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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Fulvio Grimaldi - Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN

 

di Fulvio Grimaldo per l'AntiDiplomatico

Iran, orgia di disinformazione

Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.

Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.

Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.

Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

 Milioni in piazza per il governo

Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata. Di questa si è pubblicamente assunto il merito la NED (National Endowment for Democracy), braccio CIA per i cambi di regime. Narrazione resa possibile dall’occultamento delle immagini, circolanti sui media fuori dalla sfera censoria occidentale, delle vere e proprie azioni armate da parte di vaste componenti della rivolta. Documentano il linciaggio di poliziotti disarmati, moschee e fabbriche date alle fiamme, incendi di pubblici edifici, autobus, mercati, stazioni di vigili del fuoco, reparti armati che aprono il fuoco indiscriminatamente contro polizie e manifestanti (cosa già vista in varie operazioni di destabilizzazione di paesi).

Ma poi c’è la prova principe dell’intervento esterno, quello un tempo mimetizzato da ONG dei diritti umani, oggi spudoratamente dichiarato, vantato, garantito dalle impunità di Trump. Dopo che il Segretario di Stato e Direttore della CIA sotto il primo Trump ha fatto sapere ai manifestanti di di Teheran “noi siamo con voi e accanto a voi”, si è manifestato il Mossad che, in comunicati diffusi in Iran in lingua farsi, ha espresso lo stesso concetto: “Prendetevi le istituzioni, noi vi diamo una mano”.

Da illuminista sfondato, non ho nessuna simpatia per i governi dei preti, rabbini, imam, santoni indiani, sacerdoti di qualunque religione. Noi abbiamo memoria storica di vescovi e poi papi che dai poteri, più o meno approvati dal popolo, comunque laici, si presero feudi e stati fino ad ambire al mondo intero. Fondamento ideologico e morale?  La solita verità unica e acclarata e i soliti ricatti di punizioni eterne, da cacciare giù per la strozza a milioni di miscredenti, magari indios, magari africani.

Detto questo, non è semplice separare, in Iran, il grano delle legittime proteste (per condizioni peraltro determinate al 90% dalle sanzioni di un aggressore) dal loglio dei manipolatori esterni. Ma qualche idea mi sono fatto alla luce di quanto hanno detto quei mainstream qualche tempo fa, in situazioni paragonabili a oggi, confrontato con cosa ho poi visto girando per l’Iran in lungo e in largo, da Teheran a Persepoli, da Mashad a Isfahan e Shiraz e incontrando chi mi pareva, sostenitori e critici del sistema, senza inciampare in sorveglianti, controlli, inibizioni, o imposizioni di chicchessia.

 

 Isfahan

Sono a Isfahan, città delle meraviglie architettoniche e botaniche nella piazza se non la più bella, probabilmente la più grande del mondo. Tanto che uno della folla sterminata di poeti dei quali tracima questo paese di glorie letterarie (oggi cinematografiche) gli ha dato il nome di “Metà del mondo”. Ciò che non si può negare, e dunque non se ne parla, è l’abbagliante bellezza che da questa immensa piazza, dalle arcate ritmate come una sinfonia, si espande in tutta la città. Non l’unica creazione urbana, capolavoro di bellezza coltivato da questo popolo (vedansi la vicina Persepoli, capitale del primo impero persiano, Shiraz, Mashad) per 3000 anni, da Ciro il Grande, passando per gli Achemenidi, che con Ciro compilarono il primo statuto dei diritti umani, per i Seleucidi, i Sassanidi. Percorrere città come Shiraz, Mashhad, Kashan, significa portarsi via immagini che percorreranno la memoria con bagliori e stupori sempre rinnovati.

Venne il momento in cui tutto questo finì, poesia, palazzi scintillanti di affreschi, ori, argenti, giardini incantati. Non per esaurimento di creatività del suo popolo ma, come ovunque nelle parti del mondo che l’Occidente predatore e suprematista pretende alla mercè del suo saccheggio, per effetto del dominio coloniale. Nel 1925, con la forza delle armi, la Corona inglese si assegna la Persia – di lì a poco rinominata Iran da un proconsole di Londra – e le sue immense riserve di idrocarburi. Se ne garantisce l’obbedienza imponendo al paese un sovrano assoluto: l’imperatore Reza Shah Pahlevi, capostipite di una dinastia funesta di despoti e bellimbusti, adorati dalle residuali monarchie europee. Nel 1944 gli succede un secondo Shah, Mohammed Reza Pahlevi, quello celebrato con le rispettive consorti (Soraya, Farah), dal rigurgito mediatico che era allora la stampa del gossip e che oggi è l’intero mainstream.

