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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Caitlin Johnstone - I miliardari sionisti ammettono apertamente di aver manipolato il governo degli Stati Uniti

 

di Caitlin Johnstone*

Intervenendo insieme sabato al vertice del Consiglio israelo-americano, i miliardari donatori sionisti Miriam Adelson e Haim Saban hanno lasciato intendere con forza di essere coinvolti in attività estremamente losche per manipolare il governo degli Stati Uniti a favore degli interessi israeliani.

C'è un tizio che seguo su Twitter, Chris Menahan, che pubblica sempre spezzoni di eventi sionisti che altrimenti passerebbero inosservati, rivelando spesso dichiarazioni sconcertanti da parte di attivisti filo-israeliani che tendono a sciogliere un po' la lingua quando si rivolgono a un pubblico di persone che la pensano come lui. Di recente ho citato un filmato che ha trovato in cui l'ex autrice dei discorsi di Obama, Sarah Hurwitz, denunciava il modo in cui i social media hanno permesso all'opinione pubblica di vedere le prove delle atrocità israeliane a Gaza.

Menahan ha messo in luce alcuni momenti molto rivelatori di Adelson e Saban, entrambi cittadini statunitensi e israeliani, ed entrambi finanziatori dell'Israeli-American Council (IAC). Nel 2014, MJ Rosenberg di The Nation scrisse che Saban e il defunto marito di Miriam Adelson, Sheldon, stavano usando operazioni di influenza come l'IAC per diventare "i fratelli Koch su Israele".

Ecco la trascrizione di un'interazione molto rivelatrice tra Adelson e il presentatore dell'evento Shawn Evenhaim:

Evenhaim: Miri, tu e Sheldon avete stretto molti rapporti nel corso degli anni con i politici, a livello statale e soprattutto federale. Vorrei che condividessi con tutti perché è così importante e come lo fate. Ripeto, firmare assegni ne fa parte, ma c'è molto di più che firmare assegni, quindi come lo fate?

Adelson: Shawn, puoi permettermi di non rispondere?

Evenhaim (scrolla le spalle): Scegli tu!

Adelson: Voglio essere sincero e ci sono tante cose di cui non voglio parlare.

Evenhaim: Sì, intendo dire che non vogliamo dettagli specifici, ma va bene così.

Miriam Adelson ammette qui che, oltre alle centinaia di milioni di dollari che lei e Sheldon hanno investito nelle campagne politiche di Donald Trump e di altri politici repubblicani, hanno anche manipolato la politica statunitense dietro le quinte in modi che lei preferirebbe tenere segreti al pubblico. Presumibilmente perché causerebbe un notevole scandalo se l'opinione pubblica lo scoprisse.

Trump, per la cronaca, ha ripetutamente ammesso di aver concesso favori politici a Israele su sollecitazione degli Adelson durante il suo primo mandato, affermando di aver spostato l'ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e di aver legittimato l'annessione israeliana delle alture del Golan per compiacerli.

E li ha accontentati. Deve averlo fatto, perché Miriam Adelson ha donato altri 100 milioni di dollari alla campagna di Trump del 2024 per aiutarlo a tornare presidente. E ora ha trascorso il primo anno della sua amministrazione bombardando Iran e Yemen, lavorando per prendere il controllo di Gaza reprimendo aggressivamente le critiche a Israele negli Stati Uniti.

Nel 2020, prima di tutte queste palesi ammissioni, il musicista Roger Waters fu diffamato come antisemita dall'Anti-Defamation League e da altri gruppi sionisti per aver affermato che Sheldon Adelson stava usando la sua ricchezza per esercitare influenza sulla politica statunitense.

Saban è stato ancora più cauto di Adelson sulle sue operazioni politiche nella sua risposta alla stessa domanda di Evenhaim:

Voglio essere cauto nel dire ciò che dico... (Pausa) È un sistema che non abbiamo creato noi. È un sistema che esiste già. È un sistema legale e noi ci limitiamo a giocare al suo interno. E questo è tutto! Voglio dire, è davvero molto semplice. Se sostieni un politico, in circostanze normali dovresti avere accesso per condividere le tue opinioni e cercare di aiutarlo a comprendere il tuo punto di vista. Questo è ciò che ti garantisce l'accesso, e il contributo e il sostegno finanziario ti garantiscono l'accesso, quindi... Voglio dire... (scrolla le spalle) chi dà di più ha più accesso e chi dà di meno ha meno accesso. È un calcolo semplice. Fidati di me.

Haim Saban, le cui donazioni alla campagna elettorale si concentrano sull'altro fronte, ovvero sui finanziamenti al Partito Democratico, ha dichiarato: "Sono un tipo monotematico, e il mio problema è Israele". Nel 2022, il superpac dell'AIPAC ha citato l'influenza finanziaria di Saban per sostenere che deviare dal sostegno a Israele sarebbe costato ai Democratici finanziamenti critici, affermando: "I nostri donatori attivisti, tra cui uno dei maggiori donatori del Partito Democratico, sono concentrati nel garantire che abbiamo un Congresso degli Stati Uniti che, come il presidente Biden, sostenga un rapporto vivace e solido con il nostro alleato democratico, Israele".

Come nel caso di Adelson, possiamo supporre che Saban abbia affermato di voler essere "cauto" nel descrivere le sue operazioni di influenza, perché ciò avrebbe causato un grosso scandalo se il popolo americano avesse capito cosa stava facendo.

Alcuni guarderanno questi filmati e sosterranno che è antisemita anche solo condividerli. Altri li guarderanno e li citeranno come prova che il mondo è governato dagli ebrei. Per me sono solo la prova che il mondo è governato da sociopatici benestanti e che la democrazia occidentale è un'illusione.

Voglio dire, non si potrebbe davvero chiedere un'illustrazione migliore della farsa della democrazia americana di questa. Due miliardari di partiti politici apparentemente opposti ammettono pubblicamente di usare la loro oscena ricchezza per manipolare la politica statunitense e promuovere i programmi militari e geopolitici di uno stato straniero dall'altra parte del pianeta.

E come ha detto Saban, è tutto legale. La corruzione è legale negli Stati Uniti d'America.

Ai plutocrati è permesso sfruttare le proprie fortune per manipolare il governo statunitense, utilizzando finanziamenti per le campagne elettorali e attività di lobbying per promuovere i propri interessi personali, finanziari e ideologici. Se hai qualche milione di dollari da parte, puoi usarli per far scomparire accuse penali, per revocare normative ambientali o tutele dei lavoratori che danneggiano i margini di profitto della tua azienda, o persino per far spedire esplosivi militari a un governo straniero da utilizzare in un genocidio in corso.

E tutto questo viene fatto con totale disprezzo per la volontà dell'elettorato. Il popolo americano non ha alcun controllo su ciò che fa il suo governo nell'attuale sistema politico. Vota per un burattino oligarchico, poi vota per il burattino oligarchico dell'altro partito quando la soluzione non funziona, andando avanti e indietro senza rendersi conto che in nessun momento sta cambiando l'effettiva struttura di potere in cui vive.

Questa struttura di potere si chiama plutocrazia. È l'unico vero sistema politico degli Stati Uniti.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Pino Arlacchi - LA DEBOLE ARMADA: L'INGANNO DI TRUMP

 

di Pino Arlacchi*

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.
Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.
Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.
Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività. Dietro di esse si intravede l’angoscia di una forza perduta, il rancore sconfinato di un infausto tramonto.
Le minacce di Trump sono patetiche, quasi tutte prive di credibilità. Chi può scambiare la riconquista del Messico, l’annessione del Canada, la riduzione a colonia di sfruttamento del Venezuela e lo stesso restauro della Dottrina Monroe come progetti che stanno nel campo della fattibilità piuttosto che in quello del delirio? Oppure come idee su cui fondare un rilancio dell’egemonia passata, magari attraverso una replica farsesca, assieme a Cina e Russia, del patto di Yalta del 1945?
Il verdetto del Vietnam e dei fiaschi mediorientali è stato amplificato, di recente, dalla rivoluzione della tecnologia militare. Un passaggio epocale ignorato consapevolmente dagli Usa, ma cavalcato dalla Cina da un decennio, praticato dall’Iran e adottato rapidamente dalla Russia dopo i rovesci subiti dal suo obsoleto apparato bellico nei primi tempi della guerra ucraina. Intendo la rivoluzione dei droni e dei missili a costo irrisorio che hanno messo alla portata di qualunque Davide la fionda che gli ha consentito di uccidere Golia.
Un paio di droni da mille euro l’uno possono danneggiare seriamente un carro armato, una pista d’atterraggio e una infrastruttura militare e civile. Uno sciame di droni da 100 mila euro può disabilitare la proiezione di potenza più micidiale, una portaerei da 13 miliardi. Se affiancato da un paio di missili antinave da 2-5 milioni ciascuno, questo sciame può colare a picco qualsiasi imbarcazione spendendo lo 0,03 – 0.1 per cento del valore distrutto. Per non parlare, poi, dell’effetto devastante che gli stessi droni e missili possono avere sull’altra maggiore proiezione di potenza globale: le 750 basi americane sparse nel pianeta, diventate degli eccellenti bersagli fissi, come dimostrato nel giugno dell’anno scorso dalla difesa dell’Iran contro l’attacco Usa. Un missile antiaereo HQ-9 da 3 milioni di dollari può abbattere un F-35 da 100 milioni.
Il punto di debolezza cruciale è che l’armamento convenzionale statunitense è rimasto quello, irrimediabilmente obsoleto, della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda: navi, aerei, cannoni, basi militari e carri armati tanto costosi quanto vulnerabili a droni, missili, satelliti, sensori e radar avanzati. Questi sviluppi della tecnologia militare hanno svuotato di significato qualunque cifra sui budget militari nazionali. Il valore economico non corrisponde più alla potenza di fuoco, e ciò ha stroncato le restanti ambizioni belliche dello Zio Sam. A tutto ciò occorre aggiungere la corruzione e lo spreco fuori controllo che minano il Pentagono da decenni. Il mio calcolo è che tra l’80 e il 90% della spesa militare Usa è inutile a fini bellici, sia di difesa che di attacco.
Il deep state è perfettamente consapevole della principale conseguenza di tutto questo: le forze armate americane non possono più vincere alcuna guerra vera e propria. L’ultima cosa cui pensa il Pentagono è di imbarcarsi in una nuova guerra, perché è certo di perderla. Come una voce dal sen fuggita, è stato proprio il Segretario alla Difesa, Robert Gates, che già nel 2011 dichiarò di fronte ai cadetti dell’Accademia di West Point che “qualsiasi futuro Segretario alla Difesa che consigliasse di inviare un grande esercito in Asia, Medio Oriente o Africa avrebbe dovuto farsi esaminare la testa”.
I raid, le invettive ad alto carico di menzogna di Trump servono solo a coprire il fatto che il Re è nudo, e che l’apparato militare degli Stati Uniti non è in grado di prevalere, in forma stabile e senza perdite insostenibili, contro alcuno Stato che possa disporre di un armamento avanzato del costo di pochi miliardi di euro. Nel 2020 i droni armati come il turco Bayraktar usati dagli azeri nel Nagorno-Karabakh hanno distrutto circa 200 carri armati armeni e numerosi sistemi di difesa aerea. L’esito dell’aggressione saudita del 2015 allo Yemen, eseguita contando su un armamento convenzionale quattro volte superiore a quello dell’Italia, e con pieno supporto logistico e d’intelligence a stelle e strisce, è stato capovolto dall’entrata in scena dei droni e dei missili.
Bene, si potrà obiettare a questo punto. Se le cose stanno così, che cosa impedisce agli Stati Uniti di riconvertire e aggiornare la propria industria militare? Lo ha fatto la Russia dopo le prime batoste subite dalla sua flotta nel Mar Nero, e il conflitto ucraino è passato da una guerra di posizione a una di missili e droni, dove la supremazia russa è schiacciante.
La risposta non è ardua. Non esiste in Russia un complesso militare industriale. Le fabbriche di armi russe sono proprietà di uno Stato un tempo socialista. Le industrie militari americane sono la quintessenza del capitalismo privato, e tutta l’America è una plutocrazia finanziaria e militare che si regge grazie a un trilione di dollari di spese per la difesa che sostengono l’economia di interi Stati, eleggono parlamentari, finanziano processi elettorali, ricattano e controllano presidenti, animano il deep state. È un capitalismo militare impossibile da smantellare in poco tempo, anche se palesemente inutile. La baracca si regge su un mito fasullo ma efficace, e che occorre perpetuare a ogni costo, evitando prove impegnative.
I cittadini americani sono vittime di una truffa cognitiva. Sono certi di vivere nel Paese più sicuro del mondo perché l’élite del potere li ha convinti che ciò è dovuto al possesso delle forze armate più forti del pianeta e non a un duplice dono della geografia e della storia: i due oceani che circondano il Paese e che lo rendono immune da guerre e invasioni, e il genocidio dei nativi americani che ha fondato la nazione eliminando rischi di sovvertimento interno.
Il grande inganno della supremazia militare americana si è esteso al resto del mondo, ma sono proprio i deliri di Trump che ne rivelano la fragilità. Sono convulsioni di un organismo pervenuto alla sua fase terminale, ma che proprio per questo non è meno pericoloso di prima. La somma di devastazioni, bombardamenti e atrocità che nascondono l’impotenza incurabile di un impero che muore può comunque diventare un costo immenso per l’intera umanità.
(di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 15 gennaio 2026)

Marco Travaglio - Indietro, marsch!


di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026

Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne organizzo una anch’io. Sto già studiando lo slogan. Sarà: “Non si spara per strada sui cittadini disarmati”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’Ice di Trump che spara per strada sui cittadini disarmati. Meglio: “Non si arresta chi protesta o fa post sui social”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con Usa e Paesi Ue che arrestano chi protesta o fa post sui social e, se dice qualcosa di sgradito, gli chiudono il conto in banca. Meglio: “Sanzioniamo chi uccide migliaia di civili”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Israele per i 70 mila civili sterminati senza sanzioni, mentre Teheran è sanzionato da 46 anni. Meglio: “Non si invadono e non si attaccano gli altri Paesi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Usa, Nato e Israele, che hanno il record mondiale di Paesi invasi e attaccati, mentre l’Iran è fermo a zero. Meglio: “Rovesciamo la dittatura per sostituirla con la democrazia”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Trump che ha appena rovesciato la dittatura di Maduro per sostituirla con la dittatura della sua vice. Meglio: “Contro i governi illegittimi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare ce io ce l’abbia con Trump che s’è proclamato presidente ad interim del Venezuela e vuole la Groenlandia “perché mi serve”.

Meglio: “Abbattiamo il regime che impicca la gente sulla forca”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con l’Arabia di Bin Salman, che oltre alla forca è usa segare a pezzi i giornalisti, e Renzi potrebbe aversene a male. Meglio: “Contro gli ayatollah che non pagano Renzi”. Anzi no: anche volendo, non potrebbero pagarlo per via della legge Meloni. Meglio: “Dopo Gaza, la Flotilla faccia rotta sull’Iran”. Anzi no: pare che l’Iran non affacci sul Mediterraneo, quindi bisognerebbe passare dal Canale di Suez, circumnavigare la Penisola Arabica e sbucare di lì, o paracadutare e carrucolare direttamente le barche sul Mar Caspio. Meglio: “Abbattiamo il regime che foraggia il terrorismo islamista”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’amico Qatar che finanzia Hamas o con la Siria di Al Jolani che, prima di diventare amico, cioè buono, stava in al Qaeda e nell’Isis. Meglio: “Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Ecco, questo dovrebbe mettere d’accordo tutti. Però lì basta Tajani. Quasi quasi sto a casa.

Daniele Luttazzi - Stratfor, società privata di intelligence e che dice della politica trumpiana


Pubblichiamo due approfondimenti di Daniele Luttazzi sulla società privata di intelligence Stratfor e su come funzionano le agenzie governative Usa apparsi sul Fatto Quotidiano la scorsa settimana. 


 

di Daniele Luttazzi - Non c'è di che, Fatto Quotidiano

15 gennaio 2026

Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) è una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. William Marquez (Bbc) la definisce una “Cia ombra” per via delle analisi che conduce, del modo in cui ottiene le informazioni, di chi le commissiona e perché. La sua attività principale è la valutazione dei rischi geopolitici mondiali. Richard Weitz, esperto di sicurezza e di intelligence presso l’Hudson Institute, spiega: “Essendo un’azienda privata, non devono giustificare la provenienza dei fondi o a cosa servono. Potrebbero ricevere denaro da una compagnia petrolifera per condurre un’indagine o, come a Bhopal, in India, per osservare e analizzare i movimenti degli attivisti in seguito al disastro dell’impianto tossico della Dow Chemical/Union Carbide del 1984, che colpì più di mezzo milione di persone. Se la Cia ha bisogno di informazioni, ma non può intervenire a causa della situazione delicata, come nel caso dello spionaggio su Israele o sui paesi della Nato, si avvale di personale Stratfor. Sono come un’agenzia investigativa privata, solo più grande”. Stefania Maurizi, che 15 anni fa con WikiLeaks rivelò le mail interne della Stratfor, una settimana fa ha scritto su X: “Migliaia di giornalisti, aziende, servizi segreti si informano su #Stratfor, nel tentativo di stare un passo avanti agli altri e saperne di più”. Anche per questo diventa molto interessante leggere cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana.

La mano visibile: l’interventismo di Trump rimodella il capitalismo americano (Matthew Bey, Stratfor) Nei primi mesi di mandato l’amministrazione Trump ha avviato la più profonda trasformazione del capitalismo statunitense dai tempi di Reagan. Attraverso una combinazione di dazi record, pressioni sulle istituzioni indipendenti e un coinvolgimento diretto dello Stato nelle imprese private, la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato l’ortodossia liberista che aveva guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo. Il risultato è un modello di capitalismo centralizzato, in cui il presidente aspira a controllare i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Il mercato (la “mano invisibile” di Adam Smith) non è più l’arbitro principale dell’efficienza economica, sostituito da una “mano visibile” statale, che decide quali settori sostenere, quali imprese favorire e quali strategie industriali incentivare o punire, com’è evidente dal crescente ruolo della Casa Bianca nel determinare il successo o il fallimento di aziende e di interi comparti produttivi. Il protezionismo è uno degli strumenti centrali di questa svolta. I dazi imposti dall’amministrazione sono i più elevati dagli anni Trenta e vengono utilizzati non solo per riequilibrare il commercio internazionale, ma per costringere le imprese a investire nella manifattura statunitense. Parallelamente, Trump ha messo in discussione l’indipendenza della Federal Reserve, esercitando pressioni affinché i tassi di interesse venissero ridotti anche a costo di alimentare l’inflazione. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, riguarda l’ingresso diretto dello Stato nel capitale e nella governance delle imprese. L’accordo del 22 agosto con Intel, che ha trasformato 8,9 miliardi di dollari di sovvenzioni federali in una partecipazione pubblica del 9,9 per cento, ha reso il governo il maggiore azionista dell’azienda. Questo modello è stato affiancato da altri interventi simili: la golden share in U.S. Steel, la partecipazione del Dipartimento della Difesa in MP Materials e gli accordi di condivisione dei ricavi con Amd e Nvidia.


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16 gennaio 2026

Riassunto della puntata precedente: per saperne di più sulla geopolitica, giornalisti, aziende e servizi segreti si informano da Stratfor, una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. Cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana? Matthew Bey, analista senior, spiega che la Casa Bianca ha abbandonato l’ortodossia liberista che ha guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo, e la sta sostituendo con un capitalismo centralizzato in cui il presidente controlla i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Ne sono un esempio gli accordi con Intel, U.S. Steel, MP Materials, Amd e Nvidia, che hanno reso il governo un azionista di quelle aziende. Il modello, sostengono funzionari del governo, è replicabile in altri settori strategici.

Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha persino suggerito che soluzioni analoghe potrebbero essere estese al comparto della Difesa, definendone alcune grandi aziende come estensioni operative dello Stato. Inoltre, con dichiarazioni pubbliche, pressioni mediatiche e minacce di misure punitive, Trump cerca di orientare direttamente le scelte aziendali in materia di prezzi, investimenti e localizzazione produttiva. I dazi vengono spesso usati come strumento coercitivo contro le imprese considerate non allineate agli obiettivi economici della Casa Bianca. Trump ha diffidato Walmart dall’aumentare i prezzi a seguito dei dazi e ha attaccato Goldman Sachs per aver pubblicato analisi secondo cui i consumatori Usa avrebbero sostenuto la maggior parte dei costi delle tariffe.

