"I contro dazi Ue verso gli Usa? E' il modo peggiore per rispondere. Innescare una gara a chi fa più male all'altro, tra alleati, non può che portare a disastri". A dirlo, commentando su X un post del senatore leghista Claudio Borghi, è il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. E' la prima volta, nelle ultime settimane, che Crosetto accontenta la Lega, bocciando l'iniziativa europea. Il partito di Matteo Salvini è contrarissimo a qualunque forma di conflitto con Donald Trump. Nelle scorse ore il presidente americano ha minacciato un nuovo pacchetto di dazi contro Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi bassi, Germania e Regno unito, e cioè i paesi europei (ad eccezione di quest'ultimo) che hanno inviato contingenti militari in Groenlandia dopo le minacce arrivate dalla Casa Bianca.
La Ue si è detta pronta a rispondere con un pacchetto da 93 di miliardi di contro dazi verso gli Stati Uniti, attualmente sospesi fino al prossimo 6 febbraio. E' a questo che Crosetto si dice contrario sottolineando come "non è il momento di fare i tifosi ultras di squadre diverse. Né di vedere chi ha più o meno orgoglio o chi è più duro. Serve ragionare su ogni cosa ricordandoci che siamo alleati da 76 anni". Eppure quella dei controdazi è solo una delle misure messe sul tavolo dalla Ue e dai suoi leader per rispondere a Trump. Come arma di dissuasione l'Unione può anche minacciara la non ratifica da parte del Parlamento europeo dell'accordo raggiunto proprio con Trump a fine luglio che azzera i dazi europei sui prodotti made in Usa (e che ha anche portato anche alla sospensione dei famosi 93 miliardi di controdazi). Ma in Europa c'è chi chiede di fare ancora di più. Come il presidente francese Emmanuel Macron che ha invitato la Commissione e i suoi colleghi capi di stato e di governo che siedono al Consiglio ad attivare, qualora Trump intendesse davvero imporre nuovi dazi contro i paesi che sono intervenuti in Groenlandia,il cosiddetto strumento anticoercizione europeo, un meccanismo Ue nato proprio per rispondere a chi (all'epoca della sua istituzione si pensava alla Cina), in modo aggressivo, utilizza il commercio come arma di pressione geopolitica. Lo strumento non prevede solo dazi, ma anche limitazioni all'accesso degli appalti pubblici Ue, restizioni sugli investimenti e misure sulla proprietà intellettuale che colpirebbero in questo caso le big tech americane.
Tutti questi argomenti saranno discussi giovedì, giorno per il quale il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ha annunciato un Consiglio straordinario proprio allo scopo di capire come gestire, in maniera unitaria, i rapporti euro-atlantici dopo le dichiarazioni sempre più minacciose di Trump. Prima di quel giorno però il segretario della Nato, l'olandese Mark Rutte, ma probabilmente anche i leader europei incontreranno Trump nel corso dell'economic forum di Davos, in Svizzera. Sarà quella l'occasione per capire se ci sono ancora i margini per un accordo con gli Usa che passi non dalla cessione della Groenalndia agli Stati Uniti, come preteso da Trump e negato dagli europei, ma da un coinvolgimento maggiore dell'Alleanza atlantica sull'isola dell'Artico di cui si è innamorato il presidente americano.
"Landini in piazza per Maduro e non per l'Iran? È rozzo, non vede le sfumature. La Cgil ha bisogno di un grande cambiamento". Per l'ex segretario della Cisl Raffaele Bonanni è tempo di una marcia indietro: c'è bisogno che i sindacati, in primis la Cgil, tornino a fare i sindacati. "Il movimento sindacale ha una tradizione solida talmente forte che un tempo le manifestazioni di piazza in difesa della libertà non erano sono per i lavoratori, ma per per tutti e svolgevano una funzione diplomatica". Oggi non è più cosi, dice in un colloquio con il Foglio. Ed è per questo che il sindacato che egli stesso ha guidato per otto anni ha organizzato una fiaccolata davanti all'ambasciata iraniana il 23 gennaio in sostegno alla popolazione in lotta "per una svolta democratica".
"Credo sia doveroso. Da tempo il sindacato non è più efficace nelle sue battaglie. Complice – dice Bonanni – è stato un comportamento incredibile adottato soprattutto dalla Cgil, che ha condizionato l'intero movimento". C'è stata una torsione pericolosissima, secondo il sindacalista. "Ci sono molti paesi arabi dove non c'è libertà, ma solo morte e torture. E qui si va in piazza a sostenere i tagliagola di Hamas, Hezbollah o gli Houti?". Poche settimane fa la Cgil è scesa in piazza per quanto accaduto in Venezuela. "E tutti infatti abbiamo sentito cosa ha detto Landini a proposito di Maduro…". Ma manca l'iniziativa per l'Iran. "Esatto, ma non solo. Faccio un esempio: nessuno ormai parla più di Cina, delle condizioni di schiavitù degli operai". Queste battaglie, anche oltre il nostro paese, "devono tornare all'attenzione del movimento sindacale italiano", dice Bonanni.
L'appello è perché si "ricostruisca una teoria sindacale" e si torni a discutere secondo il principio che "se si produce o si fanno interessi in paesi non liberi, le conseguenze ci sono anche da noi". Bonanni è chiaro: "Da anni si è steso un velo pietoso su certe questioni". La forza di un sindacato non si esaurisce nei confini, ma anzi: "Dobbiamo tornare agli aspetti essenziali, non dimenticandoci che l'Europa è l'unica istituzione dove la fiaccola della libertà brucia ancora".
Secondo Bonanni, se la forza delle sigle sindacali si è erosa è anche per responsabilità di Landini e della Cgil. "Hanno grandi risorse. Ma c'è bisogno di uno stravolgimento soprattutto da parte di chi solidarizza con questa realtà". Il re è pazzo? "C'è cecità su come stanno le cose a causa di interessi politici". Il sindacalista dà la colpa alla fusione tra la sigla e la politica dell'opposizione. "Queste alleanze non sono naturali. Ci sono sfumature, declinazioni che non si dovrebbero oltrepassare, ma questo Landini non lo comprende".
Ma l'ex segretario non si sente di dare consigli. "La mia rabbia è solo per lo spreco della risorsa. La nostra forza bisognerebbe impiegarla meglio". C'è bisogno di un "soccorso" alle sigle. "Avverto solitudine. Le persone vivono diverse realtà e non siamo più in grado di dare delle risposte. Tocca a noi cambiare e tornare a far riemergere quello che era il movimento operaio vero" per "giocare un ruolo positivo". L'alternativa è un'altra, più cupa: "O ci muoviamo o sprofondiamo in un pozzo non nero, nerissimo". Per queste ragioni la Cisl scenderà a fianco della popolazione iraniana. "Un primo passo dei sindacati per tornare ad avere il peso che avevano: oggi non sono neanche l'ombra di quello che erano un tempo".
Goffredo Bettini cambia rotta sul referendum sulla giustizia. "Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd". Questa mattina, rispondendo alle critiche che gli ha rivolto Paolo Mieli su Radio24, Bettini ha spiegato: "Molti sanno che sono figlio di un avvocato penalista repubblicano. Sono un garantista e considero sempre l’imputato in una posizione di debolezza di fronte alla forza dello stato. Mi sono espresso più volte a favore della separazione delle carriere. La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni".
Secondo Bettini – che benché non guidi una corrente è un pezzo da 90 dei dem – il confronto sul referendum si è trasformato in "una polemica astiosa, non veritiera, aggressiva e destabilizzante". Per questo motivo, dice, aveva scelto di non esprimersi pubblicamente fino a oggi. Tuttavia, ribadisce che il suo voto sarà coerente con la difesa del Pd e delle forze democratiche: "Con loro, in un clima diverso, ci sarà occasione di affrontare i problemi della giustizia, dalla lunghezza dei processi alla condizione delle carceri". Insomma, Bettini voterà no, non tanto perché contrario alla riforma Nordio in sé ma in quanto contrario al governo Meloni,alla politicizzazione del referendume all’uso strumentale della questione da parte dei sostenitori del Sì, giudicati "contro la sinistra e il Pd".
Questa posizione segna un evidente retrofront rispetto al passato. Lo scorso settembre, al Congresso delle Camere Penali a Catania, Bettini aveva chiaramente espresso il suo favore alla separazione delle carriere, sottolineando il valore del garantismo e l’importanza di tutelare l’imputato di fronte allo stato. Interventi successivi lo collocavano tra i sostenitori del Sì alla riforma, insieme ad altre personalità della sinistra del Pd, come Cesare Salvi e Claudio Petruccioli, pure specificando che la riforma andava ancorata a un piano complessivo di riforme anche per il sistema delle carceri.
Intanto, la segretaria del Pd, Elly Schlein, mantiene una posizione di cautela, ribadendo che il no al referendum non è un voto contro il governo e sottolineando che la riforma "non risolve i problemi endemici della giustizia, come la lunghezza dei processi, e quindi non va incontro ai cittadini e alle imprese".
Paradosso sovranista: l'estrema destra europea fa fronte comune contro i dazi minacciati da Donald Trump. La Lega invece gongola. Nelle scorse ore il presidente americano ha annunciato strette commerciali per i paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La quota annunciata è del 10 per cento, ma potrebbe salire al 25 per cento fino alla conclusione di un accordo per l'acquisto dell'isola. A rischiare sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. La minaccia di nuovi dazi ha spinto alcuni esponenti della destra (finora molto vicina al tycoon) a esporsi pubblicamente contro la mossa della Casa Bianca. "Le minacce pronunciate da Donald Trump contro la sovranità di uno stato, a maggior ragione europeo, non sono accettabili", ha scritto su XJordan Bardella, presidente del Rassemblement National ed eurodeputato del gruppo Patrioti per l'Europa. "Il ricatto commerciale è altrettanto intollerabile", ha proseguito il politico francese, invitando l'Unione europea a sospendere l'accordo concluso lo scorso luglio, che aveva fissato un dazio statunitense del 15 per cento per la maggior parte dei beni dell'Ue.
Dello stesso avviso anche Alice Weidel, leader di Afd. Dopo aver bollato il ritiro delle truppe tedesche nell'artico come una "palese ammissione che il governo tedesco ha completamente perso la direzione della sua politica estera", la politica tedesca ha evidenziato la necessità di porre il dialogo come obiettivo principale "per evitare una guerra commerciale e trovare una soluzione". Dall'Inghilterra, anche Nigel Farage, numero uno di Reform Uk e fra i più strenui promotori della Brexit, si è detto molto preoccupato e inquieto sulle strette commerciali trumpiane, giudicando "sbagliati, negativi e molto, molto dannosi" i nuovi dazi minacciati. "Parlerò con l'amministrazione statunitense mercoledì, quando sarò a Davos. Dirò che questo non è il modo in cui si tratta il proprio migliore amico", ha annunciato in un'intervista. Per poi rimarcare su X: "Non sempre siamo d'accordo con il governo degli Stati Uniti e in questo caso certamente non lo siamo. Questi dazi ci danneggeranno".
C'è chi invece non si sente affatto minacciato dalle ennesime misure ritorsive di Trump, anzi. Il Carroccio parla degli stati europei oggetto dei nuovi dazi come i "deboli d’Europa", dal cui "bellicismo" l'Italia ha fatto bene a chiamarsi fuori. "Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti", si legge in un post pubblicato dal profilo ufficiale del partito.
A fare più clamore è stato il senatore leghista Claudio Borghi, che nella sua quotidiana fiumana di tweet si è detto pronto a "festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania". Attirando così le critiche del ministro della Difesa, Guido Crosetto: "Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali – ha scritto rivolgendosi direttamente al senatore leghista – Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso. In un mondo polverizzato dove si torna alla logica 'ognuno per sé e Dio per tutti' od a quella della potenza militare e delle risorse naturali noi non siamo un vaso di ferro". Un piccolo scontro istituzionale, e una più grande frattura fra i sovranisti europei. Che mai come prima scoprono quanto fare fronte comune sia essenziale.
Pubblichiamo per intero l'intervento dell'ex premier e senatore di Italia viva all'Assemblea nazionale del partito
Siamo alla 14 esima Assemblea nazionale di Italia Viva, è una strada incredibile. 14 assemblee nazionali e non c'è stato mai un momento di pace. Abbiamo iniziato, poi subito crisi di governo. Ci abbiamo messo anche del nostro, ovviamente, poi l'avvento di Draghi al posto di Conte, l'invasione russa in Ucraina, le elezioni anticipate, l'assurda rottura del Terzo polo. Se c'è una cosa buona è che tutti hanno capito chi è che ha rotto e perché. Anzi no, il perché no. Ma chi sì. Poi abbiamo scelto il principio giusto degli Stati Uniti d'Europa per le Europee e la grande desolazione di non riuscire a fare il quorum, quindi successi e sconfitte. Poi la cosa più difficile, il posizionamento nel centrosinistra proprio alla luce del fallimento di questo disegno degli Stati Uniti d'Europa, e con tanti mal di pancia di tanti nostri amici. Alcuni se ne sono andati anche per questo. Eppure io penso di poter dire che questo tipo di posizionamento politico ci consente oggi di fare tre cose. La prima: essere orgogliosi del fatto che dipenderà da noi, anche da noi, se il centrosinistra riuscirà ad essere credibile e a vincere le prossime elezioni. La partita è aperta, i numeri sono a nostra alla nostra portata. Non è vero che è una partita impossibile e giorno dopo giorno ce ne stiamo accorgendo. Ma perché questo tipo di partita sia giocabile, occorre andare in una direzione più ampia rispetto a Italia Viva. Occorre costruire una Casa Riformista che sia in grado di accogliere anche storie diverse e occorre avere l'intelligenza politica di far partire questo processo senza pensare di governarlo in modo esclusivo.
