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Ricevuto — 6 Marzo 2026 Il Foglio - Cronaca

Forze dell’ordine, più pensionamenti e organici ancora sottodimensionati. Il governo corre ai riparti

6 Marzo 2026 ore 18:32

Il sistema della sicurezza italiana continua a fare i conti con una doppia pressione: da un lato l’aumento dei pensionamenti, dall’altro una carenza strutturale di personale che resta significativa nonostante il rafforzamento delle assunzioni avviato negli ultimi anni. A fornire una fotografia dei numeri è stato oggi il sottosegretario al Mase Claudio Barbaro, rispondendo alla Camera a un’interpellanza urgente del Pd sulla consistenza degli organici, sulla programmazione del reclutamento e sul numero delle scuole di formazione delle forze di polizia.

Uno dei nodi principali riguarda l’ondata di uscite dal servizio. Negli ultimi anni il ritmo dei pensionamenti è cresciuto sensibilmente. “Le cessazioni dal servizio per le tre forze (polizia, carabinieri e guardia di finanza) dal 2014 al 2022 sono state relativamente contenute, con circa 63.911 uscite”, ha spiegato Barbaro. Diversa la situazione più recente: “Il triennio 2023-2025 ha visto una situazione di partenza gravata dallo squilibrio tra ingressi e uscite e da un’elevata concentrazione temporale di cessazioni dal servizio, che nel solo triennio 2023-2025 sono state 35.492”. Il confronto con gli anni precedenti evidenzia il cambio di ritmo. “I governi succedutisi dal 2014 al 2022 hanno avuto molti meno pensionamenti del Governo in carica”, si è giustificato il sottosegretario. “In media infatti mentre questo governo ha fatto fronte a circa 12 mila pensionamenti l’anno, in quelli precedenti la media era di 7.100”.

Alla base dell’attuale situazione, secondo il governo, pesa anche l’effetto delle riforme degli anni passati. “L’ultima grande riforma del settore, la 124 del 2015, cosiddetta riforma Madia, ha previsto un taglio drastico agli organici delle forze di polizia”, ha ricordato Barbaro. In applicazione di quella norma, nel 2017 la polizia di stato è passata da 117.291 a 106.256 unità, con “un taglio netto di 11.035 unità”. L’anno successivo anche la guardia di finanza ha registrato “un abbattimento di 5.339 unità”, mentre la pianta organica dei carabinieri è rimasta sostanzialmente invariata grazie all’assorbimento del corpo forestale dello Stato. Il risultato è uno scarto ancora ampio tra organici teorici e personale effettivamente in servizio. “Se ora consideriamo lo scostamento tra pianta organica e consistenza effettiva delle tre forze di polizia, vediamo che nel 2014 era di 38.833 unità, nel 2023 lo scostamento è stato 27.279 unità”, ha spiegato Barbaro, aggiungendo che si tratta di “un valore sostanzialmente confermato anche nei due anni seguenti”. 

Per ridurre questo divario il governo punta soprattutto sul rafforzamento del reclutamento. “Il Governo, nella sua entrata in carica, ha già assunto 42.500 operatori e circa 39 mila nuovi ingressi sono programmati entro il 2027”, ha detto il sottosegretario. L’obiettivo, ha aggiunto, è che “vi sia un’ulteriore progressiva riduzione dello scostamento e più forze di polizia in campo”.

Ricevuto — 4 Marzo 2026 Il Foglio - Cronaca

Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

4 Marzo 2026 ore 11:36

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

Referendum in tv: TeleMeloni non esiste e lo squilibrio più forte è su La7 a favore del "No"

4 Marzo 2026 ore 06:00

Finalmente, dopo una lunga attesa e diversi rinvii, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha pubblicato i primi dati sulla campagna referendaria. Il monitoraggio dei tempi di argomento e dei tempi di parola sulla riforma costituzionale della giustizia, relativo al periodo 12–21 febbraio, smentisce alcuni luoghi comuni e conferma qualche impressione consolidata.

Innanzitutto i dati non mostrano l’esistenza di TeleMeloni, la formula con cui si indica una Rai schierata a favore del governo. Anzi, se si prendono in considerazione i telegiornali – generalmente considerati più “politicizzati” e monitorati dai partiti – nel periodo di riferimento è stato dato più spazio alle ragioni dell’opposizione che a quelle del governo. Il Tg1, ritenuta l’ammiraglia di TeleMeloni, ha dato il 52,3 per cento di spazio al No e il 47,7 al Sì. 

