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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Altro che medico di campagna: Riccardo Szumski è piuttosto un politico in campagna

19 Gennaio 2026 ore 13:02

Il medico radiato Riccardo Szumski, a seguito della mia denuncia su queste pagine dell’inaccettabile aggressione contro la senatrice Sbrollini causata dalle critiche alla proposta assurda di istituire strutture sanitarie pubbliche dedicate a coloro che lamentano danni da vaccino in Veneto, ha deciso di rispondere anche a me. Non nel merito, intendiamoci bene; semplicemente reiterando proprio quel meccanismo di appello politico, di chiamata identitaria che ha utilizzato in precedenza contro la senatrice.

Vale la pena esaminare il suo messaggio sui social, non perché interessante per i contenuti, ma perché è un esempio didattico di come agisce la politica populista per creare consenso sui temi di sanità pubblica, che dovrebbero essere trattati in ben altro modo. Scrive dunque Szumski: “Il prof Enrico Bucci mi attacca su il Foglio per la richiesta di istituire in Veneto ambulatori per valutare i danneggiati da vaccino... Io che non sono altro che un medico di campagna gli rammento che in Italia la farmaco vigilanza attiva per qualsiasi vaccino (e non solo) non esiste, come dovrebbe essere, nemmeno per i vaccini obbligatori. Nella fattispecie del Covid poi l'obbligo era pure per poter lavorare e quindi doppiamente necessaria di vigilanza attiva... È qui mi fermo, perché uno che afferma che una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta e non un eventuale nesso causale con il vaccino, ha una visione analitica che non voglio comprendere...perché negante a prescindere! #duriaibanchi #szumskiresistereveneto“

  

 

Dunque, cominciamo – ignorando qualche sgrammaticatura dovuta evidentemente al mezzo utilizzato e alla fretta. L’apertura con “io che non sono altro che un medico di campagna” è da manuale: è una posa studiata per costruire una contrapposizione simbolica tra il medico “del popolo” e l’accademico, tra chi parla a nome di una comunità e chi rappresenterebbe un’élite distante che ignora “il popolo”. Peraltro, il cosiddetto “medico di campagna” è in politica da prima del 1994, anno in cui fu eletto infatti sindaco leghista di Santa Lucia del Piave. Politico è rimasto, visto che dopo due mandati da sindaco e una attiva militanza, oggi siede in consiglio regionale forte delle preferenze espresse per una sua lista personale; medico, invece, non lo è più, essendo radiato.

  

Altro che “medico di campagna”: qui abbiamo uno che da almeno tre decenni è in politica, volto noto ed eletto più volte. Ma dire “io sono un politico di lungo corso” non funzionava bene per parlare a quel “popolo” cui si rivolge il “medico di campagna”. Subito dopo la propria autodefinizione ad usum populi, compare un’affermazione che è semplicemente falsa: “in Italia la farmacovigilanza attiva non esiste”. La pagina dedicata del sito AIFA contiene la seguente frase: “Dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio, ciascun lotto di vaccino è soggetto alle stesse regole di farmacovigilanza degli altri medicinali e il monitoraggio di sicurezza viene effettuato principalmente attraverso: la vaccinovigilanza attiva e passiva”. La farmacovigilanza attiva esiste, è regolata da norme europee e nazionali, è gestita da AIFA e dalle reti regionali, ed è stata ampiamente utilizzata proprio durante la campagna Covid. Il passaggio sull’obbligo lavorativo introduce poi un altro slittamento. L’obbligo viene usato come argomento morale per suggerire una colpa istituzionale generalizzata. Ma l’obbligo non crea automaticamente un nesso causale, né giustifica la costruzione di percorsi paralleli sottratti ai criteri ordinari di valutazione clinica. Qui si mescolano deliberatamente piani diversi per rafforzare una narrazione politica. Il punto più grave riguarda però la trombosi. Nel post si sostiene che io avrei affermato che “una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta” e che questo equivarrebbe a “negare a prescindere” ogni possibile legame causale. È una ricostruzione scorretta di ciò che ho scritto e, soprattutto, una caricatura del metodo medico.

  

Nel mio articolo ho detto l’esatto contrario: una trombosi potenzialmente collegata a un vaccino va trattata innanzitutto come trombosi, perché il primo dovere del medico è curare il paziente, non classificare politicamente l’evento. Come ho pure scritto, il nesso causale, se esiste, va valutato eventualmente dopo, con gli strumenti dell’epidemiologia e della farmacovigilanza. Questo è il fondamento stesso della medicina clinica, come chiunque abbia studiato da medico dovrebbe sapere. Attribuire automaticamente ogni trombosi temporalmente successiva a una vaccinazione a un effetto del vaccino è un salto logico che la medicina ha sempre evitato, proprio per non confondere coincidenza temporale e causalità. Trasformare il metodo della scienza in “visione negante” serve solo a spostare la discussione dal terreno delle prove a quello dell’accusa morale, ed è chiaramente ciò che il politico in questione intende fare per suscitare lo sdegno identitario dei suoi.

Se vi fossero dubbi, il dettaglio finale chiarisce definitivamente la funzione del post. Gli hashtag non servono a informare, servono a chiamare a raccolta. “#duriaibanchi” e “#szumskiresistereveneto” sono segnali identitari rivolti alla propria base politica. Il messaggio non è indirizzato a chiarire una questione scientifica, ma ad attivare una comunità contro un bersaglio. Il risultato è infatti immediato: nei commenti compaiono accuse di malafede, allusioni penali, insulti. È lo stesso schema già visto nel caso della senatrice Sbrollini: critica pubblica, post identitario, mobilitazione aggressiva della base. È l’uso sistematico della disinformazione e della caricatura per trasformare una discussione scientifica in uno scontro di appartenenze, nel quale l’avversario viene delegittimato e consegnato a una folla digitale. Ed è esattamente la stessa logica che attraversa la mozione sugli ambulatori per i “danneggiati da vaccino”: creare una categoria simbolica, accreditarla politicamente, usare il linguaggio della sanità per consolidare un campo identitario. Altro che “medico di campagna”: abbiamo un altro esempio di “politico in campagna”, elettorale e permanente. Ma davvero vogliamo che l’Italia sia ridotta a provincia del MAGAstan?

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