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Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte uno)

16 Gennaio 2026 ore 22:00

di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, Roma 2020. Il suo ultimo libro è Archeologi. I maestri del passato, Carocci, Roma 2025.

Come racconteresti in breve la tua biografia professionale?

Ho studiato all’università La Sapienza a Roma ma tutto comincia da prima. Mio padre era un sindacalista della CGIL animato da varie passioni che in parte ho ereditato, come quelle per il jazz, la geologia e l’archeologia, e mia madre una storica dell’età contemporanea, Andreina De Clementi (dalla quale ho sicuramente preso la passione per la storia e per i libri). Un giorno mio padre è tornato a casa con la guida archeologica di Roma scritta da Filippo Coarelli mentre a un Natale mi ha regalato Civiltà sepolte di C.W. Ceram. Poi, al liceo, ho fatto un viaggio in Grecia e sono rimasto folgorato. In quegli anni, di mattina andavo a scuola, di sera mi allenavo a pallavolo e un pomeriggio a settimana andavo ad ascoltare le “lezioni planetarie” di Coarelli, al Planetario di piazza Esedra a Roma. Erano conferenze aperte al pubblico, che poi hanno costituito i nuclei dei suoi libri monografici sul Foro Boario, il Campo Marzio, ecc. Una grande scuola. Quando mi sono iscritto all’università avrei voluto fare l’egittologo. Ricordo ancora la prima lezione del professor Sergio Donadoni; era bravissimo, impressionante. Però, come faceva un po’ con tutti, mi sconsigliò di proseguire in quel campo. Sapeva che l’egittologia affascina tutti e se tu ti mostravi interessato, che so, ad Akhenaton, il padre di Tutankhamon, storceva il naso, perché era una figura troppo gettonata. Quando gli portai il piano di studi, per l’approvazione, Donadoni vide che avevo inserito l’esame di Metodologia della ricerca archeologica, che era stato appena introdotto all’università (siamo a metà degli anni Ottanta) e mi disse: “Guardi che se vuole fare l’egittologo le servirebbe molto di più un esame di montaggio e rimontaggio di una jeep, però mi sa che questo esame non c’è”. Iniziai a capire che l’egittologia non era la mia strada. Nello stesso momento un conoscente, archeologo mi disse che l’archeologia medievale era un campo interessante e in forte espansione. Dopo un anno di transizione durante il quale ho avuto la fortuna di seguire i corsi (Topografia antica, Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi, Urbanistica del mondo romano) di alcuni professori bravissimi (Ferdinando Castagnoli, Cairoli Fulvio Giuliani, Paolo Sommella) e poi di intellettuali davvero strepitosi come Armando Petrucci e Girolamo Arnaldi, ho sterzato verso il Medioevo. Mi sono laureato in archeologia medievale con Letizia Pani Ermini e poi sono andato a lavorare sul Palatino, a Roma, negli scavi di Andrea Carandini. Ero fuori contesto, in quello scavo di medievale c’era ben poco: Rodolfo Lanciani e soprattutto Giacomo Boni nelle indagini precedenti avevano asportato tutte le stratigrafie post-romane. Ma è stato un periodo importante, anche perché Carandini mi ha presentato a Riccardo Francovich, che insegnava archeologia medievale a Siena. Ho vinto un dottorato, poi ho avuto un insegnamento a contratto a Siena e subito dopo è partito il progetto di schedatura dei castelli della Toscana. Dopo aver perso svariati concorsi, mi sono detto: se allo scadere dei 36 anni, che cadevano nel 2000, non sarò entrato nell’università, cambio mestiere. Nell’aprile del 2000 ho vinto il concorso per entrare nell’università di Bologna.

Negli ultimi anni hai fatto diversi podcast per Rai Radio 3, su tematiche archeologiche: Dalla terra alla storia, Vite tra le rovine, Ritorno al passato, Mappe del tempo. Podcast che in parte sono diventati anche libri: A come archeologia (Carocci, 2018), Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia (Carocci, 2020) e, ultimo, Archeologi. I mastri del passato (Carocci, 2025). Come sei arrivato alla radio e come ti sei trovato con un sistema di comunicazione puramente orale? L’archeologo si occupa di cultura materiale, le cose sono importanti e anche le immagini di quelle cose, che con questo media non puoi utilizzare.

