È morto Valentino Garavani, addio all’ultimo imperatore della moda. Da Liz Taylor a Jackie Kennedy, la storia dello stilista che vestì dive e principesse
L’ultimo imperatore della moda ci ha lasciati: con Valentino Garavani finisce un’epoca irripetibile per la moda. Erede della grande couture degli anni Cinquanta, Valentino ha cucito l’idea di eleganza italiana addosso a first lady, dive di Hollywood, principesse, premi Oscar. E l’ha cucita a sua immagine e somiglianza: grandiosa, raffinata, sognante.
Per capire l’uomo oltre al mito, bisogna esplorare la geografia della sua vita, partendo da Voghera – quella città dell’Oltrepò pavese diventata proverbiale – dove il piccolo Garavani fantasticava su un modo di lustrini e celluloide: le dive del cinema. Nei pomeriggi al cinema con la sorella, le ombre di Hedy Lamarr, Lana Turner e Judy Garland entrarono nei suoi sogni, indicandogli la sua strada: creare abiti per le donne. Un modo per trasformare l’astrazione della bellezza in prodotti da guardare, toccare, indossare. Alimentando la mitologia di se stesso come predestinato, Garavani ha sempre sostenuto nelle interviste di non aver mai voluto fare altro che questo. Anzi: di essere terribile a fare qualsiasi altra cosa, tranne la sartoria.
Gli esordi e la nascita della Maison
E così la geografia biografica dello stilista ci porta a Parigi, la sua seconda casa, dove si traferì appena diciassettenne per studiare all’École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, prima di lavorare come apprendista nell’atelier di Guy Laroche. E poi di nuovo Roma, negli anni Cinquanta, come assistente di Emilio Schuberth, il sarto delle dive. Era l’epoca della Dolce Vita e l’epicentro del mondo era via Veneto. Qui – dove, se no? – tra i tavolini di un caffè, l’incontro che cambiò la sua vita: Giancarlo Giammetti. Per oltre mezzo secolo Giammetti è stato al fianco di Garavani come partner, socio in affari, amico, amante, consigliere, spalla, fratello. Un rapporto quasi simbiotico, 24 ore su 24, su cui è stata costruita la Maison di moda come oggi la conosciamo.
E pensare che la prima casa di moda fondata da Valentino, sul modello di quelle francesi, arrivò sull’orlo del fallimento nel giro di poco tempo. Giammetti però volle supportarlo e investire nel suo marchio: se Garavani aveva l’occhio e la mano per disegnare gli abiti, lui avrebbe vigilato sui conti e sul business. Nel 1960 fondarono la maison Valentino e si divisero i compiti. Tra le date miliari dell’impero valentiniano della moda c’è la sfilata haute couture a palazzo Pitti del 1962, e poi la collezione bianca del 1968: l’imperatore aveva conquistato gli Stati Uniti, specialmente Hollywood.
Principesse e premi Oscar: le muse di Valentino
Ci aveva visto lungo Liz Taylor, che nel 1961 comprò un abito bianco nell’atelier romano per la prima di Spartacus. Tutte volevano The Chic, come lo soprannominò la stampa americana: tutte volevano quel trionfo di romanticismo, di fiocchi, di piume, di ricami così elaborati, così complessi, che oggi sarebbero una follia. E poi le linee, i tagli, l’eleganza dei tessuti. Valentino assemblava guardaroba interi per Jackie Kennedy durante gli anni del lutto e lei lo ringraziò indossando un vestito bianco Valentino all’altare, per diventare la signora Jackie Onassis. Valentino era lo stilista delle dive, delle icone, delle principesse: da Audrey Hepburn alla vedova dell’ultimo scià di Persia Farah Diba. Pare che scappò dalla Persia avvolta da un cappotto bordato di ermellino di Valentino, e non stentiamo a crederci. Anche lady Diana, appena poté liberarsi dal protocollo di corte, corse a indossare un abito di Valentino: ovviamente rosso.
