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Convegno – Il Pci in provincia di Livorno: storia e memoria dentro uno spazio digitale

14 Dicembre 2023 ore 10:50

Convegno a Livorno, Giovedì 14 dicembre 2023, Sala Congressi Palazzo del Portuale.

Il convegno nasce come atto conclusivo del progetto La memoria del Partito comunista Italiano in provincia di Livorno dentro uno spazio digitale, realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri –Struttura di Missione, Anniversari Nazionali ed Eventi Sportivi Nazionali e Internazionali.
Il pomeriggio sarà dedicato alla presentazione del portale, aprendo importanti spazi di riflessione sulla funzione della public history, sul rapporto tra storia e memoria e sulla possibilità di studiare il Pci tra globale e locale.
Ai saluti di Alessandra Nardini (Assessora regionale alle politiche della memoria) e delle autorità comunali e all’introduzione di Claudio Massimo Seriacopi (Presidente ISTORECO Livorno) seguiranno gli interventi di Catia Sonetti (Direttrice ISTORECO Livorno), Federico Creatini (ISTORECO Livorno e IMT Lucca), Michela Molitierno (Scuola Normale Superiore di Pisa), Michele Di Donato (Università di Roma Tre), Eloisa Betti (Università di Padova) e le considerazioni conclusive di Ugo Sposetti (Presidente Associazione Enrico Berlinguer).

Scarica la locandina con il programma dettgliato: Locandina Livorno PCI 222

La prolusione del dott. Giovanni Brunetti per l’80° della Liberazione di Livorno

22 Luglio 2024 ore 11:10

Per l’80° anniversario della Liberazione di Livorno, il dottor Giovanni Brunetti (Università di Verona – Istoreco Livorno) è stato invitato dal Comune di Livorno a tenere la prolusione. L’intervento ha chiuso una mattinata intensa ed importante, alla quale ha preso parte anche il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani.  A seguire, il testo integrale del discorso di Brunetti:

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Gentile Signor Sindaco, gentili autorità civili, militari e religiose, gentili cittadine e cittadini.

Desidero innanzitutto ringraziarLa per l’occasione che mi concede di parlare in un’occasione così importante per la storia di questa città.

80 anni fa, nella prima mattina, elementi partigiani e dell’esercito alleato entravano fianco a fianco a Livorno. Già da due giorni alcune pattuglie di soldati americani e partigiani avevano fatto delle brevi incursioni nei borghi di Ardenza e Antignano, ma le ultime artiglierie tedesche abbandonarono il capoluogo labronico solo la sera del 18, per posizionarsi poco oltre, sull’Arnostellung. Alla prudenza degli angloamericani che intendevano procedere solo dopo massicci cannoneggiamenti, i partigiani livornesi avevano proposto un patto: sarebbero andati avanti loro, così da evitare ulteriori perdite al già provato esercito alleato. Se pensiamo quanto tempo prima gli Alleati avevano varcato i confini della provincia, con la liberazione di Piombino del 25 giugno, è immediato comprendere quanto fosse stata dura la lotta. Sul fiume Cecina si era consumato il primo grande scontro per la difesa della linea che si stendeva poco più a nord, tra Rosignano Marittimo e Castellina, non a caso sarà rinominata dai soldati nippo-americani che vi combatterono, “Little Cassino”.

Ricordando il giorno della Liberazione di Livorno così si esprimeva Bruno Gennai, partigiano livornese: «Il 18 luglio il colonnello Kait della Divisione Buffalo chiese un gruppo di partigiani pratici della zona perché guidassero il grosso [dell’esercito] verso la Città. Io ero tra quelli. Ci dividemmo in tre colonne: una s’incamminò lungo mare sull’Aurelia, una scese dal Gabbro, l’altra passò dal Crocino per avvicinarsi a Livorno da Nugola e dal Cisternino. Io ero con questo terzo gruppo. Il 19 luglio, una bella giornata di sole, tedeschi in giro non se ne vedevano. Avanzammo passando da Parrana con davanti un carro armato su cui era stato montato una specie di rastrello per far scoppiare eventuali mine. Dietro alle guide — eravamo in sette, tra cui un giovane ufficiale di Marina – veniva tutto il grosso con gli americani. Soltanto quando giungemmo verso il Cisternone sentimmo degli spari, ma in lontananza […] Avanzammo verso il centro attraversando la Città distrutta. Vicino al Mercato trovammo una ventina di tedeschi. Erano tutti disarmati, tremavano come foglie e ci vennero incontro con le mani dietro la testa. Erano rimasti lì per salvare la pelle, per loro la guerra era finita».

A partire dalla provincia di Grosseto gli angloamericani avevano avvertito alcuni cambiamenti nella fisionomia della guerra in Italia. Oltre ad una maggiore tenacia dei tedeschi preoccupati dalla conclusione dei lavori di fortificazione per la Linea Gotica, notarono come l’organizzazione militare e politica degli italiani si facesse sempre più strutturata. Era un’assoluta novità per i soldati che combattevano sul fronte tirrenico. Da un lato c’erano i Comitati di liberazione nazionale, filiazione dei Comitati d’azione antifascista sorti all’indomani del 25 luglio 1943, che chiedevano di essere consultati dai liberatori per riorganizzare la vita civile e politica nei territori devastati dagli eserciti. Dall’altro le formazioni partigiane, convinte di essersi guadagnate il diritto di partecipare alla guerra per la liberazione del Paese dai nazifascisti aiutando l’avanzata verso nord. Il primo incontro tra questi mondi avvenne ai margini della provincia, a Suvereto, dove ai giudizi degli ufficiali della 5ª Armata che combattevano in prima linea e apprezzavano l’apporto dato dai partigiani per la conoscenza del territorio, si alternavano richieste di scioglimento delle bande e riconsegna delle armi. A questo trattamento, magistralmente ricordato da Mario Lenzi nel suo libro di memorie O miei compagni, riescono a sfuggire alcuni partigiani della 3ª Brigata Garibaldi che si era formata a cavallo delle province di Livorno, Pisa e Grosseto, proseguendo la guerra a fianco degli Alleati fino alla periferia di Firenze.

