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Ricevuto oggi — 20 Gennaio 2026 Il Foglio - Editoriali

Se nel Consiglio per la Pace a Gaza entrano Putin e Lukashenka il piano perde credibilità

20 Gennaio 2026 ore 06:00

Gli annunci sovrastano la praticità di un piano che, fino a questo momento, ha mostrato di essere abbastanza efficace nella prima delle tre fasi che lo compongono e quasi infattibile, per mancanza di volontà, nella seconda. Con il piano di Donald Trump è stato possibile il ritorno degli ostaggi vivi tenuti prigionieri per due anni nella Striscia di Gaza, il rientro di quasi tutti gli ostaggi morti, un cessate il fuoco rotto da attacchi dei terroristi di Hamas e dalle risposte di Israele. Trump ha annunciato che la seconda fase sta iniziando, anche se affinché inizi sul serio Hamas deve essere disarmato e il gruppo non ha alcuna intenzione di cedere le armi e vuole mantenere il potere nella parte di Striscia di Gaza sotto il suo controllo.

 

Uno degli annunci più attesi riguarda i membri del Consiglio della pace che sarà proprio Trump a presiedere. I nomi stanno iniziando a uscire, l’annuncio ufficiale dovrebbe essere fatto al Forum di Davos. Oltre ai leader delle nazioni mediorientali, di alcuni paesi europei – tra i quali l’Italia, la Francia e la Germania – ieri il Cremlino ha fatto sapere che Vladimir Putin ha ricevuto da parte di Trump l’invito a entrare nel Consiglio. Anche dalla Bielorussia hanno fatto sapere, mostrando il documento, che il dittatore Aljaksandr Lukashenka è stato invitato con una lettere firmata dal presidente americano. Putin ha ormai perso gran parte delle sue leve in medio oriente, è un leader guerrafondaio, che finora ha rifiutato ogni offerta di pace. Lukashenka è il suo sgherro, dipendente dal capo del Cremlino, prende ordini senza avere nessuna capacità negoziale per il suo paese figuriamoci se può contare qualcosa in medio oriente o anche soltanto avere denaro per investire nel futuro di Gaza. Se la volontà della Casa Bianca è fare del Consiglio della pace un’entità con il consenso più vasto possibile, invitare leader come Putin e come Lukashenka fa perdere qualsiasi valore e credibilità all’iniziativa e fa venire il dubbio che oltre agli annunci, ci sia poco di concreto: sicuramente non sarà il Cremlino a disarmare Hamas.

Ricevuto ieri — 19 Gennaio 2026 Il Foglio - Editoriali
Ricevuto prima di ieri Il Foglio - Editoriali

Lo sciopero eterno (e senza senso) dei taxi

14 Gennaio 2026 ore 06:02

 

Ieri c’è stato l’ennesimo sciopero dei taxi. Non protestano contro una riforma: chiedono più privilegi. A dispetto di innumerevoli tentativi di revisione, la legge che disciplina al settore risale al 1992: appena un anno dopo l’introduzione del protocollo http (la preistoria di internet), contemporaneamente al lancio del Nokia 1011 (il primo telefono cellulare Gsm disponibile in commercio) e quindici anni prima del primo iPhone. Nel frattempo è cambiato tutto, ma la legislazione sulle autopubbliche no. Infatti, i tassisti si oppongono a qualunque tentativo di aggiornarla. A parole, il loro nemico numero uno sono ancora le piattaforme (e in particolare Uber, che in Italia – diversamente dalla maggior parte degli altri paesi – consente solo di prenotare auto con conducente professionista, sia esso un tassista o un ncc). Lo stesso Loreno Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi d'Italia e del consorzio itTaxi, ha spiegato al Foglio che gli intermediari online non sono il nemico ma un’opportunità. La realtà è che i tassisti odiano le piattaforme perché temono che aprano le porte alla concorrenza degli ncc. Recentemente, la Corte costituzionale ha accolto il ricorso del governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, contro l’obbligo per gli ncc di sostare almeno venti minuti tra una corsa e l’altra e quello di utilizzare una app del ministero per registrare i servizi. In ballo, dunque, non c’è la minaccia della liberalizzazione: c’è semmai la pretesa di forzare una legge obsoleta, contro il diritto e contro la storia, per renderla ancora più impermeabile al tempo che passa. I tassisti, che hanno cacciato da Piazza Colonna il segretario dei Radicali Matteo Halissey e il giornalista Ivan Grieco, hanno ottenuto una convocazione dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale però difficilmente potrà accoglierne le richieste. Nessuna delle forze dell’attuale maggioranza, men che meno la Lega, è mai stata ostile ai tassisti. Avendoli abituati a vincere semplicemente alzando la voce (e occasionalmente menando le mani) oggi il centrodestra raccoglie ciò che ha seminato: non la gratitudine dei tassisti ma la loro prepotenza.

La meravigliosa sinistra per il “sì” al referendum sulla giustizia

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

La sinistra che dice sì al referendum sulla giustizia è una specie di album di famiglia del progressismo liberale e garantista, che è stata la versione più interessante dell’evoluzione della sinistra post-comunista. L’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, ha espresso questo senso di continuità affermando che quella di Nordio “è una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a ‘legge e ordine’”, ma che esprime principi che “invece appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra”. Il fatto stesso che sia una personalità che ha ottenuto la massima rappresentanza della sinistra nell’organo che vigila sull’osservanza della Carta costituzionale a pronunciarsi in questo modo rende evidente la strumentalità delle accuse rivolte alla legge Nordio di manipolare i principi costituzionali. Si tratta peraltro di argomenti già ampiamente illustrati da Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e leader del movimento Libertà Eguale, che da 25 anni sostiene la separazione delle carriere. Il punto di partenza di tutti è la riforma di Giuliano Vassalli, che trasforma il processo da inquisitorio in accusatorio, richiedendo la reciproca indipendenza di accusatori e giudicanti.

