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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Senegal campione nella finale farsa contro il Marocco: con il rigore più lungo della storia ha perso tutto il calcio africano

19 Gennaio 2026 ore 09:26

Il Senegal ha vinto la seconda Coppa d’Africa della sua storia con una spettacolare botta all’incrocio del centrocampista Pape Gueye, che al 4’ del primo tempo supplementare ha regalato una notte di dolore al Marocco intero, ma di questa finale si ricorderà ben altro: il rigore discutibile concesso ai padroni di casa al 98’ per una caduta in area di Brahim Diaz dopo una sbracciata di Diouf, l’annullamento altrettanto discutibile al 92’ del gol firmato da Sarr per un presunto fallo di Seck su Hakimi, i sedici minuti di interruzione del match con il plateale rientro negli spogliatoi dei futuri campioni su ordine dell’allenatore Pape Thiaw, il ritorno in campo grazie all’intervento di Sadio Mané – l’ex Liverpool ha evitato l’esclusione disciplinare dal prossimo mondiale – e, a completare il romanzone, il rigore assurdo di Brahim Diaz, che dopo tutta questa sarabanda ha avuto la bella pensata di fare il cucchiaio e ha invece consegnato il pallone al portiere Mendy.

Tutto questo nel caos totale, con una serie di minirisse, un centinaio di persone nelle due aree tecniche a spintonarsi e urlare, la confusione generale e l’arbitro della Repubblica Democratica del Congo, Jean Jacques Ngambo Ndala, che girava comicamente per il campo alla ricerca di un giocatore da ammonire. Una farsa che non ha fatto bene al calcio africano ed è un peccato, perché il livello tecnico negli ultimi vent’anni è decisamente migliorato, ma quando entra in scena il torneo continentale esce fuori il peggio.

La gazzarra si è consumata sotto gli occhi del presidente Fifa Gianni Infantino. Impegnatissimo negli ultimi mesi a fare da sponda al presidente Trump, con tanto di premio per la pace a un signore che sta mettendo a soqquadro il mondo, Infantino ha perso di vista la sua vera ragione di essere: il governo, possibilmente senza ombre, del calcio mondiale. Un certo imbarazzo da parte di Infantino è trapelato all’inizio della premiazione, perché questa finale, seguitissima da oltre tre miliardi di persone – collegati Cina, Brasile e Giappone, buona parte dell’Europa, l’Africa intera e un pezzo consistente di Asia –, non è stata in quei sedici minuti di follia uno spot edificante, ma poi è tornato Infantino: abbracci e una buona parola per tutti, “volemose bene” e arrivederci alla prossima. In fondo l’Africa è un serbatoio di 54 voti, un quarto dell’universo Fifa.

Oltre il caos, ha vinto la squadra migliore. Il Marocco ha pagato quanto si temeva alla vigilia: la pressione asfissiante di una nazione di 38 milioni di persone, l’ossessione per un successo che manca dal 1976, la responsabilità di dare un senso a investimenti economici imponenti che hanno sottratto risorse ad altri settori vitali. Il Senegal, vincitore dell’edizione 2021, ha tenuto bene il campo. Il copione dei Leoni della Teranga è collaudato: 4-3-3, grande prestanza atletica, uomini importanti in ogni reparto, dal portiere Mendy ai due Gueye – Idrissa e Pape – a centrocampo, il trio Mané, Jackson e Ndiaye in attacco. Il Marocco non ha mai dato l’idea di poter imporre il suo gioco. Il Senegal è stato più lineare e più agile. Ha avuto tre occasioni importanti prima del gol annullato a Sarr e del caos generale.

Il rigore fallito da Diaz, uscito al 98esimo per la disperazione dal campo e fischiato al momento delle premiazioni – lui capocannoniere con cinque gol, il connazionale Bounou miglior portiere e Mané miglior giocatore del torneo -, ha dato la svolta al match. Nel primo tempo supplementare, trovato il gol di Pape Gueye su azione avviata da un pallone perso dal romanista El Ayanoui – con la fasciatura in testa dopo uno scontro aereo che gli aveva fatto perdere molto sangue -, il Senegal ha sfiorato il bis con un’azione spettacolare del diciassettenne Mbaye, ma ancora più clamoroso è stato il 2-0 mancato da Cherif Ndiaye, complice un miracolo del portiere Bounou.