 Reza Pahlevi, Farah, figlio, oggi pretendente al trono

Per la rimozione di questo tiranno, incisosi nella memoria del popolo per le mattanze di quanti osavano protestare contro l’abissale diseguaglianza tra una cricca di ricchissimi e una sterminata società di poveri assoluti, gli iraniani dovranno ricorrere a due rivoluzioni. Per le quali pagheranno prezzi terribili di sangue e un incubo scavato nella memoria di chi ne ha pagato il costo: quello inflitto dal servizio segreto dello Shah, la Savak, modellato sul Mossad, ma considerato il più sanguinario del mondo.

Percorro gli spazi della prigione Evin a Tehran. Dalle pareti ammoniscono contro dittature e torturatori le immagini delle loro vittime. Nei vari spazi, ricostruzioni agghiaccianti di efferati trattamenti. Rinnovati a Abu Ghraib. E qui che migliaia di oppositori dello Shah, il padre di colui che ora, da Washington, erge il capino dai recessi in cui la CIA custodisce le carte alternative ai governanti da rimuovere, e sfidando il ridicolo e l’impudico, si vorrebbe proporre ai manifestanti iraniani come alternativa di potere.

Ho detto due rivoluzioni. La prima, del 1952, quando il premier eletto Mohammad Mossadeq, sostenuto da sconfinate manifestazioni di massa, proclama la Repubblica e nazionalizza il petrolio, l’Anglo-Iranian Oil company. Quella risorsa per la quale i britannici, una volta confermatane l’utilità, avevano messo il paese in mano a una cricca di sicari nobilitati in dinastia. Dura poco. Colpo di Stato della CIA, ritorno dello Shah, processo a Mossadeq, con il resto della sua vita agli arresti.

 Mohammad Mossadeq

Ci deve sorprendere che, dopo un quarto di secolo di sanguinaria dittatura e coloniale spoliazione del paese, vi debba essere una seconda rivoluzione? Questa portata avanti da schieramenti marxisti, liberali e, secondo una divisione di classe che permane anche oggi, una maggioranza islamica di proletariato, contadini, operai. Ed è il 1979, il trionfo di Khomeini e l’instaurazione, per la volontà della chiara maggioranza della popolazione, della Repubblica Islamica dell’Iran.

Dice, la dittatura degli Ayatollah, però poi ti dice anche del duro scazzo tra “riformisti” e “conservatori” e rispettivi partiti, personalità e schieramenti di classe che si contendono le elezioni per il parlamento (che ha sopra una Guida Suprema, leggi Mattarella (anche lui, a quanto risulta, senza limiti di mandati), e un Consiglio dei Guardiani, leggi Corte Costituzionale).

Dice la separazione dei generi, guai a confondersi, a scambiarsi effusioni, mano nella mano guai, niente rapporti prima del matrimonio, ovviamente combinato. Dice, niente degenerazioni occidentali come certe musiche, balli e canti in piazza. In piazza a Isfahan vedo ragazzi che stanno come da noi sui muretti, belli mischiati, seduti a gambe incrociate sui prati e scherzare, coppiette camminano mano in mano, come le si vedono nei caffè, nei negozi e a passeggiare in tutte le città, mentre un gruppetto di liceali canta pop e rock intorno a un bravissimo chitarrista. C’è l’antico ponte e sotto le sue arcate, gente adulta fa capannello plaudente intorno a uno che balla e canta ritmi che paiono venire dai tempi di Ciro, Dario, Serse.

A Tehran, nel sempre affollato mausoleo-moschea di Khomeini, chiacchiero con un gruppo di studenti e studentesse seduti sul pavimento mosaicato. Cosa fate qui? L’università è vicina, qui fa caldo e stiamo studiando insieme per l’esame di ingegneria elettronica. Si percepiscono corteggiamenti.

