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Luca Parmitano e la commozione dei numeri uno

16 Giugno 2026 ore 11:07
Luca Parmitano e la commozione dei numeri uno

di Andrea Colucci

ROMA (ITALPRESS) – Arrivo buon ultimo sull’ennesima storia di successo di Luca Parmitano, ma dopo il fiume di congratulazioni che ha ricevuto a mezzo stampa vorrei lo stesso fare solo poche considerazioni. La prima è che non tutte le carriere eccezionali producono distanza. Alcune, al contrario, sembrano custodire meglio di altre il senso della misura. Parmitano è stato pilota collaudatore, astronauta ESA, protagonista di missioni complesse, primo italiano al comando della Stazione Spaziale Internazionale. Oggi la NASA lo ha indicato come pilota di Artemis III, una missione di prova in orbita terrestre che servirà a preparare le future operazioni verso la Luna. Eppure, nel momento dell’annuncio, ciò che ha colpito non è stata la retorica dell’eroe, ma la fragilità luminosa di una persona che si emoziona.

È forse questo il punto più bello della vicenda. Il talento vero non ha bisogno di alzare la voce. Non occupa la scena, non pretende applausi supplementari, non trasforma ogni incarico in una medaglia da esibire. Sa, invece, da dove viene. E infatti Parmitano, davanti a una platea mondiale, ha rivolto il pensiero alla famiglia, alla moglie e alle figlie: non come nota privata messa in coda al discorso, ma come parte essenziale del viaggio. Perché nessuno va nello spazio da solo, nemmeno quando è l’unico a sedersi ai comandi. La commozione dei numeri uno, allora, è questa: la capacità di restare umani proprio quando si arriva molto in alto. È una lezione semplice e, per questo, scomoda. In un Paese dove troppo spesso gli incarichi sembrano precedere i meriti, dove la competenza viene evocata nei convegni e dimenticata nelle nomine, la storia di Parmitano ricorda che l’eccellenza non nasce per cooptazione ma per selezione, studio, disciplina, esperienza, responsabilità.

Naturalmente non tutti devono diventare astronauti. Ma tutti dovremmo pretendere che i ruoli importanti, soprattutto quelli che toccano la ricerca, l’innovazione e le infrastrutture strategiche del futuro, siano affidati a persone preparate. Lo spazio non perdona l’improvvisazione: un calcolo sbagliato, una procedura sottovalutata, una tecnologia non validata possono compromettere anni di lavoro. Vale per una missione NASA, vale per l’industria, vale per un sistema Paese che vuole contare davvero nella nuova economia spaziale. Per questo la scelta di Parmitano non è soltanto una buona notizia italiana. È anche un promemoria culturale. Dietro un astronauta che sale a bordo di Orion ci sono scuole, università, centri di ricerca, imprese, tecnologi, ingegneri, tecnici, laboratori. C’è una filiera della conoscenza che va sostenuta prima di celebrarla. In Italia, realtà come il CIRA, il Centro Italiano di Ricerche Aerospaziali, servono anche a questo: trasformare studio, sperimentazione e infrastrutture di ricerca in capacità tecnologica nazionale.

La commozione di Parmitano, dunque, non diminuisce il suo profilo: lo rende più grande. Ci dice che la competenza può convivere con la gratitudine, che il coraggio può avere voce tremante, che i numeri uno non sono quelli che si proclamano tali, ma quelli che continuano a sapere quanto devono agli altri. Forse è per questo che la sua storia fa bene. Non solo perché porta un italiano dentro una missione simbolica del programma Artemis. Ma perché, per una volta, ci ricorda che il successo più alto non è occupare un posto. È meritarlo, arrivarci preparati e, una volta lì, avere ancora la grazia di commuoversi.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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