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Ricevuto ieri — 19 Gennaio 2026

Il reale delle/nelle immagini. Una fenomenologia dei media visuali

19 Gennaio 2026 ore 22:00

di Gioacchino Toni

Emmanuel Alloa, Attraverso l’immagine. Una fenomenologia dei media visuali, Traduzione di Alessandro De Cesaris, Meltemi, Milano, 2025, pp. 522, € 28,00

Nonostante l’importanza riservata all’immagine sin dai tempi più lontani – si pensi, ad esempio, al ruolo mimetico che le è stato affidato nella cultura occidentale a partire dal Rinascimento italiano – è soltanto in tempi recenti che, negli ambienti accademici, ci si è interessati dell’immagine in sé. Persino la storia dell’arte, nonostante l’analisi delle immagini appartenga ai suoi compiti primari, si è a lungo sottratta dall’affrontare il carattere immaginale delle immagini in quanto tali. Soltanto sul finire del Novecento sono sorte discipline specificatamente interessate all’immagine in sé e, più in generale, sull’onda dell’inedita importanza assegnata a quest’ultima, si è dato un cambio di paradigma all’interno del canone delle discipline esistenti. Si può dunque affermare che vi è stata carenza di riflessione circa l’uso che si fa dei media visuali e che le immagini sono a lungo state considerate come canali di accesso a informazioni, dunque trascurate.

Che cos’è un’immagine? Non è affatto facile rispondere a tale quesito. «Essere in grado di comprendere intuitivamente le immagini», scrive Emmanuel Alloa in Attraverso l’immagine (Meltemi 2025), «non significa automaticamente comprendere anche come funzionano» (p. 12). Il volume dello studioso si propone come

uno studio fenomenologico del modo in cui ci rapportiamo ai media visuali, ma anche come una riabilitazione delle immagini come agenti insostituibili della nostra apertura quotidiana al mondo. Le immagini ci presentano cose che altrimenti non sarebbero accessibili. Danno visibilità a stati di cose che senza di esse resterebbero inosservati. Le immagini riportano alla memoria ciò che e stato dimenticato, offrono un orientamento, presentano sinteticamente correlazioni altrimenti impenetrabili e permettono di anticipare ciò che deve ancora venire. Ciò che si mostra nelle immagini si mostra in questo e in nessun altro modo (p. 15).

Il senso iconico non è traducibile, ad esempio, in una descrizione verbale senza che si perda qualcosa in quanto «le immagini presentano un’eccedenza iconica che è realmente visibile, o fenomenica». Da qui deriva la necessità, scrive Alloa, «di un’alternativa all’approccio che è stato adottato finora per definire le immagini, e che potremmo chiamare modello rappresentazionale» (p. 15).

In alternativa all’approccio rappresentazionale all’immagine, che tende a renderla subalterna al verbale, a ridurla rappresentazione di qualcosa che già esiste indipendentemente dall’immagine, lo studioso propone di attingere alle risorse metodologiche della fenomenologia e alla categoria della fenomenalità al fine di sviluppare un’analisi alternativa delle immagini e delle loro funzioni operative. Insomma, attraverso l’approccio fenomenologico, anziché occuparsi del contenuto delle immagini, degli aspetti di referenzialità e di attinenza, si può guardare alle modalità dell’apparire.

Le immagini sono anche presentazioni del rapporto tra l’apparire e il medium dell’apparire;

le immagini non sono fenomeni, ma piuttosto media in cui appare qualcos’altro; non appaiono esse stesse, ma in esse mostrano qualcosa di diverso da ciò che sono. Mentre la prima caratteristica delle immagini ha quindi a che fare con la loro costitutiva fenomenalità, la seconda ci ricorda che esse sono condizionate dai media e quindi che, in questo caso, la visibilità è dovuta al nostro guardare attraverso i media (pp. 16-17).

Alloa si concentra dunque sul problema del vedere-attraverso e sulla logica spaziale e generativa di questo “attraverso”. Ricostruendo la logica dell’immaginalità lo studioso sviluppa un approccio ai processi mediali alternativo a quello proposto dalla teoria dei media classica. Scopo dell’autore non è quello di isolare una sorta di essenza dell’immagine, quanto piuttosto mostrare come il pregiudizio storico della teoria classica incentrata sui media discreti abbia emarginato altre logiche mediali.

Lo studioso illustra gli schemi che ancora oggi orientano le modalità di pensare alle immagini, ricostruisce lo sviluppo storico delle teorie della trasparenza e dell’opacità dell’immagine, mostrando i limiti delle teorie che evitano di confrontarsi con domande ontologiche come “che cos’è un’immagine?” e che guardano alle immagini a partire dalla loro referenzialità o materialità. «Le immagini trasmettono sempre qualcosa di più e di diverso rispetto a ciò che sono in sé» (p. 479), ed è questo a renderle dei media.

Guardare le immagini con più attenzione, affrontarle con il necessario senso critico, lasciare che abbiano un effetto su di noi significa allora lasciarsi coinvolgere in un processo di generazione di senso che si svolge secondo regole diverse dalla sintassi dei sistemi finiti di segni. Le immagini appartengono ai media presentativi in quanto mostrano qualcosa che non si trova altrove, ma che è reso presente in questo e non in altro modo innanzitutto dalla loro incarnazione mediale. I tentativi di traduzione, a questo proposito, sono la migliore pietra di paragone: mentre, in linea di principio, i messaggi codificati digitalmente possono cambiare supporto senza problemi, […] i media presentativi tendono a resistere a questa forma di traduzione. Il modo in cui le immagini sono progettate, le loro proporzioni, i contrasti di colore e le linee di forza, i loro bordi, gli spazi vuoti e le omissioni non sono aggiunte di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno in un processo di formattazione per una migliore trasportabilità. Piuttosto, i media presentativi come le immagini devono il loro potere di sintesi al fatto che tendenzialmente, nella loro fenomenalità, ogni singolo aspetto conta (p. 481).

Insomma, alle immagini, secondo Alloa, si deve guardare a partire dalla loro fenomenalità. Le immagini, e i media presentativi in generale, «permettono di far emergere proprio la questione che le procedure di digitalizzazione escludono, ovvero cosa significhi per qualcosa apparire» (p. 481). «Il potere dell’apparire che si dispiega nelle immagini ci impone quindi di ripensare le connessioni tra significato e fenomenalità, tra medium e forza». Secondo Alloa, se

ciò tramite cui le immagini appaiono non può essere separato dal loro modo di apparire (nella misura in cui, cioè, il contenuto non può essere separato dal come dell’opera), le immagini ci dicono sempre qualcosa anche sulle loro stesse condizioni di apparizione, e questo costituisce il loro momento riflessivo. Dall’altro lato, esse ci costringono anche a riconoscere che ciò che appare non è mai dato immediatamente, ma appare sempre e solo attraverso qualcos’altro (p. 482).

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