Il dibattito sulla fattiva esistenza di questa grande formazione partigiana durante i mesi della lotta clandestina ha trovato una sua soluzione nelle ricerche condotte da Stefano Gallo. La brigata, così come tante altre in Italia, fu creata a tavolino nei mesi dopo la liberazione della provincia, ma non certo dal niente. La conformazione geografica della provincia non permetteva una lotta partigiana come si può classicamente intendere, ma piuttosto un tipo di guerra per bande. Per tale ragione si formarono dieci distaccamenti, con natura e modalità d’impiego diverse tra loro legate alla natura dei loro responsabili. Per fare qualche esempio, il comandante del 1° distaccamento era il repubblicano Mario Chirici, valoroso ufficiale degli Arditi nella Grande guerra e autore della prima organizzazione della Resistenza nella parte meridionale della provincia. L’area di Bolgheri venne posta sotto il comando del maggiore dei carabinieri Italo Allegri, ex comandante provinciale dell’Arma, a Bibbona c’era il dott. Luigi Ricci, e a Rosignano il falegname comunista Sante Danesin. Già da questa prima sommaria fotografia emerge tutta l’eterogeneità del movimento partigiano livornese. Al fianco di militanti antifascisti della prima c’erano semplici impiegati, funzionari dello Stato, ex militari e varie tipologie di professionisti. Il discorso si fa più intrigante se proviamo a capire chi erano i partigiani livornesi nella loro interezza. Secondo i dati forniti dalle Commissioni per il riconoscimento dell’attività partigiana, organi sorti su base regionale per dare un ordine alla massa di richiedenti dei vari brevetti riconosciuti dalla nascente Repubblica italiana, i partigiani della 3° Brigata furono 557. Un numero inferiore alle stime fatte dal comandante del 10° distaccamento Bruno Bernini nelle sue memorie di 845, o ai 1.400 – 700 partigiani e 700 “sappisti” – dichiarati dall’azionista Luciano Montelatici, ma comprensibile se contestualizzato con lo sfollamento di massa dei civili, e la relativa dispersione di nuclei e famiglie, la geografia territoriale, «un fazzoletto di terra a ridosso di una città morta ed impraticabile», l’appartenenza di tanti livornesi a formazioni che operavano in altre province e il rifiuto di molti, a guerra finita, «di fare come facevano i fascisti», e cioè avere stemmi, divise e attestati come gli squadristi durante il ventennio. Scorporando questo dato emerge come i partigiani combattenti furono 150, i patrioti, cioè quanti avevano collaborato con le reti clandestine o erano morti per mano nazifascista, 375, e 32 coloro che non vennero riconosciuti.

Al di là del mero dato numerico, la questione che si pone è capire chi sono davvero i partigiani. Sono solamente coloro che rispondono ai criteri legislativi imposti dai decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, oppure lo sguardo si deve allargare? La risposta pare scontata, ma è necessario porsela quando si riflette su tematiche come questa. Andrebbero considerati quei militari che preferirono la scelta della prigionia o del lavoro forzato nei campi di concentramento tedeschi, piuttosto dell’adesione alla Rsi, quanti, soprattutto donne, accolsero e confortarono giovani renitenti alla leva all’indomani della pubblicazione dei bandi d’arruolamento coatto, o i semplici cittadini, che fecero finta di non capire momenti e situazioni salvando così la vita di altri. Sono forme di quella che gli storici hanno definito “resistenza civile”, molte difficile da incasellare, ma importanti da considerare per comprendere le reali dimensioni di resistenza all’occupazione.

Un dettaglio che emerge dal racconto Anna Maria Gamerra, unica donna partigiana della formazione repubblicana “Mameli”, nonché vedova del maggiore Gian Paolo Gamerra morto contro i tedeschi a Stagno nel settembre del 1943 e medaglia d’oro al valore militare, sull’aiuto fornito da alcune “sorelle” delle Croce Rossa ad alcuni prigionieri fatti dai tedeschi negli ultimi giorni di guerra. «Gli ostaggi, circa 500, erano stati portati in Via Mameli, entro l’attuale Caserma dei Carabinieri. I poveretti si trovavano senza cibo e acqua, ed erano perfino stati percossi con i calci dei fucili. Non potendo aiutarli in alcun modo risolutivo ottenni però, in veste di crocerossina, assieme alla sorella Piera Zanotti, di portar loro, con un carretto, dei pentoloni pieni di minestrone di verdura. Offersi pure ai prigionieri di nascondere armi nel fondo dei pentoloni, ma essi rifiutarono per tema di rappresaglie sulle loro famiglie. Avevamo ottenuto cibo, legumi, dai contadini nelle vicinanze, ma non bastava. Ebbi allora la fortuna di trovare nella cosiddetta “zona nera” il pastificio Carloni abbandonato. Tra le sue macerie rinvenimmo alcuni sacchi di semolino. Li caricammo su di un carretto e traversando di corsa il Corso Umberto ci salvammo a malapena mentre i proiettili delle SS ci inseguivano fischiando sulle nostre teste. Era con noi anche la mia bambina di tre anni, Adriana, nascosta

tra i sacchi. Questo semolino sarebbe servito per i famosi minestroni ai prigionieri. Viste le tristi condizioni dei prigionieri, avevo chiesto ogni giorno, ma inutilmente, il permesso di far entrare un medico ed un prete nella Caserma. Ottenni finalmente il permesso. All’indomani mattina, era l’alba, Carmen, la donnina preziosa che ogni mattino alle quattro veniva a cucinare il minestrone, mi svegliò dicendomi che era inutile prepararlo quel mattino poiché — fu una beffa — tutti i prigionieri erano già stati portati via dalle SS le quali lasciavano Livorno nella notte del 17 luglio 1944». Al di là della vicenda degli ostaggi, la rete di cui si servì Gamerra in quella occasione, che si ripeté varie volte per aiutare in ogni modo il movimento resistenziale, esemplifica bene le dimensioni che potevano raggiungere forme di resistenza “civile”.