Sono un accanito ascoltatore di Radio 3 sin da quando ho iniziato l’università. La radio ha contato moltissimo nella mia formazione, e in particolare tutti i programmi della gestione di Marino Sinibaldi e quelli precedenti all’attuale Fahrenheit. L’atteggiamento analitico e critico nei confronti del cinema, della musica, della letteratura sono stati una grande scuola. A un certo punto c’era un programma di Monica d’Onofrio intitolato Museo Nazionale, da cui è poi scaturito il libro omonimo, che raccontava singole opere d’arte e monumenti. Monica alcuni anni fa si è rivolta a me per registrare un paio di puntate, durante una delle feste di Radio Tre a Forlì. Dopo, le ho proposto di fare qualcosa insieme, dato che non avevano ancora mai pensato a un programma di archeologia. Ho mandato un progetto a lei e a Sinibaldi e hanno accettato: così è partito tutto.
Sicuramente è strano parlare in studio, con un muro e al massimo un tecnico del suono davanti, così come farlo in casa, da solo. Stranissimo non poter usare le immagini e descrivere oggetti che non si vedono. In questo campo il maestro è stato Neil Mc Gregor, ex-direttore del British Museum, con La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, 2015), libro nato a partire proprio da un podcast. È uno dei libri più belli nell’ambito della comunicazione storico-archeologica. A forza di fare podcast, ora mi vengono naturali e la mia scrittura è cambiata. A un certo punto hanno iniziato a starmi stretta la scrittura accademica e tutti gli arcaismi terminologici e sintattici, nella costruzione di una frase. Ho lavorato per arrivare a un discorso più diretto, tanto che adesso non riesco più a scrivere nel modo di prima neanche per le riviste specialistiche. Non a caso di recente un articolo mi è stato rimandato indietro con la motivazione che era scritto in maniera troppo colloquiale. Ma io ormai scrivo così, prendere o lasciare.

D’altra parte si possono dire cose complesse anche con un linguaggio molto semplice.

Assolutamente sì. In questo gli anglofoni sono maestri. Credo che la radio sia stata una grande palestra. Quando rileggo mi accorgo sempre che ci sono troppi incisi o parentesi che interrompono il discorso. Meglio spezzare la frase in due parti. L’altra peculiarità del lavorare in radio è che le reazioni del pubblico sono rare. Ogni tanto mi arrivano delle mail. Una volta una signora di Napoli mi ha scritto che ha ascoltato una mia puntata sulla città antica di Pompei mentre cucinava il sugo, e si è messa a piangere. Due ragazzi, invece, mi hanno scritto dall’Islanda ringraziandomi perché mi ascoltavano tutte le mattine con le cuffie facendo jogging tra i ghiacci. Quest’anno per la prima volta nella mia vita ho aperto un profilo Facebook, ho toccato con mano che esiste un folto pubblico di appassionati e ho letto commenti positivi e lusinghieri. Quindi la cosa funziona. Il motivo principale per cui ho pensato a questo programma è che sono stufo di vedere la divulgazione fatta come se non richiedesse uno specialismo. A me Alberto Angela (di formazione paleontologo) che una sera fa una puntata su Collasso (Einaudi, 2014) di Jared Diamond e la settimana successiva sulle pitture della cappella Sistina, lascia perplesso. Veicola l’idea che la cultura sia tutta uguale. Non voglio fare una petizione banale del tipo “l’archeologia agli archeologi”, però se parli di una cosa devi conoscerla. C’è un pensiero di sottofondo che l’archeologia sia di tutti, il che è anche vero, ma se la vuoi raccontare non puoi improvvisarti. In ogni puntata tento di mostrare che l’archeologia è radicata nel mondo che la circonda, non è un microcosmo a parte. Cerco di spiegare qual è stata l’impostazione della ricerca, il metodo, e il retrobottega della scoperta. A volte riesco a raccontare meglio un’idea se ancoro l’attenzione sul personaggio che l’ha avuta, e questo è stato il format del Podcast Vite tra le rovine, che poi è diventato il libro Archeologi.