Questo clima ha spinto molte grandi aziende a cercare patti col presidente, promettendogli investimenti e offrendogli impegni simbolici di lealtà. I sostenitori del trumpismo economico sostengono che il modello liberista sia ormai inadatto in un contesto di competizione strategica con la Cina. Tuttavia i rischi sistemici sono considerevoli, spiega Bey. Le aziende sostenute direttamente dal governo ottengono vantaggi politici che alterano la concorrenza, mentre altre risultano penalizzate. Sul piano internazionale, questi interventi aumentano il rischio di ritorsioni commerciali, accuse di sussidi illegali e tensioni geopolitiche, in particolare con la Cina e con l’Unione europea.

Il caso Intel rappresenta il banco di prova più significativo del nuovo corso. L’azienda è in difficoltà da un decennio, superata dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company nella produzione di chip all’avanguardia. L’ingresso dello Stato in Intel porta nuovo capitale, però non sufficiente a risolvere la crisi strutturale dell’azienda, mentre la conversione delle sovvenzioni in partecipazione azionaria lega il destino di Intel a quello politico dell’amministrazione. L’esperienza storica mostra che dazi e sussidi mirati raramente producono benefici duraturi in termini di competitività e innovazione: i casi di successo sono legati a investimenti neutrali in ricerca e sviluppo o a partenariati pubblico-privati nelle fasi iniziali delle tecnologie emergenti. Il piano di Trump, invece, riduce i finanziamenti alla ricerca di base e privilegia misure coercitive. Infine, centralizzare la pianificazione economica si scontra con la complessità dell’economia americana. Le piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 44 per cento del Pil, restano escluse da questo sistema e rischiano di essere penalizzate a vantaggio dei grandi gruppi capaci di negoziare direttamente col potere politico. Il capitalismo trumpiano, un sistema centralizzato, è insomma meno prevedibile del capitalismo classico e potenzialmente più instabile.

Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

Come i think tank sostenuti dalla CIA alimentano le proteste in Iran


di Alan MacLeod - Mintpress*

Mentre ondate di manifestazioni e contro-manifestazioni mortali colpiscono l'Iran, MintPress esamina le ONG sostenute dalla CIA che contribuiscono ad alimentare l'indignazione e a fomentare ulteriore violenza.

Uno di questi gruppi è Human Rights Activists In Iran, spesso citato dai media come HRA o HRAI. Il gruppo e il suo braccio mediatico, la Human Rights Activists News Agency (HRANA), sono diventati il punto di riferimento per i media occidentali e sono la fonte di molte delle affermazioni più incendiarie e delle cifre scioccanti sulle vittime riportate dalla stampa. Solo nella scorsa settimana, le loro affermazioni hanno fornito gran parte della base per gli articoli pubblicati, tra gli altri, da CNN, The Wall Street Journal, NPR, ABC News, Sky News e The New York Post. E in un appassionato appello ai progressisti affinché sostengano le proteste, Owen Jones ha scritto martedì sul Guardian che HRAI è un gruppo “rispettato” le cui dichiarazioni sul numero dei morti sono “probabilmente significativamente sottostimate”.

Tuttavia, nessuno di questi articoli menziona il fatto che Human Rights Activists In Iran è finanziato dalla Central Intelligence Agency, attraverso la sua organizzazione di facciata, la National Endowment for Democracy (NED).

ONG “indipendenti”, offerte dalla CIA

Fondata nel 2006, Human Rights Activists in Iran ha sede a Fairfax, in Virginia, a pochi passi dalla sede della CIA a Langley. Si descrive come un'associazione “apolitica” di attivisti impegnati a promuovere la libertà e i diritti in Iran. Sul suo sito web, osserva che “poiché l'organizzazione cerca di rimanere indipendente, non accetta aiuti finanziari né da gruppi politici né da governi”. Tuttavia, nello stesso paragrafo, si legge che “HRAI ha anche accettato donazioni dal National Endowment for Democracy, un'organizzazione non governativa senza scopo di lucro degli Stati Uniti d'America”. Il livello di investimento del NED in HRAI è stato a dir poco sostanziale; il giornalista Michael Tracey ha scoperto che, solo nel 2024, il NED ha stanziato ben oltre 900.000 dollari a favore dell'organizzazione.

The huge death tolls in Iran being splashed all over the media are sourced to an outfit in Fairfax, VA called "Human Rights Activists in Iran" that is overwhelmingly funded by the US government. What is their methodology? Is it credible? Who cares? Just pump the big numbers out pic.twitter.com/9No2e7n1Dw

— Michael Tracey (@mtracey) January 12, 2026


Un'altra ONG ampiamente citata nei recenti resoconti dei media sulle proteste è l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran (ABCHRI). Il gruppo è stato ampiamente citato, tra gli altri, dal Washington Post, dalla PBS e dalla ABC News. Come nel caso dell'HRAI, anche questi resoconti omettono di rivelare la vicinanza dell'Abdorrahman Boroumand Center alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Sebbene non lo menzioni nella sua dichiarazione di non responsabilità sul finanziamento, il centro è sostenuto dal NED. L'anno scorso, il NED ha descritto il centro come un'organizzazione “partner” e ha assegnato alla sua direttrice, Roya Boroumand, la medaglia Goler T. Butcher 2024 per la promozione della democrazia.

“Roya e la sua organizzazione hanno lavorato con rigore e obiettività per documentare le violazioni dei diritti umani commesse dal regime in Iran”, ha affermato Amira Maaty, direttore senior dei programmi NED per il Medio Oriente e il Nord Africa. "Il lavoro dell'Abdorrahman Boroumand Center è una risorsa indispensabile per le vittime che cercano giustizia e chiedono che i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni secondo il diritto internazionale. La NED è orgogliosa di sostenere Roya e il centro nella loro difesa dei diritti umani e nella loro instancabile ricerca di un futuro democratico per l'Iran“.

Oltre a ciò, nel consiglio di amministrazione del centro siede il controverso accademico Francis Fukuyama, ex membro del consiglio della NED e redattore della sua pubblicazione ”Journal of Democracy".

Se mai, il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) è andato oltre l'HRAI o l'ABCHRI. Ampiamente citato dai media occidentali (ad esempio, The New York Times, The Guardian, USA Today), il CHRI è stato la fonte di molte delle storie più cruente e raccapriccianti provenienti dall'Iran. Un articolo pubblicato lunedì sul Washington Post, ad esempio, si è basato sulle competenze del CHRI per riferire che gli ospedali iraniani erano sovraffollati e avevano persino esaurito le scorte di sangue per curare le vittime della repressione governativa. “È in corso un massacro. Il mondo deve agire subito per impedire ulteriori perdite di vite umane”, ha dichiarato un portavoce del CHRI. Date le recenti minacce del presidente Trump di attacchi militari statunitensi contro l'Iran, le implicazioni di questa dichiarazione erano chiare.

Eppure, come nel caso delle altre ONG citate, nessuno dei media mainstream che hanno citato il Centro per i diritti umani in Iran ha sottolineato i suoi stretti legami con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il CHRI, un gruppo iraniano per i diritti umani con sede a New York City e Washington, D.C., è stato identificato dal governo cinese come direttamente finanziato dal NED.

L'affermazione è tutt'altro che stravagante, dato che Mehrangiz Kar, membro del consiglio di amministrazione del CHRI, è un ex Reagan-Fascell Democracy Fellow presso il NED. E nel 2002, in occasione di un gala pieno di star a Capitol Hill, la First Lady Laura Bush e il futuro presidente Joe Biden hanno consegnato a Kar il Democracy Award annuale del NED.

 

Una storia di operazioni di cambio di regime

Il National Endowment for Democracy è stato creato nel 1983 dall'amministrazione Reagan, dopo che una serie di scandali aveva gravemente danneggiato l'immagine e la reputazione della CIA. Il Comitato Church – un'indagine del Senato degli Stati Uniti del 1975 sulle attività della CIA – scoprì che l'agenzia aveva orchestrato l'assassinio di diversi capi di Stato stranieri, era coinvolta in una massiccia campagna di sorveglianza interna contro gruppi progressisti, aveva infiltrato e piazzato agenti in centinaia di media statunitensi e stava conducendo scioccanti esperimenti di controllo mentale su partecipanti americani non consenzienti.

Tecnicamente un'entità privata, sebbene ricevesse praticamente tutti i suoi finanziamenti dal governo federale e fosse composta da ex agenti segreti, la NED fu creata come un modo per esternalizzare molte delle attività più controverse dell'agenzia, in particolare le operazioni di cambio di regime all'estero. “Sarebbe terribile per i gruppi democratici di tutto il mondo essere visti come sovvenzionati dalla CIA”, disse nel 1986 Carl Gershman, presidente di lunga data della NED. Il cofondatore del NED Allen Weinstein concordò: “Molto di ciò che facciamo oggi era fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”, disse al Washington Post.

Parte della missione della CIA era quella di creare una rete mondiale di media e ONG che ripetessero i punti di discussione della CIA, spacciandoli per notizie credibili. Come ammise l'ex leader della task force della CIA John Stockwell, “avevo propagandisti in tutto il mondo”. Stockwell ha poi descritto come ha contribuito a inondare il mondo di notizie false che demonizzavano Cuba:

Abbiamo diffuso decine di storie sulle atrocità cubane, sugli stupratori cubani [ai media]... Abbiamo pubblicato fotografie [false] che sono apparse su quasi tutti i giornali del Paese... Non sapevamo di nessuna atrocità commessa dai cubani. Era pura e semplice propaganda falsa per creare l'illusione che i comunisti mangiassero bambini a colazione".

Mike Pompeo, ex direttore della CIA, ha alluso al fatto che questa fosse una politica attiva della CIA. In un discorso tenuto nel 2019 alla Texas A&M University, ha detto: “Quando ero cadetto, qual era il motto dei cadetti a West Point? Non mentire, non imbrogliare, non rubare e non tollerare chi lo fa. Io ero il direttore della CIA. Abbiamo mentito, abbiamo imbrogliato, abbiamo rubato. Avevamo interi corsi di formazione [su] questo!”

Uno dei più grandi successi del NED risale al 1996, quando riuscì a influenzare le elezioni in Russia, spendendo ingenti somme di denaro per garantire che il fantoccio degli Stati Uniti Boris Eltsin rimanesse al potere. Eltsin, salito al potere con un colpo di Stato nel 1993 che sciolse il parlamento, era profondamente impopolare e sembrava che il pubblico russo fosse pronto a votare per un ritorno al comunismo. Il NED e altre agenzie americane inondarono la Russia di denaro e propaganda, assicurando che il loro uomo rimanesse al potere. La storia fu catalogata in una famosa edizione della rivista Time, la cui copertina recava la scritta: “Gli yankee in soccorso: la storia segreta di come i consiglieri americani hanno aiutato Eltsin a vincere”.

Sei anni dopo, il NED fornì sia i finanziamenti che le menti per un colpo di Stato di breve successo contro il presidente venezuelano Hugo Chavez.

Il NED ha speso centinaia di migliaia di dollari per far volare i leader del colpo di Stato (come Marina Corina Machado) avanti e indietro da Washington, D.C. Dopo che il colpo di Stato è stato rovesciato e il complotto è stato smascherato, i finanziamenti del NED a Machado e ai suoi alleati sono addirittura aumentati, e l'organizzazione ha continuato a finanziare lei e le sue organizzazioni politiche.

Il NED avrebbe avuto più fortuna in Ucraina, svolgendo un ruolo chiave nella rivoluzione di Maidan del 2014 che ha rovesciato il presidente Viktor Yanukovich e lo ha sostituito con un successore filo-statunitense. La vicenda di Maidan ha seguito una formula collaudata, con un gran numero di persone scese in piazza per protestare e un nucleo duro di paramilitari addestrati che hanno compiuto atti di violenza volti a destabilizzare il governo e provocare una risposta militare.

L'assistente segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici (e futura membro del consiglio di amministrazione del NED) Victoria Nuland volò a Kiev per segnalare il pieno sostegno del governo statunitense al movimento per cacciare Yanukovich, distribuendo persino biscotti ai manifestanti nella piazza principale della città. Una telefonata trapelata ha rivelato che il nuovo primo ministro ucraino, Arseniy Yatsenyuk, era stato scelto direttamente dalla Nuland. “Yats è l'uomo giusto”, si sente dire all'ambasciatore statunitense in Ucraina, Geoffrey Pyatt, citando la sua esperienza e la sua cordialità con Washington come fattori chiave. La rivoluzione di Maidan del 2014 e le sue conseguenze avrebbero portato all'invasione russa dell'Ucraina otto anni dopo.

Proprio al confine con la Bielorussia, il NED ha pianificato azioni simili per rovesciare il presidente Alexander Lukashenko. Al momento del tentativo (2020-2021), il NED stava portando avanti 40 progetti attivi all'interno del Paese.

In una chiamata Zoom infiltrata e registrata di nascosto dagli attivisti, Nina Ognianova, responsabile senior del programma europeo del NED, si è vantata che i gruppi che guidavano le manifestazioni nazionali contro Lukashenko erano stati addestrati dalla sua organizzazione. “Non pensiamo che questo movimento così impressionante e stimolante sia nato dal nulla, che sia semplicemente successo dall'oggi al domani”, ha detto, sottolineando che il NED aveva dato un “contributo significativo” alle proteste.

Nella stessa chiamata, il presidente del NED Gershman ha osservato che “sosteniamo moltissimi gruppi e abbiamo un programma molto, molto attivo in tutto il Paese, e molti dei gruppi hanno ovviamente i loro partner in esilio”, vantandosi che il governo bielorusso era impotente nel fermarli. "Non siamo come Freedom House o NDI [National Democratic Institute] e IRI [International Republican Institute]; non abbiamo uffici. Quindi, se non siamo lì, non possono cacciarci", ha detto, paragonando il NED ad altre organizzazioni statunitensi che promuovono il cambio di regime.

Il tentativo di rivoluzione colorata non ha avuto successo, tuttavia, poiché i manifestanti hanno incontrato grandi contro-manifestazioni e Lukashenko rimane al potere ancora oggi. Le azioni del NED sono state un fattore chiave nella decisione di Lukashenko di abbandonare i suoi rapporti con l'Occidente e di alleare la Bielorussia con la Russia.

Pochi mesi dopo il fallimento in Bielorussia, il NED ha fomentato un altro tentativo di cambio di regime, questa volta a Cuba. L'agenzia ha speso milioni di dollari per infiltrarsi e comprare artisti musicali compiacenti, soprattutto nella comunità hip hop, nel tentativo di rivoltare la cultura popolare locale contro la sua rivoluzione. Guidati dai rapper cubani, gli Stati Uniti hanno cercato di mobilitare la popolazione nelle strade, inondando i social media con appelli di celebrità e politici per rovesciare il governo. Tuttavia, ciò non si è tradotto in un intervento concreto e il fiasco è stato liquidato sarcasticamente come la “Baia dei Tweet” degli Stati Uniti.

Molti dei movimenti di protesta più visibili in tutto il mondo sono stati silenziosamente orchestrati dal NED. Tra questi vi sono le proteste di Hong Kong del 2019-2020, in cui l'agenzia ha convogliato milioni di dollari ai leader del movimento per mantenere la gente in piazza il più a lungo possibile. Il NED continua a collaborare con i gruppi separatisti uiguri e tibetani, nella speranza di destabilizzare la Cina. Altri progetti noti di ingerenza del NED includono l'interferenza nelle elezioni in Francia, Panama, Costa Rica, Nicaragua e Polonia.

È proprio per questi motivi, quindi, che accettare finanziamenti dal NED dovrebbe essere impensabile per qualsiasi ONG o organizzazione per i diritti umani seria, poiché molte di quelle che lo hanno fatto sono state gruppi di facciata per il potere americano e operazioni clandestine di cambio di regime. È anche il motivo per cui il pubblico dovrebbe essere estremamente diffidente nei confronti di qualsiasi affermazione fatta da organizzazioni sul libro paga di un'organizzazione di copertura della CIA, specialmente quelle che tentano di nascondere questo fatto. Anche i giornalisti hanno il dovere di esaminare attentamente qualsiasi dichiarazione fatta da questi gruppi e di informare i loro lettori e telespettatori sui loro intrinseci conflitti di interesse.

 

Obiettivo Iran

Oltre a finanziare le tre ONG per i diritti umani con sede negli Stati Uniti qui descritte, il NED sta conducendo una miriade di operazioni che prendono di mira la Repubblica islamica. Secondo il suo elenco delle sovvenzioni per il 2025, attualmente ci sono 18 progetti NED attivi per l'Iran, anche se l'agenzia non divulga nessuno dei gruppi con cui sta lavorando.

Si rifiuta inoltre di divulgare dettagli concreti su questi progetti, al di là di descrizioni piuttosto vaghe che includono:

“Potenziare” una rete di “attivisti in prima linea ed esiliati” all'interno dell'Iran;
“Promuovere il giornalismo indipendente” e “Creare piattaforme mediatiche per influenzare l'opinione pubblica”;
“Monitorare e promuovere i diritti umani”;
“Promuovere la libertà di Internet”;
“Formare leader studenteschi all'interno dell'Iran”;
“Promuovere l'analisi politica, il dibattito e le azioni collettive sulla democrazia”; e
“Promuovere la collaborazione tra la società civile iraniana e gli attivisti politici su una visione democratica e sensibilizzare la comunità legale sui diritti civili, l'organizzazione faciliterà il dibattito sui modelli di transizione dall'autoritarismo alla democrazia”.

Leggendo tra le righe, il NED sta cercando di costruire una vasta rete di media, ONG, attivisti, intellettuali, leader studenteschi e politici che canteranno tutti dallo stesso spartito, quello della “transizione” dall'‘autoritarismo’ (cioè l'attuale sistema di governo) alla “democrazia” (cioè un governo scelto dagli Stati Uniti). In altre parole: un cambio di regime.

L'Iran, ovviamente, è nel mirino degli Stati Uniti sin dalla destituzione dello scià Mohammad Reza Pahlavi durante la rivoluzione islamica del 1978-79. Lo stesso Pahlavi era stato mantenuto al potere dalla CIA, che aveva orchestrato un colpo di Stato contro il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh (1952-53). Mossadegh, un riformatore liberale laico, aveva fatto infuriare Washington nazionalizzando l'industria petrolifera del Paese, attuando una riforma agraria e rifiutandosi di schiacciare il partito comunista Tudeh.

La CIA (l'organizzazione madre del NED) si infiltrò nei media iraniani, pagandoli per diffondere contenuti isterici contro Mossadegh, compì attacchi terroristici all'interno dell'Iran, corruppe funzionari affinché si rivoltassero contro il presidente, coltivò legami con elementi reazionari all'interno dell'esercito e pagò manifestanti affinché invadessero le strade durante le manifestazioni contro Mossadegh.

Lo scià regnò per 26 sanguinosi anni, dal 1953 al 1979, fino a quando fu rovesciato dalla rivoluzione islamica.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto l'Iraq di Saddam Hussein, che ha invaso l'Iran quasi immediatamente, provocando un conflitto aspro durato otto anni che ha causato la morte di almeno mezzo milione di persone. Washington ha fornito a Hussein una vasta gamma di armi, compresi componenti per armi chimiche utilizzate contro gli iraniani, nonché altre armi di distruzione di massa.

Dal 1979, l'Iran è anche soggetto a restrittive sanzioni economiche americane, misure che hanno gravemente ostacolato lo sviluppo del Paese. Durante il suo primo mandato, Trump si è ritirato dall'accordo nucleare con l'Iran e ha aumentato la pressione economica. Il risultato è stato il crollo del valore del rial iraniano, la disoccupazione di massa, l'aumento vertiginoso degli affitti e il raddoppio del prezzo dei generi alimentari. La gente comune ha perso sia i propri risparmi che la propria sicurezza a lungo termine.

Durante tutto questo periodo, Trump ha costantemente minacciato l'Iran di un attacco, che alla fine ha portato a termine a giugno, bombardando una serie di progetti infrastrutturali all'interno del Paese.

 

Una protesta legittima?

Le attuali manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre come protesta contro l'aumento dei prezzi. Tuttavia, si sono rapidamente trasformate in qualcosa di molto più grande, con migliaia di persone che chiedevano il rovesciamento del governo e persino il ripristino della monarchia sotto il figlio dello scià, il principe ereditario Reza Pahlavi.

Sono state rapidamente sostenute e amplificate dagli Stati Uniti e dalla sicurezza nazionale israeliana. “Il regime iraniano è in difficoltà”, ha annunciato Pompeo. “Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco...”, ha aggiunto. I media israeliani stanno apertamente riferendo che “elementi stranieri” (cioè israeliani) stanno “armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco, e questo è il motivo delle centinaia di morti tra le persone fedeli al regime”.

I servizi segreti israeliani hanno confermato l'affermazione non proprio criptica di Pompeo. “Scendete tutti in strada. È giunto il momento”, hanno istruito gli iraniani gli account social ufficiali dell'agenzia di spionaggio: “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Trump ha fatto eco a queste parole. "PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e dei maltrattatori. Pagheranno un prezzo molto alto», ha urlato, aggiungendo che «gli aiuti americani stanno arrivando».