Un aspetto che emerge bene anche nell’attività del gruppo guidato dal don Roberto Angeli, anche lui partigiano combattente, assistente della Fuci diocesana e parroco di San Jacopo. In contatto con il Partito d’Azione fiorentino grazie alla presenza dell’archivista fiorentina Anna Maria Enriques Agnoletti, il gruppo dei cristiano-sociali di don Angeli fu in grado di aiutare gli ebrei, gli antifascisti e i prigionieri alleati di passaggio dalla zona, anche prima dell’8 settembre 1943. I contatti con la Resistenza romana permisero a questa rete di passare dalla sola assistenza al vero e proprio spionaggio militare, col padre di don Roberto, Emilio, tra i più attivi nel recuperare mappe, informazioni e piani strategici per la difesa tedesca. Furono loro a favorire lo sbarco di alcuni ufficiali monarchici provenienti da Bari e Brindisi, come il sottotenente del genio navale Dante Lenci, medaglia d’argento al valore militare alla memoria. L’arresto del padre di don Angeli a Roma nel maggio del 1944 mise fine alla rete. Nell’arco di pochi giorni vennero tutti arrestati, andando incontro a destini differenti: don Angeli venne deportato prima a Mauthausen e poi a Dachau, riuscendo a sopravvivere; suo padre fu seviziato a Via Tasso; Anna Enriques Agnoletti venne fucilata dai fascisti comandati da Mario Carità a Firenze.

La nascita di reti assistenziali livornesi durante l’occupazione nazifascista non deve comunque indurre a credere che non ci fu chi decise di collaborare con i nuovi occupanti. L’adesione della città al regime era stata ampia e variegata, non solo riferibile ad alcuni circoli della borghesia imprenditoriale spaventata dalla crisi sociale e politica del primo dopoguerra, venendo scalfita solo dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e il suo impatto sul territorio. L’epopea della famiglia Ciano esemplifica magnificamente la vischiosità di questo legame, con gli interessi politici, economici e culturali che legarono la città a «Ganascia», il consuocero del regime. Ma il fascismo di tanti livornesi sopravvisse anche alla caduta di Mussolini, per riemergere con maggiore violenza dopo la proclamazione dell’armistizio. Come è possibile leggere nelle carte d’archivio, il fenomeno del collaborazionismo fu molto vasto, legato ad ogni ambito del vivere quotidiano. Senza scendere nei particolari, vi basti ricordare che la maggioranza dei reati per collaborazionismo che vennero perseguiti nell’immediato secondo dopoguerra riguardavano la delazione, le requisizioni e razzie contro i civili, l’aver preso parte a rastrellamenti e arresti e l’aver fatto da interpreti ai tedeschi. Come la Resistenza, quello collaborazionista, o sarebbe meglio dire fascista-repubblicano, fu un fenomeno che conobbe una dimensione intergenerazionale, legata ad entrambi i generi e con differenti piani d’azione. Tra i tanti esempi che potrei portare cito quello relativo alla deportazione di «30 ebrei livornesi», così è indicato nelle carte d’archivio, nel dicembre 1943 dall’attuale caserma dei carabinieri di viale Fabbricotti, all’epoca sede della Guardia nazionale repubblicana, ad opera di un imprenditore livornese. La vicenda pone tutta una serie di quesiti che chiedono di essere sciolti: Chi erano questi ebrei? Perché si trovavano ancora a Livorno? Che fine fecero? Solo per fare alcuni esempi. Dimostrando implicitamente quanto lavoro abbia ancora di fronte a sé la ricerca storica, dopo oltre 80 anni dagli eventi.

Ovviamente nel nostro discorso non possiamo non prendere in considerazione l’esperienza antifascista livornese di lungo corso, iniziata a ridosso del Primo dopoguerra. La reazione alle violenze squadriste degli Arditi del Popolo, i fatti legati alla Marcia su Livorno dell’agosto 1922, gli oltre 2.000 schedati nel Casellario politico centrale, l’esperienza dell’esilio e del carcere di tanti di loro, i processi del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato contro l’organizzazione comunista livornese.

Una nota che merita di essere ricordata, anche per sottolineare come siano state date nel tempo letture piuttosto sommarie alla storia livornese. Dal 1932 al 1943 il presidente del tribunale attraverso il quale passò tutto l’antifascismo italiano, era un livornese: Antonino Tringali Casanuova. Nonostante svolgesse la sua attività politica a Roma, Tringali si tenne sempre aggiornato sulla vita labronica, influenzando la carriera di personalità e autorità locali.

Tornando al tema degli antifascisti, si possono citare i casi più noti, come quelli di Ilio Barontini, dei fratelli Mazzino e Oberdan Chiesa o Aramis Guelfi, tutti attivi sia nel movimento comunista clandestino nel corso degli anni Trenta che nel movimento resistenziale.

Ma oltre ai comunisti, è importante sottolineare come le anime dell’antifascismo livornese furono variegate. Accanto ai componenti di questa famiglia politica si affiancarono anche gli anarchici, che pagarono il prezzo più alto in termini di vite umane contro lo squadrismo; i socialisti, e i repubblicani, permettendo la sopravvivenza di diverse forme di antifascismo per oltre due decenni. L’esilio segnò la vita di alcuni dei loro esponenti, anche illustri, come l’onorevole Giuseppe Emanuele Modigliani, fratello del celebre artista. Costretto a rifugiarsi con la moglie Vera Funaro, autrice di un bellissimo libro di memorie intitolato non a caso Esilio, a Parigi dal 1926, dopo essere stato vittima di varie azioni squadriste, anche nella nativa Livorno.

Si deve alla vivacità dell’antifascismo livornese se, rispetto al modello dell’esarchia romana, nell’alleanza interpartitica che si formò dopo la caduta del fascismo confluirono anche gli anarchici e i cristiano-sociali, oltre a comunisti, repubblicani, socialisti, democristiani, liberali e azionisti. Su quest’ultimo gruppo di antifascisti, particolarmente rilevante per il peso che ebbe nel mondo intellettuale del dopoguerra italiano, merita essere ricordato come il segretario della federazione livornese fu l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, giovane ufficiale dell’esercito “alla macchia” dopo la proclamazione dell’armistizio.

L’esperienza di unità politica antifascista dei livornesi fu la più longeva di tutta Italia, iniziata nel 1944 e andata ben oltre la nascita della Repubblica italiana, conclusasi solamente nel 1951. Le ragioni di questa duratura alleanza, come ha dimostrato Gianluca Della Maggiore, sono da ricercare anche nello stato di distruzione in cui la città era stata lasciata dalla guerra. Dino Lugetti, segretario provinciale della Democrazia Cristiana tra il 1946 e il 1948, sostenne di essersi opposto più volte agli ordini della Segreteria nazionale che voleva imporre l’uscita dalla coalizione di giunta: «Avevamo bisogno di ricostruire la città e quindi era necessario stare nell’amministrazione unitaria perché pensavo e pensavamo (ad esempio con il prof. Merli che era assessore) che saremmo stati molto più utili dentro che fuori per la ricostruzione della città, non per spartirsi la torta degli assessorati».