Volevo porti una domanda riguardo al pubblico delle tue trasmissioni radiofoniche. Tra l’altro, quando penso alla divulgazione in archeologia e al pubblico “indifferenziato” a cui immaginiamo che questa divulgazione sia rivolta, mi viene sempre in mente una cosa che sentii dire dal professor Guido Vannini, tuo collega in archeologia medievale. Disse una volta che il pubblico indifferenziato non esiste. Di fronte puoi avere un falegname, una parrucchiera, una business manager, un muratore, uno studente, ovvero un pubblico composto da individui ciascuno con le sue specializzazioni e competenze. È una visione che mi piace perché è orizzontale e non verticale e pone l’attenzione sul fatto che ciascuna delle persone di quel pubblico è portatrice di un sapere. I riscontri che ricevi ti permettono di ipotizzare approssimativamente da quali persone è composto il tuo pubblico; esso coincide con quello che desideri?

Il mio pubblico è composto da persone che probabilmente hanno una cultura abbastanza elevata, ma in realtà ne so ben poco; credo che in media abbiano tra i 50 e gli 80 anni. Se riesco a spiegare alla signora a cui piace Gustav Mahler che Giacomo Boni è uno di coloro che hanno introdotto il metodo stratigrafico in archeologia in Italia, a inizio Novecento, sento di aver fatto qualcosa di importante. Però mi piacerebbe che il pubblico fosse anagraficamente più trasversale e che ci fossero più giovani, ma forse c’è un problema strutturale di base: la maggior parte dei giovani non ascolta la radio e non conosce la piattaforma RaiPlay Sound.

Gli archeologi ti ascoltano?

Pochissimi mi testimoniano interesse e stima per questa cosa; alcuni me ne parlano e dimostrano attenzione ma soltanto quando li incontro; e poi ci sono quelli che non mi dicono nulla. Diciamo che non ho un riscontro ampio da parte della comunità degli archeologi. Ma forse dipende dal fatto che molti non ascoltano la radio, oppure discende da quella sorta di freno che impedisce a tanti di fare complimenti o osservazioni ai colleghi. Io, spesso, se leggo una cosa che mi piace tanto, telefono o scrivo all’autore. La reazione di solito è sbigottita. In Italia non c’è questa abitudine, diversa è la situazione tra gli archeologi all’estero, con i quali ho sempre avuto un legame preferenziale. Tra di loro c’è meno difficoltà a riconoscere il valore degli altri o semplicemente l’exploit occasionale.

Hai scritto che la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922, molto nota anche ai non addetti ai lavori, è stato l’evento che ha segnato la “perdita dell’innocenza dell’archeologia”, nel senso che gli archeologi si sono resi conto che l’archeologia aveva un grande appeal che poteva essere sfruttato. Lord Carnarvon, il finanziatore dello scopritore Howard Carter, vende l’esclusiva della scoperta al Times. C’è una foto famosa con i due affiancati, prima che Carter entri nella tomba. In realtà questa immagine è falsa, costruita a tavolino, dopo che Carter era già entrato.
Ma di false immagini nella storia dell’archeologia ce ne sono altre e la più nota è forse quella di Sofia Enkastrōmenou, la moglie di Heinrich Schliemann, che indossa i gioielli del c.d. Tesoro di Priamo rinvenuto a Troia nel 1873. È stato dimostrato che la moglie non era presente sullo scavo al momento del ritrovamento, diversamente da quanto Schliemann raccontò nella storia della scoperta. Come mai vedi la “perdita dell’innocenza” dell’archeologia proprio nel 1922?