Qualsiasi dibattito sul significato di «aiuti americani» è terminato lunedì, quando Trump ha dichiarato che «se l'Iran spara [sic] e uccide violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso... Siamo pronti a intervenire». Ha anche tentato di imporre un blocco economico totale, annunciando che qualsiasi paese che commercia con Teheran dovrà affrontare un dazio aggiuntivo del 25%.

Tutto questo, aggiunto alla crescente violenza delle proteste, rende molto più difficile per gli iraniani esprimersi politicamente. Quella che era iniziata come una manifestazione contro il costo della vita si è trasformata in un enorme movimento apertamente insurrezionale, sostenuto e fomentato dagli Stati Uniti e da Israele. Gli iraniani, ovviamente, hanno tutto il diritto di protestare, ma una serie di fattori ha sollevato la possibilità molto concreta che gran parte del movimento antigovernativo sia un tentativo inorganico, orchestrato dagli Stati Uniti, di cambiare il regime. Mentre gli iraniani possono discutere su come desiderano esprimersi e che tipo di governo vogliono, ciò che è indiscutibile è che molti dei think tank e delle ONG chiamati a fornire presunte prove e commenti esperti su queste proteste sono strumenti del National Endowment for Democracy.

Foto in primo piano | In questa foto ottenuta dall'Associated Press, alcuni iraniani partecipano a una protesta antigovernativa a Teheran, in Iran, il 9 gennaio 2026. Foto | UGC via AP

Alan MacLeod è Senior Staff Writer per MintPress News. Ha completato il suo dottorato di ricerca nel 2017 e da allora ha scritto due libri acclamati: Bad News From Venezuela:

Twenty Years of Fake News and Misreporting e Propaganda in the Information Age: Still Manufacturing Consent, oltre a una serie di articoli accademici. Ha anche collaborato con FAIR.org, The Guardian, Salon, The Grayzone, Jacobin Magazine e Common Dreams. Seguite Alan su Twitter per ulteriori informazioni sul suo lavoro e sui suoi commenti: @AlanRMacLeod.

 

Gaza – La finzione della “Fase Due”


di Tawfiq Al Ghussein e Rania Hammad*

15 gennaio 2026

 

L’affermazione secondo cui Gaza si starebbe avvicinando a una cosiddetta “Fase Due” è divenuta una delle principali finzioni diplomatiche della guerra (di genocidio) in corso. 

La cosiddetta seconda fase spesso citata nei media e rafforzata da una comunicazione mediatica, ha ben poco a che vedere con le condizioni reali sul terreno. 

Lo storico israeliano Ilan Pappe, scrive “Gli ultimi due anni non sono state una guerra, ma un Genocidio e l’intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno gia’ causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia…..il Ministro Katz ha dichiarato l’intenzione di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia”.

La Fase Due infatti, non è per nulla in ritardo, né bloccata, né in attesa di un allineamento politico. Essa funziona come un meccanismo di distrazione piuttosto che come fase o quadro operativo. Ciò che esiste nella realtà è la prosecuzione della gestione del controllo israeliano, riformulata attraverso il linguaggio del cessate il fuoco, della stabilizzazione e della ricostruzione, al fine di attenuare l’opinione pubblica, e sviare dalla responsabilità giuridica. 

Il quadro entro cui opera questo linguaggio, è l’accordo di cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025. 

Tale accordo ha formalmente introdotto una struttura per fasi, comprendente una iniziale “Fase Uno”, seguita da una prospettata “Fase Due” che avrebbe dovuto segnare una transizione oltre le ostilità attive. Nella pratica, tuttavia, neppure la Fase Uno ha mai funzionato come un cessate il fuoco. Le operazioni militari israeliane, il radicamento territoriale e l’uccisione di civili sono proseguiti senza interruzione, rendendo l’accordo carta straccia. 

La Fase Due non è stata quindi ostacolata dalla diplomazia, ma resa concettualmente superflua dalla sistematica mancata attuazione della Fase Uno.

Elemento decisivo è l’assenza di una data fissa o universalmente concordata per l’avvio della Fase Due. Esistono piuttosto aspettative, dichiarazioni diplomatiche e tempistiche ipotetiche circolanti nei negoziati, ma non un meccanismo vincolante o una tabella di marcia applicabile. 

La pianificazione diplomatica statunitense aveva suggerito che una dichiarazione formale di transizione potesse avvenire entro la fine del 2025, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni. Tuttavia, controversie irrisolte sulla governance, sugli assetti di sicurezza e sul futuro status politico di Gaza hanno ripetutamente rinviato anche questo orizzonte provvisorio. 

L’assenza di una data concreta riflette dunque non un ritardo tecnico, bensì un piano politico in atto. 

La Fase Uno ha comunque consentito a Israele di raggiungere i propri obiettivi strategici immediati, mostrandosi forti e astuti avendo ottenuto il rilascio degli ostaggi. Cosa che ha ridotto la pressione diplomatica e fatto calare l’attenzione internazionale. 
Inoltre, ha poi moderato l’intensità della violenza, modulata e non interrotta, proprio con lo scopo di proseguire il genocidio sotto altre forme. 

Da quel momento in poi, Israele non aveva né incentivo né intenzione di procedere verso una seconda fase. 

Qualsiasi transizione reale avrebbe richiesto il ritiro, il ripristino del ruolo politico palestinese, la responsabilità per le violazioni del diritto internazionale e la fine dell’impunità strutturale. Nessuno di questi esiti era compatibile con la politica israeliana, né è stato imposto dalla comunita’ internazionale. 

Israele esercita oggi un controllo diretto su oltre la metà del territorio di Gaza, ampliando progressivamente la propria impronta e questo sotto la cornice del “cessate il fuoco”.

Questo momento storico infatti, ricorda molto il “processo di pace” e gli accordi di Oslo del 1993-1995. Sotto falso slogan della pace, gli insediamenti ebraici illegali si espandevano in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est, nei territori palestinesi occupati. 

Immagini satellitari e analisi indipendenti, indicano che dal cessate il fuoco, Israele ha costruito almeno tredici nuovi avamposti militari all’interno di Gaza, in particolare lungo la “linea gialla”, l’area orientale di Khan Younis e le zone adiacenti al confine israeliano. Tali installazioni segnalano il passaggio dall’occupazione temporanea alla permanenza infrastrutturale e al controllo permanente.

In parallelo, nella Cisgiordania occupata, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’istituzione di diciannove nuovi insediamenti l’11 dicembre 2025, portando a sessantanove il numero totale di nuovi insediamenti autorizzati dall’attuale governo negli ultimi tre anni, con un incremento di quasi il cinquanta per cento rispetto al 2022. 

Decisioni precedenti, nel maggio 2025, che autorizzavano ventidue nuovi insediamenti, sono state ampiamente condannate come la più grande espansione degli ultimi decenni. Nel loro insieme, queste misure consolidano la frammentazione territoriale, interrompono la continuità palestinese e precludono qualsiasi prospettiva realistica di vita politica palestinese sovrana. 

Esse equivalgono a una annessione di fatto di territori sia a Gaza sia in Cisgiordania.

L’accesso umanitario rimane sistematicamente limitato, in violazione diretta delle misure provvisorie vincolanti emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia. Tali restrizioni, dimostrano una  privazione deliberata. Le autorità israeliane hanno bloccato l’ingresso di abitazioni mobili e rifugi temporanei necessari a una popolazione sfollata esposta alle condizioni invernali, ostacolato l’importazione di medicinali essenziali, attrezzature mediche e cibo nutriente, e impedito la consegna di forniture sanitarie per bambini, anziani e persone affette da patologie croniche.

La violenza riflette un evidente modello di distruzione e sterminio della popolazione palestinese e di consolidamento territoriale.

Questa architettura di controllo permanente è esplicitamente articolata dai leader politici israeliani esponenti della coalizione di governo che hanno respinto l’idea di una qualsiasi forma di sovranità palestinese e dichiarando che non vi sarà mai alcuno Stato palestinese. 

Gaza e la Cisgiordania sono inquadrati in termini coloniali e teologici, e la “redenzione della terra” evocata come obiettivo politico, che tratta la presenza palestinese come un ostacolo da eliminare. Normalizzando un genocidio. 

Come ha osservato la Corte Internazionale di Giustizia in altri contesti di atrocità di massa, l’erosione della responsabilità non può essere separata dall’erosione del diritto stesso. Dove non vi sono conseguenze per i crimini più gravi, il diritto cessa di funzionare come limite al potere. Consentire a uno Stato potente di eludere la responsabilità per atti che possono configurare genocidio significa rendere il diritto internazionale insignificante e sacrificabile. 

Ma questo sarebbe tragico per tutti noi. E molto pericoloso. 

*Autori

Tawfiq Al?Ghussein è scrittore e analista politico, specializzato in Palestina, diritto internazionale ed economia politica del Medio Oriente.

Rania Hammad è scrittrice e attivista, specializzata in storia e politica della Palestina, relazioni internazionali e diritti umani.

Andrea Zhok - Sul (demenziale) parallelo tra Palestina e Iran

 

di Andrea Zhok*

 

Chiedo venia, ma continua a venire fuori questo demenziale parallelismo tra Palestina e Iran, come se chi ha protestato per il genocidio di Gaza dovesse per coerenza protestare contro la repressione della rivolta armata nelle città iraniane.

Inizialmente pensavo fosse qualche episodico minus habens a sostenere questa tesi, ma non bisogna mai eccedere in fiducia nella specie umana: questo "ragionamento" continua ad essere ripetuto e ripreso.

Bene, siccome si chiama in causa la necessità di coerenza e il parallelismo tra le due situazioni, segnalo quattro cose.

 

1) Chi chiede la sovranità dei palestinesi sulla Palestina, deve chiedere coerentemente la sovranità degli iraniani sull'Iran, senza interventi militari esterni, questo è coerente con il principio di autodeterminazione dei popoli. Chi lo respinge aderisce ad una forma di suprematismo coloniale, per cui la civiltà deve essere importata dall'esterno con le armi.

 

2) L'attacco di Hamas del 7 ottobre non era un attacco a uno stato straniero, ma un attacco a una forza coloniale insediata su territori occupati militarmente e che Israele non ha alcun diritto a rivendicare come propri. E questo non per mia opinione, ma a termini di legge e sulla base delle risoluzioni dell'ONU.

 

3) La risposta israeliana già il 9 ottobre, 2 giorni dopo, aveva cacciato ogni residuo elemento di Hamas coinvolto nell'attacco. Da quel momento in poi l'IDF ha proseguito nel massacro in aree civili, radendo al suolo la striscia di Gaza, uccidendo, secondo le stime più restrittive, almeno 56.000 palestinesi, di cui circa 20.000 minorenni. Questo massacro è durato con cadenza quotidiana per 24 mesi (e in tono minore anche dopo). 

- La risposta del governo iraniano alla rivolta armata sul proprio territorio è durata il tempo della rivolta stessa. Secondo il Dipartimento della Difesa americano 800 rivoltosi catturati, che si riteneva fossero passati per le armi, sono ancora nelle carceri iraniane in attesa di processo.

 

4) La risposta pubblica ai massacri israeliani ha cominciato ad albeggiare timidamente in Europa non prima di 6 mesi dal 7 ottobre, quando sono comparse le prime manifestazioni significative. Per avere una risposta massiva, in cui prendessero la parola anche testate giornalistiche importanti e qualche carica istituzionale si è dovuto attendere un anno e mezzo di massacri in mondovisione. 

- La risposta pubblica a quanto succedeva in Iran è arrivata istantaneamente - ben prima di capire cosa esattamente stesse succedendo - con immediate vibranti denunce di massacri inenarrabili di manifestanti pacifici. Si è negato per giorni che i "manifestanti pacifici" fossero armati di tutto punto, sparassero sulle forze di sicurezza, bruciassero moschee, biblioteche, automobili, caseggiati. Tuttavia, in quasi totale assenza di informazioni, dopo poche ore la rete era inondata di numeri lunari delle "vittime del regime" (ha girato subito e continua ancora a girare la sparata, destituita di ogni fondamento, dei 12.000 manifestanti uccisi, laddove ora si parla di 3.000 vittime complessive, tra manifestanti, infiltrati, forze dell'ordine e civili accidentalmente colpiti.)

 

Ecco, se ancora non capite: 

a) che le due circostanze sono incomparabili; 

b) che l'opinione pubblica nei due casi è stata manipolata e strumentalizzata in direzioni opposte, fornendogli dati falsi e chiavi di lettura faziose (in comune c'è solo una cosa: sono state letture gradite a Israele); 

c) che, eventualmente, coerenza vorrebbe di sostenere l'autodeterminazione dei palestinesi come degli iraniani;

se ancora non lo avete capito, allora NON VOLETE capirlo, e si tratta non più di ignoranza ma di malafede.

Ricevuto prima di ieri

Chris Hedges - Le flottiglie per Gaza sono la coscienza del mondo

 

di Chris Hedges*

Nell'aprile 2026 ci sarà una nuova flottiglia che tenterà di rompere il blocco israeliano di Gaza, in vigore da 18 anni. Si prevede che la missione sarà la più grande azione marittima per la Palestina fino ad oggi, con la partecipazione di oltre 3.000 attivisti provenienti da 100 paesi su 100 imbarcazioni, tra cui una flotta medica di 1.000 operatori sanitari, per consegnare 500 tonnellate di aiuti salvavita, attrezzature e forniture mediche a cui Israele ha impedito l'ingresso a Gaza.

Ancora una volta, attivisti da tutto il mondo salperanno verso Gaza nel tentativo di porre fine a una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Ancora una volta, il loro viaggio sarà minuziosamente tracciato sui social media. Ancora una volta, droni israeliani saranno inviati in acque internazionali per intercettare e attaccare le imbarcazioni. Ancora una volta, le imbarcazioni saranno abbordate da soldati israeliani mascherati e pesantemente armati. Ancora una volta, gli attivisti saranno arrestati. Ancora una volta, saranno inviati in prigioni di massima sicurezza. Ancora una volta, saranno maltrattati fisicamente, messi in isolamento, insultati, rimproverati, costretti a guardare video di propaganda israeliani sul 7 ottobre o violentati dalle guardie carcerarie israeliane. Ancora una volta, i palestinesi, molti dei quali aspettano sulla spiaggia nella speranza che l'ultima flottiglia riesca a passare, capiranno di non essere soli. E ancora una volta, il mondo distoglierà lo sguardo, ignorando il suo mandato legale di intervenire per porre fine al genocidio, ai sensi dell'Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.

Eppure, nonostante l'esito quasi certo, le flottiglie stanno impercettibilmente indebolendo la morsa israeliana su Gaza. Stanno ricordando al mondo il suo dovere morale e legale di intervenire. Stanno umiliando non solo Israele, ma anche i governi occidentali la cui complicità alimenta il genocidio. Stanno dimostrando che non siamo impotenti. Possiamo agire.

"Cosa hai provato guardando la flottiglia?" Ho chiesto all'ambasciatrice palestinese in Italia, Mona Abuamara, quando ho partecipato allo sciopero dei lavoratori portuali italiani a Genova e alla manifestazione nazionale per la Palestina a Roma alla fine di novembre 2025.

"Come una bambina", rispose. "Sai come quando conosci la fine di un film ma vuoi comunque che sia diverso. Continuavo a pensare: 'Lascia perdere. Lascia perdere'. Come se potesse. Sapevamo che non sarebbe successo. È parte della bellezza di quelle persone su quelle barche. Sapevano che non gli sarebbe stato permesso di passare, ma si rifiutavano di accettare lo status quo."

Ho incontrato Thiago Ávila, attivista brasiliano, e l'attivista svedese Greta Thunberg la mattina presto al Museo MAAM di Roma, il cui labirinto di corridoi, sale e stanze è pieno di street art, tra cui un cartello che recita "Spoiler, MORIRAI". Circa 200 migranti provenienti da vari paesi vivono abusivamente nel mattatoio e museo abbandonato. Opere d'arte, tra cui enormi ed elaborati murales di alcuni dei migliori artisti italiani, ricoprono i muri di cemento dell'ex mattatoio. All'ingresso, in una satira della scritta Hollywood di Los Angeles, a caratteri cubitali, c'è la parola "FART" (scoreggia).

"Per tutti gli anni in cui sono stata un'attivista, ho perso ogni giorno sempre più speranza – se mai ne avessi – nelle istituzioni e nei nostri cosiddetti leader, aziende, funzionari eletti, banche, chiunque essi siano, di venire in nostro soccorso", ha detto Thunberg. "Sono loro che ci hanno messo in questa situazione. Il sistema non è imperfetto. È progettato per essere distruttivo. È progettato, a mio avviso, per avere strutture di potere diseguali. È progettato per mantenere alcune persone oppresse. È progettato per mantenere la natura come un'entità distante e separata che non fa parte di noi per sfruttarla. Per opprimere le persone, dobbiamo disumanizzarle. L'unica via d'uscita è rivendicare il potere, che è uno dei motivi principali per cui sono qui a sostenere i lavoratori in sciopero in Italia. Questo è un esempio chiaro e lampante di cosa significa quando le persone riprendono il potere e mostrano dove si trova il vero potere".

Ávila ha organizzato la Freedom Flotilla Coalition e la neonata Global Sumud Flotilla. Ha fatto parte dell'equipaggio della Madleen , un'imbarcazione partita nel giugno 2025 con a bordo, tra gli altri, Thunberg e Rima Hassan, parlamentare europea franco-palestinese picchiata durante la custodia dalle guardie carcerarie israeliane.

La Madleen fu intercettata dalla marina israeliana in acque internazionali e rimorchiata fino al porto israeliano di Ashdod. Ávila fu tenuto in isolamento nel carcere di Ayalon, dove intraprese uno sciopero della fame senza scrupoli fino alla sua espulsione.

"Ho partecipato a così tanti tentativi falliti che non riesco a contarli", mi ha detto Ávila. "Sono stato su imbarcazioni che purtroppo sono state bombardate. Sono stata su imbarcazioni che sono state sabotate. Imbarcazioni che sono state respinte burocraticamente da paesi sotto pressione di Israele. Abbiamo cercato per anni di rompere quell'orribile assedio. Diciotto anni. Gli ultimi due tentativi li ho fatti con Greta. Sono arrivata vicino a Gaza due volte."

Mentre era in prigione, ha raccontato, le guardie israeliane lo hanno preso a calci e gli hanno sbattuto la testa sull'asfalto. Lo hanno interrogato per ore nel tentativo di estorcergli dettagli sulle flottiglie, mentre una guardia gli puntava contro un fucile. Gli hanno mandato cani da guardia ringhianti nella cella. Lo hanno spostato continuamente da una cella all'altra. Lo hanno svegliato ripetutamente durante la notte.

"Quanti paesi siete riusciti a mobilitare?" chiesero gli interrogatori israeliani ad Ávila.

"Chi sono i rappresentanti nei paesi?" chiesero.

"Non vi darò alcuna informazione che possa mettere qualcuno in una posizione pericolosa", rispose Ávila. "Ma tutto ciò che è pubblico, potete verificarlo sul nostro sito web. Siamo molto trasparenti".

"Guarda cosa fai passare alla tua gente", sogghignarono gli interrogatori. "Guarda tutti i soldi che hai speso, che hai sprecato. Pensa a cosa avresti potuto fare con questi soldi?"

"Perché lo fate?" chiedevano invariabilmente gli interrogatori dell'esercito, gli agenti dei servizi segreti e i giudici israeliani.

"Perché per otto decenni avete commesso genocidio e pulizia etnica", rispondeva sempre Ávila. "Avete strutturato uno stato coloniale e di apartheid. State governando questa terra non con una religione, ma con un'ideologia razzista e suprematista, che è il sionismo".

"Qual è la loro reazione?" ho chiesto ad Ávila.

"Lo odiano", ha detto.

"L'ultima volta che siamo stati trattenuti, la maggior parte del governo israeliano voleva che uscissimo il prima possibile", ha detto Ávila. "È stata una situazione orribile dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Ma Itamar Ben-Gvir, il Ministro della Sicurezza Nazionale – che gestisce il sistema carcerario israeliano – non voleva lasciarci uscire. Voleva punirci. Voleva fare una dichiarazione politica. C'è stata una lotta interna. Alla fine hanno cercato di sbarazzarsi di alcune persone".

"La solidarietà internazionale ha la responsabilità di essere più utile alla causa palestinese", ha detto Ávila. "Dobbiamo avere un impatto maggiore. Questa volta ci siamo riusciti. Quando siamo partiti con la Madleen, ci avevamo provato per i cinque mesi precedenti. Abbiamo tentato altre tre missioni, che sono fallite. E a dire il vero, il mondo ne sapeva a malapena".

