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Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture


di Geraldina Colotti


"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.

La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.

La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.

Non si trattava di conquistare città per presidiarle, ma di rendere l'isola ingovernabile, colpendo il motore economico della colonia: le immense piantagioni di canna da zucchero che finanziavano la guerra di repressione spagnola. Rendere impossibile il profitto coloniale significava togliere alla Spagna la linfa vitale per mantenere il suo esercito.

Quando nel gennaio del 1896 Maceo raggiunse Mantua, nell'estremo Occidente di Cuba, l'obiettivo era stato raggiunto. Quella marcia fu la prova che la rivoluzione non era una questione regionale, ma un progetto nazionale. Dimostrò che un esercito composto da contadini e lavoratori, i mambises, poteva umiliare una delle più potenti potenze militari europee dell'epoca.

Per il lettore di oggi, l'Invasione resta la prova che Maceo non era un tattico da scrivania: quella fu la sua camminata della verità. Marciando verso l'Occidente, Maceo rifiutò la zona di comfort, sfidando l'impossibile per portare la rivoluzione laddove il padrone si sentiva più sicuro. È l'esempio perfetto di come la teoria rivoluzionaria, che a Baraguá era stata un'idea di rottura, diventi con l'Invasione un'idea in movimento capace di cambiare la realtà materiale. Fu il momento in cui la rivoluzione uscì dai boschi orientali e divenne un incendio che avvolse l'intera nazione, liberando Cuba dalla convinzione che il dominio spagnolo potesse essere eterno.

Maceo non era un aristocratico della politica, ma un uomo che aveva conosciuto il peso della schiavitù e il sapore della terra. Il suo soprannome, Titán de Bronce, non richiamava solo la forza fisica, ma l’indistruttibilità delle sue convinzioni. Mentre la borghesia terriera cubana cercava vie d'uscita accomodanti col potere spagnolo per salvare i propri privilegi economici, Maceo comprese che la libertà di Cuba era una menzogna se non portava con sé la fine della schiavitù e la rottura radicale con ogni forma di sudditanza.

Per questo, la sua Protesta di Baraguá, il 15 marzo 1878, fu il momento in cui egli scelse di restare solo, insieme ai suoi uomini, pur di non svendere il futuro. La Guerra dei Dieci Anni (1868-1878) era giunta allora a una fase di stallo. Il Comitato del Centro aveva firmato il Patto del Zanjón con il generale spagnolo Arsenio Martínez Campos, un accordo che offriva una pace senza indipendenza e, soprattutto, senza la garanzia dell'abolizione immediata della schiavitù. Era un tentativo di porre fine al conflitto garantendo il dominio coloniale spagnolo.

Maceo, che non aveva partecipato alle trattative, si rifiutò categoricamente di accettare quel patto. Chiese un incontro con Martínez Campos proprio a Baraguá per comunicargli che l'esercito da lui guidato non si sarebbe arreso. In quel "No" a Martínez Campos, Maceo ha definito per sempre cosa significhi essere un rivoluzionario: non colui che accetta le regole del gioco per sopravvivere, ma colui che rompe il tavolo quando il gioco è truccato.

“I principi non si negoziano”, ripete anche oggi l'attuale presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, di fronte alla rinnovata aggressione dell'imperialismo nordamericano. La forza di Cuba è la sua storia, la storia della lotta di classe, che procede per salti e rotture, lasciando il compito di dirigerle a chi si ostina a cambiarla. La storia che avanza, come diceva Benjamin, su cataste di rovine e in cui, come ha ben spiegato Marx ne Il diciotto brumaio, “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei vivi”.

