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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

“Non possiamo escludere la morte prima del parto”, la testimonianza della ginecologa di parte al processo di Chiara Petrolini

19 Gennaio 2026 ore 12:14

“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo ‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino non fosse morto nel grembo materno prima del parto.

La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio, ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa.

Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la probabilità di complicazioni durante la gravidanza.

Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa, Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”.

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“Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone”, le parole di Marco Mottola ai giudici dell’Assise

19 Gennaio 2026 ore 11:53

Marco Mottola, uno degli imputati nel processo di Appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, ha rilasciato oggi dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, negando con forza qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio della 18enne di Arce, uccisa nel 2001. “Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone”, ha dichiarato l’imputato, cercando di ribadire la sua posizione di fronte ai giudici. Il 38enne, che risponde insieme al padre Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce, e alla madre Annamaria, per il delitto di Serena Mollicone, ha precisato che l’ipotesi accusatoria secondo cui avrebbe spinto la giovane contro la porta della caserma è “falsa” e lo sta “rovinando la vita”. Gli imputati stanno affrontando un nuovo appello dopo che la Cassazione ha annullato l’assoluzione del primo processo di secondo grado.

Mottola ha voluto esprimere la sua versione dei fatti, negando di aver avuto qualsiasi tipo di relazione con Serena Mollicone, sia sentimentale che sessuale. “Con Serena non ho mai avuto relazioni sentimentali o sessuali e non ho mai litigato con lei”, ha affermato, respingendo decisamente le accuse di un presunto conflitto con la ragazza. In merito al giorno della sua scomparsa, il 1° giugno 2001, ha dichiarato di essere sceso tardi dalla sua stanza e di aver parlato con il suo amico Davide Bove quella mattina, ma di non aver visto nessuno in caserma. “Sicuramente non sono andato al bar Chioppetelle“, ha aggiunto, contraddicendo alcune testimonianze e ipotesi investigative che lo vedevano coinvolto in una frequentazione con la giovane.

Mottola ha anche smentito le dichiarazioni di Luciano Tuzi, il carabiniere morto suicida, che in passato aveva raccontato di aver visto la 18enne in caserma. “Tuzi ha inventato una menzogna contro di me”, ha dichiarato, aggiungendo che l’uomo “aveva sicuramente qualcosa da nascondere”. Mottola ha ricordato che Tuzi si è successivamente pentito delle sue dichiarazioni, ritraendole, per poi ritrattare ancora. Ma sul punto Tuzi, ovviamente, non può replicare. Mottola ha anche spiegato di non aver saputo nulla della porta della caserma rotta, come invece era stato riportato nelle indagini, fino al 28 marzo 2008, quando suo padre gli riferì che era stato lui a romperla. La superperizia di Cristina Cattaneo nel processo davanti al Tribunale di Cassino: “Compatibilità ottimale tra il trauma cranico e la porta della caserma di Arce”. La giovane era scomparsa il 1° giugno 2001 e il suo corpo fu trovato due giorni dopo il delitto; era stato spostato nel boschetto dell’Anitrella dove poi fu trovato con mani e piedi legati dal nastro adesivo e una busta di plastica in testa.

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“Ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”, il cambio di avvocato di Sangare fa slittare la sentenza sull’omicidio di Verzeni

19 Gennaio 2026 ore 11:24

Il processo a carico di Moussa Sangare, accusato di aver ucciso Sharon Verzeni la notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola, è stato rinviato al 25 febbraio 2024. La decisione è stata presa in seguito alla nomina di una nuova avvocata per l’imputato, Tiziana Bacicca, che ha preso in mano la difesa meno di una settimana fa dopo la revoca del mandato all’ex legale Giacomo Maj. Per l’imputato l’accusa ha chiesto l’ergastolo per un omicidio maturato, secondo l’accusa, per “noia”.

Durante l’udienza del 12 gennaio, l’imputato, che ha già confessato l’omicidio in fase di arresto e durante l’udienza di convalida, aveva ribadito la sua innocenza, ritrattando la confessione e sostenendo di essere stato vittima di incomprensioni, ma il Dna della vittima era stato rilevato sulla sua bicicletta. “Io mi sono giudicato innocente”, aveva dichiarato in aula, chiedendo di essere riportato in carcere per non ascoltare le accuse contro di lui. A causa del tempo ristretto a disposizione, l’avvocata Bacicca ha chiesto il rinvio per approfondire la documentazione e preparare una difesa adeguata. La Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dalla giudice Patrizia Ingrascì, ha accolto la richiesta e fissato la nuova udienza per fine febbraio. La legale ha anche annunciato che, se ci saranno repliche da parte del pubblico ministero Emanuele Marchisio, presenterà una controreplica e non esclude di depositare una memoria difensiva.

Bacicca ha spiegato che, durante i colloqui con il suo assistito, lo ha trovato “molto dimesso, molto giù di morale” e ha aggiunto che “probabilmente ha preso contezza della richiesta del pm” e della gravità della sua posizione. “Mi ha chiesto se fossi disponibile a tenere la sua stessa linea difensiva”, ha continuato la legale, sottolineando che “lui si proclama innocente” e che aveva bisogno di essere assistito anche in questa fase delicata del processo. Per l’avvocata “ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”.

L’avvocato Luigi Scudieri, che rappresenta la famiglia e il compagno della vittima, ha commentato la scelta di Sangare di cambiare avvocato, dicendo che “la nomina di un nuovo avvocato non cambia la sostanza dei fatti“. “Moussa Sangare è e resta l’assassino di Sharon Verzeni”, ha aggiunto Scudieri, ribadendo la premeditazione e i motivi futili dell’omicidio. “L’imputato ha esercitato una sua facoltà, così come ha esercitato le altre facoltà di rispondere all’esame e di rendere dichiarazioni spontanee”, ha aggiunto il legale, sottolineando che il rinvio della sentenza al 25 febbraio non cambia il dolore per la perdita di Sharon, che la famiglia e il compagno vivono ogni giorno. “Un rinvio di un mese non cambia assolutamente nulla”, ha concluso Scudieri, precisando che i familiari sono ormai rassegnati a una lunga attesa della giustizia.

La 33enne fu uccisa a coltellate nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024, e dopo le indagini dei carabinieri – partite da un fotogramma di un uomo in bicicletta – il 31enne fu arrestato che assalì la donna, che passeggiava indossando le cuffiette e “guardando le stelle”.

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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

18 Gennaio 2026 ore 18:38

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

18 Gennaio 2026 ore 15:46

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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