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Iran: i funzionari dell’amministrazione Trump considerano la situazione disperata e sono preoccupati per la mancanza di strategia

14 Agosto 2026 ore 16:11

di RT Francia

A Washington crescono i dubbi sulla condotta della guerra in Iran, poiché gli obiettivi americani si sono evoluti nel corso del conflitto. La priorità sembra ora spostarsi verso lo Stretto di Hormuz, mentre diverse opzioni – escalation militare, negoziati o pressione prolungata – restano in discussione senza alcuna garanzia di successo.

Secondo quanto riportato da Politico il 13 agosto , i funzionari statunitensi sono preoccupati per la mancanza di una strategia chiara da parte dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, poiché la Casa Bianca continua a faticare nel definire cosa potrebbe costituire una vittoria.  Diversi funzionari, sia in carica che in pensione, descrivono una situazione particolarmente pericolosa, in cui Washington ora si trova di fronte solo a opzioni difficili.

All’interno dell’establishment americano si sta manifestando apertamente un certo malcontento. Un funzionario a conoscenza della strategia dell’amministrazione per il Medio Oriente ha dichiarato a Politico di non vedere ” via d’uscita” dalla situazione attuale. Dan Shapiro, ex alto funzionario del Pentagono sotto l’amministrazione Biden, ritiene che Washington si sia messa in un “vicolo cieco” da cui rimangono solo opzioni negative.

Queste preoccupazioni emergono in un momento in cui gli obiettivi americani sono cambiati significativamente dall’inizio delle ostilità. Inizialmente, Donald Trump intendeva porre fine al programma nucleare iraniano e distruggere una parte sostanziale delle capacità militari del Paese, pur lasciando aperta la possibilità di un cambio di regime a Teheran. Ora, l’amministrazione americana sembra concentrarsi principalmente sulla completa riapertura dello Stretto di Hormuz, le cui interruzioni hanno ripercussioni sul commercio globale e sui mercati energetici.

Il dibattito non verte più quindi solo sui mezzi impiegati contro Teheran, ma anche sul risultato che Washington intende realmente ottenere.

Secondo quanto riportato da Politico , un funzionario americano avrebbe frainteso profondamente i leader iraniani e si sarebbe a lungo basato sul presupposto che una pressione crescente avrebbe alla fine costretto Teheran a cedere. Elliott Abrams, ex consigliere di Donald Trump per il Medio Oriente, ha definito la situazione estremamente pericolosa e ha accusato l’amministrazione di incompetenza.

Marines in difficoltà

Il conflitto sta mettendo a dura prova anche le risorse militari americane. Il Washington Post stima che gli Stati Uniti abbiano perso circa il 25% della loro flotta di droni pesanti MQ-9 Reaper dall’inizio della guerra, ovvero almeno 45 velivoli. Queste perdite rappresentano oltre 1,3 miliardi di dollari, poiché questi droni vengono utilizzati sia per missioni di intelligence che per attacchi.

Il media traccia un parallelo con gli anni più difficili della guerra in Iraq, quando Washington faticava a trovare una via d’uscita. L’Iran, tuttavia, presenta una sfida diversa: il paese è più grande, il suo governo è ancora al potere, gli Stati Uniti non vi hanno forze di terra e le conseguenze del conflitto si estendono ben oltre i suoi confini.

Tre opzioni sul tavolo, nessuna priva di rischi

Attualmente, negli ambienti politici e strategici americani, si dibatte su tre approcci principali, nessuno dei quali offre alcuna garanzia di successo.

La prima opzione prevede un’intensificazione della pressione militare. Tra le proposte riportate figurano l’occupazione statunitense dell’isola iraniana di Kharg, ulteriori operazioni israeliane contro i leader iraniani, il sostegno a determinati gruppi etnici all’interno del Paese e l’incoraggiamento degli Emirati Arabi Uniti a impadronirsi di tre isole contese con Teheran. Alcuni ritengono inoltre che altre due settimane di bombardamenti potrebbero essere sufficienti a costringere l’Iran a fare marcia indietro.

Una simile escalation, tuttavia, non garantirebbe il risultato auspicato. Il potere iraniano rimane profondamente radicato nel paese e il sentimento nazionale potrebbe rafforzare la resistenza ai tentativi di sfruttare le sue divisioni interne.

Una seconda corrente di pensiero, al contrario, propugna una de-escalation e la ripresa dei negoziati, anche a costo di fare concessioni agli Stati Uniti sulle sanzioni. I suoi sostenitori raccomandano un accordo con Teheran o, in mancanza di questo, un ritiro degli Stati Uniti dal conflitto. Ritengono che l’indebolimento già subito dalle capacità militari iraniane consentirebbe a Washington di limitare le perdite senza presentare il proprio intervento come un completo fallimento.

Jennifer Kavanagh, del think tank Defense Priorities, chiede pertanto agli Stati Uniti di porre fine all’escalation e di ripensare la propria strategia di difesa.

La terza opzione si basa su una pressione economica e marittima prolungata: mantenere il blocco del traffico iraniano e rafforzare le sanzioni nella speranza di ottenere concessioni da Teheran o di indebolire le autorità.

La sua efficacia rimane incerta. Un funzionario statunitense citato da Politico sottolinea che Washington crede da decenni che l’economia iraniana sia sull’orlo del collasso, una previsione che non si è avverata. Inoltre, Teheran potrebbe mantenere le sue restrizioni nello Stretto di Hormuz finché gli Stati Uniti bloccheranno le navi iraniane, trasferendo così parte del peso economico della situazione di stallo sul resto del mondo.

Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz diventa una priorità per Washington.

La Casa Bianca sembra ora propendere per una pressione costante piuttosto che per un’escalation immediata. La rivista americana The Atlantic riporta che, dopo bombardamenti limitati e minacce che non hanno prodotto i risultati sperati, Washington si sta concentrando maggiormente sulle sanzioni finanziarie e sul blocco marittimo dei porti iraniani.

Questa strategia potrebbe tuttavia richiedere tempo, poiché l’economia iraniana ha dimostrato una capacità di resistenza che potrebbe complicare i calcoli americani.

Il quotidiano americano Wall Street Journal ha riportato che Donald Trump aveva preso in considerazione l’idea di presentare la riapertura completa dello Stretto di Hormuz come una vittoria che avrebbe permesso agli Stati Uniti di porre fine al conflitto, anche senza un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano.

Questo cambiamento riflette un significativo inasprimento degli obiettivi americani, ora maggiormente focalizzati sullo Stretto di Hormuz.

La Casa Bianca sostiene, tuttavia, che Donald Trump continua a preferire una soluzione negoziata, mantenendo aperte tutte le opzioni disponibili. Nelle ultime settimane, Washington e Teheran hanno anche cercato, con l’aiuto di mediatori mediorientali, di definire i termini di un nuovo accordo.

Al momento, a Washington non si è ancora raggiunto un consenso. La difficoltà principale, pertanto, rimane la stessa: determinare quale esito consentirebbe agli Stati Uniti di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi e di porre fine alle operazioni.

Fonte: RT Francia

Traduzione: Gerard Trousson

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