Beh, intanto tra Schliemann e Carter ci sono alcune differenze. Quella della scoperta di Troia è una storia veramente al limite del losco. Schliemann ha dei meriti, però era un terribile bugiardo e il suo comportamento nei confronti di Frank Calvert, il primo ad aver ipotizzato di poter trovare i resti della città di Troia sulla collina di Hissarlik, è stato molto scorretto. Si è impadronito del sito, aveva i mezzi economici per farlo. Ma secondo me c’è stata una perdita dell’innocenza maggiore nel caso della scoperta della tomba di Tutankhamon per la sistematicità della messinscena, per l’operazione messa in atto non solo da parte del finanziatore Lord Carnarvon, ma anche di Carter, che era un archeologo (a differenza di Schliemann). Poi, per carità, Carter ha lavorato duramente, ha trascorso tutta la vita a catalogare gli oggetti della tomba pur non riuscendo a completare la pubblicazione, però ha contribuito a tingere di artificio la storia della scoperta. Questo è stato fatto talmente bene che ne è venuta fuori una Tut-mania, mentre non c’è mai stata una Troy-mania. Forse la cosa ha funzionato proprio perché aveva un’anima forte di scientificità; solo in seguito è arrivata la faccenda della maledizione, si è cominciato a scrivere romanzi sulla mummia e via dicendo. Carter ha incarnato alla perfezione il principale topos identitario dell’archeologo, ovvero il disturbatore di morti, che è una figura più affascinante dell’archeologo che scopre siti. Troia è ovviamente intrigante perché si interseca con la narrazione di Omero, però non c’è paragone, mancano tutti gli spunti per le derive horror e splatter. Questa idea dell’archeologo che sta sul crinale tra la vita e la morte, alle prese con un cadavere e con una civiltà lontana ma vicina, africana ma quasi europea, è troppo attraente. Un altro archeologo che ha contribuito alla perdita dell’innocenza dell’archeologia, e siamo di nuovo a metà degli anni Venti, è Mortimer Wheeler, che si mette a vendere dei sassi provenienti dal sito dell’età del Ferro di Maiden Castle. Lo fa per finanziarsi lo scavo, ma certo è un gioco ardito e discutibile. Dopo si è scoperto che molte di quelle pietre non provenivano neppure da Maiden Castle. Anche Wheeler aveva intuito che l’archeologia attira il pubblico, e che questo si può sfruttare.

Pensi realmente che ci sia stata una fase in cui l’archeologia è stata innocente?

Mah, se ci pensi, ad esempio in Italia Rodolfo Lanciani è stato uno che ha puntato molto e in modo assolutamente pulito sull’archeologia, scriveva abitualmente su quotidiani italiani e inglesi raccontando le scoperte a Roma. Però tutto sommato faceva il cronista, non c’era una idea di mercificazione. Carnarvon invece vende l’esclusiva al Times per rientrare delle spese messe in campo per le ricerche di Carter. E quindi poi lui e Carter devono costruire un racconto che consenta quel ritorno economico. Non storco il naso, però è evidente che quello è il momento in cui l’archeologia sfonda il muro dello specialismo che fino a quel momento ne aveva impedito la diffusione massiccia nei media.
E da quel momento, forse, gli archeologi sono condannati a fingere sempre l’istante della scoperta. È qualcosa che c’è un po’ in tutti i livelli della divulgazione archeologica e che rischia di mistificare il processo della ricerca, riducendolo al momento in cui qualcosa riappare. Il discorso oggi è ancora più interessante se pensiamo alle possibilità tecnologiche di produrre immagini-fake. Nel 2022 è stata diffusa al pubblico la scoperta archeologica del santuario di età etrusco-romana di San Casciano ai Bagni, in provincia di Siena, e in particolare dei moltissimi reperti, tra cui numerose statue in bronzo, rinvenute nel riempimento di una vasca sacra. La scoperta ha avuto un grande impatto mediatico e la diffusione di molte fotografie delle statue nel momento e nel contesto di ritrovamento. A un certo punto sui social è diventata virale la foto di una statua di adolescente, che emergeva dal fango. Un’immagine presto smascherata dagli addetti ai lavori perché presentava forme e dettagli incongruenti (tra cui anche una mano con sette dita). Era stata prodotta con intelligenza artificiale dall’artista Fabrizio Ajello, che ne ha poi scritto su Art Tribune, dicendo che aveva voluto sperimentare le potenzialità dell’applicazione Midjourney. Un progetto artistico per indagare le dinamiche di interpolazione e diffusione delle immagini sui social. L’immagine non era accompagnata da un esplicito riferimento ai ritrovamenti di San Casciano, che però con ogni evidenza erano stati la sua ispirazione. Secondo te gli archeologi sono più attratti da queste possibilità di generare rappresentazioni verosimili, se non fake, o più preoccupati?
Sto cominciando a vedere l’uso dell’intelligenza artificiale nelle ricostruzioni archeologiche. Di recente ho scritto un articolo sulla pratica delle ricostruzioni (nel primo numero della rivista Evomedio: Oltre la prova. Quello che l’archeologia non dice e come provare a dirlo), che secondo me è utilissima perché ti porta a ragionare in maniera analitica sui dettagli, dall’abbigliamento delle persone ai modi di trattare le figure umane, la forma di un edificio, di un ambiente. Più vado avanti in questo mestiere più credo che il disegno sia essenziale. Quando le planimetrie di uno scavo sono disegnate bene, sono pulite e leggibili, significa che lo scavo è stato fatto bene. Quando vedi pastrocchi vuol dire che qualcosa non è stato capito fino in fondo. Il disegno ti costringe a sostare davanti all’oggetto. L’AI ha un vantaggio enorme perché è veloce, si basa su banche dati immense, però in questo modo si perde l’esercizio del disegno e il risultato è un po’ freddo. Anche perché con l’AI si tende a produrre immagini che sembrano delle fotografie scattate all’epoca. A volte questo accade anche con il disegno. Ad esempio trovo che le ricostruzioni più in voga, quelle dello studio Inklink, siano esteticamente bellissime ma molto assertive. Sono talmente pulite e complete che sembra dicano “è andata proprio così”. Forse si possono studiare altri modi per far capire che non possiamo giurare al 100 % su quello che proponiamo. Il dato esiste ma la ricostruzione nel dettaglio è sempre ipotetica. Sheila Gibson disegnava le figure umane come semplici sagome, dei fantasmini funzionali ad animare la scena e a dare la scala metrica. Non dico che tutti i disegni debbano essere fatti così, ma preferisco questa tendenza ad accennare. Probabilmente dipende anche dall’uso di certe tecniche piuttosto che di altre. Quelli di Inklink usano molto l’aerografo che rende tutto molto naturalistico. Però un conto è la ricostruzione di un luogo tuttora esistente, ad esempio Piazza del Campo a Siena, nel XIV secolo; un altro è quando la base di partenza è uno scavo archeologico. In questo secondo caso un dettaglio preciso secondo me non è onesto intellettualmente. Vicino a Cervia è stata ritrovata una chiesa: ne restano tre pilastri e un muro, per il resto le uniche tracce dell’edificio sono le fosse di spoliazione delle strutture, grazie alle quali possiamo ricostruire l’attacco di un’abside e un transetto. Ci sono almeno tre gradi diversi rappresentabili nella ricostruzione: il grado due (il muro ritrovato, per quanto solo in parte), il grado uno (il negativo del muro) e il grado zero (il muro ipotizzato). Ho fatto disegnare la ricostruzione di quella chiesa distinguendo con colori diversi le parti ritrovate per davvero, le parti ricostruite a partire dalle tracce, le strutture ipotizzate per chiudere in qualche modo la forma architettonica ma che non sono state ritrovate.