Stando ai dati forniti dall’Ufficio Tecnico Comunale fu appurato che nel centro rimasero intatti solo 1’8,38% degli edifici, mentre il 33,38% vennero abbattuti e il 27,94% gravemente danneggiati. In tutto il comune solo il 43,14% degli edifici risultarono illesi o poco lesionati, il 15,78% irrimediabilmente distrutti, il 14,94% gravemente danneggiati, ed il 26,14% riparabili.

Anche la vicenda del patrimonio culturale livornese è paradigmatica in questo senso. Nei primi anni della guerra erano state rimosse solamente alcune delle opere più preziose, come le collezioni antiche della Labronica, considerando improbabili le azioni aeree sulla città. Dopo i pesanti bombardamenti del maggio e giugno 1943 fu deciso di mettere in salvo tutto ciò che si poteva rimuovere. Furono così trasportate a Calci e a Firenze tutte le statue e le collezioni artistiche, librarie e archivistiche presenti in città, come il patrimonio dell’appena nata Sezione dell’Archivio di Stato. Fu rimossa la statua di Fattori da Piazza della Repubblica, quella di S. Giovanni Nepomuceno all’inizio della Venezia, e il più simbolico per i livornesi e i turisti, l’intero complesso dei “Quattro Mori”. La vicenda di quest’ultima opera era abbastanza singolare. I bronzi dei mori erano stati trasportati al Cisternino di Pian di Rota, nel 1942, mentre la statua in marmo di Ferdinando I era rimasta a sorvegliare l’antico porto mediceo. Il timore di nuove incursioni sul porto convinse la Soprintendenza a rimuovere anche quello, perché, come disse il suo responsabile «se fosse andata distrutta, come più volte rischiò di andare, la statua di Ferdinando I con relativo basamento, come avremmo potuto ricollocare poi i Quattro Mori?». Se oggi possiamo ancora ammirare l’intero gruppo scultoreo si deve a quella decisione. Guardando le foto delle macerie dell’antica cattedrale, oppure ai resti ancora visibili in via della Madonna o nei giardini di Villa Fabbricotti della Chiesa degli Armeni è facile immaginare come la guerra avrebbe facilmente cancellato tutte le testimonianze della secolare storia livornese, spezzando il filo rosso che collega la “Città delle Nazioni” alla Storia europea e mondiale.

Come avrete capito le questioni che ho affrontato offrono solamente un inquadramento sommario di ciò che significò quel 19 luglio di 80 anni fa per la città e il suo territorio. Avrei potuto farvi altri esempi, soffermarmi su vicende diverse, scegliere altri casi specifici. Potevo parlarvi del Maggiore di porto Giuseppe Massimo, che a Portoferraio, dopo il bombardamento tedesco sui locali stabilimenti industriali del 16 settembre 1943, decise di unirsi al fronte clandestino venendo per questo ricercato, catturato e deportato a Mauthausen. Della squadra di poliziotti comandata dal tenente Vittorio Labate, che cercò di raggiungere i partigiani comandanti da Bernini sul finire di giugno, venendo trucidati dai tedeschi nei pressi di Nugola e lì torturati per poi essere passati per le armi. Oppure delle diverse strade che i fascisti livornesi percorsero dopo l’evacuazione dalla provincia, nel giugno del 1944, insanguinando diverse province dell’Italia settentrionale. Una vicenda è quella dell’eccidio di Villamarzana, con le sue oltre 40 vittime, tanto ignota ai livornesi quanto tristemente presente ai polesani. La storia dell’avvocato Ugo Bassano, ebreo e comunista, che cercò di mettere a posto i conti con il fascismo nell’intera provincia di Livorno, insieme all’avvocato repubblicano Giovanni Gelati e al prefetto cattolico Francesco Miraglia. Ma anche delle traiettorie che fecero i partigiani livornesi dopo la guerra, stretti tra la morsa della dilagante povertà, la scarsa considerazione dei governi centristi e le persecuzioni messe in atto dalla magistratura e dalle forze polizia.

Quelli che ho elencato sono solo alcune dei temi che l’Istituto storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea nella provincia di Livorno (Istoreco) sta approfondendo, cercando di portare avanti un discorso in grado di coniugare un’attenta ricerca storica – i tanti studiosi che hanno lasciato traccia nella bibliografia livornese nel corso degli anni ne sono la prova più importante – con la più inclusiva divulgazione scientifica. Il rafforzamento che recentemente è stato dato ai rapporti con alcune delle principali istituzioni culturali cittadine va in questo senso, con lo scopo di raggiungere, si potrebbe dire quasi scovare, un pubblico che appare sempre meno consapevole del passato e sempre più legato ad un eterno oblio “presentista”. Non si tratta certo di idolatrare passivamente memorie e vicende polverose, ormai distanti per cultura e formazione ai diversi componenti della società di oggi. Piuttosto, attraverso strumenti, volti e soluzione differenti, cercare di togliere la patina poco invitante che i decenni hanno sedimentato su quelle storie, in modo da far risaltare tutto il loro significato. Tutto questo affinché si diffonda una maggiore consapevolezza, non solo del passato, in ognuno di noi, e sia possibile contrastare l’abitudine al disimpegno, al disinteresse, alla passività prima che questi ci risucchino in un vortice senza via di uscita. Quella che sto indicando è un impegno molto complesso perchè Istoreco sia in grado di farsene carico in solitudine, ma sono convinto che con il concorso di Lei, Signor Sindaco, e di tutte le autorità qui presenti, possa essere affrontato con serenità e speranza per il futuro”.

Vi ringrazio per l’attenzione.

La prolusione tenuta a Livorno dal Professor Daniele Menozzi per il 25 aprile

26 Aprile 2024 ore 15:04

Riportiamo per intero la prolusione tenuta a Livorno dal Professor Daniele Menozzi per il 25 Aprile:

 

“Il 25 aprile 1953, Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano – il partito fondato nel 1946 da reduci della Repubblica sociale italiana ed ex-esponenti del regime fascista – pubblicava un lungo articolo sulla prima pagina de «Il secolo d’Italia», all’epoca quotidiano indipendente di destra. L’intervento collegava la ricorrenza con la prossima tornata elettorale del 7 giugno, quella che viene comunemente associata alla “legge truffa”, perché il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario rievocava la legge Acerbo del 1924. Almirante sollecitava gli italiani a eleggere un Parlamento «capace di cancellare il 25 aprile dal novero delle festività nazionali». Nonostante che l’esito delle elezioni non portasse alcun conforto a questa iniziativa, prendeva da quel momento inizio una lunga campagna diretta a promuovere l’abolizione di quella che nel 1955 la stampa neofascista definiva «la più stupida, assurda, drammatica e orribile data» nel calendario civile italiano.

