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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Quando le parole colpiscono più dei missili

 

L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.

Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.

Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità? Certamente non le azioni, di gran lunga molto meno intrusive della lunga e criminale teoria di invasioni, colpi di Stato e massacri operati dalle precedenti amministrazioni statunitensi, dal bombardamento di Belgrado (1999), allo sconvolgimento del Medio Oriente (2001-2014), fino al ritiro da un devastato Afghanistan (2021). Ma nemmeno le parole, crediamo, che a qualcuno sembrano oggi ben più “oscene” di quelle, zavorrate di mielosi princìpi moralistici sulla necessità di “esportare la democrazia”, propinate dai Bush, dai Clinton, dagli Obama e dai Biden. Infatti, il parlare “senza vasellina” di Trump (© Marco Travaglio) non ha la semplicistica finalità di annunciare chiaramente e protervamente al resto del mondo ciò che prima era comunicato sotto un velo di buone maniere. Perché il dire esattamente “come stanno le cose” produce invece anche sempre un effetto straniante di duplicazione del linguaggio, di diplofonia della parola, di sfarfallamento del significato; il quale, anziché convergere stolidamente sulla letteralità del dettato, si divarica e riverbera in molteplici e differenti direzioni, livelli, codici e target comunicativi. Il linguaggio di Trump finisce così per essere il principale e più efficace strumento della sua politica, assai meno grossier di quanto taluni autocompiaciuti intellettuali vorrebbero credere, e va letto invece nella cornice storica che stiamo attraversando.

Una tacita “guerra civile mondiale” travaglia la nostra epoca, tutta interna al sistema capitalistico angloamericano e alle sue numerose propaggini extra-atlantiche. Un conflitto che vede contrapposti non gli Stati e tanto meno le nazioni, ma trasversalmente le ristrette élite fautrici del globalismo e quelle del multipolarismo (economico, prima ancora che politico). Le prime, transnazionali finanziarie ipertecnologiche, sono le creatrici di un’inedita forma d’impresa economica, la cui messa a profitto deriva dalla diretta trasformazione e monetizzazione della stessa vita umana: genetica, sesso, fisiologia, nutrizione, apprendimento, ecc. (v. Il capitalismo della sorveglianza, di S. Zuboff).

A causa delle sue mire prometeiche e dei suoi costi colossali, questo modello richiede per la sua riuscita né più né meno che la scalata al  governo mondiale con il conseguente asservimento e sfruttamento illimitato delle masse, ritenute manipolabili fin nelle più recondite espressioni della loro umana essenza. Nel suo significato più ampio, l’operazione pandemica non è stata altro che la messa alla prova finale di questo progetto: concepito da una joint venture tra finanza e strutture tecnologiche avanzate presenti su più paesi, coordinato dall’OMS ed eseguito dalla NATO su mandato di precise oligarchie transumaniste (le stesse che hanno nel WEF la loro vetrina essoterica). Il globalismo costituisce infatti un salto di scala nella volontà di dominio capitalistica legittimabile soltanto nella cornice ideologica di quello gnosticismo, che dalla Fabian Society, attraverso l’UNESCO di Julian Huxley, arriva fino a Klaus Schwab e alle attuali élite massoniche della finanza, della politica e dello spettacolo (inclusa l’Informazione).

Come progetto totalitario di trasformazione dell’Uomo in perfetta continuità con il Nazismo storico (tutt’altro che un semplice nazionalismo pangermanista, ma un’impresa esoterica di dominio, come chiarito da Giorgio Galli), alla lunga questo nuovo capitalismo contende inevitabilmente le risorse economiche statali, il mercato e dunque la stessa sopravvivenza, alle forme ancora operanti di capitalismo novecentesco; quello produttivo-estrattivo, bisognoso invece di un’umanità consumatrice minimamente libera e dello sfruttamento competitivo delle risorse territoriali e nazionali. Da qui il contrasto di interessi evolutosi poi in contrasto di ideali, che vede il sovranismo politico a sfondo messianico di Putin e di Trump come il solo antagonista strutturato in circolazione.

Sul piano operativo il sovranismo ha dovuto fare i conti anzitutto con il cosiddetto “Rules-based Order” (RBO) evocato all’indomani della caduta dell’Urss dalle oligarchie occidentali, come nuova cornice giuridica surrettizia tra gli Stati, esautorante il diritto internazionale costruito nel Secondo dopoguerra. Si tratta di un sistema di fittizi quanto evanescenti princìpi di politica estera, il cui scopo è di fare aggio alle mire imperialistiche più sfrenate della finanza globalista: dalla guerra al terrore islamista al salvataggio delle banche di investimento, dalla guerra contro il riscaldamento globale fino a quella contro il virus, tutte catastrofi prodotte in laboratorio da chi affermava invece di volerle debellare. Dichiarare di voler rispettare il RBO ha costituito per oltre trent’anni, da parte di politici, governi nazionali e istituzioni sovranazionali come l’UE e il FMI, né più né meno che un’attestazione di sudditanza al nuovo corso; mentre la legge e il diritto internazionale venivano di fatto sospesi e calpestati dalle “regole” inventate da pochissimi nelle segrete “cabine di regia” della competizione globale per intervenire in Kosovo, Libia, Siria, Iraq e Afghanistan.

