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Ricevuto ieri — 20 Gennaio 2026

La rivolta della Generazione Z in Nepal: giovani, élite e il dilemma sino-indiano

20 Gennaio 2026 ore 07:00

La mobilitazione della Generazione Z del settembre 2025 ha messo in crisi l’ordine repubblicano nepalese, ma ha finito per rivelare la resilienza delle élite tradizionali e i limiti strutturali della sovranità di uno Stato dipendente dall’India e attratto dall’influenza cinese. Le elezioni del 2026 rappresenteranno il momento decisivo in cui il Paese sarà chiamato a scegliere il proprio futuro.

Il Nepal è un piccolo Stato asiatico adagiato lungo le pendici meridionali dell’Himalaya, privo di accesso al mare e stretto tra India e Cina, due potenze nucleari con ambizioni regionali e globali. Questa collocazione ha storicamente condizionato non solo la sua politica estera, ma anche le dinamiche interne, rendendo il Nepal un fragile laboratorio di equilibrio e adattamento.

Il Nepal è anche il più antico Stato sovrano dell’Asia meridionale e ha attraversato, nel corso del XXI secolo, una delle transizioni politiche più radicali della regione. Dopo un’insurrezione maoista durata dieci anni, il 2008 segnò la fine della monarchia con l’abdicazione del re Gyanendra e la proclamazione della repubblica. L’evento fu presentato come l’inizio di una nuova era democratica, capace di superare le rigidità del passato monarchico e di includere una società profondamente eterogenea su fronti etnici, linguistici e religiosi. Tuttavia, a quasi due decenni di distanza, quella promessa appare ancora incompiuta e il futuro rimane in bilico fra la forte influenza indiana e l’ascesa della Cina. 

Il Nepal repubblicano

Dal 2008 il Nepal si è formalmente evoluto in una repubblica federale con poteri parlamentari, esecutivi e giudiziari separati, regolati dalla Costituzione del 2015. Secondo Freedom House, che nel 2024 ha classificato il Paese come “parzialmente libero”, il Nepal presenta elezioni competitive, processi politici credibili e un coinvolgimento civico relativamente elevato, con punteggi quasi perfetti per la libertà elettorale e per il diritto di riunione. Anche gli indicatori di sviluppo umano mostrano progressi significativi: tra il 1990 e il 2023 l’Indice di Sviluppo Umano è cresciuto di oltre il 50 per cento. Eppure, questi dati positivi convivono con un senso diffuso di stagnazione politica e di esclusione strutturale, che si è espresso nelle ricorrenti ondate di protesta.

La transizione post-monarchica si è infatti cristallizzata attorno a un compromesso tra due blocchi dominanti: le élite tradizionali delle colline, i Khas-Pahadi, e i maoisti, un tempo avversari nella guerra civile. Questo accordo ha garantito una certa stabilità istituzionale, ma non ha prodotto una reale inclusione delle molteplici identità che compongono la società nepalese.

L’élite Khas-Pahadi, prevalentemente indù, continua a dominare la politica nazionale, guidando partiti centristi come il Nepali Congress e l’UML e mantenendo un controllo sostanziale sulle istituzioni statali e sull’esercito. La loro egemonia culturale, rafforzata dall’uso del nepalese come lingua ufficiale, si accompagna a un orientamento storicamente filo-indiano, radicato in affinità religiose, culturali, economiche e strategiche di lunga data.

I maoisti, pur provenienti in larga parte dallo stesso gruppo etnico Khas-Pahadi, hanno cercato di distinguersi attraverso un discorso ideologico e una base sociale più ampia. Durante e dopo il conflitto, la loro leadership ha promosso una visione laica e rivoluzionaria che mirava a includere contadini, minoranze etniche, comunità buddiste delle regioni montane e gruppi religiosi sincretici o animisti. Questa apertura ha reso la loro base sociale più diversificata rispetto a quella dei partiti tradizionali. Sul piano geopolitico, i maoisti hanno guardato con maggiore favore alla Cina, sia per affinità ideologiche sia per la ricerca di un contrappeso all’influenza indiana.

Il risultato è stato un equilibrio interno ed esterno fondato sulla coesistenza di due orientamenti: uno prevalentemente moderato, filo-indiano, incarnato dalle élite Khas-Pahadi, e uno più aperto alla Cina, rappresentato dalla “sinistra”. Questo bilanciamento ha contribuito alla stabilità, ma ha anche congelato le possibilità di una riforma più profonda. Nonostante le promesse di una governance inclusiva, il periodo repubblicano ha consolidato il predominio delle élite Khas-Pahadi, che rappresentano tra il 30 e il 39 per cento della popolazione. Altre comunità numericamente rilevanti, come i Madhesi della pianura del Terai e le minoranze religiose buddhiste, restano sottorappresentate nelle istituzioni politiche, amministrative e militari, perpetuando uno squilibrio demografico e simbolico.

La rivolta del settembre 2025

È in questo contesto che va letta la rivolta del settembre 2025, che ha improvvisamente portato il Nepal al centro dell’attenzione dei media occidentali. Definita da molti come una “rivoluzione della Generazione Z”, la mobilitazione giovanile ha messo in discussione l’intera élite repubblicana con violenza e radicalità inedite. Le immagini di ministri aggrediti, umiliati e cacciati dalle proprie abitazioni hanno scioccato l’opinione pubblica internazionale. 