Meglio rinunciare al realismo ma essere più onesti, quindi…

Nelle ricostruzioni non possiamo essere realistici. Capisco che sia necessario comunicare in modo chiaro ma vorrei anche che ci fosse una gradazione tra ricostruzioni volte al pubblico e ricostruzioni per gli addetti ai lavori. Oppure cercare altre modalità di rappresentazione. Ad esempio a Ravenna, nel Museo Classis di cui ho redatto il progetto scientifico, abbiamo prodotto tre ipotesi diverse di ricostruzione della Porta Aurea, la porta urbana più importante della città romana, costruita per il ritorno dell’imperatore Claudio dopo la conquista della Britannia nel 43 d.C. Questa porta ha due torri circolari ma non sappiamo se esse siano state aggiunte nella Tarda Antichità, cosa per la quale ci sarebbero vari confronti, o se ci fossero fin dall’inizio, ipotesi per la quale ci sono altri confronti. Credo che ogni tanto l’archeologo debba ammettere di saperne solo fino a un certo punto. Poi dipende sempre da cosa uno vuole veicolare attraverso le immagini.

Questo si aggancia a un’altra cosa che volevo chiederti. È una divagazione. Qualche mese fa su Instagram ho letto un post su Alan Kurdi, il bambino siriano di cui tutti nel 2015 abbiamo visto la foto del corpo disteso prono su una spiaggia lungo la costa turca nei pressi di Bodrum. Un bambino morto in una naufragio. In questo post (“ThePeriod”) si dice che dieci anni fa fummo scioccati da questa fotografia, mentre oggi possiamo vedere centinaia di immagini di questo tipo con minore clamore, molti di noi sono come anestetizzati. Quello è stato il momento, secondo gli autori del post, in cui abbiamo sostituito l’emozione all’azione. In conclusione c’è una domanda: “Vogliamo davvero vedere, o vogliamo solo aver visto?”
Mi rendo conto che partire da questa riflessione e tornare a parlare di archeologia può apparire poco opportuno. Ma lo sguardo è sempre trasversale, e le stesse persone che hanno guardato la foto di Alan Kurdi, che oggi guardano le foto dei bambini e degli adulti ammazzati a Gaza, hanno guardato anche molto altro. E i produttori delle icone false lo sanno bene. La foto della falsa statua di San Casciano citata prima era, non a caso, relativa a un adolescente, non a un vecchio. Con le tue competenze di archeologo, sulla base di quello che pensi e senti, ti poni il problema di come stimolare la responsabilità dello sguardo? Una visione critica del passato come del presente, che provochi la riflessione attiva e non solo l’osservazione.