Il dato non si riferisce al minutaggio in valore assoluto, ma al cosiddetto “tempo di parola riparametrato”, che è calcolato dall’Agcom con una ponderazione che tiene conto della fascia oraria e degli indici di ascolto. Il Tg2 ha dato il 53 per cento di spazio al No e il 47 al Sì. Numeri analoghi per il Tg3: 52,9 per cento per il No e 47,1 per il Sì. Il rapporto complessivo sulla programmazione della rete, quindi tenendo conto dei programmi di informazione extra–tg, si inverte per Rai 1 (52,2 per cento Sì e 47,8 No) e Rai 3 (51,5 Sì e 48,5 No), ma si tratta di un sostanziale equilibrio considerando che la differenza in valore assoluto è di pochi minuti. E’, in ogni caso, uno scarto che sta abbondantemente dentro la soglia di tolleranza del 10 per cento che, automaticamente, esenta da qualsiasi addebito o rilievo in considerazione della libertà editoriale delle testate e delle variabili della cronaca.

Le cose cambiano quando si passa agli altri gruppi televisivi, Mediaset e La7. Nel caso della tv della famiglia Berlusconi, che si è espressa pubblicamente a favore del referendum, in realtà c’è una differenziazione fra le tre reti. Italia 1 non si è praticamente occupata del referendum (4 minuti in tutto, 3 dei quali a favore del No). Canale 5 mantiene un sostanziale equilibrio, sia nel Tg5 che nella programmazione complessiva, con un tempo di parola riparametrato a favore del Sì al referendum del 53,4 per cento e del 46,6 per cento a sostegno del No. Siamo sempre all’interno della fascia di tolleranza, ma se si considerano i valori assoluti la differenza è davvero trascurabile: il fronte del Sì ha avuto 48 secondi in più di tempo di parola. Diverso è il discorso per Rete 4, il canale di informazione e approfondimento del gruppo. Qui il Sì è nettamente sovrarappresentato, con un tempo di parola riparametrato pari al 64,2 per cento, di contro il No ha avuto a disposizione il 35,8 per cento del tempo: circa 30 punti di differenza. Si tratta di quello che polemicamente viene definito “retequattrismo”, ovvero l’informazione che fa agenda setting sui temi che piacciono alla destra (sicurezza e immigrazione, ad esempio), e che ha come conduttori di punta Nicola Porro (Quarta Repubblica e 10 minuti), Paolo Del Debbio (Dritto e Rovescio) e Mario Giordano (Fuori dal coro), ma ci sono anche Bianca Berlinguer (E’ sempre Cartabianca) e Tommaso Labate (Realpolitik) in quota sinistra.

Ma rispetto a La7, il vituperato “retequattrismo” è caratterizzato da maggiore equilibrio. La rete di Urbano Cairo è infatti quella più squilibrata in assoluto, fra tutti i gruppi e tutti i canali: lo spazio dato ai contrari alla riforma Nordio è infatti più del doppio di quello concesso ai favorevoli. Il tempo di parola riparametrato su tutta la programmazione, dal 12 al 21 febbraio, è stato per il Sì del 29,6 per cento e per il No del 70,4 per cento: 40 punti di differenza. D’altronde basta guardare i programmi di Lilli Gruber (Otto e mezzo), Giovanni Floris (diMartedì), Corrado Formigli (Piazzapulita), Diego Bianchi (Propaganda live), Marianna Aprile e Luca Telese (In onda), Massimo Gramellini (In altre parole) per rendersi conto non solo che le ragioni del Sì sono sottorappresentate ma spesso sono del tutto assenti.

Lo squilibrio nella tv di Cairo è peraltro superiore a quello di Rete 4 rispetto a quanto le percentuali mostrino. Perché il rapporto 64/36 di Rete 4 è riferito a 5 ore e 33 minuti di tempo di parola riparametrato complessivo: significa che il Sì ha parlato per circa 3 ore e 33 minuti, mentre il No circa 2 ore (con una differenza di circa un’ora e mezza). Nel caso di La7, invece, il rapporto 70/30 è riferito a un tempo di parola “riparametrato” complessivo di 15 ore e 41 minuti: significa che il Sì ha parlato per 4 ore e 39 minuti, mentre il No per 11 ore e 2 minuti (con una differenza di circa 6 ore e 20 minuti). Vale a dire che, in valore assoluto di tempo riparametrato, lo squilibrio de La7 a favore dell’opposizione è quattro volte più grande dello squilibrio di Rete 4 a favore del governo.