Le altre due considerazioni sono che questo tipo di lavoro aiuta a capire che cosa vogliamo fare dell'Italia in Europa, ma aiuta soprattutto la politica a capire come avere un orizzonte diverso rispetto al caos di questi mesi. Per tutto questo periodo, ogni volta che facevamo un'assemblea nazionale c'era un'emergenza e ogni volta toccava buttarsi sulla tattica. Non che a noi dispiaccia Machiavelli o che dispiacciano i giochi tattici. Ci si diverte anche. Ma, per una volta, ecco l'obiettivo della riunione di oggi a Milano: possiamo provare a mettere da parte la tattica. Per una volta possiamo mettere in secondo piano gli schemi, quelle cose che tanto ci piacciono e anche un po' ci riescono. E proviamo a immaginare un'assemblea meno emergenziale e più valoriale. Chi siamo davvero? Chi vogliamo essere davvero? Quelli che quando c'è una crisi di governo, quando c'è da costruire una coalizione ci mettono del loro? Sì, va bene, la politica è anche questo, è incidere, altrimenti è mera testimonianza e non serve a niente. Ma mi propongo di abbandonare per un attimo la discussione sul giorno dopo giorno e provare a lanciare una riflessione tra di noi. È l'ultima assemblea prima di quella che segnerà il lancio della campagna elettorale, anche perché io credo che Meloni anticiperà di qualche mese le politiche, le farà nella primavera del 2027, dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti d'America e, vicino alle elezioni presidenziali francesi che saranno uno spartiacque per l'Europa, quindi la prossima Assemblea saà quella già che ci darà il rush finale, e possiamo utilizzare questa per fermarci un attimo e per dire chi vogliamo essere
Ecco per capire chi vogliamo essere dobbiamo provare a tirar fuori la bussola. La bussola oggi dove ci posiziona rispetto a questo mondo impazzito? Perché l'ago della bussola oggi ha totalmente perso qualsiasi punto di riferimento e questo è accaduto innanzitutto perché il 24 febbraio del 2022 Vladimir Vladimirovic Putin ha invaso l'Ucraina cancellando qualsiasi dibattito su quello che era accaduto negli anni precedenti. In quel momento lì è iniziato un domino, che riguarda naturalmente i cittadini ucraini che stanno combattendo con grande coraggio e onore per difendere la loro patria, e che noi vogliamo ringraziare e non soltanto aiutare come stiamo facendo. Ma è come se fosse finito l'ordine di Yalta, è iniziato un mondo nuovo. Giuliano da Empoli ha scritto in un pregevole librettino che è uscito adesso, "la guerra è tornata di moda". È un'espressione che ha utilizzato anche Papa Leone, non credo copiando da Empoli. Ora, è vero che da Empoli sta facendo grande successo, ma non credo sia arrivato a fare anche il ghostwriter del Papa. La guerra è tornata di moda e questo ha provocato un sistema in cui ciascuno si sente in condizioni di poter fare quello che vuole, sia dove i media si preoccupano di seguire, sia dove i media non seguono, a cominciare dall'Africa, che è il buco nero del mondo da questo punto di vista e dove paradossalmente il ruolo dei russi è persino più pervicace e penetrante di tutte le discussioni sull'influenza in Europa.
La guerra è tornata di moda e questo ha provocato un sistema in cui ciascuno si sente in condizioni di poter fare quello che vuole
Tutta questa discussione non la fa nessuno. Noi facciamo le discussioni di politica estera senza approfondire quello che sta accadendo, dal Sud-Est asiatico fino al Sud America. C'è gente che pensa che per fare la politica estera bastino viaggi, tatuaggi e miraggi. La politica estera è qualcosa in più, è tentare di leggere dove sta andando il mondo e in questo scenario la prima domanda da farsi è: l'Europa che fa e l'Italia che fa? Perché noi abbiamo un presidente del Consiglio che tutti i giorni ci dice, "io governiamo più di tutti". Ed è vero. Anche perché il centrosinistra nel 2022 l'ha aiutata facendo di tutto per farla vincere. E poi Giorgia Meloni ha avuto la buona suerte di avere tutti gli altri suoi colleghi in difficoltà, la Germania in difficoltà, la Francia che ne ha combinate una più di Bertoldo, e la Spagna che si regge su qualche voto con degli accordi molto complicati e precari. In questo scenario qui è chiaro che la Meloni è la più solida di tutti e continua a dire "sono quattro anni che sono al Governo" e penso che questo sia un plus per lei, ma alla fine della campagna elettorale qualcuno dirà "scusa, l'Europa non è più il tuo grande alibi". "Noi volevamo cambiare la nostra nazione, la patria, ma avevamo i burocrati europei". Ma sei tu l'Europa! L'Italia dovrebbe avere l'ambizione di guidare l'Europa ad essere un soggetto attivo nel mondo. Non lo siamo, non lo siamo per tanti motivi. Intanto perché l'Europa ha smesso di crederci. Lo aveva detto benissimo Papa Ratzinger "c'è un odio di sé dell'Occidente che è strano e si può considerare solo come qualcosa di patologico". L'Europa è come se si fosse messa a farsi del male, a cancellare quella grande storia che l'aveva portata ad essere centrale nel mondo. Poi ci sono anche degli elementi tecnici. Siamo meno di prima, siamo in crisi demografica, abbiamo meno ricchezza di prima. La ricchezza va soprattutto verso Oriente. Siamo meno attrattivi, la gente va più volentieri a studiare in America.
Un tempo l'Europa aveva il 7% della popolazione mondiale, il 25% del PIL e il 50% del welfare. Stiamo andando sotto il 5% della popolazione mondiale. Stiamo andando sotto il 20% del PIL. E il welfare, che era la nostra forza, è in crisi perché mancano anche le risorse oltre che per un fatto demografico. Ma l'elemento chiave dell'Europa sono i valori, la cultura, l'identità. E c'è una tendenza a considerare, a definire i valori, la cultura, l'identità con l'espressione "democrazia" che in parte è vero. La democrazia, diceva Winston Churchill, è il sistema peggiore eccetto tutti gli altri. Ma io affermo che l'elemento qualificante dell'Europa non è la democrazia. L'elemento qualificante dell'Europa, che fa la differenza, è la bellezza, cioè l'elemento che porta l'Europa ad essere credibile nel mondo e che ha fatto della bellezza con la B maiuscola un fattore politico nella costruzione delle cattedrali, nella costruzione delle università, nella costruzione della ricerca di senso della vita che la politica non può sostituire ma che deve in qualche modo accompagnare. L'Europa è questa roba qua, e noi vogliamo essere quelli che richiamano l'Italia a giocare un ruolo su questa partita, non a discutere di clausole e regolamenti. Ecco perché noi come Europa stiamo dimenticando chi siamo. La cultura. Abbiamo un sistema nel quale l'Europa valorizza tutto ciò che è esattamente l'opposto di ciò che la rende grande.
L'elemento qualificante dell'Europa, che fa la differenza, è la bellezza, cioè l'elemento che porta l'Europa ad essere credibile nel mondo
E allora, se questo è il punto di partenza, cioè che noi dobbiamo rendere l'Europa forte, bisogna capire che tipo di ruolo l'Europa può giocare nella nuova dinamica di politica estera in termini di politica internazionale. Vogliamo parlare di Iran? Io ci sto, a me va bene parlare di Iran per bene e seriamente. La Persia prima che l'Iran merita serietà. Qualcuno, mi pare fosse Luciano Canfora, non ovviamente diciamo il mio uomo di cultura preferito, ha fatto notare che in Persia, prima che in Grecia, è nata la democrazia. È un tema molto affascinante. Qual è il vero pericolo esistenziale che incombe sul mondo? Per me il vero pericolo di questi ultimi 25 anni ha un nome e un cognome: estremismo islamico. Se voi volete guardare quello che è successo nell'ultimo quarto di secolo, non chiamatelo con i nomi della quotidianità, dell'ultimo tweet. Vedo gente che dice che il nostro problema è l'America di Trump. Anche. Ma la minaccia esistenziale al pianeta in questi 25 anni non è arrivata né dal climate change né dall'intelligenza artificiale. È arrivata dall'estremismo islamico che ha cominciato il secolo buttando giù le Torri gemelle. Che ha continuato portando Boko Haram, che dice "proibito leggere", che cioè ha attaccato l'educazione, la cultura, la scuola, la bellezza. Nel cuore dell'Africa, facendo strage soprattutto di cristiani, nel silenzio della comunità internazionale che non ha avuto il coraggio di dire che quella era una strage di cristiani voluta scientificamente.
Che è proseguita con gli attentati nelle città europee. Ora va di moda ricordare dov'eravamo dieci anni fa. Noi eravamo al governo, ovviamente tanti bei ricordi, ma avevamo tutti i giorni la preoccupazione di quello che stava succedendo, che ogni giorno c'era una città che saltava in aria, c'era una stazione che saltava in aria. Noi ricordiamo Parigi. Sì, certo, il Bataclan, Charlie Hebdo. E Barcellona, e Nizza, prima ancora Madrid con la strage dei treni, e Londra. Sono le città della Germania, un insieme di attentati che nascono dopo che Daesh e lo Stato Islamico hanno lanciato l'assalto al cuore dei paesi arabi, puntando all'Arabia Saudita. Partono dall'Iraq, partono dalla Siria, e vanno a tentare di distruggere e di prendere il controllo del mondo musulmano.
E lo fanno in una dimensione di aggressione all'Occidente ma soprattutto di aggressione al mondo islamico riformista. Questa è stata la minaccia esistenziale. Se volete parlare di quello che sta accadendo in Iran con un po' meno superficialità di quella che ci regalano i nostri amici quando si fanno i dibattiti in Parlamento, dovete avere il coraggio di dire che l'Iran è il simbolo di tutto questo. Perché gli strumenti attraverso i quali l'Iran faceva la guerra al mondo islamico prima che a noi erano le tre H: Hamas Hezbollah e gli Houthi. E quando io dico che nessuno come Hamas ha ucciso tanti palestinesi o quando dico che Hezbollah e che gli Houthi sono stati i primi ad aggredire il mondo islamico, voglio dire che non è una guerra di civiltà. È una guerra che il mondo musulmano ha combattuto in prima persona. E quando sono emerse delle leadership riformiste nel mondo musulmano, queste leadership riformiste hanno bloccato l'estremizzazione almeno della parte sunnita. Allora su questi temi sarebbe affascinante stare a discutere con qualcuno che ha voglia di farlo. Ecco l'argomento su cui a me piacerebbe impostare il dibattito sull'Iran, perché l'Iran è il frutto di un errore dell'Occidente e dell'Europa. Nel 1979 l'Ayatollah Khomeini viene coccolato dall'Europa. Anzi no, diciamo le cose come stanno. Coccolato dai francesi, coccolato dall'intellighenzia culturale francese, coccolato persino da Jean-Paul Sartre o da Foucault, viene coccolato quando arriva nel febbraio 1979 a Teheran. Ha una stampa amica o comunque non ostile nel mondo europeo. Anche in America, a dirla tutta, quell'errore tragico di non aver capito che bisognava bloccarlo lì comporta tutta una serie di conseguenze a catena. La guerra Iraq-Iran dall'ottanta all'88 comporta la successione di Khomeini con Khamenei e attenzione anche ai tentativi di riforma dentro l'Iran, che noi abbiamo sostenuto, perché l'Italia ha sempre fatto politica estera e non è un caso che siano stati due Presidenti del Consiglio che sono andati in Iran a parlare nei due momenti in cui sembrava che si aprisse uno spazio, uno spazio per una prospettiva riformista.