In una delle missioni fallite, poco dopo la mezzanotte del 1° maggio 2025, a 20 miglia dalla costa di Malta, una delle imbarcazioni della flottiglia – la Conscience, battente bandiera di Palau – fu colpita da missili lanciati da due droni. I missili sembravano colpire i generatori della nave. Gli attacchi causarono un incendio e una breccia nello scafo. Le comunicazioni con la nave andarono perse. La nave era carica di rifornimenti umanitari.

"L'Unione Europea non ha condannato l'attacco", dice Ávila a proposito dell'attacco. "È stata una dura sconfitta per noi. Ma sapevamo che dovevamo continuare a provarci. Non avevamo più grandi imbarcazioni. Avevamo solo una piccola imbarcazione per 12 persone. Poteva trasportare solo un carico simbolico di aiuti. Ma è stato allora che il mondo ci ha prestato attenzione. C'è stata una grande mobilitazione per sostenerci".

C'è sempre la possibilità che gli attacchi israeliani diventino mortali.

Nel maggio 2010, la Mavi Marmara, che trasportava attivisti e aiuti umanitari, fu attaccata da commando navali israeliani in acque internazionali mentre navigava verso Gaza. Nove persone – otto cittadini turchi e una con doppia cittadinanza turco-americana – furono uccise dagli israeliani, che sostenevano di essere state aggredite da attivisti armati di manganelli e coltelli. Altre 24 persone rimasero gravemente ferite da proiettili veri sparati dalle forze israeliane.

"Ho 39 anni e mi dedico alle lotte sociali come internazionalista da 21 anni", ha raccontato Ávila. "E la Palestina ne è sempre stata parte. Sono già stata in Palestina. La Palestina è la causa più importante della nostra generazione. Simboleggia tutto: la lotta contro lo sfruttamento, l'oppressione, la distruzione della natura. Lo stesso sistema che consente un genocidio in Palestina compie genocidi in Sudan e in Congo. È lo stesso sistema che compie un ecocidio in Brasile e contro i biomi di questo pianeta. Se possiamo sconfiggere l'imperialismo e il sionismo in Palestina, possiamo sconfiggerli ovunque".

Alle 21:00 della sera prima del nostro incontro, Ávila era nella sua stanza d'albergo quando sentì bussare alla porta.

"Pensavo fosse Greta a portarmi del cibo", ha aggiunto. "Era la polizia. Non erano violenti. Con me qui sono stati peggiori in passato. Sono entrati. Hanno perquisito la stanza, gli armadi, tutto. Hanno iniziato a chiedere dei miei piani. Non erano molto preoccupati per lo sciopero o la mobilitazione. Volevano sapere delle flottiglie. Volevano sapere delle barche. Ogni volta che sono in Italia, la polizia e i servizi di sicurezza, continuano a chiedere: 'Ci sono barche che arrivano qui? Ci sono barche che arrivano qui?'. Non abbiamo una missione in corso al momento. Immagino che lo abbiano capito. Siamo alla vigilia di una grande manifestazione in Italia, quindi è anche un modo per loro di cercare di intimidirci, di mostrare la loro presenza, perché, a dire il vero, sanno quanto siamo trasparenti. Rendiamo sempre pubbliche le nostre missioni. Se avessimo una missione, lo saprebbero. Non avevano bisogno di presentarsi nella mia stanza nel cuore della notte."

"Ogni volta che ci troviamo nel contesto di lotte anticoloniali e antimperialiste, la vittoria finale non è un clic", ha continuato Ávila. "È un processo. Non sappiamo mai quando il sistema crollerà. Quando accadrà, non saremo intercettati. Dobbiamo essere noi a continuare ad avanzare finché il sionismo non esisterà più, e allora saremo in grado di passare. O almeno quando sarà abbastanza debole da permetterci di passare. Allora capiremo che non c'è più. Dobbiamo continuare ad andare avanti fino al giorno in cui il costo politico per intercettarci sarà troppo alto per loro e dovranno starci alla larga".

Gli ho chiesto se ha degli eroi politici.

"Vengo da una formazione marxista", ha continuato Ávila. "Abbiamo molto da imparare dalla storia delle rivoluzioni. Sicuramente Che Guevara. Rosa Luxemburg. Marx. Engels. Siamo qui in Italia, quindi Antonio Gramsci. Abbiamo molte persone meravigliose impegnate nelle lotte anticoloniali. Thomas Sankara. Frantz Fanon. Nelson Mandela. Abbiamo persone che hanno guidato l'azione diretta nonviolenta – cose meravigliosamente ispiratrici. Mahatma Gandhi. Martin Luther King Jr. Rosa Parks. Questi sono molti riferimenti. Questi sono strumenti. Ci fanno risparmiare tempo. Non dobbiamo commettere i loro errori. Portavano uno stendardo e lo trasmettevano. Se non riceviamo questo stendardo, pieno di esperienze, è un errore completo. Non possiamo essere pigri. Dobbiamo studiare".

I lavoratori portuali in Italia hanno minacciato Israele di bloccare completamente il commercio se avessero danneggiato i 462 attivisti, parlamentari e avvocati a bordo delle 42 navi che tentavano di violare il blocco israeliano . Quando Thunberg ha saputo di questo gesto di solidarietà da parte dei lavoratori portuali mentre era sulla flottiglia, è scoppiata a piangere.

Israele intercettò tutte le imbarcazioni e arrestò ogni membro dell'equipaggio. La maggior parte degli attivisti fu trattenuta nella prigione di Ktzi'ot, nota anche come Ansar III , un centro di detenzione di massima sicurezza nel deserto del Negev utilizzato per detenere palestinesi, molti dei quali Israele accusa di coinvolgimento in attività militanti o terroristiche. Venivano stipati in celle spesso composte da una dozzina o più persone e dormivano su materassi sul pavimento.

Mi sono seduto a un tavolino con Thunberg nell'ex macello. Eravamo avvolti nei nostri giubbotti invernali.

Thunberg era un bersaglio privilegiato per le guardie carcerarie israeliane, che la picchiavano, la trascinavano per i capelli e la fotografavano avvolta in una bandiera israeliana nel tentativo di umiliarla. Veniva tenuta in una cella piena di cimici e le venivano negati cibo e acqua a sufficienza.

Le ho chiesto se non fosse giunto il momento – come ha affermato il co-fondatore di Extinction Rebellion, Roger Hallam – di accettare rischi maggiori, tra cui lunghe pene detentive. Hallam è stato condannato a cinque anni di carcere in un carcere britannico per il suo ruolo nell'organizzazione della chiusura dell'autostrada M25 intorno a Londra.

"I costi personali sono diversi per ognuno", ha detto Thunberg. "Per alcuni, uscire in strada con un cartello significa rischiare la vita. Io no. Sono costretta ad affrontare la repressione, venendo calunniata dai media e, nel peggiore dei casi, finendo in prigione, dove io, bianca e svedese, non affronto il peggio. Quindi, dobbiamo tutti tenere conto dei nostri rischi personali in termini di sacrifici personali, ma è diverso per ognuno. Credo fermamente che dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort, accettare i sacrifici e riconoscere tutte queste innumerevoli persone che hanno fatto sacrifici inestimabili fino ad oggi. Perché se non l'avessero fatto, la situazione sarebbe molto peggiore".

"Abbiamo visto solo un assaggio di ciò che gli ostaggi palestinesi stanno affrontando", ha aggiunto Thunberg, riferendosi al periodo trascorso in una prigione israeliana. "Ci sono migliaia di palestinesi – centinaia dei quali sono bambini – bloccati nelle prigioni israeliane, dove molto probabilmente vengono torturati. E vediamo sempre più testimoni che raccontano questa realtà. La maggior parte di noi aveva privilegi di passaporto. Avevamo l'estremo privilegio della copertura mediatica e dei rapporti diplomatici, che loro non hanno".

"La flottiglia non riguardava noi", ha detto Thunberg. "La flottiglia era una presa di posizione politica oltre che una missione umanitaria, ma principalmente una presa di posizione politica. Era l'ennesimo tentativo di rompere l'assedio".

Beatrice Lio è una capitana italiana che ha guidato uno sloop monoscafo di 41 piedi nella flottiglia. L'ho incontrata in Italia. Sta raccogliendo fondi per la prossima flottiglia.

La sua imbarcazione è stata intercettata a circa 120 miglia nautiche da Gaza, un'ora prima dell'alba. La luna piena era appena tramontata. Era circondata da imbarcazioni militari con luci lampeggianti. Una delle imbarcazioni israeliane ha speronato la sua imbarcazione. Soldati pesantemente armati, con il volto coperto, sono saliti a bordo e hanno preso il controllo dell'imbarcazione. Hanno urlato alle nove persone a bordo di sedersi sul ponte con le mani alzate. Hanno strappato la bandiera palestinese. Hanno saccheggiato il contenuto dell'imbarcazione e distrutto le apparecchiature di comunicazione. Gli attivisti a bordo sono stati trasferiti su un'imbarcazione militare e condotti al porto israeliano di Ashdod. L'imbarcazione, come tutte le imbarcazioni della flottiglia, è stata sequestrata.

"Siamo state costrette a inginocchiarci sul cemento e ad aspettare di essere chiamate", ha raccontato del suo arrivo in Israele. "Siamo state perquisite. Ci hanno confiscato tutti i beni. Hanno fotografato i nostri passaporti, le nostre impronte digitali e i nostri volti. Credo di essere stata davanti a un giudice. Non ne sono molto sicura".

Gli attivisti sono stati bendati e ammanettati. Sono stati trasportati al carcere di Ktz'iot a bordo di un camion, dove ogni persona è stata rinchiusa in una minuscola gabbia metallica individuale. Faceva freddo, soprattutto perché tutti erano in maglietta. Il viaggio è durato tre ore. Sono rimasti a Ktz'iot per due giorni prima di essere trasferiti al centro di detenzione di Hadarim, situato tra Tel Aviv e Gerusalemme. Sono rimasti lì per cinque giorni. Alcuni sono stati messi in celle di isolamento.

"Quelle erano le persone trattate peggio", ha detto Lio riferendosi a quelle messe in isolamento. "Io non ero una di loro. Quelle in isolamento venivano torturate. Venivano picchiate con i bastoni. Le guardie si sedevano sui loro volti finché i loro occhi non diventavano blu. Venivano ammanettate così strette che la loro pelle sanguinava. Negavano gli assorbenti alle donne con il ciclo e la pillola a quelle che assumevano farmaci".

"Ci hanno urlato che eravamo criminali", ha detto. "Non hanno ammesso di averci rapiti. Hanno detto: 'Volete venire in Israele e distruggere il mio Paese! Ve lo meritate!'. Parlavano continuamente del 7 ottobre. Ci hanno fatto guardare video di propaganda sul 7 ottobre".

Lei e altri attivisti detenuti sentivano spesso urla. Pensavano che si trattasse di palestinesi interrogati e torturati. Venivano svegliati ogni ora o ogni ora e mezza durante la notte.

"Bussavano alla porta", ha ricordato Lio. "Ascoltavano musica ad alto volume. Ti puntavano una luce in faccia. Ti costringevano ad alzarti e a dire il tuo nome. Io sono una taglia piccola. Mi hanno dato vestiti extra large, quindi non era facile per me camminare."

"Ci consideravano umani, criminali, ma umani", ha detto. "Ma quando parlavano dei palestinesi, non li consideravano esseri umani. Dicevano: 'Ne ho uccisi così tanti a Gaza!'. Lo dicevano con felicità e orgoglio. C'era un'enorme immagine nella prigione di Gaza distrutta. Accanto c'era scritto: 'La nuova Gaza'. Se ne vantavano, come se fosse la foto più bella, e invece era letteralmente terra e macerie".

Molti attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame.

"La cosa più straziante è stata essere così vicino ai palestinesi e allo stesso tempo non essere in grado di fermare, nemmeno per un secondo, la violenza", ha detto Lio.

Nessuna nazione, ad eccezione dello Yemen, ha compiuto alcuno sforzo per fermare fisicamente il genocidio. Gli Stati Uniti e le nazioni europee hanno fornito a Israele miliardi di dollari in armi – solo gli Stati Uniti hanno fornito a Israele 21,7 miliardi di dollari dal 7 ottobre – per sostenere il massacro di massa. Queste nazioni hanno criminalizzato coloro che protestano contro il genocidio, come i membri di Palestine Action, molti dei quali versano in condizioni fisiche pericolose a causa di un prolungato sciopero della fame in prigione. Hanno soffocato la libertà di parola nei media e nei campus universitari. Sosterranno Israele fino al completamento della fase finale del genocidio – la deportazione di massa dei palestinesi da Gaza. Sta a noi agire. Se falliamo, non ci sarà più stato di diritto. Il genocidio diventerà un altro strumento nell'arsenale delle nazioni industrializzate e i palestinesi, ancora una volta, saranno traditi.

Le flottiglie non solo mantengono viva la resistenza, ma mantengono viva anche la speranza.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Carla Filosa - I limiti di Trump

 

Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.

Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.

 Questi valori cosiddetti appaiono allora il “successo” sbandierato a Sharm el Sheikh. Poco importa se l’autodeterminazione palestinese sia stata vanificata, perché la ricostruzione di Gaza e la sua governance è stata assegnata ad esecutivi guidati da stranieri, cioè al controllo americano. Altro “valore” è la “fermezza” con l’istituzione dell’ICE, la polizia agli ordini del solo presidente, quale intervento rapido per effettuare la guerra all’immigrazione e sopprimere il dissenso, e/o “contenere” i disordini civili “da usare come terreno di addestramento per l’esercito”, come dimostra l’eccidio a sangue freddo della donna bianca a Minneapolis. L’ultima esibizione valoriale, in ordine di tempo, è al momento la tempestiva azione venezuelana con tanto di sequestro di un Presidente e consorte di uno Stato straniero, nella piena ridefinizione di un diritto che codifica sempre i rapporti di forza esistenti, individuabili nella supremazia militare garante di quella del denaro, non più bisognoso della retorica dei diritti umani né dello stato di diritto. Le istituzioni cioè non veicolano più istanze sociali per trasformarle in leggi, come democrazia ancora richiederebbe, ma si impone una valutazione di tipo assolutistico dedita a mantenere i consensi necessari all’autoconservazione della propria posizione elitaria, conquistata con l’appoggio dei capitali delle Big Tech cui serve ora l’appropriazione anche della Groenlandia, se necessario con la forza.

Mentre i governanti europei sembrano costernati, indecisi se accodarsi all’amico amerikano di una volta e subirne le angherie anche oltre i dazi, oppure smarcarsi aspirando a un ruolo anch’esso dotato di forza militarizzata, in rapporto soprattutto al sostegno all’Ucraina e sposando quindi la Russia come nemico storicamente indelebile, la guerra serpeggiante in scenari sempre da aggiungere, viene coniata come “ibrida”, cioè con un termine privo di senso nella sua vuota genericità. Entriamo allora nel non nuovo linguaggio della propaganda, ma modernizzato, per capire tutti noi, cioè masse disorientate ed espropriate da ogni forma partecipata di governo della propria vita, con quali mezzi, parole e informazioni siamo indotti ad agire contro i propri interessi, fino al nostro preventivato e utile massacro dove e quando occorrerà.              

Tutti i canali di informazione, quotidiani, riviste, televisioni, social network, IA, ecc. offrono pluralità di notizie su cui orientarsi mentre altre vengono occultate deliberatamente, secondo chi finanzia le testate e riceve ordini da centrali di potere oscurato. Come non ha inventato lo sfruttamento, il capitale non ha neppure inventato la propaganda, però ne ha fatto la sua indispensabile forma dispotica di accompagno alla forza. Ha infatti ereditato e ben usato teorici che sostenevano il linguaggio come il potere di ammaliare gli uomini influenzandone le passioni, nel preponderante dominio dell’irrazionale. Questo è servito a obliterare la realtà, che, seppure fosse conoscibile non sarebbe poi comunicabile, in quanto l’uso della parola deve solo influenzare chi ascolta, nell’approdo conclusivo alla persuasione coatta e inconsapevole. La tecnologia attuale ha solo diffuso a livello mondiale questa impostazione, ben più raffinata e consistente di questo breve cenno, finalizzata al contrasto di ogni demistificazione o controinformazione, ancora presenti e difficili però da debellare.

La verità, per quel poco che si riesce a disvelare, emerge solo da una lettura storica, non schiacciata sul solo presente. Trump, si è rammentato prima, che sta completando un disegno da tempo in atto negli Usa. Solo per fare esempi recenti, un suo predecessore, Theodore Roosevelt nel 1904 aveva già espresso il diritto degli Usa a intervenire in paesi che non avevano governi giusti secondo Washington, deputata perciò al ripristino della giustizia a stelle e strisce. Dopo la guerra per dividere la Corea, nel 1950, senza l’approvazione dell’Onu, gli Stati Uniti hanno invaso il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq dietro le menzogne dell’“esportazione della democrazia” o delle “armi di distruzione di massa”, quando cioè vigeva ancora il tentativo di giustificarsi di fronte a un feticcio di diritto internazionale in qualche modo in vigore.

Le cosiddette dittature altre (Venezuela, Iran, ecc.) possono invece essere ora, in aperta e smaccata violazione di ogni normativa, invase o condizionate attraverso l’uso del “nemico interno” da cui sembra scaturire la sostituzione provvidenziale o l’insospettata ribellione, da tempo organizzata e pilotata. Russia, Libia, Siria, Ucraina, Georgia, Cecoslovacchia, Polonia (con Solidarnosc allora finanziata dal Vaticano) hanno mostrato tutti questi destini, caratterizzati in loco da redditi popolari mediamente bassi e dunque finanziati da fiumi di denaro dalle esterne centrali di ispiratori dei diritti umani, presentate come opportunità di democrazia, libertà e verità. Si tratta cioè di imbastire la narrazione di un Bene, (cioè Noi) - che si auto-differenzia dal Male dei dittatori, magari ex alleati o proprio appositamente insediati come propri vassalli (Pinochet, Saddam Hussein, ecc.) - che è così autorizzato a sostenere la violenza contro quelli che l’hanno preventivamente usata, e che vengono esecrati come sanguinari, unica causa di massacri indiscriminati.

La sacrosanta reazione popolare, visualizzabile ora anche con racconti e filmati che testimoniano della responsabilità del dittatore quale unico criminale (forse ora, a giorni, sembra il turno dell’Iran con 2000 o più morti, chi arriva a 6000 o 12.000 dichiarati), dovrà trovare appoggio e sostegno da chi, poi, dovrà guidare o far sostituire il governo del Paese. La guerra civile viene costruita o assecondata da consiglieri militari e intelligence, puntando alla sovversione dall’interno mediante la lotta psicologica diffusa che arma, anche con l’uso della non violenza, masse stremate per vincere regimi ostili o di intralcio alle politiche di Washington dominante, dunque credibile. Con la democrazia manipolatoria la storia è cancellata.

La nuova fase imperialista che Trump inaugura non ha più bisogno di giustificazioni istituzionali o giuridiche per esercitare l’arroganza dispotica Usa, che viene offerta al mondo come priva di alternative: Canada, Panama, Groenlandia sono avvertite sin dal suo insediamento come prossime prede, per ora il petrolio venezuelano, tutti obiettivi prima o poi da raggiungere. La sicurezza nazionale Usa esige per la Groenlandia che diventi non solo “un affitto o un trattato”, ma una “proprietà” necessaria per “il successo”. Il potere cioè si presenta nudo perché non ha più bisogno di abiti e belletto, ma di intimidire ed estorcere tutto ciò che gli occorre, detenendo la maggior forza militare del pianeta.

Se “nessuno è morto” nel blitz in Venezuela, secondo le dichiarazioni del Presidente, è perché il centinaio di morti venezuelani non contano per un’“America first” da veicolare in ogni senso anche ideologico. Seppure l’8 gennaio il senato abbia approvato una risoluzione per la limitazione dei poteri di Trump col voto di 5 repubblicani insieme ai democratici, Trump ha detto che non avrebbero più dovuto essere eletti, nella piena adesione all’antica antitesi tra leggi (convenzioni volute dai più deboli, anche nazioni, per tutelarsi), e stato di natura, “giusto”, secondo cui i più forti “governano, sottomettono, uccidono” senza doversi vergognare (Platone, Gorgia, V-IV sec. a.C.). Non a caso da noi, oggi, la propaganda si serve di governi sudditi per legittimare “chi vale di più e si prende ciò che gli spetta con la forza”, nell’ottica di mantenere nella subordinazione tutta la vita sociale, e attendere il difensivo completarsi di quest’ultima “rivoluzione regressiva” complici le nuove tecnologie, in attesa di tutte le risorse necessarie al loro costante sviluppo in apparenza vincente.