L’Authority ha il dovere di far rispettare la legge sulla par condicio e dovrebbe richiamare le reti a un maggiore equilibrio informativo, come prevede la sua delibera. Ma non l’ha ancora fatto. D’altronde l’Agcom ha rilasciato in ritardo questi primi dati riferiti al 12–21 febbraio e, inspiegabilmente, non ha contemporaneamente pubblicato quelli della settimana successiva 22-28 febbraio. Il 22 marzo, giorno del referendum costituzionale, è alle porte: senza dati aggiornati né richiami tempestivi non c’è possibilità di par condicio.

 

 

 

Ricevuto — 3 Marzo 2026 Il Foglio - Cronaca

Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

3 Marzo 2026 ore 17:26

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

In morte di Nitto Santapaola. Storia del boss della mafia catanese

3 Marzo 2026 ore 09:21

C’è una storia, tra tutte le storie di quella bestia passata ieri sera a miglior vita, che dice più di ogni altra chi era davvero Nitto Santapaola, detto ‘u licantropo, il boss della mafia catanese, vassallo sanguinario di Totò Riina e dei Corleonesi. Una storia che non riguarda carabinieri, né poliziotti, né giornalisti assassinati. Una storia che riguarda quattro bambini di San Cristoforo, quartiere incastonato nel ventre del centro storico di Catania, un quartiere abbandonato dove, tra i banchi dei macellai direttamente sul marciapiede e le interiora appese davanti alle botteghe, si impara presto che bisogna arrangiarsi.

I ragazzini si chiamavano Giovanni La Greca e Lorenzo Pace, di quattordici anni, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro, di quindici anni. Una mattina d’estate del 1976 scomparvero. E questa era una di quelle storie che le mamme raccontavano ai figli, per fare loro paura. In una città nella quale, fino alla primavera degli anni Novanta, non si usciva nemmeno la sera. Qualche giorno prima di sparire, uno di loro aveva commesso l’errore più grave della sua breve vita: aveva scippato la madre del Licantropo. Gli uomini di Santapaola li prelevarono, li torturarono, li trasportarono a cento chilometri da Catania. Furono strangolati con delle corde e gettati in un pozzo. I corpi non furono mai trovati. Le famiglie credevano fossero fuggiti di casa. La città, che tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta contava un morto ammazzato al giorno, inghiottì anche quella storia, come aveva inghiottito tutto il resto. Come finì con l’inghiottire anche l’omicidio di Pippo Fava, voce spavalda in una città che aveva deciso di non sentire: gli spararono cinque colpi davanti al Teatro Stabile, in via dello Stadio. Fava aveva accusato il mondo imprenditoriale e politico catanese di essere legato a doppio filo con Santapaola. A quei tempi si parlò di delitto “passionale”. Ma chi non ha vissuto Catania negli anni Ottanta, anche solo nei racconti, fa fatica a capire. Pensa all’isola, al sole, al mare, al centro storico e alla sua movida allegra. Non sa. 


Un morto al giorno, con la regolarità della messa delle sette alla madonna del Carmelo, del caffè mattutino da Savia su via Etnea. Ma ieri sera è morto anche lui,  Santapaola, nel carcere dov’era rinchiuso dal 1993, a Opera. La notizia ha attraversato Catania piano, quasi sottovoce, con scarso interesse probabilmente. Sono storie vecchie, e la memoria è corta. ‘U Licantropo d’altra parte aveva ottantasette anni, e da fantasma che faceva abbassare gli occhi per il terrore s’era ormai trasformato in un vecchio fotografato in aula con i capelli bianchi. Ma quel soprannome, Licantropo, gli calzava ancora a pennello. Negli anni della mattanza aveva una doppia vita. Di giorno era un uomo rispettabile. Faceva l’ortolano, il venditore di scarpe, aveva un piccolo negozio di cucine. Poi, nel 1981, aprì la più grande concessionaria Renault della Sicilia. All’inaugurazione c’erano il prefetto e il questore. Tutta la Catania che conta seduta ai suoi tavoli, a mangiare e a brindare. Di notte era altro. Quando lo arrestarono, i poliziotti scelsero per l’operazione  il nome in codice  “Luna Piena”. Quattrocento agenti. Undici anni di latitanza finiti in un casolare nelle campagne di Mazzarino, all’alba, mentre dormiva. Accanto a lui la moglie Carmela Minniti, poi assassinata, che non lo aveva mai lasciato in tutti quegli anni. Vicino al giaciglio una pistola carica, che quella notte non usò. “Tutte le cose finiscono”, pare avesse detto Santapaola. E ieri è finita, davvero.
 