Nonostante l’oggettiva convergenza di interessi che ne lega le politiche, anche al di là di accordi espliciti, Trump opera tuttavia in un modo molto diverso da Putin nella lotta a questo abusivo sistema di pressione creato dai globalisti. Mentre Putin ha infatti ripetutamente ma inutilmente denunciato nella stessa sede ONU l’illegittimità del RBO (fino a scatenare una guerra per rintuzzarne le mire estreme), Trump si muove invece picconandolo per smantellarlo: alla denuncia di aver esso “infiltrato” tutti i principali organismi della cooperazione internazionale, ha fatto seguire l’uscita degli USA da oltre 30 agenzie ONU, dall’OMS all’UNESCO all’IPCC, più altre 35 non-ONU, ritenute tutte “contrarie all’interesse nazionale statunitense”, e con la non remota prospettiva di abbandonare pure la NATO.

È intorno a questo nodo che l’attuale discorso pubblico dei principali attori geopolitici diverge. Le élite cinesi, indiane e sudasiatiche, che con le politiche globaliste si sono grandemente arricchite e rischiano ora di essere scalzate dall’interno, attendono in un fermo silenzio strategico che la situazione evolva. Quelle europeiste, esecutrici di punta dell’Ordine appena descritto, dopo aver starnazzato stolidamente per un intero anno la necessità di rilanciare le loro esiziali politiche, stanno adesso timidamente riconvertendo le loro dichiarazioni verso più miti consigli, certamente imbeccate dai loro padroni, cui Trump ha tagliato tutti i finanziamenti federali. Putin e i governanti BRICS continuano a chiedere il ritorno a un diritto internazionale ormai irreversibilmente minato nella sua credibilità e, di fatto, non più adeguato all’odierna situazione mondiale. Ma è Trump, infine, che nella paralisi generale delle superpotenze mette in scena la caduta catastrofica del linguaggio pubblico del nuovo Ordine post-Guerra fredda, disarticolandone l’ipocrita cornice condivisa senza la speranza di un ritorno sic et simpliciter al vecchio sistema.

È precisamente da questa sua volontà di non stare dentro il gioco condiviso delle “regole” globaliste, che il suo operato appare “folle” e indecifrabile, per lo meno agli occhi del grande pubblico. Viceversa, chi deve intendere, intende – eccome. L’aver riassicurato la centratura degli interessi economici della propria parte con quelli della nazione e dello Stato federale (politiche di re-industrializzazione), sta sì producendo il ritiro degli USA dai principali quadranti mondiali e il rinserrarsi delle sue politiche nei confini del continente americano, ma non senza la necessità di impedire alla Cina di prendere il proprio posto nel controllo delle materie prime e dei varchi commerciali primari. Eventualità, quest’ultima, che per decenni era stata invece favorita dall’accordo tra l’esigenza globalizzante del capitalismo higtech e la volontà delle èlite cinesi di fare del proprio Paese la grande Fabbrica del mondo.

Da qui, il significato delle politiche trumpiane, discutibili se si vuole, ma tutt’altro che irrazionali: tenuta di Taiwan (per l’approvvigionamento delle componenti tecnologiche avanzate), azioni in Venezuela e Iran (per sottrarre alla Cina sia il petrolio che l’acqua di raffreddamento per i grandi server AI), pretese in Groenlandia e Panama (per garantirsi la libera viabilità). Tutti obiettivi della “Nuova politica di sicurezza” americana chiaramente annunciati a dicembre e raggiunti quasi senza sparare un colpo (se consideriamo lo standard militare cui ci avevano abituato le precedenti amministrazioni), bensì proprio cannoneggiando la pseudo-razionalità del linguaggio dominante.

Ci si può chiedere quanto questa partita intrapresa da Trump sia effettivamente pericolosa. È probabile che essa, di là delle dichiarazioni propagandistiche, non abbia la finalità di distruggere i propri avversari (specie le corporation multinazionali della Silicon Valley), ma di costringerli a riqualificare le proprie mire economiche nuovamente al servizio della competizione tra Stati. In tal senso, le politiche di Trump mirerebbero sul fronte interno ad aggiogare al proprio carro i principali attori del capitalismo tecnologico (come si è visto plasticamente il giorno del suo secondo insediamento), gli stessi che hanno cercato di distruggerlo tra il primo e il secondo mandato su probabile ordine della finanza globalista. Mentre sul piano estero sarebbero finalizzate a scompaginare la saldatura tra le élite transnazionali, obbligandole a ridistribuirsi localmente nel mondo multipolare in costruzione.

Vedremo – è proprio il caso di dire – di chi sarà l’ultima parola.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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