Come sappiamo, senza nessun risultato. Anzi, settant’anni dopo, il 25 aprile 2023, la segretaria del partito erede del Movimento sociale italiano, che, per la prima volta dalla fine della guerra, vedeva un suo esponente svolgere la funzione di presidente del Consiglio dei ministri, indirizzava al «Corriere della sera» una lettera dedicata all’anniversario.  Ricordando che avrebbe partecipato assieme al Presidente della Repubblica, alla tradizionale celebrazione ufficiale dell’anniversario con la deposizione di una corona d’alloro al monumento al Milite ignoto, asseriva il permanente valore di quella commemorazione. Scriveva infatti «il 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana».

Si può così osservare che uno degli obiettivi di pedagogia politica che la festa intendeva svolgere è stato raggiunto: l’ordinamento costituzionale basato sul pluralismo dei partiti e l’alternanza di governo costituisce oggi il quadro di riferimento di tutte le forze rappresentate in Parlamento, anche di quelle la cui cultura politica discende dal movimento che contro quell’assetto ha per decenni lottato. Occorre dunque riconoscere la lungimiranza e l’efficacia dell’intuizione iniziale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nel 1946 essa propose al governo di iscrivere nella memoria pubblica del paese non, come stava avvenendo in numerosi Stati europei, la data dell’8 maggio che aveva segnato la fine conflitto, ma il 25 aprile, giorno in cui il Comando di liberazione nazionale Alta Italia aveva lanciato l’appello alla insurrezione generale contro i nazifascisti.

Il risultato che oggi possiamo costatare non è però stato il frutto immediato di quella scelta iniziale, ma è maturato attraverso un lungo percorso in cui il significato dell’iscrizione della festa nella ritualità civile della Repubblica è stato via via approfondito in relazione al mutare del contesto politico-sociale. È proprio questo itinerario che mi propongo qui, in termini necessariamente molto sommari, di ripercorrere, in modo che alla sua conclusione possiamo chiederci se le risorse politiche, etiche e simboliche insite nella celebrazione del 25 aprile si esauriscano nella promozione dell’ormai unanime riconoscimento della pluralistica democrazia dell’alternanza o se il messaggio pedagogico della festa abbia oggi – ovviamente a partire da questa acquisizione – ulteriori implicazioni per la nostra vita collettiva.

Il punto di partenza della mia ricostruzione è la lettera con cui l’esponente del partito comunista Giorgio Amendola, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, recepiva il suggerimento dell’ANPI, prospettando al primo ministro Alcide De Gasperi l’opportunità di accettarlo. Il documento intendeva, con tutta evidenza, catturare il consenso del leader democristiano, sottolineando i risvolti di politica internazionale che ne sarebbero derivati. L’introduzione di una festa dedicata, come Amendola scriveva, alla «solenne commemorazione dei sacrifici e degli eroismi sostenuti dal popolo italiano» avrebbe formalmente palesato che l’Italia intendeva inserirsi nel concerto internazionale rivendicando il contributo dato, anche sul piano militare, alla sconfitta del nazifascismo. L’iscrizione nella memoria collettiva del ruolo dei partigiani nell’anticipare l’azione dell’esercito delle Nazioni unite, avrebbe consentito al governo di presentarsi all’imminente tavolo dei negoziati per il trattato di pace in rappresentanza di un paese alleato, anziché vinto.

Come sappiamo, alla conferenza di Parigi le cose andarono diversamente; ma la lettera di Amendola perseguiva anche un altro obiettivo, che ebbe miglior fortuna. Sia pure sottotraccia, la sua proposta mirava infatti a sancire la legittimazione politica di tutti i soggetti politici che avevano partecipato alla Resistenza. Il riconoscimento della festa del 25 aprile implicava che i partiti del CNL costituivano gli artefici e i garanti della costruzione del futuro ordinamento dello Stato affidato alle ormai prossime elezioni per l’assemblea costituente. L’asciutto decreto legislativo firmato da De Gasperi introduceva un ulteriore elemento. Il nuovo «giorno festivo» era infatti destinato a celebrare «la totale liberazione del territorio italiano». Pur senza disconoscere il ruolo dei partiti, che veniva lasciato sullo sfondo, in virtù della polisemia del termine “liberazione”, l’ufficiale istituzione della ricorrenza veniva così chiamata a commemorare la riconquista dell’indipendenza nazionale dall’occupazione tedesca.

Nel 1950 la rievocazione del 25 aprile – che una legge del maggio 1949 sul riordino delle feste nazionali aveva intanto inserito formalmente nel quadro delle ritualità civile della Repubblica italiana – assunse una più compiuta e articolata funzione di pedagogia politica. Non a caso si trattò della prima cerimonia unitaria dopo quella del 1946. Le commemorazioni del 1947, 1948 e 1949, per quanto caratterizzate da un medesimo schema di fondo – la funzione religiosa; la consegna di riconoscimenti alla memoria o ai combattenti da parte delle autorità civili; il corteo e il comizio; poi nel pomeriggio le variopinte forme della festa popolare – erano state occasioni di profonde divisioni. In ciascuno di quegli anni la ricorrenza cadeva in prossimità di vicende che laceravano i partiti in precedenza uniti nel CNL: nel ‘47 l’esclusione delle sinistre dal governo; nel ’48 le prime elezioni generali per i due rami del Parlamento repubblicano; nel ’49 l’adesione dell’Italia alla fondazione del Patto atlantico. Le celebrazioni assumevano quindi valenze assai diverse a seconda dell’appartenenza politica delle amministrazioni o dei comitati che le organizzavano nelle varie località della penisola.