Al di là delle immagini mi sembra che, se restiamo nel campo dell’archeologia, il discorso sia molto ampio. La cosidetta “rivoluzione stratigrafica” dell’archeologia è stata fondamentale per rinnovare la disciplina però ha anche frammentato moltissimo l’informazione. Questo ha avuto effetti in parte disastrosi, ad esempio nella produzione dei testi archeologici, perché le pubblicazioni e in generale l’informazione archeologica è diventata analitica e catalogica, cioè molto più di dettaglio che in passato. Oggi sembra quasi che il valore di uno studio sia nel suo essere catalogico, per cui ci sono edizioni di scavo con 100 pagine di testo e 400 di tabelle. Tutto questo è ovviamente collegato alle ricostruzioni di cui parlavano prima e quindi con le rappresentazioni del passato che offriamo al pubblico. La frammentazione e il pensiero iper-analitico sono corretti ma generano mostri e non aiutano la comunicazione in archeologia e in generale la riflessione sui problemi. Il punto è come si usano i dati di uno scavo archeologico [si veda: Storia e archeologia: è questa la strada del dialogo? | Reti Medievali Rivista]. Spesso vengono selezionati per costruire la narrazione che si vuole portare, o gonfiati. L’ho presa un po’ alla lontana, ma quella frammentazione equivale a una mole enorme di documentazione (ogni coccio una scheda, ecc.) e questa impostazione analitica ha creato molti archeografi e pochi archeologi. Molti si limitano a dire che in uno scavo hanno trovato questo o quello, ma poi? Noi archeologi siamo storici, se non ricostruiamo la storia con uno sguardo critico e riflessivo, a cosa serviamo?

Non credi che questo abbia anche un po’ isolato la disciplina, rendendola poco accessibile dai colleghi delle altre discipline? Lo storico dell’arte, Ernst H. Gombrich, nella prefazione a una raccolta di saggi di inizio anni Sessanta (A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi 1971) si poneva il problema di come infrangere l’isolamento della storia dell’arte e realizzare un “ideale di cooperazione intellettuale”, in modo che gli altri potessero ricavare dalla storia dell’arte qualcosa di utile alla propria disciplina. Traslando il discorso all’archeologia, gli altri (antropologi, storici, …) prendono cose da questa disciplina?

Molto poco, anche perché tra gli archeologi ci sono poche personalità che possono fare da ponte. Da qualche anno sono coordinatore di un dottorato che si chiama “Scienze storiche e archeologiche”, quindi per me l’interazione con gli storici e far capire loro il peso potenziale dell’archeologia sono passaggi fondamentali. Ma dall’altra parte non c’è tutta questa ricettività. Si contano sulle dita di due mani gli storici che vogliono discutere con noi, rispetto al Medioevo ma anche all’Antichità. Quantomeno in Italia, per la maggior parte degli storici la materialità è una quinta scenografica di fronte alla quale succedono cose più importanti, ovvero le interazioni tra persone tramandate dalla parola scritta. Poi, noi probabilmente non siamo troppo bravi a comunicare con i colleghi di altre discipline, e pochi cercano di farlo.
Forse molti restano nella propria nicchia anche perché interessati principalmente al proprio piccolo esercizio di potere.
Questa è un’altra parola chiave. È molto una questione di potere. Per quanto poco potere si possa gestire con l’archeologia.

Nel tuo ultimo libro citi i placemakers, cioè quegli archeologi che si sono dedicati per buona parte della vita a un singolo sito: Schliemann a Troia, ad esempio. Ti senti un placemaker con il sito di Ravenna-Classe?