Il primo è stato Romano Prodi, il secondo il nostro Governo nel 2015 o 16 non mi ricordo, io ho incontrato l'Ayatollah, la guida suprema, perché sembrava che si potesse aprire una stagione di riforma dall'interno ma in realtà questa prospettiva è miseramente fallita a seguito del fatto che in Iran non sta governando una famiglia reale con 100 persone, ma governano dei gruppi di potere con sette-otto milioni di persone che hanno benefici dal fatto che stanno lì e quindi possono permettersi di ammazzare i ragazzi come vogliono. Quello che sta accadendo in queste ore in Iran, ecco il punto, purtroppo non è una novità perché già quando io ero sindaco di Firenze appena eletto, sarà stato giugno o luglio del 2009, c'era una grande manifestazione, una delle cinque ondate di protesta dei giovani, tutte finite con le impiccagioni che sappiamo. E noi mettemmo l'onda verde, lo striscione verde sopra Palazzo Vecchio. Oggi siamo in presenza di una ribellione dei giovani, e mi fa arrabbiare chi utilizza le manifestazioni per dire "poi vediamo se il centrodestra reagisce", cioè strumentalizza a fini interni una discussione esistenziale. Abbiamo visto Paesi arabi, a cominciare dall'Arabia Saudita, dare un grande segnale di riforme, di innovazione nei loro territori ma anche l'Iran essere il punto di riferimento del male assoluto, molto più debole perché Hamas è fortunatamente in condizioni ben diverse da quelle in cui era qualche anno fa, perché Hezbollah è in condizioni diverse a quelle che era qualche anno fa. Ecco, su tutti questi temi sta la politica estera e voi immaginate che la possa fare Tajani? Però anche dal nostro lato bisogna avere la forza di dire che è inutile parlare di laicità se poi non si capisce che gli Ayatollah sono davvero il male assoluto.
Per vincere queste partite l'ideale è che ci sia qualcuno dall'interno Purtroppo in Iran ora non è l'argomento di discussione ma sono divisi. L'opposizione iraniana è molto divisa, sia quella che è presente sul territorio sia quella che è all'estero e quindi questo è un pezzo del problema. Perché non si fa una manifestazione? Perché tutto il tema diventa chi fa la manifestazione, perché ormai in Italia funziona così, la politica estera è considerata come un argomento per il quale qualcuno si alza e dice "voglio fare la manifestazione" e inizia a chiamare tutti dicendo voglio vedere chi non aderisce. Questo è un meccanismo di posizionamento di politica interna. Allora faccio una proposta molto semplice: oggi noi abbiamo aderito alla manifestazione del Partito Radicale, siamo andati ieri in piazza a Roma. Andiamo in tutte le manifestazioni perché noi siamo da questa parte contro la vergogna del regime iraniano che continua a ammazzare i ragazzi in quel modo. Però l'avete vista quella immagine stupenda di quella ragazza che bella ragazza che prende una sigaretta, si mette a fumare e accende con l'immagine della Guida suprema la sua sigaretta? Beh, una cosa semplice. Martedì, senza chiamare gli altri partiti, senza fare manifesti, martedì alle sei e mezzo si va all'ambasciata iraniana. Portatevi un pacchetto di sigarette, non chiamate i giornalisti. Qualcuno porta gli accendini. E facciamola a Roma con chi c'è nelle singole città. Scegliete un luogo, amici di Firenze. Andate a fumare una sigaretta semplicemente come atto, non per coinvolgere qualche altro partito politico. Non invitate nessuno dei partiti politici, ma andate all'università e dite ragazzi, c'è una ventenne come me che viene uccisa in questo modo.
Lo vogliamo dare un segnale che noi non siamo diventati dei robot che se ne fregano? A Firenze, a Bologna, a Milano dove volete, nei luoghi simbolici che profumano di libertà. Portatevi un pacchetto di sigarette, accendete il fiammifero e date fuoco bene a quell'immagine 10 minuti senza problemi, vi fate una foto e noi vi seguiremo in diretta con Radio Leopolda per capire tra di noi se riusciamo, non a portare un altro partito a posizionarsi, ma se riusciamo a portare un ragazzo nuovo, a dire che è una tragedia che distrugge il cuore delle persone ed è impossibile non farsi sentire pronti a dare un segnale. Detto questo, è evidente che poi c'è il dibattito politico e il dibattito politico su questi temi va in televisione, ti arriva lo scienziato, che magari è un presunto scienziato che si è riciclato come esperto di politica internazionale e, siccome deve fare il video che gli funziona, gli parte "Trump è come Maduro". Perché? Perché questa cosa funziona, piace alla gente. Come quell'altro che dice "Netanyahu è come Hamas". La semplificazione finalizzata al consenso spiccio e tu sei lì, in televisione e, a quello che ti dice "Trump e come Maduro" provi a spiegare "guarda che Trump non è come Maduro" e ti arrivano i messaggi dicendo "hai difeso Trump". Allora io penso che noi dobbiamo criticare soprattutto i nostri amici, le democrazie, l'Occidente. Mi riferisco agli Stati Uniti d'America, mi riferisco a Israele. Gli Stati Uniti Israele sono il simbolo di tutto questo. Per quello che è successo in questi mesi dobbiamo criticarli seriamente e io parlerò per qualche istante poi di Trump e di che cosa va fatto secondo me in quella complicata situazione che stiamo vivendo.
Il dibattito politico su questi temi va in televisione, ti arriva lo scienziato, che magari è un presunto scienziato che si è riciclato come esperto di politica internazionale e, siccome deve fare il video che gli funziona, gli parte "Trump è come Maduro
Però lasciatemelo dire. Se affermate il principio che Trump è come Maduro, state facendo venir meno l'idea di fondo di politica estera che ho cercato di affermare che è una cosa seria mettere sullo stesso piano il presidente degli Stati Uniti, che certo non è quel che si dice un custode delle istituzioni democratiche. Ma gli Stati Uniti, quella roba lì, hanno sempre fatta perché 36 anni prima di andare a prendersi Maduro si son presi Noriega esattamente nello stesso modo, un Capo di Stato. Anzi, in quel caso col Vaticano che gli ha pure dato una mano, giustamente per evitare lo spargimento di sangue. Il Vaticano, quando può, dà sempre una mano. Allo stesso modo attenzione sulla questione di Israele, perché quello che noi pensiamo del governo di Bibi Netanyahu è chiaro, forte e detto con straordinaria efficacia. Fa anche un po impressione leggere nei giorni scorsi che i paesi arabi e Israele hanno suggerito a Trump di essere moderato. È veramente il mondo alla rovescia. Però attenzione, una cosa è criticare il governo democratico di Israele, una cosa è passare all'antisemitismo. Si è verificato in questi giorni un atteggiamento di follia, di ubriacatura collettiva per una donna che, intrisa di ideologia, ha osato mettersi sullo stesso piano e poi attaccare una gigante del pensiero. La donna intrisa di ideologia si chiama Francesca Albanese, la gigante si chiama Liliana Segre. Io da Milano voglio ribadire con forza che noi stiamo dalla parte di Liliana, che quello che ha sofferto Liliana Segre è un monito per questo Paese e per le future generazioni. Lo dico da Milano città della Segre. Chi attacca la Segre non merita la cittadinanza onoraria, merita un corso di recupero a settembre.
Così come voglio dire con forza che facciamo molto bene a criticare il governo di Bibi Netanyahu. Ma quando un sindaco della mia Toscana dice che lui nelle sue farmacie blocca i farmaci israeliani, vorrei sommessamente far notare che i farmaci israeliani sono quelli che a Crans Montana hanno aiutato più di ogni altro sulle bruciature, fatevelo spiegare da Lucia Annibali come funziona questa roba se non credete a me. E allora c'è un limite alla stupidità. Poi naturalmente Trump va criticato con molta forza e guardate che Trump sta ferendo il multilateralismo per esigenze interne. Lui ha fatto partire l'operazione Maduro dopo che per una settimana sui giornali stavano uscendo i file di Epstein. Sto dicendo una cosa che è brutta, ma nel mondo americano, di Maduro, dell'Ucraina, dell'Europa, di chi volete voi, di Gaza, non gliene frega niente alla stragrande maggioranza. Ci sono tre punti su cui Trump vince o perde le elezioni di midterm. Secondo me le perde a prescindere perché un Presidente uscente di solito le perde, se continua così. Il primo è l'economia, lui ha messo i dazi che sono un aumento di tassazione per il cittadino americano perché una parte la buttano su quello che esporta ma siamo riusciti a ridurlo il più possibile quindi quell'oggetto che prima costava X oggi costa x più 10%, più 20% e lo paga il consumatore.
Poi naturalmente Trump va criticato con molta forza e guardate che Trump sta ferendo il multilateralismo per esigenze interne. Lui ha fatto partire l'operazione Maduro dopo che per una settimana sui giornali stavano uscendo i file di Epstein
E non è un caso che l'inflazione negli Stati Uniti stia tornando a crescere. E non è un caso che allora lui se la prende con quello della Federal Reserve e lo fa denunciare penalmente. Lo dico ai ragazzi più giovani, questa è la politica. Non c'è niente da fare. Se non ci sono i soldi in tasca gli americani ti mandano a casa. Secondo punto, lui ha una base che è riuscito a portare a votare che fa la differenza perché noi immaginiamo che le elezioni americane milioni e milioni di voti. Poi noi siamo abituati a chi dice che quelli che hanno il 3% non li considero nemmeno. Ma le elezioni americane nei singoli Stati finiscono con lo 0,5% di scarto, e in alcuni stati, con l'affluenza che si abbassa, vince chi riesce a portare la propria base. La base Maga Make America Great Again è una base che crede a Trump su tutto, tranne una cosa. Ha detto "Io posso scendere dalla mia Trump Tower, andare in città, ammazzare uno, risalire e dire con un video social che non ho fatto niente e i miei mi credono". È così, ma non credono agli alibi sui complotti che loro stessi alimentano. Il tema di Epstein, che lì per lì può sembrare una cosa banale, in realtà non lo è. Ovviamente si tratta di violenza sessuale ai danni di giovani ragazze, ma il punto centrale è che Trump ha sempre detto rilasceremo tutti i documenti, questi file Trump ha promesso di descriverli quando è arrivato e li ha visti, poi ha detto "Cambiamo discorso".
E avendo cambiato discorso, piano piano la sua base ha iniziato a far casino. Il 26, 27, 28, 29 dicembre i giornali americani erano pieni di argomenti sui Philip Epstein, con naturalmente le foto che la casa Bianca aveva rilasciato, casualmente tutte di Clinton, di Bill Gates e di altri, ma con tutti che dicevano ora arriva la botta, e zac, Maduro e poi la Groenlandia. Sono argomenti diversivi, straordinari, distrazione di massa. Poi è capace di far tutto. Io non faccio previsioni, ma se questo è Trump che nel frattempo sta arricchendo se stesso. Una cosa allucinante. Mai vista un'esperienza come questa di arricchimento personale. In questo ragionamento qua è chiaro che noi dobbiamo attaccare Trump, ma Trump lo attaccano gli americani se tirano fuori dei candidati credibili alle midterm. Sto passando le serate a guardare i candidati più brillanti, questo James Talarico mi piace un sacco in Texas. Speriamo che ce la faccia. È uno della middle class, figlio di persone assolutamente normali, che sta menando come un matto in Texas. Se vince lui vuol dire che c'è una chance per andare intanto sulla giustizia sociale, mettere un tetto ai milionari e compagnia bella, ma c'è una lettura da sinistra sulla situazione sociale e contemporaneamente molto conservatrice sui valori. Ma noi che cosa dobbiamo dire a Trump? La Meloni cosa deve dire a Trump? Io non credo che la Meloni faccia bene a rompere con Trump o contemporaneamente appiattirsi su Trump. La vedo molto prudente. Cerca di pattinare, è passata dal bacio ricevuto sulla fronte da Biden, al bacio della pantofola di Trump.
C'è una cosa però che chiedo da Milano a Giorgia Meloni: perché a un certo punto Donald Trump ha detto, "io non so se, nel caso noi avessimo bisogno, i nostri alleati europei sarebbero pronti a darci una mano. Io sono uno che si emoziona quando va al cimitero americano dei Falciani nella mia Firenze, perché vedo questi ragazzi che manco sapevano cosa fosse l'Italia, morti per noi, per la nostra libertà e ce ne sono dappertutto, in tutta. E a loro va il nostro grazie. Grazie a quella generazione. Ma pretendo da Giorgia Meloni che, quando il Presidente degli Stati Uniti dice "non so se loro sarebbero disponibili", la Presidente del Consiglio ricordi al Presidente degli Stati Uniti d'America che ci sono 54 italiani che sono caduti in Afghanistan e che io ho avuto l'onore e il dolore di andare a omaggiare nel sacrario di Herat. Ci sono non soltanto i dodici di Nassiriya, ci sono decine di persone morte in Iraq ci sono centinaia di italiani feriti perché, su richiesta degli Stati Uniti d'America, siamo andati a combattere per la libertà nel mondo. Meloni faccia sapere a Trump che non ha bisogno di dubitare perché i nostri hanno perso la vita per questi valori e l'Italia merita rispetto. E la Meloni deve dare rispetto prima all'Italia e poi a Trump. E i sovranisti devono dire che di fronte a della gente che muore in divisa ci si toglie il cappello e si ha il coraggio di dire che si sta con l'Italia. Non si accontenta il Trump di turno che dice "chissà cosa faranno". Io me le ricordo certe conversazioni con Obama che dice "si deve andare a sistemare la diga di Mosul. C'è un'azienda italiana, ci servono 500 persone italiane" e poi capivi che dovevi farlo perché era giusto. Andavi in Parlamento e c'era da prendersi l'opposizione che diceva no, noi non andiamo a morire per Mosul. Questo tema di Minneapolis, non credo che sia una guerra civile, la guerra civile è una cosa diversa, una cosa devastante per tanti aspetti ma non credo che il racconto di Trump come uomo che sta costruendo la guerra civile in America sia un racconto che funziona.