Ricevuto — 2 Marzo 2026 Il Foglio - Cronaca

È morto il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola

2 Marzo 2026 ore 20:15

È morto oggi nel carcere di Opera, a Milano, Nitto Santapaola. Il boss di Cosa Nostra, 87 anni, era detenuto al regime del 41bis, il carcere duro. La procura di Milano ha disposto l'autopsia. Ritenuto il mandante di stragi e omicidi, incluso l'attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. L'arresto un anno più tardi, all'alba del 18 maggio 1993 in un casolare a Mazzarrone, nel catanese, dopo 11 anni di latitanza.

Ricevuto — 27 Febbraio 2026 Il Foglio - Cronaca

Madrid: "Sul Museo dei bambini andiamo avanti. Le proteste del Mu.Basta sono un accanimento"

27 Febbraio 2026 ore 16:29

Siamo davanti a un paradosso, quello "di chi sostiene di difendere l’ambiente e allo stesso tempo compie probabili reati ambientali e impedisce la ripiantumazione delle alberature”. Così l'assessora alla Sicurezza di Bologna Matilde Madrid commenta le proteste che a Bologna stanno andando avanti da due mesi a opera del comitato Mu.Basta. Questa associazione si sta battendo contro la costruzione di un Museo dei Bambini – acronimo "MuBa", da cui il comitato prende il nome – che si chiamerà "Futura" e che dovrebbe sorgere all’interno del parco bolognese Mitilini Moneta Stefanini nel quartiere Pilastro. Ma il dissenso non viene espresso solo con le parole: nella scorsa notte infatti, secondo le prime ricostruzioni della polizia e della Digos, alcune persone avrebbero danneggiato una telecamera di videosorveglianza e tranciato dei cavi di un escavatore della ditta incaricata dei lavori del Museo. Questo sabotaggio ha comportato uno sversamento di olii nel terreno, inquinandolo: "E a questo punto noi siamo costretti a fare una denuncia contro ignoti e dovremmo vedere se sarà necessario fare una bonifica o meno. Poi magari è un danno molto localizzato che si risolve con poco, però è un problema in più", commenta Madrid che aggiunge: "Si può ovviamente contestare tutto, c'è libertà di critica, però sabotare un escavatore di una ditta ci sembra un accanimento. Venissero a protestare con gli striscioni in comune e la smettessero di sabotare i mezzi di un'impresa".

 

Da inizio gennaio, il comitato Mu.Basta sta organizzando pranzi sociali, presidi permanenti e assemblee pubbliche per impedire che gli alberi del parco Mitilini Moneta Stefanini  vengano tagliati per fare spazio a "un edificio di tre piani di cemento". Ma quell'area non resterà priva di alberi perché, proprio secondo il progetto, è previsto il trapianto di altri nove e in generale nel parco ne varranno piantati 38 nuovi. Parlando con il Foglio, l'assessora Madrid non solo smonta le rivendicazioni del Mu.Basta, ma precisa, facendo emergere le contraddizioni del comitato, che il riampianto delle nove alberature è per il momento rimandato perché "lo stesso comitato ha occupato quella zona e non permette di fare questa operazione in sicurezza. E soprattutto se guardiamo ai parchi vicini nello scorso anno di alberi ne abbiamo piantati 360. Quindi tutto ci si può dire tranne che non facciamo attenzione a tenere insieme la questione ambientale con quella sociale". Sulle loro pagine social e durante le manifestazioni, il comitato Mu.Basta ha inoltre lamentato che la decisione di costruire un museo dentro il parco è stata "calata dall'alto". L'assessora non ci sta: "E' assolutamente falso, è dal 2022 che facciamo dei percorsi di partecipazione a cui ovviamente queste realtà non hanno preso parte perché probabilmente l'obiettivo non era contribuire a un buon progetto, ma limitarsi a contestarlo a progetto concluso".