Mi metti in imbarazzo, mi farebbe piacere se qualcuno lo dicesse ma non me la sento di farlo io. Il concetto di placemaking è stato elaborato da Richard Hodges, il quale diceva che Riccardo Francovich era uno di questi placemakers. È vero perché Riccardo è stato capace di far diventare Montarrenti e San Silvestro, due piccoli siti della Toscana, l’epicentro di una revisione drastica sul tema dell’incastellamento. Hodges stesso è stato placemaker a San Vincenzo al Volturno, un sito che ha una dimensione potenzialmente europea, e poi a Butrinto in Albania. Io ci sto provando con Cervia: è un luogo che non ha una forte tradizione archeologica, mentre noi abbiamo trovato la città vecchia e un enorme complesso ecclesiastico che quasi sicuramente è la prima cattedrale.

Vorresti fermarti lì?

Mah, questo non lo so; però di sicuro a Cervia c’è lavoro per due-tre generazioni di archeologi. Non ho mai avuto la spinta a cercare l’archeologia fuori dall’Italia. Ho lavorato per due anni a Samarcanda, in Uzbekistan, insieme a Maurizio Tosi, personaggio moto intelligente ma complesso. Però il fatto di non dominare la lingua antica del posto, e neanche quella moderna, e quindi non poter leggere le fonti scritte in prima persona, per me era un grande handicap. Per questo dopo poco me ne sono andato. Ho lavorato molto a Roma, in Toscana, a Ravenna e oggi a Cervia.

Sei policentrico?

Sì, abbastanza.

E invece non avresti voglia di concentrarti su una persona, più che su un luogo, e scriverne la biografia? Una pratica che, nel mondo dell’archeologia italiana, è stata poco frequentata (con alcune importante eccezioni, come il libro di Marcello Barbanera su Ranuccio Bianchi Bandinelli); come mai, secondo te?

Dedicarmi a una persona sola, non so. Avevo accarezzato un progetto di questo tipo sui viventi, o comunque sui miei maestri. Penso ad Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Riccardo Francovich. Chissà, forse Perché non c’è questa tradizione in Italia? Qualcosa si è mosso con la biografia di Domenico Palombi su Rodolfo Lanciani e con quella di Marcello Barbanera su Bandinelli. Ma credo che la risposta stia nel fatto che siamo di nuovo in una zona che sta a cavallo tra una analisi di tipo scientifico, storico-culturale, e la divulgazione. Un libro come il mio ultimo per Carocci nella VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) nelle istituzioni italiane viene valutato zero, o comunque molto poco, proprio perché è considerato divulgazione. I giovani non sono invogliati ad occuparsene perché non fa fare carriera. Infatti non ci sono corsi di divulgazione archeologica nelle università.

 

La seconda parte dell’intervista di Valentina Cabiale ad Andrea Augenti sarà pubblicata su Carmilla il giorno 11 febbraio 2026.

Il complotto dei progetti che non funzionano

16 Gennaio 2026 ore 09:20

di Franco Riciardiello

Luca Giommoni, Nero. Il complotto dei complotti, ed. Effequ 2025, 400 pagg. € 19,00