Meloni faccia sapere a Trump che non ha bisogno di dubitare perché i nostri hanno perso la vita per questi valori e l'Italia merita rispetto
Io sono rimasto sconvolto dalle immagini, sia le immagini della uccisione della trentasettenne che le immagini del giorno dopo, forse di due giorni dopo, quando una ragazza disabile è stata tolta, strappata con le cinture dalla macchina e arrestata e non aveva fatto assolutamente niente. Minneapolis è una città complicata, è quella in cui in questi anni è successo di tutto. C'è un sindaco che mi piacerebbe definire riformista, cioè non è un sindaco estremista, è uno che ha detto delle frasi straordinarie, ha detto "ora basta levatevi dalle palle" e ha detto che c'è sicuramente un tentativo di far passare il messaggio che è tutta colpa di immigrati o presunti tali. Segnalo una straordinaria audizione in commissione al Campidoglio, quando a un certo punto la ministra dell'interno, anche lei una figurina notevole, viene interrogata da un deputato che le dice: "dietro di lei c'è un signore che è un veterano della guerra in Iraq, sua moglie è una cittadina irlandese venuta qui che aveva nove anni, è stata quarant'anni qui non ha mai fatto niente. Ha preso due multe per eccesso di velocità da 80 dollari, due multe in quarant'anni. È da quattro mesi che è in carcere perché le vostre leggi l'hanno mandata in carcere in attesa di essere rimandate in Irlanda. Lei non sente il dovere di scusarsi con il veterano e con sua moglie. Questo sta succedendo, questo, ma non la definisco guerra civile.
Occhio a non esagerare. Noi abbiamo bisogno di costruire l'alternativa a Trump. Noi siamo la sinistra mondiale, prendendo non il lato dello scontro ideologico, ma il lato dell'economia e della sicurezza, che poi sono i due punti su cui arrivo rapidamente sull'Italia. L'Europa sta un po' perdendo l'idea che l'aveva caratterizzata che è quella della libertà. Vi racconto un fatto. Undici anni fa, gennaio 2015, io sono andato ad Abu Dhabi, dal Crown Prince di allora, che poi adesso è il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan. organizzò una cena piacevolissima. Mi disse "noi stiamo vivendo una guerra civile". Erano gli anni del caos del Bataclan, di Charlie Hebdo, gli anni della e delle stragi, gli anni del Daesh, gli anni dei musulmani, di quelli che che vi ricordavo prima, gli anni delle esecuzioni, gli anni di Palmira dove venivano uccise dai tagliagole le persone nel modo che ricordiamo, noi stiamo vivendo la stessa stagione che i cristiani hanno vissuto sei sette secoli fa. 15 secoli dopo Cristo voi avete avuto un grande momento di tensioni tra cattolici e protestanti. Noi, 15 secoli dopo il profeta Maometto, stiamo vivendo una guerra civile tra i nostri mondi. Per noi l'Europa è faro e modello. L'Europa, con le sue università, con le sue cattedrali, con le sue idee, con le sue opere d'arte, è un modello. Lui è quello che ha fatto il Louvre dd Abu Dhabi.
Oggi quello stesso leader ha fatto un documento rilasciato dal ministero degli Esteri. Un documento con cui invita gli studenti emiratini a non andare più a studiare nelle università inglesi. A me questa è una cosa che mi sconvolge. Perché? Perché dice che nelle università inglesi il rischio di radicalizzazione è troppo forte e, quando io vedo che una giovane donna di cui non condivido nulla che si chiama Eva che è una donna del Make America Great again, sposata con un italiano ma che fa l'influencer e la politica su contenuti, che io non condivido, molto di destra che viene bannata dal Governo Starmer, bannata cioè Starmer dice "non entri nel Regno Unito perché perché le tue idee non mi piacciono", io dico che noi abbiamo un problema con noi stessi perché le nostre università diventano il luogo dove ci si radicalizza più facilmente, e non facciamo entrare quelli che non la pensano come noi. Altra cosa è contestarli, criticarli, sconfiggerli, accusarli. Se dicono il falso, denunciarli. Tutto legittimo, ma impediamo l'ingresso nel Regno Unito a una che ha criticato Starmer, cioè replichiamo il modello che Trump fa peggio negli Stati Uniti, noi stiamo perdendo il senso dell'Europa. La prima parola che l'Europa deve utilizzare, la nostra parola, è libertà. Se l'Europa non è libertà l'Europa non è. Dostojevski diceva "bisogna rieducare un'intera generazione per renderla degna dell'idea di libertà". Devo tornare su questioni un po' meno ideali e un po' più concrete che sono quelle dei tre punti su cui a mio giudizio Casa riformista può, alla luce della prima parte sui valori, fare la differenza e portare il centrosinistra alla vittoria.
La prima parola che l'Europa deve utilizzare, la nostra parola, è libertà. Se l'Europa non è libertà l'Europa non è.
Il primo lo collego a questo ragionamento sulla libertà e il rapporto tra cultura e sicurezza. 1€ in cultura 1€ in sicurezza. È vero che ne ho parlato tante volte, però quando Trump o gli inglesi o chi volete voi attaccano le università, da noi abbiamo un Governo a cui non frega della laurea, per loro quelli che si laureano fanno schifo, sembra quasi che non si rendono conto che, meno la gente studia più le città sono prive di studenti. È un principio che persino Salvini in un momento di debolezza potrebbe vagamente intuire. Però, proprio per dare un segnale di apertura al mondo leghista padano, vorrei partire dal Barbarossa. Barbarossa, nel maggio 1155 si ferma Bologna e in qualche modo incontra una delegazione di studenti e scolari dell'Università di Bologna. E alla domanda dell'imperatore sui motivi del perché scelgono Bologna quale sede di studio, gli studenti rispondono, stiamo bene ci fanno studiare.
Tutte cose che potremmo traslare nove secoli dopo, magari nella Milano che accoglie studenti universitari, come sappiamo, con università che sono attrattive per tutti. Allora per me si deve partire dal mettere l'educazione al centro. Lo dico perché recuperare il tema della cultura e dell'università e della scuola è fondamentale e non è slegato dalla prima parte. Lei si chiamava Rubina Amin, è la prima ragazza iraniana uccisa. È uno dei simboli di questa ondata di impiccagioni e esecuzioni sommarie. Aveva 23 anni, studiava moda. Sapete cosa scriveva Rubina e cosa diceva agli amici? Che lei voleva andare a studiare moda a Milano. Che il suo sogno era andare a vivere a Milano. Quella ragazza iraniana vedeva in questa città il modello dei suoi sogni, la speranza della sua vita. Questa è l'Italia. Questa è Milano. Lo dico facendo un'unica intrusione sulle vicende locali. Mi scuseranno gli amici qui presenti. Milano è stata in questi anni un baluardo e un faro per l'Italia, pur con tutti i problemi. Le discussioni ce ne siamo fatte anche tra di noi. Arriverò dopo a parlare anche di sicurezza, ma Milano è stata un baluardo incredibile. Quello che è successo a Milano in questi anni non ha paragoni se non con la Barcellona del post Olimpiadi, con la Berlino del post muro ragionando di città europee. Allora, mi permetto di sussurrare agli amici, e soprattutto ai compagni, che in queste ore hanno pensato di iniziare il dibattito in vista del 2027. Il centrosinistra ha vinto tre volte a Milano, una volta con Giuliano e due volte con Beppe e vi garantisco che vincere tre volte di fila non è stato così scontato. Il centrosinistra ha vinto tre volte, ha governato, ha fatto l'Expo quando non ce lo volevano far fare, ha preso le Olimpiadi quando a Roma gli hanno detto di no, ha portato un fracco di gente a vivere nelle università milanesi. Pensare di iniziare il dibattito su Milano chiedendo discontinuità è roba da dilettanti della politica. La discontinuità a Milano di cognome fa Salvini. La discontinuità per la sinistra è perdere a Milano. Poi cambiare è normale ma parlare di discontinuità come valore, non ci vuole una laurea per prendere atto che se noi ce la chiamiamo in casa questa roba ci facciamo del male. Poi ci sono dei problemi, certo. Oggi su Il Corriere c'è un articolo che dice che a Milano c'è un sacco di milionari. Molti di questi sono arrivati con la legge che abbiamo fatto noi. Beppe l'ha saputa bene utilizzare. Abbiamo fatto una legge dopo la Brexit che ha portato qui un sacco di gente che spende tanto, ma il problema è che aumenta il costo delle case quindi il rischio è che le case siano solo per i ricchi.
So che il Sindaco Sala con l'assessore competente Conte fa delle cose buone. Faranno nei prossimi giorni un importante passaggio per dimostrare che qui il Piano casa lo fanno con i soldi del Comune perché, se aspettano Salvini, fanno prima ad arrivare i Frecciarossa che i soldi di Salvini. Altra grande promessa della Meloni: metteremo 15 miliardi sul piano casa. È evidente che questa legge della flat tax ha prodotto anche dei problemi ma la bravura è quella poi di riuscire a costruire qualcosa. Si può cambiare tutto. Ma Milano è la città di Rubina, è la città di quelli che vogliono venire a portare un sogno qua. E allora noi dobbiamo far sì che le città siano più simili a Milano, le città italiane. Non dobbiamo immaginare di fare la guerra alle città che riescono a creare qualche anno di università. Certo, c'è un tema sulla sicurezza e vengo a parlare di sicurezza anche perché sono andato a letto sconvolto ieri quando abbiamo letto la notizia della Spezia, un ragazzo di 18 anni che a scuola con un coltello ha ucciso un suo compagno di classe per una storia legata a una foto di una fidanzata. Il tema sicurezza è molto più grave di quello che sembra. Loro sulla sicurezza sono convinti di aver fatto tutto bene. E la buttano addosso ai sindaci e la buttano addosso all'ideologia della sinistra. Ma loro sono lì da quattro anni, noi li abbiamo incalzati in Parlamento. E Piantedosi si attacca alle statistiche, e lui è uno dei migliori. Dopodiché però gli agenti qui non arrivano e gli agenti rimangono in Albania. Fanno dei decreti che servono semplicemente ad alimentare la fuffa e la propaganda. Ecco, se devo dire uno degli argomenti su cui noi vinciamo le prossime elezioni, è la sicurezza. "Ma voi avete fatto entrare un sacco di gente". Allora vediamo di dirla bene questa cosa perché io mi sto un pochino innervosendo. Noi siamo orgogliosi di aver salvato la gente in mare, perché un pezzo dell'identità italiana è che se uno sta affogando lo prendi e lo salvi senza chiedergli la fedina penale, perché sei un uomo.
Fanno dei decreti che servono semplicemente ad alimentare la fuffa e la propaganda. Ecco, se devo dire uno degli argomenti su cui noi vinciamo le prossime elezioni, è la sicurezza
E voglio, tra gli altri, salutare Pietro Bartolo che poi prenderà la parola, che ringrazio di essere insieme a noi. E questa non è una roba di sinistra, questa è una roba italiana. Il comandante della Regia Marina che rispondeva al re e al duce è quello che è andato a salvare un intero equipaggio dei belgi. Figuriamoci se noi possiamo lasciare qualcuno in mare. Dunque, parliamoci molto, molto chiaro, la debolezza dello Stato non è quando salva gli immigrati in mare, non è quando prende qualcuno che sta morendo e gli dà un salvagente. Lì sta la civiltà di uno Stato. La debolezza dello Stato è quando prende uno che ha stuprato come il 57 enne che poi ha ucciso Aurora. La debolezza dello Stato è quando prende uno che ha già dato noia a tante persone, come il 36 enne che a Bologna ha ucciso il povero Alessandro, e lo lascia libero in attesa di processo, o lo scarcera senza alcun riguardo alla certezza della pena e quello esce, stupra un'altra e l'ammazza. Lì c'è la debolezza dello Stato la civiltà dello Stato è salvare la gente in mare. La forza dello Stato è tenerli in carcere quando delinquono. La stupidità è non capire la differenza. Ecco perché su questo bisogna toglierci di dosso la paura. Se il governo fa un decreto e dice meno coltelli, meno possibilità di prendere i coltelli, ma è ovvio che voto a favore.
