fonte: «Libertaria», anno 8, numero 4, 2006
traduzione di Roberto Ambrosoli
Ci sono persone nella cui esistenza non sono presenti aspetti superficialmente splendidi o avventure da togliere il fiato, eppure ci colpiscono per la loro integrità, per la capacità di conservare la propria dignità anche in condizioni tremende. Di questo tipo è la vita di Francesco Ghezzi, operaio anarchico di Milano morto nel gulag staliniano nel 1942. Ecco la sua storia raccontata da un giovane anarchico russo.
Una delle ultime descrizioni di Francesco Ghezzi si trova nelle Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge. Parlando della propria partenza dall'Unione Sovietica nel 1936, dopo una campagna intemazionale per la sua liberazione, Serge scrive: «Magro e altero, Francesco Ghezzi, operaio di una fabbrica di Mosca e unico ‘sindacalista’ ancora in libertà in Russia, è venuto a salutarci al treno». «Magro e altero», così appare in una foto segnaletica del 1937, allegata alla pratica aperta su di lui dalla GPU, la polizia politica staliniana. Profilo orgoglioso e fiero, lo sguardo intenso di un uomo indomito nonostante sia stato ripetutamente in prigione, anche nell'URSS. Nell'atmosfera segnata dal terrore staliniano, sia fuori sia dentro il carcere, è riuscito a mantenere una sua libertà interiore, sorprendente date le circostanze e l'atteggiamento pubblico predominante. Tale libertà si è espressa in azioni semplici ma oneste e coerenti, come pochi in quei giorni osavano compiere. Semplicemente, ha rifiutato di sottomettersi alle regole del regime.
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