Queste divergenze non mettevano però in questione un aspetto su cui la storiografia recente ha più volte richiamato l’attenzione. I vari attori coinvolti nei festeggiamenti convergevano infatti nell’espungere dal discorso pubblico ogni considerazione sul consenso espresso verso il fascismo, fino ai bombardamenti alleati, da ampi strati del popolo italiano. Si evitava così di affrontare la questione dell’effettivo radicamento popolare delle pratiche della cittadinanza democratica dopo una ventennale adesione ai riti collettivi di un regime prima autoritario e poi totalitario. Solo nel 1958 il ministro della pubblica istruzione, Aldo Moro, sembrava prendersi carico della questione, introducendo nelle scuole l’insegnamento di educazione civica. Il noto insuccesso dell’iniziativa costituisce una cartina di tornasole della difficoltà del paese a percorrere la strada di un consapevole ripensamento della propria storia.

Intanto, sulla condivisa elusione del nodo storico rappresentato dal consenso al regime, i protagonisti della festa costruivano valutazioni assai discordanti sul significato che essa doveva assumere in ordine all’assetto del paese. Di tale divaricazione era componente primaria l’antitetico schieramento in ordine alla scelta di campo in una politica internazionale che vedeva contrapporsi, nell’inquietante scenario della guerra fredda, il blocco atlantico a quello comunista. Ma discrepanze di fondo riguardavano anche il modello di consorzio civile cui inevitabilmente rinviava l’anniversario del 25 aprile. Celebrare la definitiva sconfitta del totalitarismo nazifascista poneva infatti la questione dell’ordinamento che a esso si doveva sostituire.

Per il partito democratico-cristiano la giornata richiamava all’edificazione di una società pacifica e ordinata perché i suoi valori fondamentali erano dettati dall’autorità ecclesiastica, cui si riservava non solo l’esclusiva interpretazione della legge naturale intesa come suprema regolatrice della convivenza umana, ma anche il compito di garantire la sua corretta applicazione da parte della nuova classe dirigente. Il partito d’azione e i suoi vari eredi attribuivano invece all’anniversario il compito di ricordare la necessità di rompere quella continuità tra le istituzioni dello Stato fascista e la Repubblica democratica che, dopo crollo del regime, si era manifestata non solo nell’autoperpetuazione di ceti dirigenti, ma anche nella persistenza di strutture legislative e amministrative.  Infine per il partito comunista il 25 aprile doveva celebrare quell’ingresso delle classi lavoratrici nel “paese legale”, in modo che le loro rivendicazioni di giustizia sociale potessero finalmente trovare pieno riconoscimento nel nuovo ordinamento come premessa alla costruzione di una società socialista.

Queste diverse prospettive non impedivano però che nel 1950 si giungesse a una cerimonia unitaria. Giocava in questa decisione la preoccupante ripresa della capacità di penetrazione della propaganda neofascista nell’opinione pubblica. Ma pesava soprattutto, in occasione del quinto anniversario della liberazione, la volontà di evitare quanto era accaduto nelle commemorazioni dei due anni precedenti. Gli incidenti, anche gravi, che si erano verificati in alcune località, manifestavano un’evidente contraddizione tra una festa diretta a ricordare la conquista delle libertà civili e le restrizioni poste dai prefetti, su precisa indicazione del ministero dell’interno, al suo libero svolgimento. Insistendo su un’ottica divisiva, si rischiava di sgretolare l’apporto della festa al consolidamento delle istituzioni repubblicane.

Senza dubbio la veste unitaria della celebrazione del 1950 non impedì alla spontanea creatività di gruppi e personalità locali di conferirle tratti multiformi. A questo esito contribuì pure la volontà dell’ANPI di concorrere all’organizzazione di ogni manifestazione unitaria, senza rinunciare per questo a promuovere parallele iniziative autonome. Ma il significato complessivo di quella ricorrenza emerge nitidamente dal messaggio indirizzato dal presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, al Comitato unitario per le celebrazioni. Vi erano presenti, oltre alle massime cariche dello Stato, i segretari di tutti i partiti che avevano contribuito alla Resistenza, i presidenti delle diverse associazioni partigiane e i rappresentati delle associazioni combattentistiche. Non a caso la manifestazione romana, che si svolse al teatro Adriano, venne aperta dalla lettura di quel messaggio affidata a un senatore comunista, Enrico Molé.

Il testo faceva perno sulla memoria del sacrificio di quanti avevano fatto «olocausto della vita» per la rinascita della patria. In questo senso Einaudi riprendeva il tema della Resistenza come secondo Risorgimento che fin dalla primavera del ’45 era diffuso tra tutte le componenti del CNL. Ma il Risorgimento non era qui interpretato solo come riconquista dell’indipendenza nazionale da un occupante straniero. La formazione di un autonomo Stato italiano veniva infatti legata alla conquista delle libertà civili e politiche. Einaudi scriveva chiaramente che l’unificazione aveva saldato la fine del «servaggio» dallo straniero con l’eliminazione della «tirannide» interna.

Tuttavia l’individuazione di questo nesso storico tra le guerre risorgimentali e la lotta partigiana non si risolveva nella proposta di una mera ripresa dell’ordinamento liberale cancellato dalla dittatura fascista. La Resistenza aveva aggiunto alla riconquista delle libertà un dato nuovo: le istituzioni democratiche che permettevano la partecipazione delle masse popolari alle scelte politiche fondamentali del paese. Va però sottolineato che il messaggio presidenziale non presentava questo aspetto come una costatazione, ma come un programma. Il presidente ricordava infatti che le future sorti della nazione dipendevano da un rafforzamento di una democrazia che rappresentava l’obiettivo assegnato alle forze che in quell’occasione avevano fatto prevalere le ragioni dell’unità su quelle della divisione.

Einaudi aveva comunque prospettato un comun denominatore a quanti celebravano il 25 aprile: il sacrificio dei caduti nella Resistenza costituiva il fondamento di un nuovo ordinamento – formalmente già delineato, ma da portare a concreto compimento – in cui l’identità nazionale italiana si sostanziava dei valori di libertà e di democrazia. Vorrei qui ricordare un episodio che vi è certamente noto, dal momento che ebbe come epicentro Livorno, ma che mi pare importante rievocare perché mostra come l’orientamento espresso dal presidente della Repubblica trovasse consenso anche in quelle correnti che, per dirla con il celebre saggio di Claudio Pavone, identificavano la moralità della Resistenza nella lotta di classe.