Ancora Isfahan, troppo bella per non restarci. All’uscita dall’università uno stormo di ragazze giulive e vocianti si ferma a rispondermi: “Come donne non abbiamo problemi, siamo il 67% dei laureati del paese e cresciamo, siamo la classe dirigente, e del velo ce ne importa molto poco. Pretendono di avercela con il velo, la fuori, ma ce l’hanno col petrolio finchè è nostro. Intanto siamo soddisfatte che né i nostri studi, né le nostre mense, né i nostri studentati ci costino qualcosa”. E Fatameh Ashrafi, dell’ONG “Hami”, depreca per quali meriti siano glorificate in Occidente donne “senza la minima preparazione, cultura, impegno sociale, prive di un pensiero equilibrato. Noi abbiamo ancora parecchio da raggiungere, specie sul diritto di famiglia, ancora a prevalenza maschile, ma siamo ormai classe dirigente nella scienza, nei ministeri, negli enti pubblici, nelle ONG. Siamo maggioranza nella sfera delle responsabilità”.

Come non gliene importa un granchè, del velo, alle donne della Casa dell’Arte a Tehran, formidabile centro culturale per le riunioni di artisti, letterati, cinematografari, attori (e relative versioni femminili). Ci aggiriamo tra mostre di dipinti, video con spezzoni di film della grande cinematografia iraniana, la premiazione di tre giovani registi capelloni, gruppi di musicanti, cafè, ristoranti, performance stabili o improvvisate. Tantissimi giovani, soprattutto donne, con il velo che a malapena copre lo chignon e lascia fluire folte e molto seducenti capigliature.

Mohsen Beigagha è un autorevole critico cinematografico. Ci parla di un cinema che ha vinto tutto, Cannes, Berlino, Venezia e continua a vincere. Tutto questo sotto il giogo fondamentalista degli ayatollah, pensate. “Registi quali esuli, anche perchè i mezzi a disposizione in Occidente sono più di quelli di un paese sotto sanzioni ferocissime e quali liberamente operanti qui”. Quelle sanzioni che con Trump, stracciato l’accordo sul nucleare firmato con Obama, negando perfino i farmaci e i soldi per comprarli, sono diventati genocidio strisciante, come lo chiama il direttore dell’emittente 24 ore PressTV, Hamid Reza Emadi: “Un malato di cancro è un malato di cancro e basta, non è un terrorista, ma viene colpito a morte lo stesso dalle sanzioni”.

Che sia per qualche commento terroristico come questo che Hamid, come il presidente di PressTv, Mohammed Sarafraz, sia stato sanzionato dall’UE, con divieto di ingresso in UE e blocco bancario?

Hamid Reaza Emadi, Direttore PressTV

Ovviamente mentre a Tehran vedi BBC o CNN, PressTV è bandita da noi, come RT, Russia Today. E i democratici siamo noi. Mi viene un’idea: che tutto sia riconducibile, a parte le ovvie, sempiterne dominanti economiche, al rancore da invidia di questo nostro Occidente gerontocratico, dove a forza di invecchiare andiamo verso l’estinzione, nei confronti di paesi come l’Iran dall’età media di 27 anni, contro la nostra di 47 e quella degli USA di 39. Chi è proiettato verso la vita e il futuro. E chi molto meno. E se ne risente.

A porre rimedio a questa discrasia ci provano gli USA, con le sanzioni su tutto, ma anche con altri strumenti, più subdoli e perfidi. Alla frontiera con l’Afghanistan è schierata buona parte dell’esercito iraniano. L’invasione che deve affrontare non è di armi, a meno che non vogliate definire arma l’eroina. Per ostacolarne il contrabbando sono caduti 6.400 guardie di frontiera, ci racconta Taha Taheri, vicedirettore dell’Ente Nazionale Antidroga, che si chiede “come sia stato possibile che, in presenza di migliaia di soldati USA e NATO, con droni, satelliti, elicotteri, siano rifioriti i campi di oppio, a suo tempo azzerati dai Taliban. Da zero oppio nel 2000, sotto l’occupazione USA la produzione è aumentata in dieci anni a 9.000 tonnellate, il 92% dell’eroina consumata nel mondo”.