Infine, e forse riguarda l’aspetto più preoccupante, contro il presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, da tempo nel mirino della casa Bianca, è stata aperta un’indagine penale, in quanto accusato da Trump di “non essere molto bravo a costruire edifici”. L’ambito giudiziario su cui è riportato l’inedito scontro tra i due presidenti riguarderebbe una fissazione dei tassi d’interesse troppo alti rispetto alle richieste trumpiane, che Powell ritiene però essere solo un pretesto. Secondo alcuni, infatti, si sarebbe avviata una più ampia strategia per conquistare una vasta maggioranza all’interno della Fed per orientare le decisioni sui tassi, legandole in tal modo al variare politico al posto di valutazioni di politica monetaria. La crisi profonda che approderà alla Corte Suprema riguarda l’indebolimento del dollaro e l’enorme debito pubblico Usa asceso a 38.000 mld di $, che impone sia alla Fed sia alle 25 maggiori banche americane di comprarne le obbligazioni. Secondo l’analisi del Prof. Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, se l’ostacolo Powell fosse rimosso, la Fed potrebbe diventare il braccio operativo del Tesoro americano, perdendo la sua indipendenza finora considerata sacra. In tal modo si avvierebbe una moneta politica all’interno di un capitale finanziario ipertrofico che potrebbe condurre a guerre ovunque si trovassero risorse da acquisire, secondo le necessità più impellenti per la tenuta capitalistica stessa. Il potere politico unito a quello della Banca Centrale richiederebbe così la fine di ogni mediazione, oltre quella economica, e l’esordio di un sistema autoritario all’indomani di una totale deregulation, in un salto di qualità della gestione iperpolitica. L’acquisizione del consenso di tutti i media per tenere l’informazione sotto controllo, la concentrazione della ricchezza riservata alle sole élites oligarchiche, il furto dei risparmi e la fine della democrazia determinerebbe necessariamente un rafforzamento dell’autocrazia per consentire la ristrutturazione di un capitalismo in netto declino.

Se l’intervento in Venezuela, la prossima acquisizione della Groenlandia e forse un futuro controllo dell’Iran potranno permettere agli Usa di determinare monopolisticamente il prezzo del petrolio mondiale al posto dell’Opec, tutto ciò potrebbe costare prezzi inimmaginabili non solo per l’equilibrio degli ecosistemi del pianeta per l’uso indiscriminato di idrocarburi, ma risposte politico-militari di altre potenze di cui non si tiene adeguatamente conto. Che il sistema di capitale sia nella sua fase discendente era già noto a Lenin che agli inizi del secolo scorso l’aveva definito “putrescente”. Se questa attuale dovesse costituire la sua fase di coma irreversibile non sappiamo. La lotta di classe assume continuamente nuove forme e muta le quantità umane in conflitto, restringendo incessantemente il numero dei signori della ricchezza armata, nel processo di concentrazione e centralizzazione del potere del denaro. I marxisti sanno già quello che i succubi agenti del capitale possono solo eseguire, pena essere espulsi dal loro ruolo se non ne attuano le leggi, e cioè che l’infinito sviluppo delle forze produttive del capitale è antitetico al fine “miserabile” dell’accumulazione privata, soggetta alle crisi strutturali di sovrapproduzione e alla distruzione di valore di questo modo di produzione.

Marx: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

14.01.2026

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Pepe Escobar - Ecco come i paesi BRICS potrebbero dare una scossa strutturale al sistema del dollaro statunitense

 

di Pepe Escobar Sputnik 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

L'oligarchia che effettivamente gestisce l'Impero del Caos ha premuto il pulsante di emergenza, poiché i contorni strutturali dell'Egemonia vacillano vistosamente.

Il petrodollaro è una delle caratteristiche chiave di questa Egemonia: una macchina di riciclaggio che canalizza l'acquisto incessante di titoli del Tesoro statunitensi, poi spesi per le Guerre Eterne. Qualsiasi giocatore che pensi anche solo di diversificare da questa macchina infernale si scontra con il congelamento dei beni, sanzioni – o peggio.

Allo stesso tempo, l'Impero del Caos non può dimostrare la sua potenza pura e bruta, dissanguandosi sul suolo nero della Novorossiya. Il dominio richiede risorse in continua espansione – risorse saccheggiate – fianco a fianco con quella stampa ininterrotta di dollari USA come valuta di riserva per pagare le bollette astronomiche. Inoltre, i prestiti dal mondo funzionano come contenimento finanziario imperiale dei rivali.

Ma ora una scelta diventa imperativa – un vincolo strutturale inevitabile. O mantenere una spesa astronomica per il predominio militare (entra in gioco il bilancio da 1,5 trilioni di dollari proposto da Trump per il Dipartimento della Guerra) Oppure continuare a governare il sistema finanziario internazionale.

L'Impero del Caos non può fare entrambe le cose.

Ed è per questo che, una volta fatti i calcoli, l'Ucraina è diventata sacrificabile. Almeno in teoria.

Contro la militarizzazione del sistema dei titoli del Tesoro statunitense – de facto un imperialismo monetario – i BRICS incarnano la scelta strategica del Sud Globale, coordinando una spinta verso sistemi di pagamento alternativi.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso eurasiatico è stato il congelamento – anzi il furto– dei beni russi dopo l'espulsione di una potenza nucleare/ipersonica, la Russia, da SWIFT. Ora è chiaro che le banche centrali di tutto il mondo stanno puntando sull'oro, sugli accordi bilaterali e sulla valutazione di sistemi di pagamento alternativi.

Essendo il primo grave shock strutturale al sistema dalla fine della seconda guerra mondiale, i BRICS non stanno apertamente cercando di ribaltare il sistema – ma di costruire un’alternativa praticabile, completa di finanziamenti infrastrutturali su larga scala che aggirino il dollaro statunitense.

Il Venezuela illustra ora un caso critico: può un importante produttore di petrolio sopravvivere al di fuori del sistema del dollaro statunitense – senza essere distrutto?

L'Impero del Caos ha decretato, “No”. Il Sud Globale deve dimostrare che si sbaglia. Il Venezuela non era così critico sulla scacchiera geopolitica poiché rappresentava solo il 4% delle importazioni di petrolio della Cina. L'Iran infatti è il caso cruciale, poiché il 95% del suo petrolio viene venduto alla Cina e regolato in yuan, non in dollari statunitensi.

L'Iran però non è il Venezuela. L'ultimo tentativo coordinato di operazioni di intelligence/attacchi terroristici/cambio di regime contro l'Iran – con tanto di patetico rifugiato mini-Shah nel Maryland – è miseramente fallito. La minaccia di guerra, però, rimane.

BRICS Pay, The Unit o CIPS?

Il dollaro statunitense rappresenta oggi meno del 40% delle riserve valutarie globali, la percentuale più bassa degli ultimi 20 anni. L’oro rappresenta ora più riserve valutarie globali rispetto all’euro, allo yen e alla sterlina messi insieme. Le banche centrali stanno accumulando oro in modo esponenziale, mentre i BRICS accelerano la sperimentazione di sistemi di pagamento alternativi in quello che in precedenza ho definito " il laboratorio BRICS".

Uno degli scenari proposti direttamente ai BRICS e concepito come alternativa all'ingombrante SWIFT, che effettua transazioni per almeno 1 trilione di dollari al giorno, prevede l'introduzione di un token commerciale non sovrano basato su blockchain.

Questa è The Unit.

The Unit, correttamente descritta come “moneta apolitica”, non è una valuta, bensì un'unità di conto utilizzata per il regolamento di scambi commerciali e finanziari tra i paesi partecipanti. Il token potrebbe essere ancorato a un paniere di materie prime o a un indice neutrale per impedire il dominio di un singolo paese. In questo caso funzionerebbe come i diritti speciali di prelievo (DSP) del FMI, ma nel quadro dei BRICS.

Poi c'è mBridge – che non fa parte del laboratorio “BRICS” – che presenta una valuta digitale multi-banca centrale (CBDC) condivisa tra le banche centrali e le banche commerciali partecipanti. mBridge comprende solo cinque membri, ma tra questi figurano attori potenti come il Digital Currency Institute della Banca Popolare Cinese e l'Autorità Monetaria di Hong Kong. Altri 30 paesi sono interessati ad aderire.

mBridge è stata però l'ispirazione alla base di BRICS Bridge, ancora in fase di sperimentazione, che mira ad accelerare una serie di meccanismi di pagamento internazionali: trasferimenti di denaro, elaborazione dei pagamenti, gestione dei conti.

Si tratta di un meccanismo molto semplice: invece di convertire le valute in dollari statunitensi per il commercio internazionale, i Paesi BRICS cambiano direttamente le loro valute.

La Nuova Banca di Sviluppo (NDB), o la banca BRICS, fondata a Shanghai nel 2015, dovrebbe essere il nodo di connettività chiave di BRICS Bridge.

Ma per il momento la cosa è sospesa – perché tutti gli statuti della NDB sono legati al dollaro statunitense, e questo deve essere rivalutato. Con la NDB integrata nella più ampia infrastruttura finanziaria delle nazioni membri dei BRICS, la banca dovrebbe essere in grado di gestire la conversione, la compensazione e il regolamento della valuta nell’ambito del BRICS Bridge. Ma siamo ancora molto lontani da questo.

BRICS Pay è un animale diverso: un'infrastruttura strategica per costruire un sistema finanziario autodefinito “decentralizzato, sostenibile e inclusivo” tra le nazioni e i partner BRICS+.

BRICS Pay è in modalità pilota fino al 2027. Entro quella data le nazioni membri dovrebbero iniziare a discutere un accordo per istituire un'unità di regolamento per il commercio intra-BRICS entro e non oltre il 2030.

Ancora una volta, non si tratterà di una valuta di riserva globale, bensì di un meccanismo che offrirà un'opzione “parallela e compatibile” a SWIFT all'interno dell'ecosistema BRICS.

Anche BRICS Pay, per il momento, è un sistema molto semplice: ad esempio, turisti e viaggiatori d'affari possono utilizzarlo senza aprire un conto bancario locale o cambiare valuta. Collegano semplicemente la loro Visa o Mastercard all'app BRICS Pay e la utilizzano per pagare tramite codice QR.

Ed è proprio questo il problema cruciale: come aggirare Visa e Mastercard, sotto la vigilanza del sistema finanziario statunitense, e incorporare carte dei membri BRICS come Union Pay (Cina) e Mir (Russia).

Nel complesso, per transazioni più grandi e complesse, persiste il problema di bypassare SWIFT. Tutti questi test “laboratorio BRICS” devono risolvere due problemi chiave: l'interoperabilità della messaggistica – tramite formati di dati sicuri e standardizzati; e l'elaborazione del regolamento effettivo, come nel modo in cui i fondi si muovono tramite i conti della Banca Centrale aggirando l'inevitabile minaccia di sanzioni.

Interiorizzazione dello yuan o nuova valuta di riserva?

L'inestimabile Prof. Michael Hudson è in prima linea a livello mondiale nello studio di soluzioni per ridurre al minimo l'egemonia del dollaro statunitense. È fermamente convinto che “la linea di minor resistenza sia seguire il sistema cinese già in vigore.” Ciò significa CIPS, il sistema di pagamento internazionale cinese, o sistema di pagamento interbancario transfrontaliero, basato sullo yuan e già estremamente popolare, utilizzato dai partecipanti in 124 nazioni della Maggioranza Globale.

Il Prof. Hudson insiste “è molto difficile creare un'alternativa. Il principio dell'Unità (enfasi sua), che si dice sia il 40% in oro e il resto nelle valute dei membri, va bene. Ma il modo migliore per farlo è attraverso una nuova banca centrale in stile Keynes, che definisca i debiti e le richieste di pagamento per risolvere gli squilibri tra i paesi membri, sulla falsariga del Bancor”.

Il Bancor fu proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944 – per prevenire gravi discrepanze nei saldi esteri, protezionismo, tariffe e la truffa delle nazioni costruite come paradisi fiscali. Non c'è da stupirsi che gli iper-egemonici Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale abbiano posto il veto.

In un nuovo articolo sulla Militarizzazione del commercio del petrolio come fondamento dell'ordine mondiale degli Stati Uniti, pubblicato per la prima volta su democracycollaborative.org, il Prof. Hudson chiarisce come “la libertà russa e venezuelana di esportare petrolio abbia indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per mettere sotto pressione altre economie, minacciandole con lo stesso prelievo di energia che ha distrutto l'industria e i livelli dei prezzi tedeschi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell'ordine basato sulle regole statunitensi.”

E questo ci porta a uno dei motivi principali della spinta dei BRICS verso sistemi di pagamento alternativi: “La politica estera degli Stati Uniti di creare punti di strozzatura per mantenere altri paesi dipendenti dal petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi chiave dell’America per rendere insicuri altri paesi.”

Il Prof. Hudson delinea sinteticamente i cinque imperativi dell'Impero del Caos: “il controllo del commercio mondiale di petrolio deve rimanere un privilegio degli Stati Uniti”; “il commercio di petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi”; il petrodollaro deve governare, poiché “i guadagni delle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di titoli del Tesoro USA, obbligazioni societarie e depositi bancari”; “le alternative energetiche verdi al petrolio devono essere scoraggiate”; e “nessuna legge si applica o limita le norme o le politiche statunitensi”.

Paulo Nogueira Batista Jr, uno dei cofondatori della NDB e suo vicepresidente nel periodo 2015-2017, avanza parallelamente al Prof. Hudson, progettando un percorso praticabile verso una nuova valuta internazionale in un documento che sta attualmente finalizzando.

Considerando che il sistema del dollaro statunitense è “inefficiente, inaffidabile e persino pericoloso”, ed è diventato “uno strumento di ricatto e sanzioni”, Batista Jr. va dritto al punto seguendo le stesse linee del Prof. Hudson, sostenendo che “l'unico scenario che potrebbe presentare una certa fattibilità sarebbe l'internazionalizzazione su larga scala della valuta cinese (…) Ma c'è ancora molta strada da fare prima che possa sostituire il dollaro in modo significativo. E i cinesi sono riluttanti a provarci.”

Batista Jr propone quindi una soluzione simile a quella del Prof. Hudson: “Un gruppo di Paesi del Sud Globale, circa 15-20 Paesi, che includerebbero la maggior parte dei BRICS e di altre nazioni emergenti a medio reddito”, potrebbe essere in prima linea nella creazione di una nuova valuta.

Tuttavia “bisognerebbe quindi creare una nuova istituzione finanziaria internazionale – una banca emittente, la cui unica ed esclusiva funzione sarebbe quella di emettere e mettere in circolazione la nuova moneta".

Sembra molto simile a Bancor: “Questa banca emittente non sostituirebbe le banche centrali nazionali e la sua valuta circolerebbe parallelamente alle altre valute nazionali e regionali esistenti nel mondo. Sarebbe limitato alle transazioni internazionali, senza alcun ruolo nazionale.”

Batista Jr chiarisce che “la valuta si baserebbe su un paniere ponderato delle valute dei paesi partecipanti e quindi fluttuerebbe sulla base delle variazioni di queste valute. Poiché tutte le valute del paniere sarebbero fluttuanti o flessibili, anche la nuova valuta sarebbe una valuta fluttuante. I pesi nel paniere sarebbero dati dalla quota del PIL PPP di ciascun paese sul PIL totale.”

Inevitabilmente, “l'elevato peso della valuta cinese, emessa da un paese con un'economia solida, favorirebbe la fiducia nel sostegno e nella nuova valuta di riserva.”

Batista Jr è pienamente consapevole “del rischio che l'iniziativa provochi reazioni negative da parte dell'Occidente, che ricorrerebbe a minacce e sanzioni contro i Paesi coinvolti”.

Eppure il momento di agire è urgente: “Raccoglieremo sforzi economici, politici e intellettuali per uscire da questa trappola?"

I costi per mantenere l'Egemonia stanno diventando proibitivi. I BRICS, che raduneranno le forze per il vertice annuale che si terrà più avanti quest'anno in India, devono sfruttare il fatto che ci stiamo rapidamente avvicinando al momento del cambiamento strutturale, quando l'Impero del Caos perderà la capacità di far rispettare unilateralmente la propria volontà – se non attraverso una guerra totale.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Il sequestro del petrolio venezuelano

 

di Michael Hudson – The Democracy Collaborative e Sovereignista

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Iran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.

Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.

L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell'America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un'economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.

È stato per isolare la Russia, e dietro di essa Cina e Iran, che il presidente Trump ha utilizzato le tariffe del Giorno della Liberazione del 2 aprile 2025 per fare pressione sui leader tedeschi e dell’UE affinché si astenessero volontariamente dall’importare ulteriore energia dalla Russia, nonostante il fatto che parti del gasdotto Nord Stream 2 erano ancora operative. La precedente accettazione da parte della Germania e dell'UE della distruzione dei gasdotti Nord Stream nel febbraio 2022 testimonia la capacità dei diplomatici statunitensi di costringere i Paesi ad aderire – a proprio danno – alle alleanze militari americane della Guerra Fredda e a seguire le politiche da esse stabilite. La deindustrializzazione e la perdita di competitività della Germania da quando il suo commercio di petrolio e gas con la Russia è stato bloccato sono stati il sacrificio richiesto a essa (e all’UE) dagli Stati Uniti nel loro tentativo di isolare e danneggiare le economie russa e cinese (e anche di generare ulteriori entrate dalle esportazioni di GNL per se stessa, certo).

Una caratteristica fondamentale della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il loro potere di impedire ad altri Paesi di proteggere e agire nel rispetto dei propri interessi economici e di sicurezza. Questa asimmetria è stata integrata nell’economia mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti avevano un enorme sostegno economico da offrire alle economie europee devastate dalla guerra. Ma l'attuale potere di coercizione degli americani è sostenuto principalmente dalle minacce di causare danni e caos creando e sfruttando punti critici o, come ultima risorsa, bombardando i Paesi più deboli per costringerli a conformarsi. Questa leva distruttiva è l’unico strumento politico rimasto a un’economia statunitense che si è deindustrializzata ed è caduta in un debito estero di una portata che ora minaccia di porre fine al ruolo monetario dominante e redditizio del dollaro.

Il denaro alla fine della seconda guerra mondiale era il principale punto di strozzatura delle economie occidentali’. Gli Stati Uniti Il Tesoro era sulla buona strada per aumentare le sue riserve auree all'80% dell'oro monetario mondiale – da cui dipendeva l'espansione finanziaria estera secondo lo standard Dollaro/Oro per i pagamenti internazionali che durò fino al 1971. Poiché la maggior parte dei Paesi non disponeva di oro monetario e aveva bisogno di prestiti per finanziare il deficit del commercio estero e della bilancia dei pagamenti, i diplomatici statunitensi si servirono del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per concedere prestiti a condizioni che imponevano politiche di privatizzazione pro-USA, una tassazione regressiva e un'apertura delle economie straniere agli investitori statunitensi. Tutto ciò è diventato parte del sistema dollarizzato del commercio internazionale e della politica monetaria che lo finanzia.

Oltre al denaro, il petrolio è diventato una delle principali necessità internazionali – e quindi un potenziale punto di strozzatura. È stato anche a lungo un pilastro della bilancia commerciale degli Stati Uniti (insieme alle esportazioni di grano) ed è stato il principale sostegno al ruolo dominante del dollaro nella finanza dal 1974, quando i Paesi dell’OPEC quadruplicarono i prezzi del petrolio e raggiunsero un accordo con i funzionari statunitensi per investire i proventi delle esportazioni acquistando Stati Uniti. Tesoro, titoli societari e depositi bancari – sentirsi dire che non farlo sarebbe considerato un atto di guerra contro gli Stati Uniti. Il risultato fu la creazione del mercato del petrodollaro, che divenne un pilastro della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e quindi della forza del dollaro.

Fin dal 1974, i funzionari statunitensi hanno cercato non solo di mantenere il prezzo del commercio mondiale di petrolio e altre materie prime in dollari, ma anche di prestare petrolio e altre eccedenze di esportazione (o investirle) negli Stati Uniti. Questo è il tipo di “restituzione” che Donald Trump ha trascorso l’ultimo anno negoziando con Paesi stranieri come condizione per consentire loro di mantenere l’accesso al mercato statunitense per i loro prodotti.

L’esempio più recente di questa insistenza è stato l’annuncio del Dipartimento dell’Energia del 6 gennaio secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe consentito al Venezuela di esportare da 30 a 50 milioni di barili di petrolio, per un valore fino a 2 miliardi di dollari, e che ciò continuasse “indefinitamente” su base selettiva, soggetto a una disposizione chiave: “I proventi si stabilizzeranno negli Stati Uniti. conti controllati presso ‘banche riconosciute a livello mondiale’ e poi erogati alle popolazioni statunitensi e venezuelane a discrezione’ dell'amministrazione Trump.”