 

La cittadinanza bolognese dunque, diversamente da quanto sostenuto da Mu.Basta è stata coinvolta fin dall'inizio, a partire dai bambini a cui è dedicato il Museo perché, spiega l'assessora, "sono stati loro a scegliere il nome 'Futura'". Il comitato contro questo parco però è soltanto l'ultima associazione bolognese che lotta in difesa del verde: due anni fa per esempio il comitato Besta, aveva difeso il verde del parco Don Bosco impedendo la realizzazione di una scuola. Però Madrid è sicura: nonostante le proteste di questi comitati "vogliamo andare avanti con il progetto. Sono gli stessi cittadini che ci fanno sapere che sono con noi. Poi è chiaro che questi pochi che si mettono di traverso, urlano e fanno atti violenti nel dibattito pubblico sembra che siano cento volte di più. Ma noi abbiamo dalla nostra la forza di come abbiamo costruito queste idee, questi progetti: con la partecipazione di centinaia e centinaia di cittadini, di associazioni, di scuole e di bambini".

A Milano è deragliato un tram. Ci sono morti e diversi feriti

27 Febbraio 2026 ore 17:11

A Milano il tram 9 proveniente da piazza della Repubblica è deragliato all'angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto. Il mezzo ha invaso il binario su cui viaggiano i tram che circolano nella direzione opposta ed è andato a schiantarsi contro un ristorante di viale Vittorio Veneto. Diversi i passeggeri a bordo. Alcune persone sarebbero rimaste incastrate sotto il mezzo. Al momento il bilancio provvisorio dell'incidente è di due morti e oltre trenta feriti. La vittima accertata è un uomo italiano di sessant'anni, non era un passeggero del 9. I vigili del fuoco hanno accertato anche una seconda vittima. Si tratta di un uomo, in precedenza in codice rosso.

L'Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) è intervenuta con 19 mezzi: 3 automediche, 1 auto infermieristica, 13 ambulanze e 2 mezzi di coordinamento maxiemergenze. Il report provvisorio dei pazienti, oltre a un decesso e a un codice rosso, indica 6 pazienti in codice giallo e 32 pazienti in codice verde.

Sul luogo del deragliamento sono arrivati il sindaco di Milano Giuseppe Sala, l'assessore ai trasporti Arianna Censi e il procuratore della Repubblica Marcello Viola. Sul posto anche il procuratore capo di Milano Marcello Viola. Si indaga per omicidio colposo e lesione colpose. Il fascicolo è affidato alla pm di turno Elisa Calanducci. 

"Abbiamo sentito qualcosa sotto, poi il tram è deragliato e siamo stati tutti sballottati", hanno raccontato i passeggeri a bordo: "Il tram ha virato, ha preso una certa velocità e ha colpito un edificio". A quanto si evince, il tram deragliato è del nuovo modello Tramlink, che ha iniziato a circolare da pochi mesi a Milano. Si tratta di tram bidirezionali capaci di invertire il senso di marcia in caso di necessità. "È difficile avventurarsi in analisi su quello che è successo, ci saranno le indagini", ha detto il sindaco Sala, spiegando poi che "il mezzo è nuovo, il conducente molto esperto e in servizio da solo un'ora, quindi non era in straordinario. La cosa un po' particolare è che ha saltato una fermata", che si trova proprio pochi metri prima del punto in cui il tram è deragliato. Il fatto che il conducente abbia saltato la fermata "aggiunge un elemento di più a quello che è successo. Però ci saranno le indagini, è inutile che mi metta io a fare ipotesi". 

La premier Giorgia Meloni ha espresso "profondo cordoglio per il grave incidente avvenuto a Milano. A titolo personale e a nome dell'intero Governo, manifesta la propria vicinanza alle famiglie delle vittime, esprime solidarietà alla città di Milano e rivolge un sentito augurio di pronta e completa guarigione ai feriti", si legge in una nota di Palazzo Chigi.