È una delle leggi che noi abbiamo sempre voluto. Il problema è che è tutta fuffa quella del governo. Il problema è che fanno una legge in cui dicono che se ti vado a prendere un portafoglio in stazione c'è un reato più grave che se lo vado a prendere fuori dalla stazione. E poi lasci che quel ragazzo di 34 anni sia ucciso in quel modo? Caro centro sinistra sulla sicurezza non è il momento di essere timidi. Ho letto qualcuno che ha detto: adesso il centro destra non strumentalizzi i coltelli di La Spezia. Non è questa la risposta. La risposta è: adesso il centrodestra ci spieghi perché dopo quattro anni ci sono i coltelli a scuola, adesso ci spieghi perché non ci sono i poliziotti a Bologna. Adesso ci spieghi perché a Palermo si ammazzano quelli dello Zen. Andiamo all'attacco sulla sicurezza. Basta timidezze. Sono loro che sono lì da quattro anni e che devono giustificare quello che non hanno fatto. Poi noi ci mettiamo un elemento. Ne parlavo l'altro giorno con Cacciari a Otto e mezzo, che è quello del valore culturale che c'è in 1€ in cultura 1€ in sicurezza, che la nostra grandezza è mettere una scuola, una palestra, un teatro in periferia, andare a insegnare la bellezza dei valori come elemento costitutivo dell'italianità. Ma noi sfidiamo il Governo di Giorgia Meloni sulla sicurezza, il Governo degli sciacalli che hanno preso tutti i casi di cronaca per aumentare i reati e le pene e che continuano a tenere 500 poliziotti e carabinieri in Albania quando sanno che non servono a nulla. Noi siamo quelli della libertà, della cultura, siamo quelli della sicurezza. Siamo quelli della parte economica.
Questa cosa della parte economica è incredibile. Noi abbiamo un Governo che è imbarazzante, abbiamo al Governo Urso. Non c'è un imprenditore che non si metta a ridere quando gli si dice "Urso". Si sganasciano dalle risate, poi vedono i conti e piangono. 33 mesi su 37 di produzione industriale negativa. Amici delle associazioni di categoria. Ma come fate a continuare a fare le standing ovation a chi vi sta impoverendo l'azienda, a chi sta prosciugando i soldi dal conto corrente? Ma come fate a non svegliarvi, a credere a due moine? Ma come fate a non chiedere che arrivi il decreto sull'energia? Sono quattro anni che stanno lì, quattro anni. Essere stati così tanto tempo non può essere la loro forza. Ecco, a fronte di questo io non entro sulle questioni economiche da Milano però penso che vada detto: il Governo ha sempre avuto il nostro rispetto sulle questioni economiche, bancarie, finanziarie. Non abbiamo mai messo bocca perché pensiamo che sia meglio non mettere bocca. Abbiamo detto soltanto a Giorgetti, sovranista dei miei stivali, che mettere il golden power contro una banca italiana per consegnare BPM ai francesi è un'operazione che resterà negli annali come il capolavoro del sovranismo all'incontrario. È una cosa che si giustifica soltanto se c'è qualcosa sotto che io non voglio pensare che ci sia. Giorgetti, il padano che mette il golden power contro Unicredit a favore dei francesi. Se Bossi lo vede dà un cazzotto.
Dico soltanto una cosa al governo, chi ha orecchi per intendere intenda e gli altri in Consob siccome la partita finanziaria non è chiusa tutti stiano fuori. Lasciamo che gli agenti, gli operatori, gli imprenditori giochino la loro partita. Vade retro governo. Perché se il governo pensa di continuare a intervenire su tutto e compra e sistema e raccoglie e raccatta e dà i soldi al garante della privacy, salvo poi dire che il Garante della privacy è contro di loro. Salvo dire, "vogliamo metterne due di CSM con i referendum". Sta pagando tutti, la Meloni ha aumentato le spese di tutto, ha raddoppiato i costi di Palazzo Chigi, ha triplicato i soldi dei servizi segreti. Nel silenzio dei media sta accadendo questo. Oggi in Italia tutte le burocrazie romane sono entusiaste del governo Meloni, salvo poi tra sei mesi, quando capiscono l'aria, cambiare. Ecco, voglio dare un messaggio ai naviganti, noi su questa storia ovviamente guardiamo quello che accadrà con grande rispetto. Ma siccome è un Paese in cui 33 mesi di produzione negativa industriale su 37 si fanno sentire, per la gente normale la spesa al carrello costa il 25% in più, 2€ sui pacchi, aumento del gasolio. Siccome c'è questa situazione, il Governo si occupi degli italiani normali e lasci fare le partite finanziarie a chi le deve fare.
La Meloni ha aumentato le spese di tutto, ha raddoppiato i costi di Palazzo Chigi, ha triplicato i soldi dei servizi segreti. Nel silenzio dei media sta accadendo questo
La partita per me è aperta. Se noi portiamo libertà, cultura, sicurezza, in nostri valori costitutivi. Sull'economia guardiamo i numeri. Siamo sotto, secondo i sondaggi peggiori, tra i 3 e 4 punti, altri dicono che siamo pari. Intanto c'è un primo punto: per me nasce qualcosa a destra. Vannucci? Può darsi. Non è Vannucci, è il novax che in Veneto fa il 5%, è Giordano, Cruciani, è quel mondo culturale che continua a dire che la Meloni non ha fatto niente sulle case o sulle tasse. Non lo so da dove parte, ma so che parte qualcosa. Se parte qualcosa porta via almeno tre punti percentuali alla destra. E siccome la partita è aperta vorrei ricordare a tutti quelli del centrosinistra che nessuno si può permettere di mettere veti, nemmeno noi. Perché in ballo c'è innanzitutto la scelta del prossimo governo. E poi, tra tre anni, c'è la scelta del garante delle istituzioni di questo Paese. Noi siamo orgogliosi, undici anni fa, di avere indicato proprio in questi giorni Sergio Mattarella. Allora qualcuno mi disse: "Non è detto che lui ci sarà quando tu avrai bisogno". Io ricordo di aver risposto a questa persona: "il Presidente della Repubblica si sceglie pensando non a quando avrai bisogno tu, ma quando avrà bisogno l'Italia". E quando l'Italia ha avuto bisogno, Sergio Mattarella è stato il garante delle istituzioni.
Italia viva può andare da sola? Sì, volendo sì. Noi ci siamo, Siamo pronti, faremo battaglia. Non è questo il punto. Avete visto i risultati? Anzi fatemi fare intanto un applauso a tutti i consiglieri regionali che sono stati eletti, a tutti i consiglieri regionali che non sono stati eletti, a tutti quelli che hanno dato una mano: nelle Marche siamo riusciti a far scattare un consigliere nonostante la sconfitta, in Calabria siamo passati al 5%, in Toscana abbiamo portato quattro consiglieri. Fatemi dire grazie anche a chi non è entrato, prendo un nome per tutti: Tommaso Pellegrino. Tommaso Pellegrino, che non è entrato perché non è scattato il suo seggio, è quel chirurgo che avete visto su tutti i giornali in questi giorni. Si è messo a operare l'altro giorno perché è tornato a fare il suo lavoro, perché questa è Italia viva, una comunità di persone che va avanti, che ha consenso, che è forte, che ha coraggio e che è pronta a allargare questo spazio senza pretendere di governarlo. Questo è un passaggio importante. Che nasca una Margherita 4.0, che nasca una cosa diversa, non so come si chiamerà. È fondamentale il protagonismo dei sindaci, è fondamentale il protagonismo di chi vuole venire via dal centrodestra, magari da Forza Italia, è fondamentale il protagonismo di chi non crede più nello stare in questo Pd. È fondamentale il protagonismo delle altre forze politiche.
Noi non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Le chiavi di casa di Casa Riformista ce le devono avere tutti. C'è solo un punto però: non si sta alla finestra in questa casa riformista, chi viene viene a dare una mano non viene a dire io pretendo, io voglio, io esigo, se mi fai fare il capo, io vengo. Questa è la casa riformista che fa vincere o perdere le elezioni, che fa scegliere se al Quirinale ci va uno normale o ci va Giorgia Meloni. Questa è la partita.
Sulla giustizia abbiamo detto "libertà", c'è già chi ha preso posizione, libertà totale. Partendo dall'assunto che quello che noi dobbiamo dire sulla riforma l'abbiamo detto in Aula e, attenzione, mica solo sulla giustizia, ma sulla riforma perché qui c'è un clima di cui nessuno parla, il PNRR. Stiamo perdendo i soldi per la giustizia civile, continuiamo a aumentare i reati ma abbiamo uno strumento di certezza della pena che non esiste, finché l'edilizia carceraria è in mano a Delmastro. Abbiamo un sistema in cui, prima ancora di ragionare di separazione delle carriere tra pm e giudice, noi abbiamo un Governo che è governato dai magistrati: da Alfredo Mantovano, dalla dottoressa Bartolozzi, ci sono le toghe brune che stanno governando. La prima separazione dei poteri è la separazione del potere politico, la separazione del potere giudiziario. Il governo di questo paese è in mano a dei magistrati che stanno vivendo questo periodo come occasione per fare la rivincita.
La sede nuova è aperta a Roma tutti i giorni abbiamo un programma presentazioni di libri, incontri con i ragazzi, scuola di formazione. Noi vogliamo che questa sede fisica sia vissuta ovviamente dai romani. C'è bisogno di aprire sedi anche altrove, e c'è bisogno di aprire una sede virtuale molto più di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Noi vogliamo che Radio Leopolda con Giachetti diventi la sede virtuale. Ci sarà un mio podcast, che partirà dal prossimo mese. Ci sarà un lavoro di Radio Leopolda di diverso palinsesto che faremo nei prossimi giorni. Però ci sono dei territori in cui si sta giocando troppo a taglia fuori, cioè Italia viva dice a tutti gli altri che Casa riformista è aperta a tutti, ma vale anche per noi, questo vuol dire che bisogna allargarsi, che bisogna fare entrare gente nuova, che il problema non è chi fa il coordinatore. Il problema è se noi portiamo della gente per andare ad aiutare il centrosinistra a vincere le elezioni o no, perché la Schlein sta facendo un lavoro prezioso. Non è la mia best friend ma è una che sta facendo un lavoro tenace di costruzione di una coalizione e questo va riconosciuto e va aiutato.
Il problema è se noi portiamo della gente per andare ad aiutare il centrosinistra a vincere le elezioni o no, perché la Schlein sta facendo un lavoro prezioso
Però dall'altro lato noi dobbiamo portare gente nuova e gente in grado di lavorare in modo anche diverso. La Leopolda si terrà il due tre e quattro ottobre a Firenze. Il quattro di giugno, 2 giorni dopo gli ottant'anni della Repubblica, ci sarà questo evento a Roma dove lanceremo un business plan per l'Italia dei prossimi anni. Io sono consapevole dei miei limiti e sono consapevole del fatto di essere stato per voi in alcuni momenti un peso. Intanto mi faccio l'assist per poi schiacciare tranquillo. In questi anni io sono stato oggetto di un'aggressione che la Commissione antimafia ha messo nero su bianco per la prima volta. C'è voluto una presidente di Fratelli d'Italia per scriverlo. Il sistema Striano è partito per distruggere me. Dobbiamo avere questa consapevolezza, ma anche la tranquillità di chi dice con Hammarskjöld: "nell'intimo regni sempre la serenità e la sicurezza che non ha bisogno di soccorso dal di fuori, non ha cioè bisogno di quella specie di tranquillo consenso che gli altri possono procurare". Io credo molto in questa frase. Non ho quindi da fare la vittima, ma quello che è accaduto contro di noi dimostra che ci avevano messo nel mirino. Noi oggi dobbiamo avere l'intelligenza per capire che, se abbiamo dimostrato che avevamo ragione e abbiamo vinto quella battaglia, da soli non bastiamo. Noi dobbiamo essere consapevoli che allargare le porte e fare anche qualcosa di nuovo, se serve, è il nostro modo per rendere tutto il ragionamento sugli ideali che ho fatto all'inizio. Concretezza. E allora dice la gente che si vede bene la nave quando è nel porto, la nave nel porto sta bene, ma le navi sono fatte per stare in mare, non per stare in porto. Italia viva ha questo compito qui nei prossimi mesi: dare una grande mano perché, a fronte di un governo che sta impoverendo l'Italia, l'opposizione smetta di piangersi addosso e abbia la forza di provarci, facendolo non sugli scontri ideologici, non giustificando i dittatori, non giustificando le violenze in stazione, ma su una prospettiva di contenuti che partano da libertà, cultura, sicurezza, economia.
Se saremo in grado di farlo, la Meloni va a casa. Se falliamo noi ci troviamo altri cinque anni. Questa gente alla guida del Paese. Penso che si possa fare e per questo credo che sarà fondamentale aprirsi subito.