Gli Stati Uniti chiedono privilegi prioritari per se stessi nel commercio mondiale di materie prime vitali

Nel settembre 1973, l'anno prima della rivoluzione dei prezzi dell'OPEC, gli Stati Uniti rovesciarono il presidente eletto del Cile Salvador Allende. Il problema non era la “cilenizzazione” della sua industria del rame. In realtà quel piano era stato proposto dalle aziende americane produttrici di rame Anaconda e Kennecott. Consideravano l'acquisizione negoziata di aziende statunitensi come un modo per aumentare il prezzo mondiale del rame. Ciò ha creato un ombrello di prezzi che ha consentito alle aziende di aumentare i profitti derivanti dalle proprie attività minerarie e di raffinazione negli Stati Uniti. Questo era lo stesso principio che portò le compagnie petrolifere ad accettare le nazionalizzazioni dell’OPEC del 1974 e l’aumento dei prezzi.

La condizione fondamentale dell'accordo cileno sul rame era che il rame venisse venduto alle aziende statunitensi come primo in linea, a qualunque prezzo cileno fosse stato stabilito. Le aziende statunitensi produttrici di rame avevano bisogno di questa garanzia per assicurare ai propri clienti il cablaggio elettrico, le armi e altre importanti applicazioni di fornitura continua. Questo diritto di prelazione era una concessione che non comportava un sacrificio economico da parte del Cile. Ma Allende ha insistito sul fatto che questa concessione violava la sovranità cilena. Si trattava di una richiesta inutile per quanto riguardava l'interesse nazionale del Cile, ma Allende rimase fermo – e fu rovesciato.

Nel caso del Venezuela, ciò che più turba i responsabili della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il fatto che il Paese abbia soddisfatto il 5% del fabbisogno petrolifero della Cina. Forniva anche Iran e Cuba, anche se dal 2023 la Russia lo ha sempre più sostituito come fornitore di questi due Paesi. Questa libertà russa e venezuelana di esportare petrolio ha indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per comprimere altre economie minacciandole con lo stesso ritiro di energia che ha distrutto l’industria tedesca e i livelli dei prezzi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell’ordine basato sulle regole statunitensi.

A peggiorare la situazione, nel 2017 il Venezuela annunciò che avrebbe iniziato a fissare i prezzi delle sue esportazioni di petrolio in valute diverse dal dollaro, minacciando la pratica del mercato del petrodollaro. E quando la Cina è diventata un investitore nell’industria petrolifera venezuelana, si è parlato del fatto che il presidente Maduro abbia iniziato a elencare il prezzo delle sue esportazioni di petrolio in yuan cinese (proprio come ha appena fatto lo Zambia con le sue esportazioni di rame). Maduro ha chiarito la sfida impegnativa che stava lanciando. Già nel 2017 aveva annunciato che il suo obiettivo era porre fine “al sistema imperialista statunitense”.

L'attuale economia mondiale è governata da un ordine non scritto basato sulle regole degli Stati Uniti, non dalla Carta delle Nazioni Unite

La diplomazia statunitense non si sente sicura se non riesce a rendere insicuri gli altri Paesi e vede minacciata la sua libertà d'azione se ad altri Paesi viene concessa la libertà di decidere con chi commerciare e cosa scegliere di fare dei propri risparmi. La politica estera degli Stati Uniti, volta a creare punti di strozzatua per mantenere sotto il controllo degli Stati Uniti altri Paesi dipendenti dal petrolio, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi principali utilizzati dagli Stati Uniti per rendere insicuri gli altri  Paesi. Ma questa politica non è stata finora scritta nei documenti pubblici. Fino alle dichiarazioni schiette rilasciate la scorsa settimana da Trump e dai suoi consiglieri, i diplomatici statunitensi sembravano imbarazzati nel dichiarare apertamente questo e altri principi fondamentali dell'ordine basato sulle regole americane.

La ragione di questa riluttanza è che questi principi sono antitetici al diritto internazionale (e anche ai principi del libero mercato, ai quali gli Stati Uniti hanno finora aderito, almeno nella loro retorica). L'attacco militare americano al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro ne sono l'esempio più recente. Sebbene la leadership americana consideri la sua aggressione un esercizio ammissibile dei suoi principi di ordine basati su regole, si tratta di una flagrante violazione – anzi ripudio – del diritto internazionale, in particolare dell'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che afferma, in effetti, che “una nazione non può usare la forza sul territorio sovrano di un altro Paese senza il suo consenso, una logica di autodifesa, o l'autorizzazione delle il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Per quanto sorprendente possa sembrare, gli Stati Uniti giustificano spesso la loro aggressione militare e le loro minacce sulla base dell’autodifesa. Ad esempio, il columnista del Financial Times Gideon Rachman riferisce che “gli Stati Uniti ritengono che la propria sicurezza nazionale sarebbe messa a repentaglio se l'industria taiwanese dei semiconduttori cadesse nelle mani della Cina – o se Pechino controllasse il trasporto marittimo che attraversa il Mar Cinese Meridionale”. L’America sembra essere il Paese più minacciato e vulnerabile del mondo, molto caduto dal suo precedente potere. Lo stesso Trump sembra vivere nella paura, arrivando persino a citare la posizione geografica della Groenlandia come una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale”, ha dichiarato ai giornalisti sull'Air Force One il 4 gennaio. “La Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi sparse ovunque. Ha promesso di trattare con la Groenlandia nei prossimi due mesi. E i vertici dell'UE sostengono Trump come il massimo protettore dell'Europa da tali minacce. Il presidente della Lettonia ha utilmente suggerito che le “legittime esigenze di sicurezza degli Stati Uniti” debbano essere affrontate in un “dialogo diretto” tra Stati Uniti e Danimarca.

La Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti”, ha affermato Stephen Miller, vice capo dello staff di Trump per le politiche e la sicurezza interna. “Il presidente è stato molto chiaro su questo punto: questa è la posizione formale del governo degli Stati Uniti.” Respingendo l'idea che la presa del potere in Groenlandia avrebbe comportato un'operazione militare, avvertì che “nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia.”

Men che meno i danesi, a quanto pare. L'aspetto più sinistro delle minacce di Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti all'inizio del 2026 è stata l'intenzione degli Stati Uniti —sostenuta dalla NATO – di bloccare l'accesso all'Artico dall'Atlantico settentrionale “su entrambi i lati del divario Groenlandia-Islanda-Regno Unito attraverso il quale le navi russe – o cinesi – devono passare per entrare nell'Atlantico settentrionale.” Un portavoce della NATO ha fatto riferimento ai commenti fatti dal segretario generale Mark Rutte il [6 gennaio], in cui ha affermato che "la NATO collettivamente … deve garantire la sicurezza dell’Artico”. Lo stesso Rutte ha dichiarato alla CNN che "noi [membri della NATO] concordiamo tutti sul fatto che russi e cinesi sono sempre più attivi in quella zona", lasciando intendere chiaramente che mantenere "sicuro" l'Oceano Artico significa "liberarlo" dalle navi cinesi e russe che entrambi i paesi stanno sviluppando per accorciare le rotte e i tempi di trasporto.

Un editoriale del Wall Street Journal sostiene l’affermazione secondo cui l’America deve difendersi dai Paesi che rimangono indipendenti dal controllo statunitense. Sottolineando che “gli Stati Uniti hanno anche rivendicato l'autodifesa come motivo per arrestare il dittatore panamense Manuel Noriega,” il giornale sostiene che il rovesciamento militare è “l'unica difesa contro i ladri globali”.

Più precisamente, avverte che sarebbe un’illusione idealistica ma anacronistica immaginare che il diritto internazionale governi effettivamente le azioni delle nazioni. “Come se Mosca e Pechino non calpestassero già il diritto internazionale quando questo si mette sulla loro strada,” sbuffa, liquidando l'importanza del diritto internazionale come se fosse diventato “il migliore amico di un tiranno”.

Naturalmente, il diritto effettivo delle nazioni è sempre stato in ultima analisi soggetto all'uso della forza e al principio "La forza fa il diritto". Il consigliere di Trump, Stephen Miller, ha esposto la sua filosofia in un'intervista alla CNN: “Viviamo in un mondo, nel mondo reale… governato dalla forza, governato dalla potenza, governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall'inizio dei tempi.”

I diplomatici americani potrebbero semplicemente alzare le spalle e chiedere quante truppe hanno le Nazioni Unite. Non ne ha e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono in ogni caso soggette al veto degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti semplicemente ignorano le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, come il mondo ha appena visto con il rapimento del capo di Stato venezuelano. Sono le norme statunitensi a fungere da legge operativa a cui sono soggetti gli altri Paesi, almeno quelli nell'orbita commerciale, finanziaria e militare degli Stati Uniti.

Trump non si vergogna di riconoscere il principio operativo applicato alla sua ultima diplomazia internazionale: “Vogliamo il petrolio venezuelano.” Aveva già confiscato il petrolio in transito dalle petroliere in partenza dal Venezuela il mese scorso. E ha annunciato che se la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, non accetterà volontariamente di cedere il controllo del suo petrolio, l'esercito statunitense cederà le sue riserve petrolifere a società statunitensi e nominerà un nuovo cleptocrate o dittatore cliente che governerà il Paese per conto degli interessi degli Stati Uniti.

Quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1974 fece pressione sui  Paesi dell'OPEC affinché riciclassero i guadagni derivanti dalle esportazioni di petrolio in titoli in dollari statunitensi, i leader dell'OPEC erano disposti a farlo perché all'epoca gli Stati Uniti erano di gran lunga la principale economia finanziaria al mondo. Domina ancora il sistema finanziario basato sul dollaro, ma non ha più il suo precedente potere industriale e ha appena ridotto i suoi aiuti esteri e la sua adesione all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Invece di sostenere la crescita di altre economie, la sua forza diplomatica si basa ora sulla sua capacità di interrompere la loro crescita commerciale ed economica. Ed è proprio il declino della sua potenza industriale a rendere così urgente l'azione degli Stati Uniti contro il Venezuela, con la sua aggressione militare e le continue minacce contro quel Paese che rientrano nel suo tentativo di dissuadere i  Paesi dal rompere con le regole non scritte del controllo unipolare statunitense sul commercio e sui pagamenti internazionali, dedollarando le loro relazioni commerciali e monetarie.

C'è anche una presa di risorse. Stephen Miller, il principale consigliere di Trump sopra menzionato, ha affermato senza mezzi termini che “i Paesi sovrani non ottengono la sovranità se gli Stati Uniti vogliono le loro risorse”. Le sue osservazioni hanno fatto seguito a una dichiarazione altrettanto schietta rilasciata dagli Stati Uniti durante una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ambasciatore Michael Waltz: “Non si può continuare ad avere le più grandi riserve energetiche del mondo sotto il controllo degli avversari degli Stati Uniti.”

Il principio giuridico statunitense è che “il possesso è nove decimi della legge”. E la legge in vigore nel caso di specie è quella degli Stati Uniti, non del Venezuela o delle Nazioni Unite. Sono all'opera numerosi altri principi, tra cui spicca il diritto all'autodifesa sopra menzionato, garantito dall'autorizzazione americana “Stand your ground” ["mantenere la propria posizione"] a difendersi. La storia di copertina dell'attacco di Trump al Venezuela (testato dai media da Fox News e sondaggi) è che il Venezuela minaccia gli Stati Uniti con cocaina e altre droghe. O almeno con farmaci che non sono coordinati dalla CIA e dall'esercito americano, come è stato documentato dal Vietnam all'Afghanistan e alla Colombia. L'atto d'accusa contro Maduro, tuttavia, non faceva alcun riferimento alle affermazioni di Trump su un “Cartello dei Soli” di cui sarebbe stato a capo, ma citava principalmente accuse non correlate sul suo porto di una mitragliatrice e accuse simili non applicabili a un capo di stato straniero.

Non c'è stata alcuna incriminazione di Maduro per i suoi reali reati agli occhi degli Stati Uniti: la minaccia alla capacità dell'America di controllare il petrolio del suo Paese e il suo marketing, e la sua intenzione di fissare il prezzo del petrolio venezuelano in yuan e altre valute diverse dal dollaro e di utilizzare i proventi delle esportazioni di petrolio per pagare la Cina per i suoi investimenti nel suo Paese. L'analogia appropriata per le accuse inventate di droga contro Maduro è la fasulla affermazione – usata per giustificare l'invasione americana dell'Iraq nel 2003 – secondo cui Saddam Hussein stava lavorando per ottenere armi di distruzione di massa. Ciò fu sufficiente a minare il rispetto per il Segretario di Stato Colin Powell dopo il suo discorso del 5 febbraio 2003 davanti alle Nazioni Unite. Ma secondo il principio americano “difendi la tua posizione”, gli Stati Uniti avevano motivo di essere minacciati dal tentativo del Venezuela di prendere il controllo del suo commercio di petrolio – e, di fatto, di commerciare con gli avversari designati dagli Stati Uniti, Cina, Russia e Iran. L'aggressione americana in risposta a tale minaccia è stata supportata dal relativo principio statunitense che consente ai proprietari di case o ai poliziotti di uccidere chiunque ritengano possa rappresentare una minaccia, per quanto soggettiva o una scusa a posteriori possa essere.

Sebbene giustificata da questi principi dell'ordine basato sulle regole americane, l'ultima militarizzazione del commercio di petrolio da parte di Trump ha comportato, come discusso in precedenza, il ripudio da parte degli Stati Uniti dei principi fondamentali del diritto internazionale, tra cui il diritto del mare. Prima del suo attacco militare a Caracas e del rapimento del presidente Maduro, il suo embargo contro le esportazioni di petrolio venezuelano (a qualsiasi acquirente tranne le compagnie petrolifere statunitensi) e il sequestro di petroliere che trasportavano il petrolio del Paese erano particolarmente eclatanti, per non parlare del suo bombardamento di pescherecci non identificati e altre navi al largo delle coste del Venezuela, uccidendo i loro equipaggi senza preavviso.

Un’altra vittima dell’enfasi posta dagli Stati Uniti sull’armamento del commercio mondiale di petrolio ed energia è l’ambiente. Nell'ambito del loro tentativo di rendere il resto del mondo dipendente dal petrolio e dal gas sotto il fermo controllo proprio e dei propri alleati, gli Stati Uniti stanno lottando per impedire ad altri Paesi di decarbonizzare le proprie economie, nel tentativo di scongiurare una crisi climatica e le sue condizioni meteorologiche estreme. Gli Stati Uniti si oppongono quindi all’accordo sul clima di Parigi che sostiene la politica “verde” volta a sostituire i combustibili a base di carbonio con l’energia eolica e solare.

Il problema per l'America è che l'energia eolica e quella solare rappresentano un'alternativa al petrolio, che gli Stati Uniti cercano di controllare. L’eliminazione graduale del petrolio rimuoverebbe non solo un sostegno alla bilancia commerciale degli Stati Uniti, ma priverebbe i suoi strateghi della capacità di spegnere le luci e il calore dei Paesi alle cui politiche si oppone. E a peggiorare le cose, la Cina ha assunto un ruolo guida nella tecnologia delle energie rinnovabili, compresa la produzione di pannelli di energia solare e pale di mulini a vento. Ciò è visto come una grave minaccia in quanto aumenta il rischio che altre economie diventino indipendenti dalla dipendenza dal petrolio. Nel frattempo, l'opposizione degli Stati Uniti ai combustibili diversi dal petrolio sotto il loro controllo ha causato danno da contraccolpo alla stessa economia statunitense, bloccando i propri investimenti nell'energia solare ed eolica.

L'amministrazione Trump è stata particolarmente aggressiva non solo nel bloccare le iniziative straniere volte a ridurre i combustibili fossili, ma anche le alternative statunitensi. “Il primo giorno del suo secondo mandato presidenziale, Trump ha emesso un ordine esecutivo che sospende ogni locazione di terreni e acque federali per nuovi parchi eolici. Da allora la sua amministrazione ha preso di mira i parchi eolici che avevano ricevuto i permessi dall’amministrazione Biden ed erano in costruzione o stavano per iniziare a funzionare, utilizzando spiegazioni mutevoli.” “Ha sospeso i contratti di locazione di tutti i progetti eolici offshore in un nuovo attacco al settore”, citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

Ciò che rende questa mossa contro le fonti energetiche alternative ancora più sorprendente è la prevista carenza di elettricità negli Stati Uniti, che si prevede sarà causata dalla crescente domanda da parte dei centri informatici di intelligenza artificiale, in circostanze in cui l'America nutre grandi speranze per l'intelligenza artificiale (IA). Oltre alle rendite derivanti dalle risorse petrolifere, gli strateghi statunitensi sperano di aumentare le rendite monopolistiche americane a scapito di altri Paesi attraverso la tecnologia informatica, le società di piattaforme Internet e (sperano) il predominio nell'intelligenza artificiale. Il problema è che l'IA richiede un'enorme energia per far funzionare i suoi computer. Tuttavia, negli ultimi dieci anni la tendenza degli Stati Uniti nella produzione di energia è rimasta stagnante e gli investimenti in nuovi impianti elettrici rappresentano un processo burocratico e dispendioso in termini di tempo (da qui la prevista carenza di energia sopra menzionata). Ciò è in netto contrasto con l'enorme aumento della produzione di elettricità da parte della Cina, dovuto in gran parte all'intensa produzione di pannelli solari e mulini a vento, in cui ha acquisito un ampio primato tecnologico – mentre la pratica statunitense ha evitato questa fonte di energia in quanto “non inventata qui” e, più fondamentalmente, perché potrebbe potenzialmente indebolire il suo tentativo di rendere il mondo dipendente dal petrolio che controlla.

Sintesi: Le richieste fondamentali dell'ordine basato sulle regole degli Stati Uniti in materia di petrolio sono:

  • Il controllo del commercio mondiale di petrolio rimarrà un privilegio degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti controlleranno il commercio mondiale di petrolio. Deve essere in grado di decidere quali Paesi sono autorizzati a fornire petrolio ai propri alleati e a quali Paesi i suoi esportatori di petrolio alleati sono autorizzati a vendere il loro petrolio. Ciò significa vietare agli alleati di importare petrolio da Paesi come Russia, Iran e Venezuela. Ciò comporta anche interferenze con i suoi avversari’ esportazioni di petrolio (come è appena accaduto con il blocco e il sequestro delle esportazioni di petrolio venezuelano, e si è verificato contro la flotta petrolifera russa) e aggressioni militari per impossessarsi del petrolio dei suoi avversari. Il petrolio iracheno e siriano è stato semplicemente rubato dagli occupanti statunitensi e viene fornito a Israele. Anche il petrolio libico è stato sequestrato nel 2011 ed è rimasto interrotto.

  • Il Commercio del Petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi

Il prezzo del petrolio e delle altre esportazioni sarà fissato in dollari e commercializzato tramite le borse merci occidentali, mentre i pagamenti saranno effettuati tramite le banche occidentali utilizzando il sistema SWIFT, tutte sotto l'effettivo controllo diplomatico degli Stati Uniti.

  • La Regola del Petrodollaro

Inoltre, i guadagni derivanti dalle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di Titoli del Tesoro, obbligazioni societarie e depositi bancari.

Le alternative energetiche “verdi” al petrolio devono essere scoraggiate e il fenomeno del riscaldamento globale e degli eventi meteorologici estremi negato.

Per promuovere il controllo continuo dei mercati energetici da parte degli Stati Uniti, è opportuno scoraggiare le alternative non legate al carbonio al petrolio e al gas – e le politiche di tutela ambientale verde a sostegno di tali alternative –, poiché le fonti energetiche alternative riducono il potere della diplomazia statunitense di imporre le regole sopra citate.

  • Nessuna legge si applica o limita le regole o le politiche degli Stati Uniti

Infine, gli Stati Uniti e i loro principali alleati devono essere immuni dai tentativi stranieri di bloccare le sue politiche, compresi i tentativi attraverso le Nazioni Unite e i tribunali internazionali. Deve mantenere la sua capacità di porre il veto alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ignorerà semplicemente le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e gli ordini dei tribunali internazionali a cui si oppone. Questo principio porta gli Stati Uniti ad opporsi alla creazione di tribunali o organi giuridici alternativi e soprattutto a impedire a tali autorità di avere il potere militare di far rispettare le proprie decisioni.

Con ringraziamenti a The Democracy Collaborative

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Caitlin Johnstone - Sai che stanno mentendo sull'Iran

 

di Caitlin Johnstone*

Tutto questo l'hai già visto. Ripetono sempre lo stesso copione. Conosci tutti i ritmi. La formula non cambia mai.

"Oh no, la gente della nazione presa di mira è oppressa! Hanno bisogno di libertà e democrazia!"