 

La sinistra per il sì aspira a ricoprire un ruolo simile a quello che a suo tempo fu esercitato dalla piccola ma storicamente decisiva pattuglia dei “cattolici per il no” all’abrogazione della legge sul divorzio. La sinistra per il sì, peraltro, non si presenta come una rottura: rivendica anzi la coerenza con la tradizione della sinistra italiana, persino con le sue proposte recenti contenute nel programma elettorale del Pd del 2022, che voleva togliere al Csm dominato dalle correnti la giurisdizione sui magistrati. Non si tratta di una rivincita dei sconfitti o del preannuncio di nuove scissioni: la sinistra per il sì resta a sinistra e voterà a sinistra alle elezioni, ma non vuole una sinistra accodata all’asse tra Conte e Landini. Su questo troverà spazio e consenso nella sinistra riformista anche dopo il referendum sulla giustizia.

Come con Israele, anche sull’Iran Merz ha il coraggio di dire quello che altri non osano

14 Gennaio 2026 ore 06:00

  

Non è né popolare né sciolto come Angela Merkel, la cancelliera venuta dall’est, ma non passa neppure per un leader algido e ingessato come Olaf Scholz da Amburgo. Ogni leader tedesco ha i propri pregi e il renano Friedrich Merz, fra i suoi, conta il parlar chiaro. A volte anche troppo, come quando lo scorso ottobre ha creato un putiferio in patria affermando che il suo governo sta facendo molto in tema di migrazione “ma naturalmente abbiamo sempre questo problema nel paesaggio urbano e per questo lavoriamo a rimpatri su larga scala”. Ieri il cancelliere della Cdu si è espresso su un tema che gli riesce meglio: la politica internazionale. Da Bangalore, la Silicon Valley dell’India, dove è in visita, Merz ha parlato della leadership iraniana senza usare perifrasi: “Presumo che stiamo assistendo agli ultimi giorni e alle ultime settimane di questo regime”. Un’uscita che ha colpito per la schiettezza e i media tedeschi si sono domandati se il cancelliere abbia parlato così perché al corrente di qualcosa che i Herr e le Frau Müller ignorano. Ma il suo ragionamento attiene al meccanicismo. D’altronde, ha osservato, “se un regime resta al potere solo con la violenza, allora è di fatto alla fine”. Fra l’auspicio e la profezia, il cancelliere tedesco dimostra coerenza a se stesso – solo lunedì aveva condannato con forza la violenza “sproporzionata” e “brutale” delle forze di sicurezza iraniane a danno dei manifestanti – e al quadro di riferimento atlantico che ha instradato la sua intera carriera politica. Non è un caso che un imprevedibile Donald Trump sempre pronto a maltrattare ospiti e alleati lo abbia accolto da vero amico alla Casa Bianca. Lontano anni luce dagli sbandamenti ora terzomondisti ora sedicenti anticolonialisti o anti-islamofobi di troppi leader europei affetti da tafazzismo incurabile, Merz è lo stesso cancelliere che mesi fa disse ad alta voce quello che nessuno osava dire: combattendo contro il jihadismo “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”.

Alla fine confermano anche i giudici: si chiama Xylella, non Tap

14 Gennaio 2026 ore 05:05

 

Non vi è alcun nesso di causalità tra l’espianto degli ulivi dal cantiere Tap e la loro morte. Lo ha stabilito il Tribunale di Lecce nella sentenza con cui ha assolto i 18 dirigenti Tap rimasti alla sbarra per sette anni. Sette i reati che venivano loro contestati: deturpamento di bellezze naturali, danneggiamento, violazione del testo unico in materia edilizia, inquinamento ambientale per i lavori di realizzazione del tratto terminale salentino del gasdotto. Ma il fatto non sussiste. La sentenza è chiara: quegli ulivi non sono morti per colpa di Tap (la Trans-Adriatic Pipeline, che passa dalla Puglia) ma della Xylella. Anche se il sindaco di Lecce e tutti i suoi colleghi del Salento non ci credevano e hanno fatto causa a Tap chiedendo risarcimenti, mentre proprio loro contribuivano a far diffondere la Xylella impugnando i decreti che imponevano l’abbattimento degli ulivi nelle zone infette.

 

Eppure alla sbarra ci sono finiti gli uomini che, costruendo Tap tra mille ostacoli, hanno salvato l’Italia consentendoci di liberarci dal gas di Putin. Per realizzare quest’opera spostarono gli ulivi, li conservarono in serre e poi li reimpiantarono. Non come sta facendo oggi Acquedotto Pugliese sul fiume Tara, dove per realizzare un dissalatore sono stati rasi al suolo migliaia di ulivi, agrumeti e vigneti. Dove sono oggi Michele Emiliano, gli ambientalisti e i matti che si incatenano agli ulivi? Il Tribunale, dopo sette anni, ha escluso l’illiceità della condotta, rilevando che le operazioni erano conformi alla normativa regionale in materia di tutela degli ulivi monumentali, in particolare alla legge della Regione Puglia e alla relativa deliberazione di Giunta. Assente, secondo i giudici, anche l’elemento soggettivo del dolo, in considerazione delle cautele adottate durante l’espianto e la successiva custodia degli alberi. Chi ha costruito Tap non ha commesso reati e non ha ucciso gli ulivi. Chi non ha fermato la Xylella, sì. Ma la procura ha perseguitato gli uni anziché gli altri.

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