Il medico radiato Riccardo Szumski, a seguito della mia denuncia su queste pagine dell’inaccettabile aggressione contro la senatrice Sbrollini causata dalle critiche alla proposta assurda di istituire strutture sanitarie pubbliche dedicate a coloro che lamentano danni da vaccino in Veneto, ha deciso di rispondere anche a me. Non nel merito, intendiamoci bene; semplicemente reiterando proprio quel meccanismo di appello politico, di chiamata identitaria che ha utilizzato in precedenza contro la senatrice.
Vale la pena esaminare il suo messaggio sui social, non perché interessante per i contenuti, ma perché è un esempio didattico di come agisce la politica populista per creare consenso sui temi di sanità pubblica, che dovrebbero essere trattati in ben altro modo. Scrive dunque Szumski: “Il prof Enrico Bucci mi attacca su il Foglio per la richiesta di istituire in Veneto ambulatori per valutare i danneggiati da vaccino... Io che non sono altro che un medico di campagna gli rammento che in Italia la farmaco vigilanza attiva per qualsiasi vaccino (e non solo) non esiste, come dovrebbe essere, nemmeno per i vaccini obbligatori. Nella fattispecie del Covid poi l'obbligo era pure per poter lavorare e quindi doppiamente necessaria di vigilanza attiva... È qui mi fermo, perché uno che afferma che una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta e non un eventuale nesso causale con il vaccino, ha una visione analitica che non voglio comprendere...perché negante a prescindere! #duriaibanchi #szumskiresistereveneto“
Dunque, cominciamo – ignorando qualche sgrammaticatura dovuta evidentemente al mezzo utilizzato e alla fretta. L’apertura con “io che non sono altro che un medico di campagna” è da manuale: è una posa studiata per costruire una contrapposizione simbolica tra il medico “del popolo” e l’accademico, tra chi parla a nome di una comunità e chi rappresenterebbe un’élite distante che ignora “il popolo”. Peraltro, il cosiddetto “medico di campagna” è in politica da prima del 1994, anno in cui fu eletto infatti sindaco leghista di Santa Lucia del Piave. Politico è rimasto, visto che dopo due mandati da sindaco e una attiva militanza, oggi siede in consiglio regionale forte delle preferenze espresse per una sua lista personale; medico, invece, non lo è più, essendo radiato.
Altro che “medico di campagna”: qui abbiamo uno che da almeno tre decenni è in politica, volto noto ed eletto più volte. Ma dire “io sono un politico di lungo corso” non funzionava bene per parlare a quel “popolo” cui si rivolge il “medico di campagna”. Subito dopo la propria autodefinizione ad usum populi, compare un’affermazione che è semplicemente falsa: “in Italia la farmacovigilanza attiva non esiste”. La pagina dedicata del sito AIFA contiene la seguente frase: “Dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio, ciascun lotto di vaccino è soggetto alle stesse regole di farmacovigilanza degli altri medicinali e il monitoraggio di sicurezza viene effettuato principalmente attraverso: la vaccinovigilanza attiva e passiva”. La farmacovigilanza attiva esiste, è regolata da norme europee e nazionali, è gestita da AIFA e dalle reti regionali, ed è stata ampiamente utilizzata proprio durante la campagna Covid. Il passaggio sull’obbligo lavorativo introduce poi un altro slittamento. L’obbligo viene usato come argomento morale per suggerire una colpa istituzionale generalizzata. Ma l’obbligo non crea automaticamente un nesso causale, né giustifica la costruzione di percorsi paralleli sottratti ai criteri ordinari di valutazione clinica. Qui si mescolano deliberatamente piani diversi per rafforzare una narrazione politica. Il punto più grave riguarda però la trombosi. Nel post si sostiene che io avrei affermato che “una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta” e che questo equivarrebbe a “negare a prescindere” ogni possibile legame causale. È una ricostruzione scorretta di ciò che ho scritto e, soprattutto, una caricatura del metodo medico.
Nel mio articoloho detto l’esatto contrario: una trombosi potenzialmente collegata a un vaccino va trattata innanzitutto come trombosi, perché il primo dovere del medico è curare il paziente, non classificare politicamente l’evento. Come ho pure scritto, il nesso causale, se esiste, va valutato eventualmente dopo, con gli strumenti dell’epidemiologia e della farmacovigilanza. Questo è il fondamento stesso della medicina clinica, come chiunque abbia studiato da medico dovrebbe sapere. Attribuire automaticamente ogni trombosi temporalmente successiva a una vaccinazione a un effetto del vaccino è un salto logico che la medicina ha sempre evitato, proprio per non confondere coincidenza temporale e causalità. Trasformare il metodo della scienza in “visione negante” serve solo a spostare la discussione dal terreno delle prove a quello dell’accusa morale, ed è chiaramente ciò che il politico in questione intende fare per suscitare lo sdegno identitario dei suoi.
Se vi fossero dubbi, il dettaglio finale chiarisce definitivamente la funzione del post. Gli hashtag non servono a informare, servono a chiamare a raccolta. “#duriaibanchi” e “#szumskiresistereveneto” sono segnali identitari rivolti alla propria base politica. Il messaggio non è indirizzato a chiarire una questione scientifica, ma ad attivare una comunità contro un bersaglio. Il risultato è infatti immediato: nei commenti compaiono accuse di malafede, allusioni penali, insulti. È lo stesso schema già visto nel caso della senatrice Sbrollini: critica pubblica, post identitario, mobilitazione aggressiva della base. È l’uso sistematico della disinformazione e della caricatura per trasformare una discussione scientifica in uno scontro di appartenenze, nel quale l’avversario viene delegittimato e consegnato a una folla digitale. Ed è esattamente la stessa logica che attraversa la mozione sugli ambulatori per i “danneggiati da vaccino”: creare una categoria simbolica, accreditarla politicamente, usare il linguaggio della sanità per consolidare un campo identitario. Altro che “medico di campagna”: abbiamo un altro esempio di “politico in campagna”, elettorale e permanente. Ma davvero vogliamo che l’Italia sia ridotta a provincia del MAGAstan?
Recentemente il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury ha formulato nella newsletter di un quotidiano italiano riserve sui disegni di legge sull’antisemitismo in discussio... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
"Sono mesi che viviamo un clima irrespirabile: sono mesi che alcuni si arrogano il diritto di schernire, ridicolizzare compagni di partito e invitano 'i riformisti' a lasciare la casa che abbiamo fondato. Non è più accettabile e chiedo alla segretaria Elly Schlein di pronunciare parole di chiarezza". Con questo post su X, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha risposto a Tomaso Montanari e ha chiamato il causa la leader dem. Il terreno di scontro in questa battaglia tutta a sinistra riguarda le diverse posizioni del Partito democratico sul referendum sulla giustizia. Lo storico dell'arte, saggista e dal 2021 rettore dell'Università per stranieri di Siena, con un post sui social aveva fatto notare che, mentre il Pd si è schierato per il no, alcuni esponenti della sinistra sono sul fronte opposto e ha citato l'ex ministro Marco Minniti. Ma, è il senso del suo messaggio, almeno da lui "il Pd si è liberato" e aggiunge: "Certo, sarebbe più facile essere creduti se non ci fossero la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti e tanti altri esponenti del Pd a fare campagna per il Sì con Fratelli d'Italia". Montanari conclude il post dicendo che attende di sapere se "anche loro non fanno più parte del Pd (magari con Gentiloni, Guerini e tutti i destro-renziani che smentiscono ogni giorno la linea della segretaria)".
Immediata la risposta di Picierno che ha accusato lo storico dell'arte "da non iscritto e non votante" di voler "decidere, dal suo comodo divano di casa, chi deve essere del Pd e chi invece no, e giù la democratica listetta di proscrizione con nomi e cognomi degli indegni non allineati". L'esponente dem ha risposto dicendo che l'accusa di voler fare campagna elettorale per il Sì è soltanto una "scusa" chiarendo sia che molte delle persone chiamate in causa sono schierate per il No sia che lei stessa non la sta facendo: "Mi sono limitata a scrivere quel che penso in poche righe che il mio amico Prof Ceccanti ha letto al convegno 'La sinistra che vota Sì', perché vi piaccia o no, esiste una sinistra che vota sì, ed è pure autorevolmente rappresentata". La vicepresidente si riferisce all'evento di Firenze della settimana scorsa, organizzato da Libertà Eguale, a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera, proprio per spiegare le ragioni di una sinistra che avrebbe votato a favore del referendum.
Il vero messaggio però è rivolto alla segretaria del partito. Parlando di "clima irrespirabile", Picierno chiede una risposta: "Cara Segretaria, che gli diciamo a Montanari? Che rispondiamo a Bettini, o a chi come loro pensa che il Pd debba essere la riedizione di Rifondazione Comunista, rimuovendo venti anni di storia? Tocca innanzitutto a te rispondere, prendere posizione, fare chiarezza e sì, difendere la nostra comunità". E conclude amaramente: "Aspetto da molto, aspettiamo in tante e tanti da molto, e continuiamo ad aspettare con pazienza".
L'agenda internazionale e i suoi risvolti interni piombano sulla missione di Giorgia Meloni in Asia. Da Seul, in Corea del Sud, per la prima volta la premier dice che il presidente degli Stati Uniti sbaglia, offrendo un titolo facile ai giornalisti che la seguono in trasferta. Ma la premier non punta a marcare una distanza con Donald Trump, che ha annunciato dazi ai paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia, semmai il contrario. "Ho sentito sia Donald Trump qualche ora fa, al quale ho detto quello che penso" sia "il segretario generale della Nato che mi conferma un lavoro che" l'Alleanza "sta iniziando a fare", ha detto durante un punto stampa ieri, tratteggiando il lavoro da pontiera che sta cercando di costruire.
Il presupposto è netto: "La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido", ha commentato senza titubanze. Ai giornalisti che hanno provato a indagare sul contenuto del colloquio telefonico con Trump ha risposto che non si può "farvi lo stenografico di quello che dico a un mio collega. Io credo – ha aggiunto – che in questa fase sia molto importante parlarsi" e che il presidente Trump "mi pare fosse interessato ad ascoltare". Tanto basta per ritagliarsi uno spazio e tentare il colpo della mediazione, nell'interesse di tutti.
In serata Meloni sentirà anche i principali leader europei e Ursula von der Leyen. A rischiare sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. La quota annunciata da Trump è del 10 per cento, che potrebbe salire al 25 per cento fino alla conclusione di un accordo per l'acquisto della Groenlandia.
Così, se da una parte Meloni non indugia nel definire "un errore" la possibilità americana di inasprire la guerra commerciale, dall'altra con Trump parla di incomprensione. C'è stato "un problema di comprensione e comunicazione", ha precisato, perché l'iniziativa dei paesi europei di inviare piccoli contingenti militari nell'Artico – che da parte sua Meloni può dire di aver sempre rifiutato – non va letta in chiave "anti-americana" semmai "contro altri attori" come la Cina e la Russia. Gli stessi che preoccupano gli Stati Uniti. Ora quindi è tempo di "abbassare la tensione e di tornare a dialogare", insiste Meloni, e di "lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che ci coinvolge tutti". Tutti, o quasi. Almeno in Italia.
Il risvolto interno della questione, di cui i giornalisti hanno chiesto conto a Meloni, riguarda infatti l'alleato di governo Matteo Salvini. Secondo il leader della Lega, i paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia sono i "deboli d'Europa" che hanno la "smania" di inviare soldati e raccolgono i loro "frutti amari". "Non c'è un problema politico con la Lega su questo punto", ha detto Meloni ai cronisti che le hanno sottoposto la diversità di vedute, salvo poi abbandonare frettolosamente il punto stampa: "Grazie e arrivederci".
Loci communes si chiamano detti, proverbi, idee, pensieri, estratti da testi a stampa e spesso messi insieme in zibaldoni. Sono materiali raccolti da lettori attenti, quale era, ad es... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Uno dei miei primi ricordi politici è legato all’Iran. Mia madre e mio padre, all’epoca militanti di sinistra, avevano appoggiato con forza la rivolta iraniana contro il regime dello Scià, che all’... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026Il Foglio - Politica
Ci sono giornali che fondano un regime, come la Repubblica e la sua “una certa idea dell’Italia”, e regimi che fondano giornali, come la sec... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy. Lo ha annunciato lo stesso Scorza in un video pubblicato sui suoi profili social. Insieme agli altri componenti dell'Autorità, Scorza è indagato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Roma che indaga per peculato e corruzione, nata dopo alcuni servizi della trasmissione Report. "Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell'interesse dell'istituzione anche se, permettetemi di pensarlo, non posso che ritenerla ingiusta nella sostanza e nelle modalita' che mi hanno portato ad assumerla. Non ho nessuna remora ne' imbarazzo nel confessare che e' stata una delle decisioni piu' sofferte della mia vita", ha scritto Scorza sul suo sito per motivare le dimissioni. Scorza era membro del collegio eletto in quota M5s (per questo l'indicazione del sostituto spetterebbe proprio al partito di Conte).