"Ehi, scommetto che potremmo usare il nostro potente esercito per aiutarli a ottenere libertà e democrazia! Non sarebbe fantastico?"

"Oh cielo, c'è gente che non pensa che dovremmo usare il nostro potente esercito per aiutare la popolazione della nazione presa di mira a ottenere libertà e democrazia! Devono nutrire una sinistra e sospetta lealtà verso il regime malvagio che governa la nazione presa di mira!"

"Guardate, capisco che a volte in passato abbiamo usato il nostro potente esercito in modi meschini e inutili, ma dovete capire che il Regime Malvagio è anche molto, molto cattivo. Due cose possono essere vere contemporaneamente, sapete!"

"Oh no, ora il Regime Malvagio sta commettendo atrocità! Sai che è vero perché è sui giornali, e ai giornali non è permesso mentire! Dobbiamo FARE qualcosa! Non possiamo semplicemente NON FARE NULLA!"

Non cascateci.

Non lasciarti ingannare dalla propaganda.

Non lasciatevi ingannare dalla preoccupazione imperialista che si fa beffe dei diritti umani.

Non lasciatevi ingannare dalle sottili regole di polizia e dalle posizioni ambigue degli agenti e degli utili idioti dell'impero.

Non lasciare che gli apologeti dell'impero ti zittiscano e ti mettano a tacere.

Mantieni la tua posizione. È esattamente così che sembra. Tu hai ragione, e loro hanno torto.

Non stanno facendo niente di nuovo. Usano la stessa vecchia sceneggiatura. Cavolo, usano persino molti degli stessi attori. È la solita stronzata di sempre.

Una volta visti abbastanza film di Hollywood, si acquisisce familiarità con la formula. Il ragazzo incontra la ragazza, ma lui ha qualche segreto o difetto caratteriale che verrà scoperto dalla ragazza a circa tre quarti del film. Sembrerà che tutto sia perduto, ma alla fine la riconquisterà. Anno dopo anno vengono sfornate varianti di questo film, seguendo ogni volta la stessa formula.

Ecco, è così. Ne hai viste abbastanza di queste cose per conoscere ormai la formula.

Fidati del tuo istinto. Abbi fiducia nella tua visione interiore. Ce la farai.

Probabilmente nei prossimi giorni verrà riversata nell'ecosistema dell'informazione una grande quantità di distorsioni narrative, ma non ti faranno passare per un credulone.

Ora vedi le cose fin troppo chiaramente.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Trump, Powell e il sovvertimento delle istituzioni


di Alessandro Volpi*

Trump sta alzando rapidamente il livello della tensione interna e internazionale. La Procura di Columbia ha incriminato il presidente della Fed, Jerome Powell, per aver reso false dichiarazioni in merito all’aumento dei costi per il rifacimento della sede della Banca centrale americana. Si tratta dell’ennesimo capitolo dello scontro con Trump come ha sottolineato lo stesso Powell sostenendo apertamente che l’inchiesta è solo un modo per farlo fuori. In effetti il presidente degli Stati Uniti è da tempo durissimo con Powell perché vorrebbe un robusto taglio dei tassi di interesse sperando così di favorire la ripresa USA e di alleviare il costo del debito per tantissimi americani.

Soprattutto Trump crede alle stime del suo entourage e di figure come Steve Miran per i quali ogni taglio di un punto dei tassi significa un risparmio nel bilancio federale di 360 miliardi di dollari. Dunque, proprio la necessità di evitare il default parziale del debito USA avrebbe indotto Trump ad accelerare la possibile decadenza di Powell per motivi penali. Il mandato del presidente della Fed scade a maggio ma è probabile che il taglio dei tassi serva subito proprio nella speranza di salvare il debito; una speranza che Powell ritiene folle perché con tassi più bassi il debito americano non troverebbe compratori e il dollaro crollerebbe.

Trump, tuttavia, proprio per la consapevolezza della gravità della crisi del capitalismo americano pare disposto a smontare parti intere degli assetti più consolidati, dalla cancellazione del diritto internazionale e dei suoi organismi, alla distruzione di ogni autonomia degli Stati membri della Conderazione in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad ogni traccia di habeas corpus fino, appunto, alla rimozione dell’indipendenza della Fed che dovrebbe fondersi con il Tesoro e dipendere così dalla presidenza di Trump.

In altre parole, per fronteggiare la crisi epocale del capitalismo Trump è disposto a sovvertire le istituzioni con cui tale forma economica ha vissuto.

*da Facebook

Andrea Zhok - Sull'idea di Rivoluzione e sulle Rivoluzioni (degli altri)


di Andrea Zhok* 

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l'incipiente, incontenibile rivoluzione nella "polveriera iraniana" ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la "rivoluzione" come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

"Rivoluzionario" è diventato nel '900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po' ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. SI tratta di un'operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c'è alternativa al lasciare - obtorto collo - ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l'apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

Le rivoluzioni più "facili" sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già "rivoluzionata". Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d'indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.

La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, ed in cui regolarmente molti deboli ed innocenti vengono sacrificati.

Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.

La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione "riuscita" è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti.

Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.

Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un'illusione dipendente da quella forma di "provvidenzialismo laico" che è l'idea di "mano invisibile" di Adam Smith. L'idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l'equilibrio).

Solo che questa è una favola.

Una rivoluzione è un'iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).

Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario, per cui deve passare, una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un'opzione rarissima, quasi un'opzione di scuola, di solito un esito fortuito, comunque assai differente dagli ideali rivoluzionari.

La RIVOLTA - che non è ancora rivoluzione - può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo "sciopero generale" ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)

Qual è il punto di questa digressione? E' un punto abbastanza semplice - e spero che ci si astenga da applicarvi scatolette categoriali pronte, tipo "moderatismo", "riformismo", "conservatorismo", ecc.

Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d'essere quando NON sono colpi di Stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre).

Quando c'è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d'essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall'arbitrio.

All'uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento.

Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica.

Le rivoluzioni si fanno quando non c'è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.

Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte ad una tradizione letteraria postilluminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell'Occidente moderno.

Si tratta della sensazione di vivere all'interno di un meccanismo anonimo, colossale ed oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell'autorealizzazione.

Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del "sistema" e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche "giorno di ordinaria follia". Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne, in una prigione senza sbarre.

A partire da questo sentimento diffuso si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (chi ricorda come nei primi giorni della pandemia circolasse, accanto all'ovvia preoccupazione, una strana inconfessabile eccitazione di fronte ad una grande Frattura, una Rottura della quotidianità?)

Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci venga dipinto in maniera plastica il Volto dell'oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e la cui imperscrutabilità riduce le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni.)


*da Facebook

Mentre il genocidio continua a Gaza, la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

 

di Penny Green - Middle East Eye

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non è mai stato limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è più evidente che nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, segnati dalle bombe e simili a fantasmi, distrutti e svuotati da Israele come duro monito ai palestinesi sulle conseguenze della resistenza all'occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale decennale in Palestina ha molteplici piani di cancellazione. Mentre il mondo, seppur attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto sì che i suoi piani per l'eliminazione dei palestinesi procedessero speditamente in Cisgiordania.

L'espansione degli insediamentigli attacchi dei coloni contro gli agricoltori sotto la protezione delle forze israeliane, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sfollamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est sono tutti tentativi sistematici di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo rapporto con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale, ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasto colpito da quanto la vita dei palestinesi lì rispecchi la devastazione affrontata dai rifugiati a Gaza.

È stato un chiaro promemoria del fatto che questo genocidio colpisce tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025, Israele ha lanciato l'operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti "elementi terroristici" in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il capo del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: "Proprio come a Gaza, cercano di affermare che il campo è un centro per il terrorismo. Ma in realtà, la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà". E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono concettualizzati da Israele come "terroristi" e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell'operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case dalle forze speciali israeliane pesantemente armate, utilizzando veicoli blindati, droni e bulldozer.

L'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha  descritto  l'offensiva israeliana come "la più lunga e vasta crisi di sfollamento dal 1967". Si stima che il 43% di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati delle corsie del campo di Nur Shams, che si estendevano dalla strada principale tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, furono bombardati o rasi al suolo per allargare i vicoli larghi due metri in strade di 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti furono espulsi.

Viaggi durante l'apartheid

Il viaggio stesso verso questi campi devastati mette a nudo, a ogni passo, la brutale realtà dell'apartheid israeliano.

Viaggiare attraverso la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale di apartheid significa che, mentre gli insediamenti israeliani illegali sono collegati da autostrade senza ostacoli a Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere gialle.

Un viaggio che sulle strade dei coloni durerebbe 20 minuti, per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem, ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo di supremazia israeliana: enormi bandiere israeliane sventolavano su entrambi i lati dell'autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni, potrebbero riflettere la crescente insicurezza israeliana, ma per i palestinesi sono semplicemente un'ulteriore forma di intimidazione.

Abbiamo superato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da strati di filo spinato alti 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati definitivamente da Israele, mentre gli altri due potrebbero essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non quella di "un altro atto di occupazione".

Il progetto di insediamento si è ampliato notevolmente dalla mia ultima visita nel 2022.

Incoraggiato dall'impunità globale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

"Stiamo promuovendo la sovranità di fatto", ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich,  annunciando i piani per oltre 3.400 case negli insediamenti nell'ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo superato il grande e crescente insediamento illegale di Eli, arroccato su una collina con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è nota anche per la sua accademia premilitare Bnei David , che addestra i coloni per ricoprire posizioni di ufficiale nelle unità di combattimento d'élite.

Abbiamo superato stazioni di servizio il cui utilizzo è vietato ai palestinesi e nuovi avamposti che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali si espanderanno inevitabilmente in orribili insediamenti illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele ne ha impedito l'accesso a tutti i palestinesi.

Invece, abbiamo viaggiato su strade dissestate, fermandoci a posti di blocco imprevedibili, dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o sarebbe terminato. A un certo punto, abbiamo preso una strada alternativa per evitare un altro blocco.

Questi atti cumulativi di apartheid sono concepiti per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile che le persone saranno costrette ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata, abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams si ergevano alla nostra sinistra, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi distese deserte sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite apparentemente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu era stata dipinta con la bomboletta spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non rimane più nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi intimarono con insistenza di scendere. "I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso", gridarono.

I rifugiati hanno descritto come, non appena invasi i campi, le forze israeliane abbiano interrotto tutte le comunicazioni e i servizi pubblici. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all'istante. Questi rifugiati sfollati sono stati letteralmente sfrattati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti presso cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai margini della sopravvivenza.

"È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando... nessuno sapeva dove eravamo costretti ad andare", ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola incompiuta El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore delle incursioni pesantemente armate, degli elicotteri d'attacco Apache che li sorvolavano, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con solo i vestiti che indossavano.

"Hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case il 26 gennaio e in sette giorni il campo era completamente svuotato", ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola che condivide con 21 famiglie del campo di Tulkarm.

"Nessuno se lo aspettava", ha continuato. "Non ho ricevuto nemmeno una maglietta da casa mia. Ora è demolita". Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Gli sfratti sono stati brutali. "Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno, i soldati ce le hanno strappate e gettate a terra", ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Per quasi 12 mesi, 122 rifugiati sfollati hanno vissuto nella scuola in costruzione, condividendo stanze anguste da 10 a 12 persone. "Le strutture sono minime o inesistenti", ha spiegato Khaled.

"Quando siamo arrivati, non c'era elettricità, quindi l'abbiamo collegata noi stessi." Al piano terra, quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C'è solo una doccia. "Come prigionieri, siamo tutti in fila", ha aggiunto. 

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I panni sono appesi a ogni ringhiera, mentre le persone si aggrappano a piccoli pezzi di routine, mentre il loro accampamento giace in rovina a pochi metri di distanza.

"La vita nel campo era dura", mi ha raccontato Nadia, 38 anni, "ma non così dura come questa".

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams, le già disastrose condizioni dei rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente, l'Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo è stato interrotto a causa del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

"Il mio frigorifero è vuoto", ci ha detto Hakem. "Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro".

Per ordine militare è stato loro proibito anche di ricostruire le loro case distrutte. "Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa", ha detto Hakem. "Cos'altro possiamo fare?"

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano il rumore dei passi che scricchiolavano sui detriti e il suono inquietante del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che lavora con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come una conseguenza del progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di "eliminazione silenziosa".

Per Ayhem, 17 anni, la cui istruzione è stata interrotta quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene: "È molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo". Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. "Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in zone diverse e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto".

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell'ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito, 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza panoramica, abbiamo ammirato la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

"La mia casa è inabitabile", ha detto Fatma, 70 anni, "ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell'essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla".

Nihad, il capo del Comitato, ha descritto la portata dell'assalto militare. La campagna israeliana all'interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d'assalto il campo, costringendo tutti i residenti ad andarsene.

"Chiunque si rifiutasse veniva colpito fuori casa per incoraggiare la gente ad andarsene", ha detto. "Le forze dell'ordine controllavano i percorsi che potevamo prendere. Eravamo costretti a metterci in fila e filmati dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva colpito."

"L'occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi", ha continuato. "A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non veniva demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate la incendiavano per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà".

"Non c'è acqua, non c'è elettricità all'interno dei campi. Non ci sono fognature, non ci sono strade. L'intera infrastruttura è stata distrutta", ha aggiunto Fatma.

Nihad lo disse senza mezzi termini: "Il campo è stato assassinato".

Hanno preso di mira e distrutto anche il centro giovanile, l'asilo, la sala per matrimoni e il centro per disabili.

'Ritorno alle macerie'

Fatma, una leader molto stimata della comunità di Nur Shams, ha descritto la sua esperienza la mattina dell'attacco: "Sono arrivati ??alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l'hanno usata come caserma militare. Alla fine della giornata, c'erano forse 100 soldati in casa mia".

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna d'acqua. "Il nostro piccolo televisore è stato colpito. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare."

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

"Davanti ai nostri occhi, ci hanno rubato le cose", ha detto Fatma. "Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d'oro, una collana, un braccialetto e una medaglia".

Nonostante molti rifugiati affermino che "tornerebbero tra le macerie", la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l'espulsione dei residenti e la più ampia spinta di Israele a espellere i palestinesi dalle loro terre rendono le loro possibilità di ritorno remote.

"'Tornare tra le macerie' è solo uno slogan", ha detto Khaled. "Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno, c'è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive".

Khreisheh ha osservato che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere consentito di tornare, ad eccezione "delle famiglie dei martirizzati, dei feriti, dei prigionieri o dei coinvolti in politica". Ciò, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche affittare altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. "Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare", ha detto Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati nei campi.

"Ogni volta che proviamo ad affittare una casa", ha spiegato, "prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo 'Nur Shams' o 'campo di Tulkarem', rispondono invariabilmente: 'Non affitto la mia casa a nessuno dei campi'. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono retate. Quindi non ci affittano casa".

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il cui status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente attraversa le generazioni, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l'articolo 11 della Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite , ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati sfollati.

Un elemento fondamentale del progetto di Israele è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle loro case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la garanzia ultima del ritorno.

Oltre sette milioni di rifugiati palestinesi vivono in esilio in tutto il mondo. Per Israele, la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh ha chiarito che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l'idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la sua posizione.

"I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948", mi hanno detto in molti, "e ora Israele vuole eliminare i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese".

"Tutti coloro che sono fuggiti raccontano una storia triste e dolorosa", ha detto un rifugiato. "Case e terre rubate. Hanno ripetuto quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo."

"Stiamo passando da un dolore all'altro", ha aggiunto un altro. "Questa occupazione vuole sradicare la gente dalla terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi dal 1948."

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto deliberato di genocidio. Distruggendo comunità, smantellando l'Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: "Vogliono porre fine allo status di rifugiati eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese".

"A Nur Shams, il nostro obiettivo non è solo tornare al campo, ma tornare ai villaggi delle nostre famiglie. Questo è un nostro diritto storico. Non ci allontaneremo mai da questo diritto. Il campo è solo una tappa per noi. Speriamo tutti di tornare nelle nostre terre d'origine."

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

AYATOLLAH BIRICHINI, BIRICHINI - Osservazioni sull’Iran e le proteste che squassano il Paese

di Paolo Di Mizio*

La prima cosa da dire è che non è assolutamente questione di essere pro imperialismo americano o anti imperialismo americano. Non è questione de “il nemico del mio nemico è mio amico”. È questione di essere intellettualmente onesti o no, e di vedere le cose lucidamente senza essere “filtrati” da una cortina di disinformazione e ipocrisia. 

Denunciare la politica predatoria degli Usa e dell’Occidente (l'Occidente è definibile come il corteo degli stati servili al seguito dell’impero americano), non significa appoggiare il regime degli ayatollah e tantomeno giustificare ogni sua azione. Io sono ateo, oltretutto, figuriamoci quanto possa essere favorevole per principio a un regime di impronta teocratica. 

Però la realtà che salta agli occhi, grande come una casa, è che:
(1) ci viene somministrata una dose da cavallo di menzogne.
(2) come al solito, si usano due pesi e due misure.
(3) si avallano crimini tra i più feroci in nome di presunti ideali “democratici” basati sul presupposto che i valori della nostra cultura siano “superiori” a quelli delle culture terze. In altre parole, è il solito trucco di "esportare democrazia e libertà" ai poveri popoli che ne sentono tanto il bisogno e che poi saranno felici (come in Iraq, in Libia, in Siria...).

Sul punto 1: tutto il racconto di giornali e tv, secondo cui le piazze si ribellano per mancanza di libertà e chiedono più diritti per le donne, è ciarpame allo stato puro. Nessuno dei manifestanti chiede questo (ho ascoltato diversi comizi insieme a un’amica persiana che me li ha tradotti: tutte le istanze sono di mera natura economica, non libertaria). 

Aggiungo per chi non lo sapesse che la donna in Iran gode di libertà inimmaginabili in molti altri paesi islamici e che l’obbligo poliziesco di indossare il velo è largamente favolistico, caricaturale (basta una passeggiata nel centro di Teheran per riscontrarlo). Sorvolo su altre menzogne come il numero delle vittime della repressione: numero non verificabile e quindi quasi certamente gonfiato a piacimento dai servizi occidentali.

Sul punto 2: perché le accuse di restrizione delle libertà della donna vengono mosse solo all’Iran, con conseguenti atti ostili, e non a Pakistan, Bangladesh, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Oman, Yemen, Sudan e altri paesi in mezza Africa, dove la condizione della donna è ben peggiore che in Iran? È impossibile non vedere, in questo doppio standard, un’arma di assedio geopolitico secondo un’agenda predatoria ed egemonica. 

Sul punto 3: non si può liquidare l’uso di feroci sanzioni economiche con un “succede anche ad altri, per esempio Cuba”. Le sanzioni non “succedono”, non sono una calamità naturale né uno strumento “neutro”, come fanno credere i nostri giornali: sono una forma di guerra asimmetrica, sono un’aggressione alle popolazioni civili, sono un reato di particolare atrocità e come tale trattato dalla giurisprudenza internazionale. Approfittando della propria forza economica, si mette alla fame un popolo intero perché alla fine si ribelli e destabilizzi un governo sgradito a noi potenze straniere. È una barbarie, una punizione collettiva, a mio parere uno dei reati più gravi sul piano internazionale, secondo solo a crimini come lo sterminio e il genocidio. 

Cuba da 70 anni - cioè da tre generazioni - non può accedere al benessere economico che le sue risorse le consentirebbero, perché le è impossibile commerciare con altri. Tre generazioni costrette a vivere nel sacrificio, nella fame e nel bisogno dalla volontà di uno stato imperiale, sfortunatamente vicino alle sue coste. 

Il Venezuela, ricco di petrolio e risorse naturali, è stato messo alla fame progressivamente a partire dal 2013 con le sanzioni, quando Chàvez aveva ridotto la povertà assoluta dal 52% al 34%, aveva quasi completamente sradicato l’analfabetismo, aveva istituito scuole e università gratuite per tutti, aveva creato il sistema sanitario nazionale gratuito per tutti.

Non ricordo quale leader statunitense qualche mese fa disse: “Visto? Cuba è alla fame. Il comunismo non funziona”. Sublime ipocrisia. L'adattamento attualizzato sarebbe: "Visto? l'Iran è alla fame. L'islam non funziona".

In conclusione: vediamo la pagliuzza nell’occhio del nemico – un regime un po’ autoritario in Iran, ayatollah birichini, birichini – e non vediamo la trave nel nostro occhio, di noi che come servi al seguito dell’Impero Americano applichiamo metodi abietti come le sanzioni economiche e ci facciamo pure belli declamando: “Democrazia! Democrazia!”.


* da Facebook

Caitlin Johnstone - La macchina omicida imperiale è in uno stato di iperattività

 

di Caitlin Johnstone*

Odio questa cosa.

Odio aspettare il prossimo atto di guerra imperiale.

