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Trump alza il tiro contro i giovani dem: il caso Omar diventa un banco di prova per le midterm

16 Ottobre 2026 ore 11:45

La perquisizione nell’abitazione di Ilhan Omar a Washington potrebbe rappresentare qualcosa di più di un nuovo capitolo dello scontro tra Donald Trump e una delle sue più accese oppositrici. A meno di tre settimane dalle midterm, l’intervento degli agenti federali nella casa della deputata del Minnesota ha riportato al centro del dibattito una questione destinata ad accompagnare l’ultima fase della campagna elettorale: fino a che punto lo scontro politico tra la Casa Bianca e l’opposizione può intrecciarsi con l’azione delle istituzioni investigative?

L’operazione, condotta il 12 ottobre dagli agenti della Homeland Security Investigations nell’ambito di un’indagine penale federale, è stata eseguita sulla base di un mandato autorizzato dall’autorità giudiziaria. Il Dipartimento di Giustizia non ha però chiarito ufficialmente la natura delle contestazioni né reso pubblici elementi che consentano di stabilire quali responsabilità siano eventualmente attribuite alla parlamentare. Gli agenti federali hanno fatto irruzione nell’abitazione della deputata alle prime luci dell’alba, trattenendosi per circa cinque ore alla ricerca di documenti compilati dal padre, oggi defunto, durante la sua infanzia. Omar ha denunciato l’operazione come un tentativo di intimidazione politica, accusando Trump di perseguitarla da un decennio attraverso accuse infondate e campagne diffamatorie. “Non riusciranno a mettermi a tacere”, ha assicurato.

Da tempo il presidente mette in discussione la legittimità della sua cittadinanza americana, rilanciando anche l’accusa, mai dimostrata, di aver sposato addirittura suo fratello. Nell’ultimo anno, inoltre, la deputata è tornata al centro degli attacchi repubblicani per uno scandalo di frodi ai danni dei programmi di assistenza sociale del Minnesota. Secondo gli investigatori federali, alcuni esponenti della comunità somala avrebbero ottenuto ingenti somme pubbliche fatturando servizi mai erogati. Non risultano, tuttavia, elementi che dimostrino un coinvolgimento personale di Omar in questo scandalo.

Tempismo perfetto, non c’è che dire, considerando che il Dipartimento di Giustizia segue tradizionalmente una prassi di cautela rispetto alle iniziative investigative pubbliche che possono interferire con una consultazione elettorale imminente. Il mandato giudiziario conferma l’esistenza di un procedimento, ma non risolve gli interrogativi sulle ragioni della sua esecuzione proprio in questa fase della campagna.

Per comprendere lo scontro tra la deputata, membro di spicco della cosiddetta “Squad”, bisogna tornare al 2018, quando Omar arrivò alla Camera dei Rappresentanti, diventando una delle prime due donne musulmane elette al Congresso e la prima rifugiata africana a ottenere un seggio. Nata in Somalia e naturalizzata americana nel 2000, è diventata rapidamente uno dei volti più riconoscibili della nuova sinistra democratica, soprattutto per le sue posizioni sull’immigrazione, sulla politica estera statunitense e sui diritti delle minoranze.

La sua appartenenza al gruppo di parlamentari progressiste emerso durante il primo mandato di Trump, l’ha resa un bersaglio ricorrente degli attacchi repubblicani. Una contrapposizione che ha attraversato quasi un decennio, passando dalle polemiche sull’identità nazionale alle accuse relative alle sue posizioni su Israele, fino alle contestazioni riguardanti la storia migratoria della sua famiglia. Nei mesi scorsi, il vicepresidente JD Vance aveva pubblicamente accusato Omar di presunte irregolarità sui suoi documenti e sul suo ingresso nel Paese, senza presentare mai prove a sostegno delle proprie affermazioni. Aveva inoltre riferito di aver discusso con Stephen Miller, uno dei principali consiglieri della Casa Bianca, le possibili iniziative da intraprendere nei confronti della deputata. Pochi giorni prima dell’intervento federale, durante un comizio in Tennessee, Trump era tornato ad attaccare Omar, facendo riferimento alle sue origini somale e suggerendo che Vance e altri esponenti dell’amministrazione si stessero occupando del suo caso.

Questi attacchi al vetriolo nei confronti dei progressisti dem riflettono un certo nervosismo nel Gop man mano che il 3 novembre si avvicina. Dall’altro lato anche nei Democratici le acque sono agitate: le primarie democratiche hanno già mostrato segnali significativi. Ad agosto, sette deputati democratici uscenti sono stati sconfitti nelle rispettive primarie, cinque dei quali avevano raggiunto l’età pensionabile. In Colorado, la veterana Diana DeGette ha perso contro la ventinovenne socialista democratica Melat Kiros. In Connecticut, John Larson, 78 anni, è stato sconfitto dall’ex sindaco Luke Bronin. Episodi che mostrano come una parte dell’elettorato democratico chieda un ricambio della classe dirigente, sebbene le ragioni delle singole sconfitte non siano riconducibili esclusivamente all’età o all’orientamento ideologico dei candidati.

In questo scenario, Alexandria Ocasio-Cortez continua a rappresentare uno dei principali riferimenti della componente progressista. La deputata newyorkese sta utilizzando le midterm anche per consolidare la propria rete politica nazionale, sostenendo candidati che condividono parte della sua agenda economica e sociale. In Michigan, per esempio, ha appoggiato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato e possibile primo senatore musulmano degli Stati Uniti, sul quale i repubblicani hanno concentrato l’ennesima campagna diffamatoria. La competizione in Michigan è, infatti, un banco di prova per la capacità della sinistra democratica di parlare anche a elettori indipendenti e moderati. El-Sayed, dal canto suo, ha respinto la rappresentazione repubblicana delle proprie proposte come radicali, insistendo su sanità pubblica e difficoltà economiche delle famiglie.

Per Trump e i repubblicani, esponenti come questi incarnano una visione del Partito democratico che può essere contestata su immigrazione, identità nazionale, socialismo democratico e politica estera. Per una parte della base democratica, invece, quelle stesse figure rappresentano la disponibilità a confrontarsi direttamente con il presidente, senza affidarsi esclusivamente ai tradizionali strumenti della mediazione parlamentare.

Il contesto elettorale rende ora particolarmente delicata la vicenda Omar. Secondo una rilevazione del Pew Research Center pubblicata l’8 ottobre, il 44% degli elettori registrati esprimeva una preferenza per i democratici nelle elezioni nazionali della Camera, contro il 36% per i repubblicani: un vantaggio di otto punti percentuali che, pur non traducendosi automaticamente in seggi, fotografa il clima politico alla vigilia del voto. I democratici stanno inoltre ampliando la propria presenza elettorale in territori tradizionalmente repubblicani. I dem stanno tentando di rendere competitive decine di circoscrizioni controllate dal Grand Old Party, anche per costringere gli avversari a distribuire risorse finanziarie e organizzative su un territorio più vasto. Tra i fattori che alimentano questa strategia figurano le preoccupazioni per il costo della vita, gli effetti dei dazi e le conseguenze economiche della guerra con l’Iran.

Il sondaggio, inoltre, condotto tra il 28 settembre e il 4 ottobre, rileva inoltre che il tasso di approvazione di Trump si attesta ora al 30%, il più basso del suo secondo mandato. La maggior parte degli elettori (63%) considera Trump un fattore determinante nella scelta del candidato al Congresso, con una percentuale nettamente superiore (44%) che interpreta la propria scelta come un voto contro il presidente piuttosto che a suo favore (19%).

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