Come abbiamo raccontato oggi sul Foglio, le dimissioni dei componenti del collegio del Garante vengono considerate dalla maggioranza "uno scalpo" per Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report che ha ingaggiato contro l'Autority una specie di campagna personale (la trasmissione Rai venne sanzionata dal Garante per aver trasmesso alcuni audio privati dell'allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano).
Già a novembre, sul Foglio, avevamo scritto dei possibili sostitui all'interno del collegio del Garante: i giuristi Ida Nicotra, Tommaso Frosini e Nicolò Zanon (nel frattempo diventato presidente del comitato "Sì separa" a favore del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo).
Può sembrare una storia piccola, e forse lo è, ma è la storia che probabilmente preoccupa di più il centrodestra italiano, referendum a parte. La storia riguarda lui, il generale Roberto Vannacci, colui su cui Matteo Salvini, un anno fa, ha scommesso per dare alla Lega, alle Europee, un po' di linfa, per evitare di vederla sprofondare nei consensi e alle elezioni. E la storia oggi ci dice che colui che doveva essere il simbolo di una riscossa della leadership di Salvini sta diventando lo specchio della fragilità di un leader e anche di un partito. I parlamentari vicino a Vannacci si sono resi protagonisti di un episodio poco edificante giovedì scorso alla Camera. I deputati Rossano Sasso e Edoardo Ziello, vicini al vicesegretario Roberto Vannacci, hanno votato contro la risoluzione di maggioranza relativa alla proroga dell'autorizzazione che il Parlamento dà al governo per inviare gli aiuti militari all'Ucraina e sono stati rimbrottati dal ministro Crosetto: "C'è chi si vergogna di aiutare l'Ucraina e c'è chi invece no, e io non mi vergogno". Il passaggio politico è interessante perché Vannacci sembra avere tutta l'intenzione di mettersi in proprio e di fondare un partito alternativo alla Lega. Per Salvini sarebbe naturalmente una sconfitta niente male. Ma lo scenario preoccupa il centrodestra per ragioni ulteriori: con un partito guidato da Vannacci fuori dalla Lega il centrodestra potrebbe permettersi di non allearsi un domani con questa destra estremista? E se dovesse allearsi un domani con un partito guidato da Vannacci, l'appeal del centrodestra aumenterebbe o diminuirebbe andando a vanificare i tentativi di un pezzo di centrodestra di presentarsi sulla scena politica con un profilo moderato? La scelta presente di Vannacci, sull'Ucraina, sarà importante per la Lega. Ma la scelta futura di Vannacci sarà importante per il centrodestra: può permettersi Meloni di andare sul palco un domani con il generale più filo russo d'Italia? Chissà.
Roma. Stefano ‘o sarracino. E’ tutto pronto o quasi per l’appuntamento che a fine mese riunirà attorno al presidente del Pd alcuni tra i più pregiati sindaci e governatori democratici. Mare i... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Chi sarà il prossimo doge? Da un anno a Venezia la chiamano “la stagione buona” – o almeno il centrosinistra, che così ha ribattezzato la larghissima coalizione intenta a riconquistare la città lagunare per il dopo-Brugnaro. Tirerebbe aria nuova, insomma. E il candidato sindaco indicato al tavolo delle trattative sembra ormai Andrea Martella: senatore, segretario regionale del Pd in Veneto. Un profilo di sicura esperienza amministrativa, ma anche “un uomo di partito”, dicono gli scettici: calato dall’alto, senza primarie, e non è nemmeno veneziano (è nato a Portogruaro). Eppure l’opzione resta calda e concreta: in questi giorni i dem consulteranno la base sul territorio e gli altri partiti – dal M5s alle liste civiche – scioglieranno le riserve sull’appoggio a Martella. Se tutto andrà liscio, la fumata bianca potrebbe arrivare già in settimana.
Ma è un se mica da poco. Le regionali – Venezia unica roccaforte rossa in terra leghista – hanno riacceso gli entusiasmi: la partita è aperta. Molti esponenti locali, dentro e soprattutto fuori dal Pd, temono però che la candidatura di Martella sia debole e strumentalizzabile agli occhi degli elettori. Lo spettro è quello del “Baretta bis”, il vecchio militante mandato al macello – cioè alle urne nel 2020 – come estremo rimedio, poi diventato assessore al Bilancio. Ma a Napoli: le vie dei dem sono infinite, e i veneziani hanno memoria lunga. E’ vero che sulla giunta Brugnaro pende il caos dell’inchiesta Palude, ma gli strascichi dello scandalo Mose che consegnarono la città al centrodestra scottano ancora.
Non è un caso se negli altri capoluoghi veneti la sinistra ha vinto sempre grazie alla formula atipica: un civico-calciatore (Tommasi a Verona), un imprenditore (Giordani a Padova), un giovanissimo (sia pure del Pd, Possamai a Vicenza). Insomma, la benedizione di partito è un rischio. Eppure il blocco progressista ha tutte le intenzioni di andare avanti, senza aspettare gli avversari.
Già, e dall’altra parte? Specularmente, il dato delle regionali spaventa. Per logiche romane il candidato spetterebbe a FdI: cioè a Raffaele Speranzon, che però in città non gode di particolare popolarità. Scalpita dunque Simone Venturini, assessore-delfino di Brugnaro, che sta facendo di tutto per proporsi come civico moderato – nonostante i trascorsi nell’Udc di Ugo Bergamo e l’intesa con Stefani e i meloniani. In ogni caso, così non ci sarebbe alcuna garanzia di vittoria.
La soluzione? Quella che spazzerebbe via tutte le altre: Luca Zaia. Il doge dal Veneto a Venezia. Il suo futuro è un rebus, spaccato fra territorio e capitale. L’ex governatore è affascinato dalla laguna, è affezionato ai suoi luoghi, sa che una piazza del genere potrebbe garantirgli prestigio internazionale e tenerlo politicamente libero. L’alternativa sarebbe guidare la campagna elettorale della Lega nel 2027, per poi ottenere un ruolo di primissimo piano: un ministero chiave o la presidenza di una delle due camere. Chi gli è vicino, racconta che Zaia va ripetendo questo: “Valuterò in base a dove potrei essere più utile ai veneti”. Ci pensa. Nei prossimi giorni incontrerà Salvini. E allora ne sapremo di più. Ma se la scelta ricadrà su Venezia, fine dei giochi. Lo sa anche il Pd.
Il centrosinistra si è impantanato, ma secondo un esperto come Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Ce... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
L’Authority della privacy è finita allo spiedo e Meloni sente puzza di bruciato. Oltre alle bistecche del Garante, Stanzione, indagato per peculato, oltre ai titoli “spese pazze”, e le richie... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Qualche giorno fa, camminando per i corridoi del Senato, a precisa domanda su quando sarà approvato il nuovo decreto Energia, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica
“Ritengo che questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura. Permetterà di rompere il potere del correntismo. Per questo voterò ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Antonio Decaro parte e fa di testa sua: il nuovo monarca della Puglia ha formalizzato la sua giunta con un evento nell’agorà del Consiglio ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il campo largo prova a ricompattarsi per l'Iran. Tutti i leader dei partiti d'opposizione, meno Azione, si sono ritrovati oggi pomeriggio in Campidoglio, a Roma, per un sit-in in sostegno alla popolazione iraniana in protesta. La manifestazione si è svolta dopo una settimana segnata da incertezze e divisioni politiche sul tema, con il Movimento 5 stelle che si è sfilato dalla risoluzione unitaria approvata dal Senato per poi presentarne una propria, la quale è stata votata solo da Avs e (non tutto) il Partito Democratico.
Gli screzi parlamentari sembrano essersi appiattiti solo oggi, in piazza. Alla dimostrazione organizzata dall'associazione Donna, vita e libertà hanno partecipato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Per Italia Viva c'era invece una delegazione di parlamentari. Quella di oggi è la prima manifestazione alla quale partecipano i leader politici da quando è in corso il massacro in Iran. Domani mattina, a Piramide a Roma, si terrà invece quella organizzata dal partito radicale. Lì andranno Carlo Calenda, Riccardo Magi, una delegazione di parlamentari Pd, ma non Avs e Movimento 5 stelle.
"L'invio dei contingenti in Groenlandia è un atto politico che dimostra la coerenza dei principi sanciti dal Trattato firmato nel 1949. Anche l'Italia dovrebbe farlo, rischiamo di rimanere ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
“Consolidare il ruolo dell'Italia come paese non artico interessato all'Artico”. Ma non solo: anche “contribuire al mantenimento dell'area di stabilità, prevenendo dinamiche di escalation e sostenendo meccanismi multilaterali di dialogo e cooperazione”. Sono questi alcuni dei principali obiettivi del nuovo documento strategico italiano sull'Artico, intitolato “La Politica Artica Italiana, L'Italia e l'Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasaformazione”. Il documento è stato presentato dai ministri degli Esteri, della Difesa e dell'Università e della Ricerca Antonio Tajani, Guido Crosetto e Anna Maria Bernini a Roma, presso Villa Madama, nelle stesse ore in cui sette paesi europei, Francia, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Norvegia, Canda e Olanda hanno deciso di inviare in Groenlandia piccoli contingenti militari per difendere Nuuk dalle mire espansionistiche di Donald Trump.
Il nuovo documento strategico, adottato a dieci anni di distanza dal primo, attualizza le politiche italiane alla fase di crescente rilevanza globale della regione e ha secondo il governo ha lo scopo di delineare una visione strategica, accompagnata da alcuni obiettivi di lungo periodo, come il rafforzamento della sicurezza collettiva euro-atlantica e l'attenzione alle possibili opportunità economiche, in grado di rafforzare l'impegno italiano nella regione. Le direttrici sono quelle della sicurezza, della ricerca scientifica e dello sviluppo economico mettendo insieme le diverse forze del paese ed è per questo motivo che alla conferenza hanno partecipato anche alcuni membri del Tavolo Artico ed esponeneti del mondo imprenditoriale.
Ilmessaggio di Meloni: “Artico quadrante strategico. Deve essere una priorità per Nato e Ue”
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha potuto partecipare fisicamente alla conferenza, perché impegnata in Giappone in una missione per rafforzare i rapporti strategici dell'Italia nell'Indo-Pacifico. La premier però ha inviato comunque un messaggio: "L'italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l'Artico come area di pace, cooperazione e prosperità". Meloni ha poi detto che l'Artico deve "essere sempre di più una priorità dell’Unione Europea e della Nato, e che l’Alleanza Atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori"
Meloni ha voluto sottolineare che l'attenzione italiana per la regione artica non è stata dettata dalle ultime notizie: dalla base Dirigibile Italia alle Svalbard, passando per le campagne oceanografiche della Marina Militare, “la nostra nazione svolge da molto tempo un ruolo di primo piano per tutelare un'area che è molto fragile e per assicurare uno sviluppo equilibrato e rispettoso delle istanze dei diversi popoli che vivono questi territori”. E ha spiegato gli obiettivi della nuova strategia che “punta a rafforzare il ruolo dell'Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione. Perché siamo consapevoli che ciò che accade nel 'Grande Nord' non è qualcosa di distante o che rimane confinato in quella regione del mondo, ma riguarda il futuro di tutti noi, il nostro benessere, la nostra prosperità e la nostra sicurezza".
Crosetto: “Invio militari di diverse nazioni sembra una barzelletta. Bisogna pensare in ottica Nato"
Sull'invio di soldati in Groenlandia Crosetto è tassativo: “Da tempo la Difesa si interessa dell'Artico, con la Marina, l'Aeronautica, l'Esercito con esercitazioni che non sono iniziate adesso e che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia, mi chiedo a fare cosa? Una gita?”. Si è domandato il ministro della Difesa, che poi ha aggiunto: “Immaginate, 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l'inizio di una barzelletta. Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, Onu. Io sono per allargare, non frazionare in nazioni un mondo già troppo frazionato''. Però Crosetto ha lanciato un avvertimento sul prossimo futuro: “Il paese che più confina con questo nuovo pezzo di mondo è la Russia e ha la più grande presenza sull'Artico. Probabilmente, il giorno che finirà la guerra in Ucraina, gran parte delle risorse militari russe saranno spostate in questo settore, come sta facendo la Nato''. Il ministro ha poi evidenziato che anche la Nato si sta spostando: "Ha posto il comando a Norfolk - nell'Inghilterra orientale - e ha concentrato tutta la politica militare del nord sempre più vicino all'Artico".