Il Marocco ha sfiorato il pareggio colpendo la traversa con una capocciata di Aguerd, ma lentamente la squadra di casa si è spenta. Gli ultimi minuti sono scivolati attorno alla bandierina del calcio d’angolo, con i senegalesi abilissimi a ottenere sempre la rimessa laterale, fino al triplice fischio che ha consegnato ai Leoni della Teranga il titolo di campioni d’Africa. Dal 2013 il torneo non veniva assegnato dal dischetto ed è un ulteriore punto a favore del Senegal, ma di questa serata si ricorderanno quei sedici minuti di follia e il rigore più lungo della storia del calcio, in cui hanno perso tutti, anche i vincitori.

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Portogallo, il socialista Seguro domina il primo turno delle presidenziali: andrà al ballottaggio con il populista Ventura

19 Gennaio 2026 ore 08:36

Le elezioni presidenziali in Portogallo hanno dato ragione ai pronostici che assegnavano al candidato di Chega André Ventura e a quello socialista Antònio José Seguro i primi due posti e, di conseguenza, il ballottaggio dell’8 febbraio, ma il verdetto delle urne ha invertito le posizioni. Seguro ha infatti vinto con il 31,14%, incassando 1.752.325 voti, mentre Ventura, che secondo i sondaggi avrebbe dovuto stracciare la concorrenza, si è fermato al 23,48%, raccogliendo 1.321.387 preferenze. Staccati Joao Cotrim Figueiredo (Iniciativa Liberal) con il 15,99% e l’indipendente Gouveia e Melo, l’ammiraglio al quale fu affidata la gestione della vaccinazione del Covid, con il 12,34%. Umiliante la sconfitta del socialdemocratico Marques Mendes, sostenuto dal premier Luìs Montenegro, quinto con il 12,09%.

E’ stata la notte della riscossa dei socialisti, usciti con le ossa rotte dalle elezioni del 2025. Il voto delle presidenziali non ha lo stesso valore pratico di quelle legislative, ma il significato di questo voto indica che, dopo aver toccato il fondo, il PS ha rialzato la testa. Seguro ha superato la soglia del 30% ed è un risultato rilevante, considerato che la rincorsa partiva da lontano. I socialisti nel 2025 erano sprofondati al terzo posto nelle politiche, sorpassati non solo dai socialdemocratici, ma anche dall’estrema destra populista di Chega. Seguro è un socialista pragmatico, che guarda al centro, senza però dimenticare gli elementi cardine della sinistra. Ha impostato la sua campagna elettorale parlando dei problemi del paese, su tutti quelli di un servizio sanitario in grave difficoltà e di un costo della vita che sta erodendo le tasche delle persone. Ventura ha puntato invece sulla questione immigrazione, copiando dalla destra italiana uno slogan di sicuro effetto: prima i portoghesi.

Ventura, scottato da un secondo posto che lo vede ora rincorrere Seguro, ha già alzato la voce: “Questo voto è una sveglia per la destra. Dobbiamo unirci per impedire che il nuovo Presidente della Repubblica sia un socialista. Il paese mi ha dato la leadership della destra”. Dai socialdemocratici arrivano però segnali contrastanti. Ci sono spaccature. Il candidato socialista ha invitato “democratici, progressisti e umanisti a unirsi alla mia candidatura per sconfiggere l’estremismo e coloro che seminano odio e divisione. Siamo un solo popolo, una sola nazione, un solo Portogallo plurale e inclusivo, rispettoso delle libertà di tutti. Se sarò eletto, sarò il Presidente di tutto il paese, fedele alla Costituzione. Lavorerò ogni giorno affinché il popolo portoghese abbia accesso a un’assistenza sanitaria tempestiva. Mi batterò contro le disuguaglianze e contro la carenza degli alloggi”.

Il segretario generale del Partito Comunista Paulo Raimundo e il Blocco di Sinistra hanno annunciato il sostegno a Seguro. Per farcela, il candidato socialista dovrà però pescare tra i moderati che non approvano la destra reazionaria di Ventura. Il premier Montenegro ha scelto pilatescamente di non decidere: “Il partito socialdemocratico non appoggerà nessuno dei due candidati. Non daremo alcuna direttiva. Ricordo che il mio partito è stato scelto per guidare il paese e che governiamo la maggior parte dei consigli comunali. Accetto il verdetto dei portoghesi sulla nostra candidatura di Marques Mendes. Mi assumo la responsabilità di questo risultato”.

Sono parole a caldo, dopo lo spoglio dei voti e dopo le prime analisi. La battaglia vera inizia ora. Durerà tre settimane e spaccherà in due un Portogallo sballottato tra il populismo reazionario e la difesa dei valori democratici, figli del 25 aprile 1974. La partita si gioca qui, su questo terreno.

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