 Antonino De Leo, ONU

L’arma della droga, in questo caso diretta contro le società iraniana e russa, passaggi obbligati verso occidente, è politica. Ne è convinto anche Antonino De Leo, responsabile ONU dell’Ufficio Droga e Crimine in Iran che incontriamo nella sua sede a Tehran e che ribadisce anche come “i programmi di prevenzione e terapia iraniani siano per l’ONU le migliori pratiche internazionali, un modello, l’Iran è un nostro partner strategico”. Che anche questo sia qualcosa che dia fastidio al combattente antinarcos Donald Trump?

Nella guerra all’Iran, Stato “antisemita” per eccellenza, che riprende a programmare, Netanyahu avrà tenuto conto della necessità di distinguere nei bombardamenti a tappeto tipo Gaza o Libano? O rischia di sterminare, accanto alle tante religioni ed etnie che da millenni in Iran convivono in armonia e rispetto, anche la florida comunità di 25.000 ebrei a Isfahan, con un quartiere dalle ben 13 sinagoghe? Il suo capo, Suleiman Sassoon, architetto, parla di “una convivenza da sempre pacifica e amichevole, di un Iran da sempre il paese della regione più tranquillo e armonioso. A noi questo governo sta bene. E vorremmo anche che israeliani e palestinesi possano vivere insieme su quella terra”.

A Shiraz mi accoglie una riunione di due famiglie che hanno subito i colpi del MEK, organizzazione dei Mujahedin del Popolo, nata sotto lo Shah e trasformatasi poi in una setta terrorista assassina, guidata da una coppia di fanatici, Maryam e Massoud Rajani e incaricata di destabilizzare l’Iran a forza di attentati. Reclutati un paio di migliaia di fedelissimi fideizzati a forza di esoterismi, li hanno prima concentrati nel campo di Ashraf, nell’Iraq del Saddam allora anti-iraniano. Cacciati da lì, il loro stato maggiore è stato ospitato a Washington. Da qui, depennati dalla precedente lista delle organizzazioni terroristiche, sono stati accolti nell’Albania di Edi Rama e Giorgia Meloni, da dove continuano a infiltrare l’Iran. A loro sono attribuiti, con input Mossad, gli assassinii degli scienziati iraniani, soprattutto di quelli nucleari.

Ma non mancano le stragi terroristiche all’italiana. Le due famiglie di Shiraz hanno subito, in attentati del MEK, rispettivamente l’assassinio del padre, carpentiere, davanti alla sua bottega messa a fuoco con tutto il legname per avvolgere nelle fiamme un intero isolato, e l’incendio di uno scuolabus con i bambini delle elementari, finiti inceneriti, o ustionati con lesioni permanenti.

Sahra, volontaria a Tehran dell’”Associazione delle vittime del terrorismo”, un ambiente dalle pareti tappezzate da foto di assassinati dal MEK, ha avuto padre e fratello uccisi dall’organizzazione dei Rajavi: “Gli USA hanno rovesciato il significato delle parole terrorismo e vittime del terrorismo. Affermano che noi, l’Asse del Male, saremmo il centro mondiale del terrorismo e, con uno schieramento quasi globale di media al loro servizio, hanno convinto le opinioni pubbliche. Al punto che, mentre unità armate coltivate o penetrate nel paese, provocano scontri e uccidono poliziotti, la narrazione internazionale parla di migliaia di vittime della repressione di regime”.

Su questo ragionamento si innesta un mio ricordo. E mi pare una buona chiusura dei conti. Nel 2009 il migliore dei presidenti che siano stati eletti in Iran, Mahmud Ahmadinejad, laico e grande amico di Ugo Chavez, viene rieletto. Si scatena la solita rivoluzione colorata. La donna è lo strumento principe per innescare convinzione, partecipazione e condivisione, in un paese come il nostro, del quale l’opinione pubblica è stata ammaestrata a denunciare il trattamento delle donne.

Il caso Neda Soltan.