Odio dover sapere che ora sorge in Iran per potermi rilassare sapendo che sono riusciti a superare un'altra notte senza attacchi aerei statunitensi.

Odio dovermi chiedere quale sarà la prossima popolazione presa di mira dall'impero.

La macchina assassina imperiale è stata così freneticamente attiva negli ultimi anni. Quando ho iniziato a scrivere dell'impero americano, era l'inizio del primo mandato di Trump, in uno stato di relativa calma. C'erano crescenti tensioni da guerra fredda con la Russia e le atrocità saudite sostenute dagli Stati Uniti in Yemen, una guerra sporca e incerta in Siria e un tentativo di colpo di stato a metà in Venezuela, ma queste frenetiche e incessanti operazioni di cambio di regime e queste sfacciate prese di potere non erano poi così diffuse all'epoca.

C'erano giorni interi in cui non c'era molto di cui scrivere in termini di guerrafondai negli Stati Uniti. Cerco di scrivere qualcosa ogni giorno, quindi spesso finivo per pubblicare poesie o articoli di filosofia e spiritualità, o semplicemente qualche osservazione sulla politica statunitense, perché la situazione semplicemente non era così tesa come lo è ora. È andata avanti così per anni.

Poi nel 2022 è esplosa tutta la politica del rischio calcolato con la Russia nella guerra per procura in Ucraina e, all'improvviso, il mio pubblico ha iniziato a crescere esponenzialmente, e da allora sono stata molto impegnata.

Nel 2023 ebbe inizio l'olocausto di Gaza e gli Stati Uniti e Israele riuscirono a trasformare l'enclave in un parcheggio di ghiaia con l'obiettivo, ancora in fase di sviluppo, di effettuare una pulizia etnica dell'intera popolazione.

La decapitazione di Hezbollah, l'assalto rapidamente accelerato alla Cisgiordania, la caduta di Assad e gli attacchi allo Yemen e all'Iran hanno portato avanti i programmi mediorientali che gli Stati Uniti e Israele perseguivano da anni.

Poi hanno iniziato a spostare la macchina bellica in America Latina e alla fine hanno rapito Maduro, per poi spostare immediatamente il mirino imperiale su Cuba.

E ora stanno facendo tutto il possibile per fomentare una guerra civile in Iran, con attacchi aerei da parte dell'amministrazione Trump che potrebbero essere possibili in qualsiasi momento.

È stato un assalto incessante. Non appena eliminano un governo o una popolazione disobbediente, passano subito al successivo.

Negli ambienti in cui mi muovo si sente spesso parlare di come l'impero statunitense stia svanendo e diventando sempre più debole, ma non lo so, amico. Di sicuro ha accumulato un sacco di vittorie ultimamente. Forse stanno solo cercando di accaparrarsi più potere globale possibile il più velocemente possibile prima che la situazione si scaldi con la Cina, ma qualunque sia la ragione, non si stanno certo comportando come se avessero perso la capacità di dominare gli affari mondiali in questo momento.

Che lo abbiano fatto o meno, il compito rimane lo stesso: sensibilizzare l'opinione pubblica sulla natura inaccettabile dell'impero e sulla verità che un mondo migliore è possibile.

Possiamo usare il potere dei nostri numeri per fermare questi bastardi e forzare l'emergere di un'umanità sana, e il primo passo è far uscire i nostri concittadini dal coma indotto dalla propaganda, in modo che aprano le loro menti alla possibilità di resistenza.

In definitiva, i gestori dell'impero hanno solo il potere che noi collettivamente concordiamo di concedere loro.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Chris Hedges - La macchina del terrore

 

di Chris Hedges*

Ho già visto i delinquenti mascherati che terrorizzano le nostre strade. Li ho visti durante la "Guerra Sporca" in Argentina, dove 30.000 uomini, donne e bambini furono "fatti sparire" dalla giunta militare. Le vittime furono tenute in prigioni segrete, torturate selvaggiamente e assassinate. Ancora oggi, molte famiglie ignorano la sorte dei loro cari.

Li ho visti in El Salvador, quando gli squadroni della morte uccidevano 800 persone al mese. Li ho visti in Guatemala sotto la dittatura di José Efraín Ríos Montt. Li ho visti nel Cile di Augusto Pinochet e nell'Iraq di Saddam Hussein. Li ho visti in Iran sotto il governo degli ayatollah, dove sono stato arrestato e incarcerato due volte e una volta deportato in manette. Li ho visti nella Siria di Hafez al-Assad. Li ho visti in Bosnia, dove i musulmani venivano ammassati nei campi di concentramento, giustiziati e sepolti in fosse comuni.

Conosco questi scagnozzi. Sono stato prigioniero nelle loro prigioni e ho passato ore nelle loro stanze per gli interrogatori. Sono stato picchiato da loro. Sono stato deportato e, in diversi casi, bandito dai loro paesi. So cosa mi aspetta.

Il terrore è il motore che alimenta le dittature. Elimina i dissidenti. Mette a tacere i critici. Smantella la legge. Crea una società di collaborazionisti timidi e spaventati, di coloro che distolgono lo sguardo quando qualcuno viene rapito per strada o ucciso a colpi d'arma da fuoco, di coloro che informano per salvarsi, di coloro che si rifugiano nelle loro piccole tane, abbassando le tapparelle, pregando disperatamente di essere lasciati in pace.

Il terrore funziona.

Le porte di ferro non si sono ancora chiuse. Ci sono ancora proteste . I media sono ancora in grado di documentare le atrocità dello Stato, tra cui l'omicidio di Renee Nicole Good, avvenuto il 7 gennaio a Minneapolis, da parte dell'agente dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) Jonathan Ross. Ma le porte si stanno chiudendo rapidamente. L'ICE ha deportato oltre 300.000 persone e ne ha arrestate quasi 69.000, oltre ad essere stato coinvolto in 16 sparatorie, tra cui quattro omicidi, da quando Trump ha iniziato la sua campagna contro gli immigrati.

Sta nascendo l'ICE, la nostra Gestapo americanizzata.

La resistenza deve essere collettiva. Dobbiamo affermare non solo i nostri diritti individuali, ma anche quelli economici, sociali e politici: senza di essi siamo impotenti. Resistenza significa organizzarsi per smantellare i meccanismi del commercio e del governo. Significa prevenire gli arresti pattugliando i quartieri per avvertire di imminenti incursioni dell'ICE. Significa protestare fuori dai centri di detenzione. Significa scioperi. Significa bloccare strade e autostrade e occupare edifici. Significa fornire prove fotografiche. Significa esercitare una pressione costante sui politici e sulla polizia locali affinché si rifiutino di collaborare con l'ICE. Significa fornire assistenza legale, cibo e assistenza finanziaria alle famiglie con membri detenuti. Significa la disponibilità ad essere arrestati. Significa una campagna nazionale per sfidare la disumanità dello Stato.

Se falliremo, la fiamma affievolita della nostra società aperta si spegnerà.

Gli stati autoritari vengono costruiti gradualmente. Nessuna dittatura pubblicizza il suo piano per estinguere le libertà civili. Si limita a rendere omaggio alla libertà e alla giustizia mentre smantella le istituzioni e le leggi che le rendono possibili. Gli oppositori del regime, compresi quelli all'interno dell'establishment, tentano sporadicamente di resistere. Creano blocchi temporanei, ma vengono presto eliminati.

Alexander Solzhenitsyn in “Arcipelago Gulag” osserva che il consolidamento della tirannia sovietica “si protrasse per molti anni perché era di primaria importanza che fosse furtivo e inosservato”. Definiva il processo “un grandioso gioco silenzioso di solitario, le cui regole erano totalmente incomprensibili ai suoi contemporanei e i cui contorni possiamo apprezzare solo ora”.

"Come sarebbero andate le cose se ogni agente della Sicurezza, quando usciva di notte per effettuare un arresto, non fosse stato sicuro di tornare vivo e avesse dovuto dire addio alla sua famiglia?", chiede Solzhenitsyn. "O se, durante i periodi di arresti di massa, come ad esempio a Leningrado, quando arrestarono un quarto dell'intera città, la gente non si fosse semplicemente seduta nelle proprie tane, impallidendo di terrore a ogni colpo alla porta del piano di sotto e a ogni passo sulle scale, ma avesse capito di non avere più nulla da perdere e avesse audacemente teso nell'atrio del piano di sotto un'imboscata di una mezza dozzina di persone con asce, martelli, attizzatoi o qualsiasi altra cosa fosse a portata di mano? Dopotutto, si sapeva in anticipo che quei berretti blu erano in giro di notte senza una buona ragione. E si poteva essere certi in anticipo che si sarebbe spaccato il cranio di un tagliagole. O che dire della Maria Nera parcheggiata lì fuori per strada con un solo autista solitario: cosa sarebbe successo se fosse stata portata via o le fossero state chiodate? Gli Organi avrebbero subito una carenza di ufficiali e mezzi di trasporto e, nonostante tutta la sete di Stalin, la maledetta macchina si sarebbe fermata!"

Czes?aw Mi?osz, in " The Captive Mind ", documenta anche l'avanzata della tirannia, il modo in cui avanza furtivamente, fino al punto che gli intellettuali non solo sono costretti a ripetere gli slogan auto-adulazione del regime ma, come hanno fatto le nostre principali università quando hanno ceduto alle false accuse di essere bastioni dell'antisemitismo, ad abbracciarne l'assurdità.

La paura artificiale genera insicurezza. Induce una popolazione – spesso inconsciamente – a conformarsi esteriormente e interiormente. Condiziona i cittadini a relazionarsi con chi li circonda con sospetto e sfiducia. Distrugge la solidarietà vitale per l'organizzazione, la comunità e il dissenso.

Lo storico Robert Gellately, nel suo libro “Backing Hitler: Consent and Coercion in Nazi Germany”, sostiene che il terrore di Stato nella Germania nazista fu efficace non a causa dell’onnipresente sorveglianza statale, ma perché favorì una “cultura della denuncia”.

Denuncia i tuoi vicini e colleghi e sopravvivi. Se vedi qualcosa, dillo.

Quanto più la situazione peggiora, tanto più le istituzioni consolidate, disperate per sopravvivere, mettono a tacere coloro che ci mettono in guardia.

"Prima che le società crollino, emerge proprio uno strato di persone sagge e pensanti, persone che sono questo e niente di più", scrive Solženicyn di coloro che prevedono ciò che sta per accadere. "E come venivano derisi! Come venivano derisi!"

Lo scrittore austriaco Joseph Roth, i cui primi avvertimenti sull'ascesa del fascismo furono ampiamente ignorati e che invitò i suoi colleghi intellettuali a smettere di appellarsi ingenuamente ai "resti di una coscienza europea", vide i suoi libri gettati tra i roghi nella primavera del 1933, durante i roghi nazisti. Finora, non abbiamo bruciato libri, ma abbiamo vietato quasi 23.000 titoli nelle scuole pubbliche dal 2021.

Lo stato autoritario cannibalizza le istituzioni che scioccamente favoriscono e favoriscono la caccia alle streghe. Le sostituisce con pseudo-istituzioni popolate da pseudo-legislatori, pseudo-tribunali, pseudo-giornalisti, pseudo-intellettuali e pseudo-cittadini. La Columbia University è un fulgido esempio di questa volontaria auto-immolazione. Nulla è come viene presentato.

Sono sempre più frequenti i rapimenti violenti da parte di agenti mascherati dell'ICE a bordo di auto senza contrassegni per le strade delle nostre città. Le persone vengono strappate dai loro veicoli e picchiate. Vengono arrestate fuori da scuole e asili nido. Vengono perquisite sul lavoro, gettate a terra, ammanettate, portate via a bordo di furgoni e spedite nei campi di concentramento in paesi come El Salvador. Vengono arrestate quando si presentano in tribunale per una richiesta di green card o un colloquio per finalizzare un visto.

Una volta arrestati, scompaiono nel labirinto di oltre 200 centri di detenzione , dove vengono trasferiti da una struttura all'altra per nasconderli da familiari, avvocati e tribunali. Il giusto processo, un tempo un diritto costituzionale garantito a tutti negli Stati Uniti, non esiste più.

“Le leggi che non sono uguali per tutti si trasformano in diritti e privilegi, cosa che contraddice la natura stessa degli Stati nazionali”, scrive Hannah Arendt in “Le origini del totalitarismo”. “Quanto più chiara è la prova della loro incapacità di trattare gli apolidi come persone giuridiche e quanto maggiore è l’estensione del governo arbitrario tramite decreti di polizia, tanto più difficile è per gli Stati resistere alla tentazione di privare tutti i cittadini dello status legale e di governarli con una polizia onnipotente”.

L'FBI, in un esempio di come la giustizia sia pervertita, si rifiuta di collaborare con le forze dell'ordine locali di Minneapolis, bloccando l'accesso a qualsiasi prova che consentirebbe loro di presentare accuse penali contro Jonathan Ross.

L'uccisione di cittadini disarmati da parte dello Stato avviene nell'impunità.

L'ICE ha più che raddoppiato le dimensioni della sua forza dall'inizio del 2025, arrivando a 22.000 agenti, assumendo 12.000 nuovi agenti in quattro mesi da un bacino di 220.000 candidati. Prevede di spendere 100 milioni di dollari in un anno per assumere ancora più reclute, parte dei 170 miliardi di dollari per il controllo delle frontiere e dell'interno, inclusi 75 miliardi di dollari per l'ICE, da spendere in quattro anni. Gli stipendi per queste nuove reclute, scarsamente addestrate e spesso sottoposte a controlli casuali , varieranno da 49.739 a 89.528 dollari all'anno, oltre a un bonus di 50.000 dollari alla firma, suddiviso in tre anni, e fino a 60.000 dollari per il rimborso dei prestiti studenteschi.

L'ICE sta costruendo nuovi centri di detenzione in 23 città in tutto il paese. Promette che, una volta pienamente operativi, saranno operativi porta a porta nell'ambito della più grande iniziativa di espulsione nella storia americana.

Gli agenti dell'ICE, inebriati dalla licenza di sfondare porte indossando giubbotti antiproiettile e sparando con armi automatiche a donne e bambini terrorizzati, non sono guerrieri come immaginano, ma delinquenti. Hanno poche competenze, a parte l'addestramento alle armi, la crudeltà e la brutalità. Intendono rimanere al servizio dello Stato. Lo Stato intende mantenerli al loro posto.

Niente di tutto ciò dovrebbe sorprenderci. Le tecniche repressive utilizzate dall'ICE e dalla nostra polizia militarizzata sono state perfezionate all'estero, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Palestina occupata, e prima ancora in Vietnam. L'agente dell'ICE che ha assassinato Good era un mitragliere in Iraq. Un raid notturno a Chicago, con agenti che si calano da un elicottero per assaltare un complesso residenziale pieno di famiglie terrorizzate, non sembra molto diverso da un raid notturno a Fallujah.

Aimé Césaire, drammaturgo e politico martinicano, nel suo " Discorso sul colonialismo " scrive che gli strumenti selvaggi dell'imperialismo e del colonialismo finiscono per migrare di nuovo verso la madrepatria. È il cosiddetto boomerang imperiale.

Césaire scrive:

E poi un bel giorno la borghesia si risveglia con un terrificante effetto boomerang: le Gestapo sono indaffarate, le prigioni si riempiono, i torturatori in piedi intorno alle graticce inventano, perfezionano, discutono.

La gente si sorprende, si indigna. Dice: "Che strano! Ma non importa: è il nazismo, passerà!". E aspetta, e spera; e si nasconde la verità: che è barbarie, la barbarie suprema, la barbarie suprema che riassume tutte le barbarie quotidiane; che è nazismo, sì, ma che prima di esserne vittime, ne erano complici; che hanno tollerato quel nazismo prima che fosse loro inflitto, che lo hanno assolto, gli hanno chiuso gli occhi, lo hanno legittimato, perché fino ad allora era stato applicato solo ai popoli non europei; che hanno coltivato quel nazismo, che ne sono responsabili, e che prima di inghiottire l'intero edificio della civiltà occidentale cristiana nelle sue acque arrossate, esso trasuda, trasuda e gocciola da ogni fessura.

Durante l'interregno tra gli ultimi sussulti di una democrazia e l'emergere di una dittatura, la nazione viene manipolata. Le viene detto che lo stato di diritto è rispettato. Le viene detto che il governo democratico è inviolabile. Queste bugie placano coloro che vengono trascinati a forza verso la loro stessa schiavitù.

"La maggioranza se ne sta seduta in silenzio e osa sperare", scrive Solženicyn. "Dato che non sei colpevole, come possono arrestarti? È un errore!"

Forse, dicono i timorosi, Trump e i suoi tirapiedi stanno solo esagerando. Forse non lo pensano davvero. Forse sono incompetenti. Forse i tribunali ci salveranno. Forse le prossime elezioni porranno fine a questo incubo. Forse l'estremismo ha un limite. Forse il peggio è passato.

Queste autoillusioni ci impediscono di resistere mentre la forca viene costruita davanti a noi.

Gli stati autoritari iniziano prendendo di mira i più vulnerabili, quelli più facilmente demonizzati: gli immigrati clandestini, gli studenti universitari che protestano contro il genocidio, gli antifascisti, la cosiddetta "sinistra radicale", i musulmani, i poveri di colore, gli intellettuali e i progressisti. Colpiscono un gruppo dopo l'altro. Spengono, una a una, la lunga fila di candele finché non ci ritroviamo al buio, impotenti e soli.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Iran. Decolonizzate le menti

 

di Cristiano Sabino

La narrazione occidentale sulla situazione iraniana è costruita come sempre su uno schema coloniale elementare: un popolo che si ribella a una dittatura oscurantista e sullo sfondo la mano tesa dell'Occidente per estendere al mondo libertà e progresso.

Peccato che questo schema non descriva la realtà storica, sociale e politica dell’Iran.

Il regime dell’Ayatollah e dei Pasdaran non è un corpo estraneo imposto dall’alto, ma nasce da una rivoluzione di massa che nel 1979 rovesciò lo Shah di Persia, percepito a torto o a ragione come fantoccio degli Stati Uniti, simbolo di dipendenza, saccheggio e umiliazione nazionale e quindi avversato fortemente non solo dagli islamici ma, anche e soprattutto (almeno in una prima fondamentale fase), dalle forze progressiste, socialiste, sindacali e dai comunisti. 

Quel "regime", piaccia o no, ha una fortissima base sociale e si innesta su una identità persiana millenaria, strutturata da oltre 27 secoli di storia statuale, con una rivendicazione di sovranità che è anche — in parte — imperiale.


Una larga fetta del popolo iraniano sostiene l’Ayatollah non solo per motivi religiosi, ma soprattutto politici: perché lo considera farina del sacco della propria storia, una garanzia — per quanto contraddittoria e autoritaria — di indipendenza nazionale dall’imperialismo statunitense.

Poi esiste un’altra Persia.

Un Iran che non vuole l’Ayatollah, che viene da tradizioni progressiste, socialiste, laiche, e che oggi si concentra su diritti civili e istanze sociali.
Il problema è che una parte di questo fronte, pur di far cadere il regime, si è piegata a sostenere il ritorno della monarchia.
Il nome è Reza Pahlavi, figlio dello Shah.
Vive negli Stati Uniti, dispone di enormi risorse economiche, frequenta i salotti del potere americano, ha il pieno appoggio del regime genocida sionista e influenza l’opinione pubblica iraniana grazie all'uso massivo dei social. 

È, senza giri di parole, un prodotto geopolitico di Washington.
Ed è qui la tragedia storica: una parte del campo che si pensa progressista accetta l’idea di scambiare una teocrazia autoritaria con un altrettanto anacronistico figlio di un imperatore deposto, fra l'altro burattino dell’impero americano. 

Esiste però una terza posizione, silenziata e sistematicamente oscurata: chi rifiuta gli Ayatollah, ma rifiuta anche Reza Pahlavi.
Chi vuole una repubblica iraniana sovrana, non teocratica, pluralista sul piano religioso, socialmente avanzata, e soprattutto indipendente.
Questa parte sa benissimo che il figlio dello Shah, una volta al potere, svenderebbe l’Iran, i suoi beni, le sue risorse e la sua autonomia strategica, riconsegnando il Paese all’imperialismo americano.

Ed è per questo che, di fronte alla falsa alternativa Aiatollah o Pahlavi, molti iraniani — pur combattendo il regime — preferiscono ancora il primo: perché rappresenta, almeno, la continuità della sovranità nazionale.

Capire l’Iran significa uscire dalla propaganda, riconoscere che non tutte le rivolte “per la libertà” producono emancipazione, e che la sovranità dei popoli non è negoziabile, nemmeno in nome dei diritti civili branditi a intermittenza dall’Occidente.

Decolonizzare lo sguardo è il primo passo.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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