In questa genealogia della rottura si inserisce la figura di Antonio Guiteras Holmes. Nato nel 1906 a Bala Cynwyd, negli Stati Uniti, da padre cubano e madre statunitense, Guiteras scelse di radicarsi pienamente nella lotta per l’emancipazione di Cuba, diventando il ponte necessario tra l’eredità mambì di Maceo e l’antimperialismo moderno. La sua vita, spezzata a soli 29 anni nel 1935, non fu una traiettoria lineare, ma un salto dialettico. Egli comprese prima di altri che la sovranità nazionale era una chimera, che il nemico di Maceo aveva cambiato pelle: non era più solo l’esercito della metropoli, ma il capitale straniero che dettava le leggi dell’isola.

La sua prassi resta il monito di chi, conoscendo le contraddizioni dell’imperialismo dall'interno, decide di combatterlo come sistema, classe contro classe.

 

La Joven Cuba di Guiteras non fu solo un’organizzazione clandestina, fu un laboratorio politico che gettò le basi per quella visione globale che il Che avrebbe poi radicalizzato. Per Guiteras, la rottura con il passato non era solo una questione di sovranità formale. Egli seppe tradurre l'antimperialismo non come un conflitto astratto tra popoli, ma come il terreno in cui la lotta di classe si manifestava con maggiore nitidezza, senza le mediazioni ipocrite della borghesia nazionale.

Questa intuizione, che la tradizione rivoluzionaria gli ha giustamente riconosciuto, è il filo rosso che unisce la sua prassi a quella del Che - nato anch'egli il 14 giugno, ma del 1928 -, il rivoluzionario che ha saputo praticare la resistenza come scienza della liberazione. Come scrisse nel suo Messaggio alla Tricontinentale invitando a “creare due, tre, molti Vietnam” per Guevara la rivoluzione non è un episodio circoscritto a una singola nazione, ma la costruzione di un fronte mondiale che rompa le catene dell’accumulazione capitalista.

Un'esortazione a cui hanno risposto, nel secolo scorso, i rivoluzionari: dall'America latina, all'Africa, all'Europa. E che hanno pagato con la vita, com'è accaduto al giornalista venezuelano Fabricio Ojeda, di cui pure si ricorda il sacrificio in questo giugno. Durante i governi consociativi della IV Repubblica, quando si credette possibile infiammare le Ande come la Sierra Maestra, Ojeda scrisse la sua celebre lettera di dimissioni dal Congresso (1962), in cui spiegava precisamente che l'assemblea era diventata un "ostacolo" alla liberazione nazionale e un modo per "addormentare" il popolo.

Fabricio Ojeda ci ha insegnato che la verità non si racconta, si costruisce con l'esempio: per lui, la penna del giornalista e il fucile del guerrigliero non erano altro che le due facce di una sola scelta, quella di non tradire il popolo.

Un’etica che, nel post-Novecento, Hugo Chávez (1954-2013) ha raccolto e tradotto in una nuova grammatica rivoluzionaria. Anche per Chávez, la comunicazione non era mera propaganda, ma prassi: il suo “fucile” (che comunque imbracciò contro la “democrazia camuffata” il 4 febbraio del 1992) divenne la parola che risvegliava le coscienze: una forma di esempio che non si limitava a narrare il cambiamento, ma lo rendeva tangibile attraverso il contatto diretto con le masse, trasformando la leadership in una battaglia quotidiana di verità.

Quando si dimise dal Parlamento, Fabricio Ojeda non stava abbandonando la politica, ma la stava portando al suo grado di massima coerenza. Il 21 giugno 1966, non fu "vittima" di un suicidio come scrissero i rapporti ufficiali, fu assassinato dallo Stato venezuelano nei sotterranei del SIFA perché aveva compreso, prima di tanti, che la democrazia borghese è una trappola di velluto.

Stessa sorte toccherà, dieci anni dopo, a un altro rivoluzionario, Jorge Rodriguez, padre dell'attuale presidenta incaricata del Venezuela e del fratello, che presiede il parlamento. Jorge Rodriguez padre fu il fondatore e il massimo dirigente della Liga Socialista. Nata ufficialmente nel 1973, la Liga rappresentava proprio quel tentativo di superare le tattiche della guerriglia degli anni '60, spostando il focus verso un lavoro di massa, organizzativo e politico, ma mantenendo una posizione di rottura radicale con il sistema bipartitico della IV Repubblica. Arrestato dalla polizia politica venezuelana dell'epoca (la Disip), morì sotto tortura il 25 luglio 1976.