Nel corso di scontri con la polizia, una giovane donna viene colpita a morte. Ne girano le immagini, a terra, occhi aperti, sangue in viso, due persone l’assistono, invano. Diventa il simbolo della rivolta contro un regime che usa violenza contro le donne e del consenso che le tributa l’opinione pubblica occidentale. Roberto Saviano in testa. Poi esce un video in cui si vede Neda, a terra, due persone vicine che l’assistono con dei recipienti, mentre con la mano sinistra si cosparge di sangue il volto. Poi scompare, nessun cadavere, nessun funerale. Qualche mese dopo una Neda Soltan, dalla stessa data di nascita e dalle stesse fattezze, riappare a Monaco, in Germania. Poi svanisce negli USA. Il caso, dopo l’iniziale sfruttamento, viene lasciato cadere.

Il caso Sakineh

Nel 2006 Sakineh Mohammadi Ashtiani viene condannata per l’assassinio del marito. In Occidente si grida, automaticamente, allo scandalo, alla discriminazione di genere, al femminicidio. Alla lapidazione. Che non esiste, è stata abolita. Ache qui Saviano si fa portavoce degli indignati. Nel corso del processo, la donna confessa: ha avuto relazione con due uomini e con uno di questi ha partecipato all’assassinio del marito, avvelenato nel sonno e finito con scosse elettriche. Nel 2014 Sakineh ha scontato la pena ed è libera. Notizia che non fa notizia dalle nostre parti.

Il caso Mahsa Amini

Anche Mahsa Amini è eletta a simbolo della violenza inflitta dalla teocrazia iraniana alle donne. Settembre 2022, ennesima rivoluzione colorata. Nel corso delle manifestazioni la 23enne Mahsa viene fermata e interrogata, senza alcun riferimento a quanto si narra in Occidente di un “velo portato male” (è male portato lo è di migliaia di donne che l’indossano sulla nuca, lasciando scoperti i capelli). Un video ce la mostra mentre si trova, integra, negli ambienti della polizia femminile. Sviene e, più tardi, la ritroviamo nel letto di un ospedale. Dove viene dichiarata morte per emorragia cerebrale. I suoi genitori, curdi, riferiscono che la ragazza soffriva di ischemie.

Ma la versione dei media occidentali è diversa e in rapida evoluzione. Si passa dall’arresto per “aver portato male il velo”, alle percosse subite dalla “polizia morale”, fino all’uccisione a forza di botte tout court, appunto per avere “portato male il velo”.      

Di una donna di cui nessuno si è occupato e vi ha riferito, vi dico io. E chiudo. E’ la dottoressa, Shirin Ravenbod, genetista molecolare, volontaria al Centro Clinico per Emofiliaci, a Tehran, messo su da una ONG per integrare una sanità pubblica pesantemente taglieggiata dall’embargo. Gli emofiliaci, cioè gente che, tra forti dolori, subisce ininterrotte emorragie, sono 30.000 solo nella capitale. A impedirne i sanguinamenti servono farmaci negati dalle sanzioni. Né li può produrre l’Iran, visto che gli è vietata l’importazione dei componenti, a partire dalla facoltà di pagarli. E le sanzioni secondarie colpiscono che si azzarda a violare le primarie.

Dice la Dottoressa Ravenbod: “Formalmente, per una questione elementare di diritti umani codificati dall’ONU e dal diritto internazionale, questi farmaci sarebbero esentati. Ma è pura ipocrisia, visto che le sanzioni ci bloccano le transazioni finanziarie. Vorremmo almeno ottenere gli antidolorifici, ma anche questi sono negati. Bambini e ragazzi perdono la scuola per i sanguinamenti continui, soffrono, non riescono a camminare…Ese è vero che è genocidio se si colpiscono gruppi appartenenti a una comunità per eliminarli, questo è genocidio.“.

Per saperne di più

 

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Ricevuto prima di ieri

Fulvio Grimaldi - Trump e noi nel nostro piccolo. CON GLADIO AL POTERE E’ TEMPO DI ASKATASUNA

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

In altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

  1. Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!

  1. Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e già amica di Chavez)

Tutto questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita, frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del rapimento, di “azione difensiva”  del camerata Trump.

Per cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere all’opera.

Stay Behind (Stare dietro). A chi?