Il sottotitolo potrebbe farci credere che si tratti di un thriller, o persino di un saggio sul complottismo; tutt’altro: è un romanzo di genere fantastico, scritto con stile realistico e al tempo stesso surreale, che racconta una storia di viaggi nel tempo basata su un’idea diversa da qualsiasi cosa possiate avere letto: il fine è infatti il tentativo di trovare una soluzione definitiva (soluzione finale verrebbe da dire) alla questione della disoccupazione.
La storia è divisa in tre parti distinte; la prima è un divertente, paradossale, surreale romanzo che amplifica, deforma e dileggia la defatigante ricerca di un lavoro da parte di un giovane neolaureato, in una parte qualsiasi d’Italia — in questo caso, un comune della provincia toscana. Direte che è fin troppo facile schernire la macchina burocratica attuale, un’organizzazione che serve solo a mantenere un esercito di giovani inoccupati in perenne attesa, ma nel romanzo c’è di più: c’è la protervia di una “razza padrona”, la sua irrazionalità, la mancanza di visione sul futuro che caratterizza l’apparato produttivo di un paese in stagnazione morale. A volte il tono della narrazione scivola nell’amaro, e la scrittura affonda il dito nella piaga:
“Un mondo in cui genitori, più o meno poveri, avevano fatto di tutto per far studiare i loro figli, nascondendo la loro fragilità, il loro bisogno di rimanere vivi, la rapina ininterrotta della realtà nei loro confronti, dietro menzogne di espansione occupazionale, miraggi di aumenti salariali progressivi, promesse di lieto fine a tempo indeterminato, e tutte queste fraudolente illusioni le dicevano in assoluta buonafede, ad alta voce, forse per coprire il rumore di fondo che minacciava la loro sicurezza, ottenendo come unico risultato dei loro investimenti che, alla fine degli studi, i loro figli si erano ritrovati più poveri di loro” (pag. 106)
Qui il fine dei centri per l’impiego è davvero quello di procrastinare il momento in cui il lavoratore potenziale incontra il lavoro, per un fine che si scopre durante la lettura.
Il protagonista è un giovane di nome Nero, alla disperata e inutile ricerca di un posto di lavoro qualsiasi, coinvolto in un’odissea surreale da un colloquio all’altro, senza alcun risultato pratico. Si trova trascinato in una tragicommedia amara, sbeffeggiato da cacciatori di teste, direttori del personale e datori di lavoro; ogni lettore può riconoscere, nei paradossali colloqui di Nero, le motivazioni di un’organizzazione sociale che non ha alcun interesse per la professionalità, le capacità e il merito individuale, a differenza di quanto ufficialmente sbandierato.
Nero diviene per caso amico di una giovane dipendente del centro per l’impiego, che prende a cuore il suo caso e decide che dovrà trovargli lavoro a ogni costo, mentre il suo migliore amico, a sua volta disoccupato ma inattivo, perché ha rinunciato a cercare un impiego, tende realisticamente a soffocare le sue speranze.
La seconda parte del romanzo inizia con un deciso twist: Nero, che ha come unica competenza la passione per le varie teorie complottistiche, arriva a svelare “Il complotto dei complotti”, del quale egli stesso diviene vittima: grazie alla scoperta, mantenuta segreta, del modo di viaggiare nel tempo, il governo italiano spedisce infatti nel passato i giovani in cerca di occupazione. Un viaggio a senso unico, perché non è previsto ritorno; al massimo si ricorre a un processo di “revisione” nel caso in cui qualcuno di loro compia improvvidamente nel passato un’azione che rischi di modificare il presente.
Il viaggio nel passato di Nero, rispedito indietro agli anni Cinquanta, provoca indirettamente il primo dei grandi complotti che ancora oggi raccoglile proseliti: il “mistero” del possibile atterraggio di creature aliene a Roswell; altri episodi divertenti e agrodolci del romanzo raccontano paradossi innescati da alcuni invii nel passato, uno dei quali coinvolge anche la attuale presidente del Consiglio italiana.
Nella terza parte l’autore trae le fila della narrazione, ritirando una per una le esche narrative che ha lanciato al lettore. Alcuni dei personaggi si troveranno faccia a faccia con il fallimento dei propri ideali e dei propositi che li hanno motivati in passato, come a dire che anche le occasioni che incontriamo nella vita contribuiscono alla visione che abbiamo del mondo, e che quindi saltare da una parte all’altra della barricata sociale cambia la nostra percezione dei diritti e della società — un processo che abbiamo potuto verificare agevolmente, dagli anni Ottanta in poi.
Da questo libro spassoso, sottilmente crudele, talvolta lisergico, esce una rappresentazione dell’Italia che ci diverte e ci fa male allo stesso tempo, perché ci riconosciamo. Questa è la civiltà che abbiamo costruito nel nostro angolo d’Europa.
“Il nostro paese è leader nel dare vita a progetti che non funzionano, l’ha fatto per secoli, eppure se l’è cavata sempre egregiamente, è sempre andato avanti, al contrario di tutti gli altri paesi dove i progetti funzionano e, pensa un po’, si ritrovano sempre in un qualche guaio. Questi viaggi nel tempo invece ci hanno provocato manie di grandezza così insensate che, per un attimo, abbiamo pensato di far funzionare le cose, e guarda dove siamo finiti; nella più gande decrescita economica della storia del paese… (pagg. 365-366)

Čechov a Sachalin

12 Gennaio 2026 ore 23:23

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.
Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. Su queste pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.
Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di lavori quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna. Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino […] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.
Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.
Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[…] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[…] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. […] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[…] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[…] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra […]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[…] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma […] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.
I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.
I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.
I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.
Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.
Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.
Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. […] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco […]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[…] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[…] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[…] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov […] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo…”.
Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

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