Mi riferisco alla lettera che Furio Diaz, sindaco comunista della città, indirizzò a Pietro Ingrao, direttore de «L’Unità», organo del suo partito, per precisare che, contrariamente a quanto scritto sul quotidiano, ricadevano sugli attivisti comunisti le responsabilità del mancato carattere unitario inizialmente previsto per la manifestazione livornese. Nella visione del futuro professore alla Normale non si trattava del rimpianto per la mancata realizzazione del carattere unitario che si era riusciti a conferire alla festa grazie a un paziente e faticoso dialogo intessuto con le diverse forze politiche. Era invece la denuncia della persistenza, anche all’interno di chi si richiamava alla Resistenza, di ambienti che ancora non ne riconoscevano nell’ordinamento democratico lo sbocco istituzionale entro il quale ciascuna corrente poteva e doveva far valere le proprie ragioni di parte.

Come è noto, la celebrazione unitaria del 1950 costituì un episodio effimero, dal momento che dall’anno successivo riprese un uso politico della festa in cui tutte le principali forze facevano ricorso al rituale commemorativo per legittimarsi attraverso la delegittimazione della controparte. Presentando l’altro non come un avversario con cui competere sul piano elettorale, ma come un nemico irriducibile e irrecuperabile, lo si privava della capacità di assumere quel ruolo politico che veniva esclusivamente riservato alla propria parte. Ma l’esperienza di una commemorazione unitaria non era passata invano. Ritornava infatti nel 1955, in occasione del decennale della Liberazione. Significativamente, si prendeva la responsabilità di organizzarne lo svolgimento un esecutivo guidato da Mario Scelba – il ministro dell’interno che più aveva limitato le libertà civili in precedenti celebrazioni. Appariva infatti ormai a tutti evidente il complessivo indebolimento delle istituzioni repubblicane derivante dalla rinuncia all’uso delle risorse simboliche di una festa diretta a iscriverne nella memoria pubblica le ragioni profonde di una democratica convivenza politica e civile.

La decisione governativa di ricorrere alla funzione pedagogica della ricorrenza è palesata dall’indirizzo dato sia alla radio – che in precedenza aveva riservato ben scarso rilievo all’anniversario – sia alla neonata televisione pubblica di trasmettere in diretta le manifestazioni ufficiali. Non si possono certo sottacere i limiti dell’iniziativa presa da un governo legato alle politiche del centrismo. Ad esempio venne vietato alle associazioni partigiane di prendere la parola nel corso delle celebrazioni ufficiali e l’opuscolo distribuito nelle scuole connotava la Resistenza come secondo Risorgimento, presentandola ancora come mera riconquista dell’indipendenza nazionale. Tuttavia non si può nemmeno ignorare che la cerimonia del 25 aprile 1955, proprio per il suo carattere unitario, cominciava a esplicitare più chiaramente il significato politico di quel sistema democratico che essa mirava a iscrivere nella memoria collettiva.

Certo era una visione della democrazia legata a quello che sarà chiamato il “bipartitismo imperfetto”: non tutte le forze politiche coinvolte nelle cerimonie venivano ritenute legittimate ad accedere al governo del paese per i vincoli posti dal quadro internazionale. Ma netta era ormai l’attribuzione alla festa di un preciso compito. Festeggiare il 25 aprile significava riconoscere che l’Italia repubblicana costituiva un regime democratico in quanto basato su un pluralismo politico in cui tutti i partiti del CNL godevano della piena capacità di liberamente competere per accedere, se non ancora al governo centrale, alla tutela dei rispettivi interessi all’interno delle sue istituzioni rappresentative.

I positivi effetti della scelta allora compiuta si videro negli anni seguenti. La mobilitazione del paese nel respingere l’ingresso del MSI nell’area di governo avviò la stagione politica del centro-sinistra. Non fu allora difficile procedere nuovamente a un’organizzazione unitaria della festa, di cui fu espressione significativa la commemorazione del 1965, in occasione del ventesimo anniversario. Guidata da un Comitato nazionale posto sotto il patrocinio del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, cominciò infatti a dare ulteriore esplicitazione alle potenzialità etico-politiche della celebrazione dell’anniversario.

Non solo perché si restituiva all’ANPI e alle altre associazioni partigiane la facoltà di esprimere le loro concezioni nelle manifestazioni ufficiali, né solo perché la RAI metteva in campo tutta la forza di una comunicazione televisiva che penetrava ormai in ogni famiglia, per diffondere nel paese una buona cultura storica sulle vicende della guerra e della Resistenza.  Ma soprattutto perché unanime era la presentazione della Costituzione della Repubblica come la concreta traduzione di quel nesso tra indipendenza nazionale, libertà civili e democrazia che in precedenza appariva come il generico contenuto politico cui rinviava la ricorrenza. Il dispositivo simbolico della festa usciva insomma da un significativo, ma indistinto, richiamo al passaggio dal fascismo alla democrazia, per caratterizzarlo con una connotazione precisa. Il mutamento di ordinamento trovava espressione in una specifica forma giuridico-politica positivamente determinata attraverso gli articoli della carta fondamentale della Repubblica.

Il significato di “patriottismo costituzionale”, assunto allora dalla commemorazione, resse alla prova delle difficili vicende attraversate dal paese nel successivo quindicennio. La ricorrenza è un termometro sensibile di quella difficile stagione. Al 25 aprile 1969 si può far risalire l’inizio della strategia della tensione, poi tradottasi nelle stragi messe in opera da ambienti neofascisti e apparati deviati dello Stato: in quel giorno fu infatti collocata alla Fiera di Milano una bomba che provocò diversi feriti. Al contempo la insufficiente risposta alle ragioni della contestazione studentesca – che già il 25 aprile 1968 aveva promosso in diverse città cortei alternativi a quelli organizzati dai partiti per esprimere la protesta verso la commemorazione ufficiale – ebbe esiti dirompenti sulla convivenza civile.

Si tradusse da un lato in un disimpegno giovanile, cui prontamene la televisione – allora ancora solo pubblica – si adeguò, cominciando a commemorare la ricorrenza, anziché con programmi di cultura storica, con trasmissioni di intrattenimento e di spettacolo. Dall’altro lato ebbe anche esito, pur minoritario, nella formazione di una sinistra extraparlamentare che mostrava l’inclinazione a dissolvere il nesso tra festa e Costituzione, per proclamare la necessità di riprendere una lotta di classe che i partigiani non avevano portata a compimento. Non si trattava solo dell’ideologica riproposizione del mito della Resistenza tradita: la sfilata nei cortei alternativi del 25 aprile di giovani in uniforme militare con il volto coperto da un fazzoletto rosso e l’ostentazione del pugno chiuso alludeva alla volontà di riprendere le armi.