 Francesco Cossiga

E negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe trasformata in un unico, immenso gulag.

Tutto questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che, nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington, dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e ’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. 

Io so io e voi nun siete…

E dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono, riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago (quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della Garbatella (un campo di bocce).

I paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.

Si parva licet…

Piantedosi deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem, equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a rastrellare e deportare immigrati.

Troppo facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate, si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500 miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL), ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a un ghepardo.

Scopiazzatura continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno quelli.

Mohammed Hannoun, Angela Lano

In carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita, privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a Khan Yunis?

E se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi “dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da sotto i detriti.

E veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.

Gladio al governo,  Askatasuna la resistenza

 Askatasuna e Gladio in divisa

E siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma, un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce.  Trent’anni di resistenza.

Non solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare, ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto ottuso.

E su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità, alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.

Con i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati, presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione politica, faro dell’Occidente in resistenza.

Ho provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari

Anche un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna. Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati, coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida

Essendo attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli anni che, ancora  definiscono derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?

Perlopiù piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.

E si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri. Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.

Ora Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il futuro. Italia da riconquistare.

Con l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta al governo,  tutti noi che abbiamo marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente, un’Askatasuna.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Fulvio Grimaldi - Stai Con Le Proteste In Iran? Stai Con Trump E Netanyahu

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump)

Da Segretario di Stato Pompeo dichiarò che lo scopo delle feroci sanzioni imposte all’Iran non era di spingere il governo iraniano a cambiare, ma a spingere la popolazione iraniana a cambiare il governo.

Ricordo una mia visita a Teheran a un ambulatorio di medici volontari che provavano ad assistere e salvare la vita a persone, perlopiù giovani, affetti da leucemia e a cui le sanzioni negavano i farmaci. Alla frontiera tra Iran e Afghanistan, dai soldati di Tehran lì stanziati contro le infiltrazioni degli eserciti NATO (compreso il nostro),venni a sapere che, però, qualcosa i sanzionatori non negavano al consumo degli iraniani: era l’eroina che gli occupanti USA dell’Afghanistan cercavano di contrabbandare in Iran (e Russia), dopo averne promosso la coltivazione, a suo tempo proibita dai Taliban. In Europa arrivava alla base USA di Bondsteel, nel “neoliberato” Kosovo, e da lì ripartiva in direzione di giovani generazioni, potenzialmente “ribelli”, da sedare.

Ribadendo il principio alla base di tutte le sanzioni, Pompeo ammetteva che le sanzioni che affamano e uccidono non sono dirette ai governi, bensì al popolo. Questo avrebbe dovuto essere ridotto in un tale stato di miseria e disperazione da affrontare una guerra civile contro il proprio governo, democraticamente eletto, visto come responsabile.

Oggi tutti citano le difficoltà economico-sociali come motivo delle proteste. Ma si tratta di difficoltà economico-sociali di un paese potenzialmente ricco e potente, inflitte da una potenza esterna al solo scopo di imporre il proprio dominio e controllo geostrategico.

Se ci si ritiene oppositore della macchina genocida degli USA, uguale sotto tutti i presidenti e relative forze mandanti, non esiste la minima scusa per affamare e privare di cure una società civile, neanche quella, sacra e fondamentale per i ricchi e bianchi del pianeta, della rimozione del velo (in una popolazione femminile che vanta una più alta quota di donne laureate e in posizioni di responsabilità di qualsiasi paese europeo).

Anarcoidi e sinistri allo spritz oscillano tra imbarazzati silenzi e un più o meno esplicito sostegno alla rivolta in atto in Iran. Per quanto sostenuta dai terroristi del MEK, gruppo allevato dalla CIA, o dai tanto amati (da certa sinistra strabica) curdi, infiltrati e armati dal Kurdistan iracheno (sotto l’occhio benevolo del Mossad e dei nostri Carabinieri, stanziati a Irbil per “addestrare”) e siriano.

Dovrebbero rendersi conto che ogni espressione di approvazione al cambio di governo a Tehran equivale a una standing ovation al regime sociocida più distruttivo e letale che sia mai apparso sulla Terra.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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