Cara, piccola egemonia. Storia di un’ossessione culturale italiana
"Questo documento sembra lungo. Per risparmiare tempo, usa l’assistente AI per leggerne un riepilogo”. Ho subito scherzato con Andrea Minuz

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Quella mattina gelida del dicembre del 2009 vidi Antonio Pennacchi annichilito, devastato da un dolore senza rimedio. Accasciato su una sedia malconcia nel cortile antistante alla ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

“Io venni educato sulla base di tre lingue morte – l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) – e di una cultura che si sviluppò in Babilonia: il Talmud. Lo ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

“’O chiammate ancora Serraglio? Ma tu ’o ssaie ca ccà stanno ’e figlie d’’e primme galantuommene!”
Salvatore Di Giacomo, ’O mese mariano

Il fil rouge che attraversa tutti i testi del volume Tra Leonardo e Freud (a cura di Anna Maria Pedullà, Ets, 232 pp., 20 euro) è un interrogativo: la sublimazione è un promemoria del nostro destino? Che cos’è esattamente? Il percorso proposto dalla Pedullà si muove in un territorio metafisico: tale sentiero parallelo e allucinato è erotico ed estatico al contempo. Il volume raccoglie i contributi di filosofi, storici dell’arte e psicoanalisti. Il punto di partenza è il saggio Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in cui Freud prende in esame un singolare episodio riferito dal genio rinascimentale, ravvisando, nell’accadimento, i primi indizi di una omosessualità latente, poi meravigliosamente sublimata nell’opera. Ancora in fasce, l’autore della Gioconda venne colpito sulle labbra e percosso più volte, dentro la bocca, dalla coda di un nibbio.
La superiore necessità del genio sembrerebbe generarsi da una particolare pulsione, molto simile, negli effetti, a quella che il padre della psicoanalisi chiama capacità di sublimazione. Per Freud, che ne parla per la prima volta nel 1892, in una lettera all’amico Wihelm Fliess, essa è un meccanismo di difesa psichico che trasforma le pulsioni considerate inaccettabili in attività socialmente accolte e celebrate, come l’arte, il lavoro o la religione. E se, invece, tale dirottamento delle energie pulsionali non fosse solo un processo di conversione, ma possedesse una spinta più originaria? Innanzitutto – considera la Pedullà – non è una rimozione, giacché non de-sessualizza il moto istintivo, ma, anzi, esige l’introiezione, ovvero una maggiore consapevolezza narcisistica: la pulsione sessuale o aggressiva ritorna al mittente, che la può così reinventare.
Per Freud, la creazione di un’opera non scaturisce ex abrupto dall’inconscio, ma passa attraverso una velatura simbolica. In Psicologia delle masse e analisi dell’io, leggiamo: “La psicologia individuale è, fin dall’inizio, psicologia sociale”. Ma questa intuizione di Freud vale anche per l’uomo di genio? Qual è il luogo in cui inventa la sua arte? Inventare, etimologicamente, deriva dal latino “invenio” e significa “trovare”. Sublimare permette di ritrovare qualcosa che eccede la pulsione e che sembra smarrito. Questo qualcosa è simile a un fuoco, una potenza antica che ripara (per dirla con Melanie Klein), di volta in volta, l’oggetto d’amore perduto: per la psicoanalista austriaca, la creazione è sempre una riparazione, poiché libera dall’angoscia.
L’incandescenza, questa potenza segreta, non è mai del tutto rappresentabile. Tuttavia, il processo di sublimazione attinge le sue invenzioni nella camera oscura dei destini individuali, sviluppando il negativo di fotografie mai scattate che sembrano provenire da una terra lontana. Questa operazione è tanto più urgente per il genio, che spesso cerca le tracce di un tempo perduto e che, forse, non è stato mai. Quale coperta stendono i ricordi sul vissuto e sull’esperienza infantile? Come nota Fabbri, citando Ricordi di copertura di Freud, l’inconscio “opera” una dialettica: comunica creativamente “formando” memorie. Ma le res gestae del genio non hanno né luogo né tempo, semplicemente sono già, da sempre, sublimate. Proprio laggiù, in un altrove, dove il desiderio vaga senza oggetto, nel luogo segreto del rinvenimento dei brandelli di una storia, il genio si riconosce. Laggiù, nella Terra Lontana in cui Eros e Thanatos sono stati introiettati, là dove le “crisi di irrealtà” (Max Blecher) sono prossime alla follia, egli fonda la propria autonomia creativa e la salute sui lacerti che trova e che non smette di riparare.