Tajani: "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica"
Durante la conferenza, il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato non solo che nelle prossime settimane sarà a Washington per parlare di materie prime con il segretario di stato americano Rubio e altri partner, ma che svolgerà anche "una missione imprenditoriale italiana per l'Artico". Il vicepremier ha infatti detto che si deve "dar vita a un tavolo imprenditoriale Artico con tutti i nostri principali gruppi industriali e piccole medie imprese in settori chiave, dobbiamo sostenerli ed essere e al loro fianco. Non possiamo non tenere conto dell'importanza delle materie prime e l'Artico è ricco di materie prime", ha aggiunto, ricordando la presenza di grandi aziende della difesa e della cantieristica – come per esempio Leonardo e Fincantieri – attive nella regione. "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica: l'Italia ha una visione a 360 gradi e non può permettersi di non avere una strategia aggiornata", ha detto Tajani, sottolineando che "la centralità della regione oggi più che mai ci impone un'azione politica, economica e di ricerca" eribandendo l'importanza della "stabilità dell'area di interesse geostrategico" e di una maggiore presenza dell'Unione europea e della Nato nell'area artica. Tajani inoltre ha ricordato l'importantanza dell'export italiano, che dipende anche dalla sicurezza delle rotte marine la cui tutela deve diventare "una priorità fondamentale". La sicurezza dell'occidente – secondo il vicepremier – dev'essere "garantita da un'azione politica forte, anche di sicurezza, non è questione di mandare 10 o 20 soldati, ma avere in testa una strategia. E noi una visione ce l'abbiamo".
Bernini: "L'Italia grande protagonista nell'Artico"
"Gli studiosi dell'Artico sanno che, per sua natura, l'Artico è multidisciplinare. Quello che succede nell'Artico non rimane nell'Artico e quel che accade nel Mondo riguarda l'Artico", ha detto nel suo intervento la ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. "Abbiamo una banca dati che è fra le migliori al Mondo", ha aggiunto. L'Italia è "in grande vantaggio" e opera "da grande protagonista" nell'Artico, ha spiegato la ministra, secondo cui il Sistema Italia "è stato unito nel creare delle piattaforme di eccellenza". Berini ha poi annunciato come "il 3-4 marzo organizzeremo una iniziativa con il ministero degli Esteri e della Difesa che si chiamerà 'Artic Circle Rome Forum - Polar Dialogue' su cui convergeranno imprenditori, imprenditori della difesa, scienziati, ricercatori e politici per parlare di Artico".
Rafforzare un legame storico e proiettarlo verso una cooperazione sempre più stretta su sicurezza, economia e innovazione. È il messaggio lanciato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel bilaterale con la prima ministra giapponese Sanea Takaichi al Kantei di Tokyo, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.
“Sono estremamente contenta di essere qui dopo il nostro breve incontro a Johannesburg e i nostri dialoghi telefonici”, ha esordito Meloni, sottolineando il valore di una relazione costruita nel tempo. “Questa è la terza volta che vengo in Giappone in tre anni di governo e non è stato un caso, è stata una scelta”, ha spiegato, rimarcando come la frequenza delle visite rifletta una strategia politica precisa.
La premier ha chiarito il significato politico del viaggio: “Il messaggio di questa terza visita è che crediamo molto in questa alleanza, crediamo molto in questa cooperazione, crediamo molto in questa amicizia”. Un percorso scandito da tappe concrete: “La prima volta che sono venuta qui abbiamo elevato i nostri rapporti a partenariato strategico. La seconda, durante il G7 di Hiroshima, abbiamo definito un Piano d’azione triennale 2024-2027 con obiettivi chiari e scadenze che abbiamo rispettato”. Ora, con il nuovo incontro a Tokyo, Roma e Tokyo compiono un ulteriore passo avanti. “Torno qui per la terza volta – ha aggiunto Meloni – sono il primo leader europeo a visitare il Giappone da quando lei si è insediata, e cogliamo l’occasione per elevare ancora una volta le nostre relazioni a livello di partenariato strategico speciale”.
Un’intesa che affonda le radici nella storia ma guarda al futuro. “Il 160° anniversario delle nostre relazioni bilaterali racconta quanto siano profonde, quanto siano state durature e continuative”, ha concluso la presidente del Consiglio, ribadendo la volontà comune di rafforzare il coordinamento su dossier globali, dalla sicurezza internazionale alla cooperazione economica e tecnologica. Il vertice conferma così l’asse Roma-Tokyo come uno dei pilastri della politica estera italiana in Asia, nel segno di una partnership che entrambe le leader definiscono ormai “speciale”.
La visita della premier in Giappone e Corea del sud era prevista ad agosto scorso, nell’ambito di un viaggio più ampio nell’Indo-Pacifico che prevedeva tappe anche in Bangladesh, Singapore e Vietnam. Poi Palazzo Chigi aveva rinviato tutto per concentrarsi su questioni più urgenti, fra le quali i negoziati tra America, Russia e partner europei sulla pace in Ucraina – poi falliti. E quindi il viaggio nell’Indo-Pacifico è iniziato mercoledì 14 gennaio, ma con un programma ridotto a due soli paesi, Giappone e Corea del sud, e quindi senza la tappa a Dacca, cruciale per le politiche migratorie del governo.
Giorgia Meloni ha chiesto al ministro Matteo Piantedosi un cambio di passo sul tema della sicurezza, e il segnale è subito arrivato. Mer... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
I racconti e le poche immagini che escono dall’Iran disegnano un quadro terribile di repressione brutale. Ma la sinistra è apparsa timida rispetto alle precedenti mobilitazioni imponenti pe... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
La Puglia, con la nomina nelle prossime ore della nuova giunta, passa da emirato di Michele Emiliano a monarchia assoluta di Antonio Decaro, regalando per... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Dice che “i temi della sicurezza sono un patrimonio della sinistra e del Pd”. E che “però, al contempo, vanno affrontati con serietà, con una differenza non solo di contenuti ma an... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
E’ il generale al contrario, il generale senza le truppe. Suona la tromba, chiama l’adunata. Ma al flash mob del team Vannacci, contro il decreto Ucraina, si presentano in nove. Uscendo da Montecitorio Stefano Candiani la definisce “una deriva macchiettistica. La Lega è un’altra cosa”. Da settimane il vicesegretario Roberto Vannacci, invita i parlamentari del Carroccio (e non solo) a schierarsi contro Zelensky. Ieri ha battibeccato pure con Tajani, che lo attaccava: “E’ suicida dirottare risorse agli italiani per darle a chi le spende in cessi d’oro, yacht e prostitute”. Ma lo seguono fino in fondo solo in due: Edoardo Ziello e Rossano Sasso. L’accampamento no Kyiv è convocato per le 10, davanti alla Camera. In Aula Crosetto spiega la ratio del decreto. S’è convinto dopo varie trattative (lessicali) pure Matteo Salvini.
I nove vannacciani si fanno attendere quasi un’ora, i giornalisti sono molti di più. C’è chi scherza: “Manco il 5 e 5 al calcetto possono organizzare”. Srotolano un triste striscione che riassume la vulgata del generale (che intanto è a Bruxelles): “Basta finanziamenti per le armi”. Sono guidati da Marco Pomarici, leader del Mac di Roma, con un passato da presidente dell’Assemblea capitolina ai tempi di Alemanno. E’ stato forzista, leghista, ma anche con Ncd di Alfano. Fino al ritorno nel Carroccio lo scorso giugno, con tanto di nota di benvenuto firmata proprio da Vannacci e dall’altro vice, Claudio Durigon. Pomarici spiega il senso dell’iniziativa, ripere le parole di Vannacci, “i cessi d’oro”. E va bene, ma il vostro generale è il vice di un partito che voterà la risoluzione (e poi il decreto). Vi sta bene? Deve uscire? “Ora è nella Lega. Da qui in avanti si vedrà”. Accanto a Pomarici c’è Guido Giacometti, presidente del movimento il Mondo al contrario. Tira comunque un’aria un po’ mesta, simpatizzanti del generale non se ne vedono.
E i parlamentari? Si aspettavano per esempio Emanuele Pozzolo – che più tardi voterà no. E’ considerato un quasi vannacciano. Esce dalla Camera quando ancora il flash mob non è iniziato e va per la sua strada. Ecco passare, forse una casualità, il senatore leghista Gianluca Cantalamessa, ma tira dritto. Così alla fine, timidamente, si fanno vedere Sasso e Ziello. Si fermano, salutano il team Vannacci. E’ il prologo di quello che accadrà poco dopo. Quando, con un po’ di travaglio, votano in dissenso dal gruppo. Ne fanno una questione di interesse nazionale, di coscienza e coerenza. Di acrobazie lessicali che non cambiano la sostanza. Lo spiegano sui social e alle agenzie. Entrambi sottolineano: “Anche Trump ha detto che Zelensky ostacola la pace”. Con Pozzolo, ex FdI e oggi nel Misto, la quota Vannacci arriva a tre. Al Senato non partecipa al voto sulla risoluzione Claudio Borghi, ma la sua è una storia a parte. Mentre alla Camera si registrano anche sei assenze leghiste. Tra queste Domenico Furgiuele, un altro considerato più o meno vicino a Vannacci, dicono sia in settimana bianca. Oltre a Bossi e Angelucci, non ci sono neppure Latini, Mele e Giacomi. Sasso ironizza: “Io a differenza di altri sono qui”.
Ieri mattina nella Lega qualche preoccupazione c’era, ma alla fine i deputati si danno di gomito: “Se questi sono i suoi soldati....”. Lo strappo tentato da Vannacci si è sgonfiato in Aula e fuori è andato peggio. Un boomerang. Dal Carroccio filtrano note, si spiega che tra Salvini e il generale “c’è totale serenità”. Si vedranno a giorni, forse anche per parlare della nuova passione teatrale di Vannacci. Fino a ieri sera Salvini non aveva commentato la scelta di Ziello e Sasso (che dichiarava di non voler lasciare il Carroccio), ci sarà probabilmente un chiarimento. Qualcuno ipotizza (difficili) procedimenti disciplinari, ma è anche vero che i dissidenti avevano la copertura di un vicesegretario. Resta comunque l’interrogativo: cosa vuole fare Vannacci? Una sua componente o se ne va? “Non troverà mai la forza di strappare con la Lega, lo conosco bene”, attacca Stefania Bardelli, la bersagliera, un tempo fedelissima del generale e a capo del Team di Varese. Il sit in? “Francamente ridicolo. Un teatrino stanco, costruito unicamente per far rumore. Il segreto è restare sospesi e ambigui. E’ il gioco che gli serve a galleggiare. Vannacci è coraggioso solo sulla carta”.
Pasquale Tridico, uno del quale dissero: “Toh” soltanto quando nacque, vuole farsi una sua corrente nel M5s. La notizia circola senza che sia necessario transennare le edicole o avvisare la protezione civile, ma ha un suo pur strambo interesse. Se non altro per il singolare scompiglio che sta creando a Roma nei gruppi parlamentari del Movimento. “Vuole fare il controcanto a Conte”, dicono. “Lo ha praticamente confessato lui stesso”, aggiungono. E raccontano: “Qualche settimana fa in una assemblea lo ha proprio detto. Ha detto che presenterà una sua lista personale alle prossime elezioni comunali in Calabria”. Lista Tridico. “Ad ascoltarlo c’erano pure Roberto Fico, Alessandra Todde. E anche Conte”. E che diceva Conte? “Faceva spallucce”. Insomma l’avevamo lasciato in Calabria, Tridico. Lì dove da candidato presidente aveva dato prova di profonda conoscenza del territorio. Comprimeva a tre le cinque province della Calabria e prometteva moltiplicazioni di guardie forestali, in una visione amministrativa che mescolava Pitagora e Cetto La Qualunque. Ora lo ritroviamo al centro di un intrigo romano. Addirittura. La fronda a Conte, nientemeno. Molti parlamentari del M5s si dicono preoccupati. “Se la fa col Pd”, spiegano. “Ha ambizioni”, precisano. Bum! Paola Taverna pare che sia furiosa (strano, di solito è pacata come un comizio in megafono). Sapete invece chi è l’unico che dorme, per così dire, tra due pochette? Giuseppe Conte. Come al solito, è l’unico che capisce tutto: Tridico non è una minaccia – pensa Conte – è un esercizio di immaginazione (la sua stessa). Uno che, se davvero volesse costruirsi un orticello politico, finirebbe per seminare in un vaso e dimenticarselo sul balcone. D’altra parte è pur sempre quello che si presentava a Cosenza con lo slogan sgrammaticato “la destra ha paura perché sanno che vinceremo noi”, e questo mentre il van del suo tour elettorale veniva fotografato in contromano e sulle strisce pedonali. E’ quello che si candidò a governatore dicendo poeticamente: “Resta. Torna. Crediamoci”. E ci “credeva” talmente tanto che invece di “tornare” in Calabria e “restare” a fare il consigliere regionale, dopo aver perso le elezioni filò dritto indietro a Bruxelles dove aveva il seggio al Parlamento europeo. L’altro giorno, per dire il carisma, ha mandato un messaggio nella chat che riunisce i consiglieri calabresi di opposizione. Ha proposto una manifestazione di piazza. Non gli ha risposto nessuno. Ecco. Schlein deve vedersela con Gentiloni, Guerini, Picierno, a volte pure con Franceschini. Conte ha Tridico. Talvolta la Appendino. Ora capite perché quell’uomo nemmeno suda.