Negli anni segnati da stragismo e violenza politica, la commemorazione del 25 aprile seppe mantenere il significato politico in precedenza maturato. Si manifestò però in termini difensivi della democrazia repubblicana. Ne derivò un mancato approfondimento delle vie con cui trarre dal dispositivo costituzionale concreti impulsi per una trasformazione della vita collettiva. Lo testimonia l’unitaria celebrazione del 25 aprile 1978, avvenuta nel corso del rapimento del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, ad opera delle Brigate rosse, che vide ovunque un’imponente partecipazione popolare. Emblema di quella ricorrenza fu discorso tenuto a Venezia dal segretario della CGIL, Luciano Lama.

Questi ribadiva che il sacrificio dei partigiani aveva come scopo la nascita di un assetto democratico che aveva trovato la sua concreta formulazione nella carta costituzionale. Nonostante la persistenza di squilibri e ingiustizie, occorreva difenderlo contro le tendenze che propugnavano «la violenza e il terrore». La Costituzione infatti aveva garantito e continuava a garantire la libertà di una lotta politica in grado di correggere le esistenti storture sociali. In particolare Lama aggiungeva che articolo fondamentale della carta era il superamento della visione formale della libertà in virtù di quell’articolo 3 che impegnava la Repubblica a rimuovere gli ostacoli materiali che ne impedissero il concreto esercizio. Tuttavia il suo discorso si limitava a parafrasare il dettato costituzionale: mancava ogni specificazione programmatica e propositiva per una effettiva traduzione di quella norma costituzionale nel coevo contesto politico e sociale del paese.

Gli studi storici hanno peraltro messo in rilievo che si trattò di un soprassalto etico-politico di breve durata. Cominciava negli anni Ottanta il declino della celebrazione del 25 aprile. Restava ancora un obiettivo polemico della destra, anche se, mentre il Movimento sociale e i suoi eredi ne chiedevano ora una ridenominazione, era la Lega a invocarne la soppressione. Ma, come notava nel 1993 Norberto Bobbio, il rituale delle celebrazioni era diventato «scialbo e stanco». Ne era certo ragione il fatto che, in quel frangente storico, la cerimonia evocava quel che da molti veniva considerato un male – il consociativismo dei partiti – responsabile del degrado partitocratico della vita pubblica. Ma il problema stava soprattutto nella difficoltà, in un momento in cui si moltiplicavano le voci, ma anche le iniziative, per modificare la Costituzione, di riproporre il nesso tra la carta e la festa del 25 aprile.

Non intendo entrare nella questione – ritornata di attualità politica – se intervenire sulla seconda parte della Costituzione, quella relativa all’organizzazione dei poteri dello Stato, che dai più parti si invoca per assicurare la necessaria efficienza all’azione di governo, finisca per toccare anche quei primi dodici articoli che vengono unanimemente considerati intangibili. Mi limito a questo proposito ad accennare che Giuseppe Dossetti, uno dei più autorevoli costituenti, nel ricordare alla metà degli anni Novanta che, se era opportuna una riforma del testo costituzionale per assicurare maggiore efficacia all’azione dello Stato, non mancavano certo meccanismi legislativi (come l’elezione parlamentare del Primo ministro e la sfiducia costruttiva) in grado di ottenere questo obiettivo senza intaccare la coerenza tra il suo secondo titolo e le parti precedenti. Ma mi preme piuttosto ricordare, a conclusione del mio intervento, una celebrazione del 25 aprile che, individuando lucidamente il suo significato nel patriottismo costituzionale, ne ha anche tratto una indicazione programmatica che mi sembra oggi più che mai attuale.

Mi riferisco alla commemorazione compiuta dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, a Cefalonia nel 2007. Quel suo intervento è noto per aver recepito nel discorso politico-istituzionale un tema che da tempo circolava negli studi storici: il riconoscimento che una motivazione ideale aveva spinto diversi giovani ad aderire alla Repubblica sociale rafforzava il rispetto dovuto a tutti i caduti, ma non portava ad una equiparazione tra le ragioni degli uni e degli altri, tra la lotta per libertà e quella per il totalitarismo. Ma è soprattutto noto per la valorizzazione dell’esercito italiano nel quadro di un allargamento dello spettro delle forze della Resistenza. Napolitano sottolineava infatti il ruolo in essa esercitato dai militari, accanto alle formazioni partigiane, ai renitenti alla leva, agli ebrei che cercavano di sottrarsi allo sterminio, agli internati nei campi di prigionia e di lavoro, e a settori della popolazione civile.

In questo contesto, nel riproporre il significato della festa come commemorazione della Costituzione repubblicana, il presidente procedeva ad una sua specifica attualizzazione. Ricordava infatti che, secondo l’articolo 11, alle forze armate toccava dare esecuzione all’impegno dell’Italia «per la pace e per la sicurezza internazionale sotto la guida delle Nazioni Unite». Si erano infatti moltiplicati i conflitti in quel generale disordine mondiale che aveva fatto seguito alla fine dell’illusione di una diffusione planetaria della democrazia dopo il crollo nel 1989 dell’ordine bipolare. In questo contesto il presidente collegava la festa alla partecipazione militare italiana a interventi di peace-keeping come via per la concreta attuazione dell’articolo costituzionale che impegnava l’Italia a concorrere con le organizzazioni internazionali per risolvere in via pacifica le contese fra i popoli.

Oggi, a distanza di quindici anni, in un contesto internazionale segnato dalla drammatica ripresa di nazionalismi bellicisti, ci possiamo chiedere se la cerimonia non rappresenti l’occasione per un passo ulteriore nell’attuazione dell’articolo 11. Come è noto, esso proclama anche che la Repubblica «consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Una celebrazione del 25 aprile imperniata sul tema che l’Italia intende rinunciare all’esercizio di tradizionali forme di sovranità dello Stato nazionale allo scopo di rendere gli organismi sovranazionali, a partire dall’Unione europea, soggetti politici effettivamente capaci di concorrere alla soluzione pacifica dei conflitti, non sarebbe la più coerente applicazione odierna della lunga storia di approfondimento del nesso che lega la festa alla Costituzione? Come hanno messo in rilievo diversi studi, per i resistenti l’obiettivo della pace era inscindibilmente legato al conseguimento di libertà e democrazia”.

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