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Ricevuto — 15 Giugno 2026 Carmilla on line

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen

15 Giugno 2026 ore 21:55

di Mauro Baldrati

La mostra, che sarà visitabile fino al 19 luglio al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è la riedizione della mitica Ladies and Gentlemen del 1975, che provocò diverse polemiche per l’argomento trattato: le Drag Queen di Manhattan. Inoltre ampi spazi sono dedicati all’inserimento di alcune opere classiche, le serigrafie e i ritratti di Man Ray, Mao, Marilyn, Mick Jagger, Liza Minnelli. Ne ripete anche l’allestimento, le gigantografie degli articoli che ne parlavano applicate sulle soglie delle porte, che Andy Warhol in persona sfondò il giorno dell’inaugurazione.

E proprio l’arrivo dell’artista e Ferrara, un remoto filmato in bianco e nero perfettamente sgranato come vuole la tecnica dell’epoca, è proiettato come una sequenza onirica osservata da un binocolo rovesciato su uno schermo all’inizio del percorso. Contiene alcuni passaggi dell’intervista, con domande da parte di critici e del responsabile dell’allestimento della mostra. E qui assistiamo divertiti all’atteggiamento vacuo del personaggio, che ricorda le interviste del primo Bob Dylan: espressione distratta, risposte telegrafiche tipo Beh, è possibile, Credo di sì, non più di quattro o cinque parole. Gli intervistatori, con tanto di giacca e cravatta anni Settanta e occhiali dalla montatura pesante, spiazzati, non demordono, e quando uno gli chiede se è cosciente del fatto che lo smantellamento del mito attraverso la sua estremizzazione ha creato un nuovo mito (il suo), Warhol, impassibile, formula un vago Ah, credo che potrebbe essere… Poi si gira verso un ragazzo che gli siede a fianco e fa un garbato: Forse è meglio se rispondi tu… E lui parte con una classica disamina critica.

Le Drag Queen di cinquant’anni fa – travestiti (un termine oggi in completo disuso) che animavano l’ambiente off di New York) sono ritratti – o rappresentati attraverso l’intervento artistico con intensi colori acrilici – quasi sempre in primo piano o di quarta. Sono immagini dai toni espressionisti, si potrebbero definire gioiosi, certamente performativi di un’iconografia underground, di cui Warhol è stato uno dei maestri assoluti.

Il visitatore in età che entra nelle stanze coi ritratti sulle pareti, con quelle sequenze – oggi diremmo serie – di sfondi e volti colorati, può provare sensazioni simili a quelle di una leggendaria notte del 1971, quando i Pink Floyd si esibirono a Brescia in un palazzo dello sport circolare. Il suono elettronico di Ummagumma viaggiava lungo le pareti, proiettando gli spettatori, stesi sul pavimento (non c’erano sedie) coi sensi potenziati dalla cannabis, nell’iperspazio.

Qui il visitatore gira su se stesso, segue il flusso dei ritratti seriali, quegli stessi primi piani che transitano nei loro doppi attraverso scale progressive di colore e prova un senso di smarrimento. C’è qualcosa di imperiale in quei ritratti. In quei personaggi che, come fantasmi, sono stati fissati su fondali antichi, come i mosaici di una cattedrale. Chi deve aver provato sensazioni simili è stato Pier Paolo Pasolini, espresse in un articolo dattiloscritto esposto sotto vetro:

Ho davanti agli occhi le serigrafie e alcuni dipinti di Warhol. L’impressione è di essere di fronte a un affresco ravennate rappresentante figure isocefale, tutte, s’intende, frontali. Iterate al punto da perdere la propria identità e di essere riconoscibili, come i gemelli, dal colore del loro vestito. L’abside della cattedrale che Warhol costruisce e poi getta al vento disperdendola nei tanti ritagli delle figure isocefale e iterate, è in effetti bizantina. L’archetipo delle varie è sempre lo stesso: perfettamente ontologico. E’ la qualità di vita americana che sembrerebbe essere l’equivalente della sacralità autoritaria della pittura ufficiale cristiana delle origini: fornire cioè il modello metafisico di ogni possibile figura vivente.

Come non evocare Marguerite Yourcenar nel 1935 in contemplazione dei mosaici di San Vitale a Ravenna:

Qui, imperatori hanno spaccato in quattro capelli di dogmi, hanno violentato verità, hanno trattato testi come città conquistate, hanno fatto subire al senso delle frasi della Scrittura l’equivalente delle trasposizioni di sesso con le quali si erano cimentati i Cesari. Tutti i fuochi d’artifizio celesti sono stati consumati su questi muri da una razza impaziente, decisa a mangiare quaggiù le promesse di un Dio appena germogliate. Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema; essa conduce alla vertigine. Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir. Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio. Affondati nelle viscere dell’estasi, partono alla ricerca di un sole di mezzanotte, ai mistici antipodi del giorno. Rinchiusi in un sogno, imprigionati sotto la campana da palombaro delle cupole, sfuggono alla frenesia del mondo nella serenità del baratro.

Quegli uomini-donna, come li definiva Proust settant’anni prima, artisti, attori in compagnie teatrali off, frequentatori di salotti mondani contaminati dalla frenesia del mondo nella serenità del baratro gesticolano, posano, lampeggiano sguardi, recitano parti estreme della vita. Distruggono dogmi, violentano verità. La loro innocenza, la loro purezza, filtrate dalla serialità cromatica che ne fa una continua rinascita, sono alla ricerca ossessiva del sole di mezzanotte. Nelle serigrafie, nelle Polaroid, una tecnica fotografica che ha influenzato generazioni di artisti e fotografi degli anni Ottanta e Novanta, Andy Warhol ha inseguito i volti e la mimica degli ultimi imperatori che hanno regnato agli antipodi del giorno.

La mostra contiene anche scritti, schede informative, e una sezione dedicata alla creazione della Factory, la comune artistica (e stupefacente, le droghe scorrevano a fiumi) che operava in un vecchio magazzino con le pareti tappezzate di allumino. Seguiamo la fondazione dei Velvet Undergound nel 1964, la creatività furiosa degli esordi, l’inizio del cannibalismo artistico della mitologia commerciale e consumista (le trenta lattine di zuppa Campbell), le serigrafie che l’hanno rivolta anche alla mitopoietica politica (la formidabile stanza dedicata alla serie su Mao) e dello spettacolo (la serie iconica e malinconica di Marilyn Monroe), gli attori, i poeti, le modelle, i beatnik emaciati nerovestiti che la frequentavano giorno e notte.

E’ una mostra da visitare con calma, evitando il fine settimana (nell’ultima foto vediamo la fila dei visitatori in attesa di entrare in un tardo pomeriggio di sabato). Per gli orari e i biglietti qui.

Ricevuto — 11 Giugno 2026 Carmilla on line

Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4

11 Giugno 2026 ore 21:53

di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

Cosa avete in programma per il futuro?

Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

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