Impossibile riassumere qui l’elenco delle muse, amiche e clienti di Valentino, ma alcune sono indimenticabili: Sophia Loren, che indossava Valentino anche quando accettò l’Oscar alla carriera nel 1991, Julia Roberts, che vinse l’Oscar nel 2001 con un iconico abito bianco e nero d’archivio. E poi: Jane Fonda, Cate Blanchett, Elizabeth Hurley, Anne Hathaway.
L’addio al marchio
Come la storia insegna, più gli imperi crescono più è difficile presidiarne i confini. Negli anni Settanta la Maison era diventata enorme – sia come produzione, sia come fama – ma il mondo della moda cambiava rapidamente, sempre più rapidamente. E non di sole sfilate vive una casa di moda, anzi. Nel 1998 l’azienda fu venduta al gruppo HdP, poi nel 2002 al gruppo Marzotto Apparel. Lo stilista manteneva saldo il timone della direzione creativa, nonostante i disaccordi sui badget e sulle spese, e nel 2007 festeggiò in grande stile i 45 anni del marchio a Roma, la città dove tutto era iniziato. E, tra i fuochi d’artificio, una mostra all’Ara Pacis e una festa al Tempio di Venere, l’imperatore della moda fece l’ultimo inchino, lasciando la direzione creativa del marchio appena due mesi dopo.
L’addio di Valentino alla moda è stato brillantemente raccontato anche dal documentario Valentino: L’Ultimo Imperatore di Matt Tyrnauer. Il film ha contribuito ad aumentare la mitologia dello stilista come genio capriccioso, inflessibile e stravagante, amico di Karl Lagerfeld e orgoglioso proprietario di sei carlini. Chi lo conosceva bene lo descriveva come un uomo profondamente intelligente e ironico: fu l’unico stilista ad accettare un cameo nel film cult Il Diavolo Veste Prada, nel ruolo (ovviamente) di se stesso.
Nell’immensa eredità che Valentino ha lasciato al mondo c’è perfino un Pantone, il 2035 UP: è il famosissimo rosso Valentino, parte fondamentale delle sue collezioni. Il colpo di fulmine è arrivato in un teatro di Barcellona: lo stilista notò una donna tra il pubblico che spiccava per il colore dell’abito. Un colore vibrante e pieno di vita, perché il rosso non si può ignorare e per questo è il colore della seduzione, del pericolo, della buona fortuna e del potere. E sì, anche di re e imperatori.
Valentino dopo Valentino
La Maison che porta il suo nome gode ancora di ottima fortuna: l’ingrato compito di sostituire l’insostituibile stilista nel 2007 è ricaduto su Alessandra Facchinetti, che è uscita dopo un paio di collezioni. Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri hanno lavorato in tandem per dare una nuova direzione al marchio, prima che Piccioli ne prendesse le redini con successo da solo. Nel 2024 si è aperto un nuovo capitolo con Alessandro Michele, il visionario stilista che per affinità intellettuale ed emotiva ha riaperto gli scrigni della Maison riportando in passerella l’opulenza e il romanticismo del Valentino degli anni Sessanta e Settanta.
Con la sua scomparsa, ci lascia per sempre quella generazione di couturier che davano il proprio nome ai loro brand, di stilisti-sarti che conoscevano i segreti delle architetture di stoffa, dell’ingegneria dei tessuti, degli affreschi di perle e ricami. Ne è sempre stato perfettamente consapevole, tanto da chiudere il documentario di Tyrnauer citando il Re Sole: après moi le déluge! Dopo di lui, il diluvio. Ma mai l’oblio. Pochi uomini nella storia vengono ricordati con il loro nome di battesimo: Napoleone (Bonaparte) Michelangelo (Buonarroti) e sicuramente Valentino Garavani. Valentino, Valentino e basta: lo stilista, il mito, la moda.
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