L’evento scatenante immediato è stato l’incidente del 6 settembre 2025, quando un SUV guidato da un ministro provinciale investì e uccise una bambina di undici anni a Lalitpur, senza fermarsi. La reazione del primo ministro KP Sharma Oli, che definì l’accaduto un “normale incidente”, fu percepita come il simbolo dell’impunità delle élite. Pochi giorni prima, il governo aveva inoltre vietato l’accesso a 26 piattaforme di social media, aggravando il senso di isolamento e di repressione. Nel giro di due giorni le proteste si estesero a tutto il Paese, provocando decine di morti e portando alle dimissioni di Oli, alla distruzione di edifici istituzionali e al collasso temporaneo dell’autorità civile.

Secondo Reuters, i disordini hanno causato perdite economiche superiori ai 586 milioni di dollari in un’economia da 42 miliardi, con 77 morti e oltre 2.000 feriti. Infrastrutture pubbliche e private sono state devastate, dimostrando quanto rapidamente l’instabilità politica possa tradursi in vulnerabilità economica per uno Stato piccolo e dipendente come il Nepal.

Le cause profonde della rivolta restano oggetto di dibattito. Corruzione sistemica, disuguaglianze e mancanza di opportunità per i giovani sono spesso citate, ma molte delle accuse emerse durante la rivolta sono risultate sommarie o simboliche. Anche la disoccupazione giovanile, sebbene elevata, non spiega da sola l’intensità della mobilitazione, soprattutto alla luce di tassi complessivi paragonabili a quelli europei post-crisi.

Il Paese tra India e Cina

Un’analisi più ampia richiede di considerare il contesto regionale e geopolitico. Su Foreign Affairs, Muhib Rahman, nell’articolo intitolato “The Folly of India’s Illiberal Hegemony”, ricostruisce gli eventi di settembre come parte di una dinamica regionale più ampia. Secondo Rahman, il Nepal non è un’eccezione. Bangladesh, Sri Lanka e Maldive hanno conosciuto negli ultimi anni mobilitazioni simili, tutte segnate da un forte protagonismo giovanile e da un rifiuto delle élite politiche percepite come corrotte e autoreferenziali. Il punto centrale dell’analisi, però, riguarda il ruolo dell’India. Per anni Nuova Delhi si è presentata come la più grande democrazia del mondo, ma nei rapporti con i Paesi vicini si è spesso comportata come un egemone illiberale, sostenendo regimi autoritari e interferendo negli affari interni di Stati sovrani più piccoli. Questo ha alimentato un risentimento diffuso verso l’India e, indirettamente, verso gli Stati Uniti, percepiti come garanti di tale ordine regionale. Durante le proteste di settembre in Nepal, questo risentimento si è manifestato apertamente. I manifestanti hanno affrontato con rabbia le troupe televisive indiane, considerate parte del problema. Secondo Rahman, questa dinamica crea spazi crescenti per l’influenza cinese, con conseguenze dirette anche per Washington.

In un articolo su The Spectator dal titolo “Why Nepal’s Gen Z overthrew its government”,  firmato da Kunwar Khuldune corrispondente in Pakistan per The Diplomat, si evidenzia però che il governo rovesciato in Nepal fosse già orientato ad aperture verso Pechino. Negli ultimi dieci anni, Pechino ha aumentato i propri investimenti e incrementato la quota cinese nelle importazioni nepalesi. La Cina ha anche cercato di includere il Nepal nella sua tanto celebrata Belt and Road Initiative (BRI), con il presidente Xi Jinping che ha firmato un memorandum d’intesa con il governo deposto nel dicembre 2024. Secondo The Spectator, proprio questa apertura aveva creato tensioni all’interno della coalizione di governo, divisa tra le aperture verso la Cina e i progetti con l’India sostenuti dagli Stati Uniti.

Per restare ai fatti, l’economia del Nepal dipende principalmente dal commercio con l’India, il suo principale partner commerciale. Nel 2023, le esportazioni del Nepal sono state dirette principalmente verso l’India (811 milioni di dollari), seguita dagli Stati Uniti (140 milioni di dollari), con la Cina ferma a 28,2 milioni di dollari. L’India ha dominato anche le importazioni, con un contributo di 7,25 miliardi di dollari rispetto ai 1,76 miliardi della Cina. Questi dati mostrano che l’economia del Nepal rimane strettamente legata all’India, mentre la Cina è un partner in crescita ma ancora secondario.

Sfide per il futuro

Dopo le rivolte di settembre 2025, in accordo con i manifestanti, il presidente Ram Chandra Paudel ha nominato Primo Ministro ad interim Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema nota per le sue posizioni anticorruzione, ma non parlamentare, in violazione della Costituzione del 2015. Nonostante il suo profilo atipico, Karki appartiene alla stessa élite Khas-Pahadi. L’esercito, anch’esso dominato dalle élite Khas-Pahadi, ha svolto un ruolo centrale nel ristabilire l’ordine e nel plasmare le nomine chiave, rafforzando ulteriormente il profilo filo-indiano dello Stato. Le elezioni parlamentari indette per marzo 2026 rappresenteranno il primo vero test della capacità della rivolta di tradursi in un cambiamento politico strutturale.

Nel frattempo, guardando alle conseguenze, a quattro mesi dalla rivolta, la struttura di potere del Paese, gli equilibri etnici e le dinamiche internazionali tra India e Cina rimangono sostanzialmente intatti. La Generazione Z ha dimostrato il suo potenziale, ma senza alterare le strutture fondamentali dello Stato nepalese, il Paese rimane in un fragile equilibrio interno ed esterno. 

Guardando al futuro, il Nepal dovrà compiere sforzi concertati sia per diventare un Paese autenticamente inclusivo, garantendo una rappresentanza significativa di tutte le comunità etniche, linguistiche e religiose, sia per tracciare un percorso verso una vera sovranità politica e culturale. Questo compito richiederà di affermare l’indipendenza dall’influenza indiana senza cadere sotto il dominio cinese.

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