"Atm è profondamente scossa per il gravissimo incidente di questo pomeriggio in viale Vittorio Veneto a Milano". Così in una nota la società del trasporto pubblico di Milano, dopo il deragliamento del tram. "In questo momento di immenso dolore – ha scritto Atm – il pensiero dell'azienda va prima di tutto alla famiglia della persona che ha perso la vita e a tutti i feriti. A loro rivolgiamo tutta la nostra vicinanza".

 

Articolo in aggiornamento

Ricevuto — 26 Febbraio 2026 Il Foglio - Cronaca

Le lacrimevoli balle di politica e giornali sul bosco di Rogoredo

26 Febbraio 2026 ore 06:00

A Rogoredo “avevamo due problemi e ne abbiamo risolto uno solo”, per usare la sintesi caustica di Filippo Facci. Un poliziotto accusato di omicidio è stato arrestato, a macchia d’olio si indaga sulle sue corruttele e violenze sugli stessi pusher e clienti della droga, forse le complicità di altri agenti (schema Serpico). Ma che si estirpino i comportamenti criminali di uno o più tutori deviati dell’ordine non risolve l’altro problema: Rogoredo rimane la zona di spaccio, violenza, degrado, abdicazione al controllo da parte dello stato della politica delle forze (sane) dell’ordine.

 

Il colpevole sarà punito, ma Rogoredo resta “la più grande piazza di spaccio d’Italia” che nessuno vuole vedere, al massimo si manda un cronista a piangerci sopra. E dopo il lampo delle Olimpiadi tornerà al suo buio. Per dirla con Facci: “Sino a prova contraria è stata Rogoredo a corrompere il poliziotto, non certo il contrario”. I media con il loro racconto non di rado distorsivo, e i politici afflitti da doppia demagogia – chi ora fa una penosa retromarcia e chi si lancia in goffi balzi in avanti – stanno invece contribuendo a nascondere la gravità del secondo problema. Annotare che  l’osmosi quotidiana nella palude della droga, della possibilità di ricatto, del denaro nero sia una tentazione difficile da respingere è il minimo. Non giustifica nulla, sono i fatti. Stupisce il finto scandalo delle anime belle.

 

Intervistato, il capo della Polizia Vittorio Pisani è stato durissimo su Carmelo Cinturrino e gli eventuali complici. “Abbiamo indagato noi”. Sul controllo che come in ogni istituzione dovrebbe essere esercitato a monte, si vedrà. Ma resta l’altro problema, Rogoredo. E qui interviene la narrazione distorsiva. Sul Corriere di martedì Nando Dalla Chiesa discettava che il bosco della droga è un “non luogo che la città evita”, “Milano rinuncia al controllo del territorio”. Chi vi rinunci, però, non lo spiega.  Nel 2016 erano arrivate le ruspe per la grande bonifica. Nel 2017 Italia Nostra si era intestata la riqualificazione green. Non è successo nulla, o molto poco. Agosto 2025: il boschetto della droga è tornato ufficialmente l’inferno che è sempre rimasto. In più, il ritorno dell’eroina. Nonostante i brillanti risultati annunciati a dicembre dal prefetto di Milano Claudio Sgaraglia: più 50 per cento di sequestri di droga, qualche dozzina di arresti. Ma continua a mancare un vero controllo del territorio la deterrenza, la bonifica di spacciatori e clienti. Dai giornali piovono lacrimevoli e a tratti surreali racconti del bosco di Rogoredo: lo scopo è raccontare il clima di violenza contro i pusher. Il metodo di Cinturrino “che era poi semplice: menare, e menare ancora”.  La casa dove abitava? “Avevano tutti paura”. Paura della delinquenza? Ai giornali non risulta. E’ un gioco non innocente, picchiare contro la Polizia. Poi c’è il consueto “psicologo ed educatore” per il contributo buonista, astratto: “Non serve un approccio repressivo, è tutta gente che ha una storia, ha una sofferenza dentro”. “Non serve disboscare, il bosco ce l’hai dentro”. Elly Schlein vuole le scuse alla famiglia del pusher ucciso. In nome di quale legalità? Nessuno risolve Rogoredo.

Ricevuto — 25 Febbraio 2026 Il Foglio - Cronaca

Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

25 Febbraio 2026 ore 09:55

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

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