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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

«Bellicista», infallibile indicatore di manipolazione della realtà

19 Gennaio 2026 ore 07:03

Volevo scriverlo da tempo, e in qualche modo devo averlo fatto di sicuro, ma per fornire una compiuta elaborazione della mia teoria aspettavo l’occasione giusta, che si è presentata sabato, con il seguente post sul profilo X della Lega (tra i numerosi crimini per cui spero un giorno Elon Musk venga processato dovrebbe esserci anche l’averci costretti a questa interminabile perifrasi, laddove fino a ieri bastava dire «tweet»): «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». Ci sarebbero molte cose da osservare su una simile dichiarazione: dalla scarsa padronanza delle concordanze e della lingua italiana in genere al disprezzo riservato ai «deboli d’Europa» (lo sentite anche voi, vero, l’inconfondibile retrogusto anni Trenta?), ma non è su questo che volevo concentrarmi, bensì sull’uso, in tale contesto, ma anche in qualsiasi altro contesto, della parola «bellicista». Infallibile indicatore, non voglio dire di malafede o stupidità – sebbene la statistica non scoraggi certo questa interpretazione – ma di una precisa forma di manipolazione, consistente nel rovesciamento del nesso causale, della realtà e delle responsabilità. Che si tratti della guerra in Ucraina, dove «bellicista» non è mai riferito ai russi che l’hanno invasa, ma sempre agli europei che vogliono aiutarla a difendersi, o appunto della Groenlandia minacciata d’invasione da Trump, come nell’esemplare post appena citato, il giochetto è sempre lo stesso.

Ora però la questione non riguarda più qualcun altro. Ora tocca a ciascuno di noi far sentire la propria voce e dire da che parte vogliamo vedere schierato il nostro paese. Giorgia Meloni continua infatti a recitare la parte della grande mediatrice, un ruolo che per troppo tempo e con troppa facilità in tanti le hanno riconosciuto, incoraggiandola e legittimandola, da Ursula von der Leyen al fior fiore della politica e della stampa europea. Una furbizia che si è ritorta contro di loro e presto si ritorcerà anche contro di noi, a mano a mano che i leader europei decideranno di averne abbastanza dei giochi di parole e dei doppiogiochismi italiani, come quando ieri Meloni è arrivata a spiegare la tensione con un «problema di comprensione e comunicazione» tra Unione europea e Stati Uniti.

Come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, «nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo». Naturalmente le parole di Meloni si possono anche interpretare in modo più benevolo, come un estremo tentativo di offrire a tutti i contendenti un modo di salvare la faccia e trovare un punto d’intesa, così da evitare il peggio. Ma il punto è proprio questo: ormai è evidente che continuare sulla linea della cosiddetta mediazione è la via più breve verso la fine dell’Unione europea e la totale sottomissione dei suoi membri alla legge del più forte. Nell’ultimo anno i leader dell’Ue, nota Gideon Rachman sul Financial Times, «hanno provato con l’appeasement e l’adulazione. Ed è qui che questa strategia li ha portati. Devono cambiare rotta immediatamente». Una replica del penoso spettacolo di volontario asservimento e inconsapevole autolesionismo andato in scena nella trattativa sui dazi, anche grazie all’impegno della nostra grande mediatrice, sarebbe il colpo di grazia, per l’Alleanza Atlantica e per la stessa Unione europea.

Leggi anche l’editoriale di Christian Rocca su questo tema.

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