La storia della rivoluzione bolivariana è profondamente segnata dal sacrificio di chi, come Ojeda o Jorge Rodríguez, ha pagato con la vita il passaggio dalla penna al fucile. In questo giugno di una resistenza complicata, a 5 mesi dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, si ricorda però anche la dedizione di chi ha trasformato la militanza in un esercizio quotidiano di resistenza. È il caso di Darío Vivas, instancabile dirigente del PSUV, nato il 12 giugno 1950 e ucciso dal covid nel 2020.

La sua figura non appartiene alla memoria dei caduti in combattimento, ma a quella di chi ha fatto della mobilitazione popolare il suo unico campo di battaglia, restando fino alla fine al fianco del popolo, in quella trincea non armata ma altrettanto decisiva che è il lavoro di base: fondamentale per preparare una nuova ondata di rivoluzione, a cento anni dalla nascita di Fidel.

Social-network: la semi-ottica dell'urlatore

 

Quanta nostalgia di Raymond Queneau davanti a questo campionario di fauna digitale! Viviamo tempi di complottismo spicciolo e di un raglio digitale che si pretende dottrina. Oggi, chiunque abbia letto un titolo a metà si sente investito del potere di spiegare il mondo, trasformando la rete in un'assemblea di asini convinti di cantare in un'opera di gala. L'urlatore da salotto ha una missione chiara: spiegare il mondo tra un post e uno spritz, trasformando la rete in un'assemblea di certezze sguaiate.

Il suo metodo è la semi-ottica terminale: osserva la storia dal buco della serratura e il suo ego e ne trae sentenze universali. Il geopolitico da salotto non analizza: decora il vuoto con la propria prosopopea, ignaro di ogni porta stretta che la storia impone. Anche le pulci tossiscono, dice il proverbio. L'urlatore digitale soffre di una sapienza da vetrina, esponendo in bella mostra ciò che non ha in dispensa, e scambiando u piritu per un ruggito. È il trionfo della pulce che, in piena crisi di tosse, si guarda allo specchio e vede un terremoto.

Come direbbe Queneau, siamo di fronte a un esercizio di stile dove il vuoto del bicchiere cerca grottescamente un pieno di significato. E se la realtà non collima? Tanto peggio per lei: l'urlatore da tastiera la manipolerà come plastilina, fino a farla conincidere con la profezia che lui, tra uno spritz e l'altro, ha annunciato per primo.

Ecco il decalogo che guida la sua "scienza":

  1. Il tuo ego è il metro della storia: Tutto ciò che non è filtrato dal tuo feed non ha dignità di cronaca.

  2. U piritu è il tuo argomento principe: Non serve una tesi per stroncare l'altro.

  3. Crea il sospetto dal nulla: Se un fatto non è torbido, sei ancora tre passi indietro nel delirio.

  4. Non avrai altra verità che quella virale: Scarta l'analisi, che è noiosa; divinizza la fake, che è succosa.

  5. Farai pongo dei dati: Se le cifre non quadrano, cambiale; la verità è un'opinione, il tuo capriccio un dogma.

  6. Disprezza la misura: Di fronte a un problema, non cercare il nesso, brandisci lo schema.

  7. Inquina, è il tuo dovere: abbaiare è il compito universale

  8. Il silenzio è un'eresia, puniscila: Se non ragli al massimo, tradisci la community.

  9. L'algoritmo è il tuo unico dio: Se non genera like, il fatto non esiste. La gloria dipende dal tuo ultimo post.

  10. Tu sei il tuo profeta: la tua insignificanza è un mito, sei l'ultimo baluardo dello spritz.

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