Uno spettro si aggira per le librerie ed è l’uso del termine “feudalesimo” o “tecnofeudalesimo”, per parlare dell’oggi. Finiti i gloriosi anni 90 in cui la storia doveva finire, siamo torna... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Quasi tutti i giorni passo davanti a un negozio specializzato in prodotti sportivi americani. Quando ero piccolo sembrava una sorta di regno delle meraviglie: un bazar debordante di tutto ciò che s... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Non chiedo alla mamma del mio vero papà ma lei me ne parla lo stesso. Solo un pochino. Dice che sta in un paese lontano e che ha i capelli lunghi e neri. Come un indiano. Fa segno con la mano al... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Un occidente in crisi: è forse questa l’espressione ricorrente che meglio fotografa la sua condizione. Un mondo e una civiltà che non sanno più in cosa consista la propria unicità. Capita allora a ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Primavera 1916. Parigi, esterno giorno. Un uomo spunta in fondo alla strada. Cammina incerto, una sigaretta appiccicata alle labbra. L’ospedale militare l’ha sbattuto fuori da qualche settimana e a... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Spoileriamo subito: Le ragioni di Giuda, il libro di Tommaso Cerno app... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".
In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua - i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

La cellula comunista dell’Einaudi allestiva un carro allegorico per il Primo maggio, scrive Andrea Minuz in “Egemonia senza cultura” (Silvio Berlusconi Editore). Incredibile ma vero, verrebbe da dire. Se non avessimo letto, in “Mutandine di chiffon” di Carlo Fruttero, della traduzione impossibile di un comunicato firmato dalla casa editrice, da inviare all’Onu. Doveva esprimere una “ferma condanna”, non disgiunta da una “fiduciosa speranza” (ma vale anche l’inverso, prima la speranza e poi la condanna): i carri armati sovietici erano arrivati a Praga. La retorica fece ostacolo ai tentativi di traduzione – l’inglese ha un vocabolario più ricco del nostro, ma con le formule vuote annaspa. L’egemonia culturale di Gramsci, da prima dell’incidente einaudiano fino all’altro ieri, è stata invocata e stiracchiata in tutte le direzioni. La politica non basta, serve anche la cultura: la formula viene via via invocata da chi la cultura non l’ha, e anzi la considera “roba per signorine” – usiamo questo fraseggio per non cedere alla volgarità. La sinistra la possiede, la destra la rincorre – spiega l’egemonica sinistra.
Noi di mezzo – intesi come spettatori soprattutto – siamo stati censurati ai tempi del primo “Rambo”: Sylvester Stallone era solo un solitario veterano di guerra, vessato dallo sceriffo della cittadina. Ma i berretti verdi avevano una pessima fama, colpa di John Wayne, e Rambo la ereditò. Divenne subito “fascio”, e guai a farne un eroe. Anche l’applauso andava fatto senza testimoni. Del resto si andava di nascosto anche a vedere i film di James Bond, oggi sulla via di diventare da “commovente scoperta” a “da sempre patrimonio della sinistra”.
La scala dell’accettabilità (la dobbiamo a Mattia Feltri) parte dal grado zero: “stronzata di destra”. Ognuno ha i suoi esempi da citare, e se ne stanno preparando molti altri. A Sanremo e fuori. Clint Eastwood da vietato è diventato obbligatorio, senza che facesse il minimo movimento. Ma di destra era, e lì rimane pur essendo un grande regista. Checco Zalone sta silenziosamente salendo nella lista di quelli bravi, per lo scatto finale gli serve qualcuno che lo definisca “commovente scoperta”. Il nostro incondizionato applauso, iniziato con “Cado delle nubi”, anno 2009, non è bastato. L’iniezione di danaro ai botteghini non è però passata inosservata, e forse “popolare” smetterà di essere un insulto, a sinistra. Delle masse proprio non vi importa più nulla? Volete crescerle con Karlheinz Stockhausen (che definì il crollo dalle Torri gemelle “opera d’arte definitiva”) o con i film di Sharunas Bartas? (son quelli dove “si vede la pittura asciugare”, parola di Gene Hackman nel film “Bersaglio di notte”, regista Arthur Penn).
Andrea Minuz ha una penna sempre brillante, come sanno i suoi lettori sul Foglio. Cita Robert Hughes e la sua “Cultura del piagnisteo” con una lunga lista di aventi diritto alla cultura perché hanno tanto sofferto, personalmente o come gruppo sociale. I libri servono a rivendicare, lamentarsi, o semplicemente sono scritti da una donna, salendo subito nella considerazione sociale e letteraria. Per questo siamo circondati da memoir, e ora da romanzetti rosa distinti in precise categorie come prodotti al supermercato. Un tempo era considerato indecente leggere gli Harmony, roba da serve. Ora sono dappertutto, e hanno cacciato dagli scaffali i romanzi dove lo scrittore bravo inventa – e non conosce solo drammi amorosi con il bel tenebroso che fa palpitare (le donne emancipate, soprattutto: lo dicono le ricerche di mercato). “Lotta Continua passerà alla storia come l’unico ascensore sociale che ha funzionato in Italia”, scrive Andrea Minuz e chiosa: “Non solo in Italia non possiamo fare una rivoluzione perché ci conosciamo tutti. Il fatto è che siamo conosciuti tutti dentro Lotta Continua”. Andrea Minuz, classe 1973, non c’era e ha scansato il contagio. Fortunati i suoi studenti, che però non vogliono studiare la storia del cinema “per non lasciarsi influenzare”, quando gireranno il loro film.
