❌

Vista elenco

Thomas Sankara, la rivoluzione spezzata e l'eredità del femminismo


di Geraldina Colotti

 

Ogni 15 ottobre i popoli ricordano l'omicidio di Thomas Sankara. Sulla figura del rivoluzionario panafricanista — il leader della Rivoluzione d'Agosto in Alto Volta, ribattezzato Burkina Faso ("Il Paese degli Uomini Integri") nel 1984 — è stato scritto moltissimo, spesso riducendo la sua traiettoria a un'icona pop della sinistra terzomondista: il "presidente antimperialista in bicicletta", il militare austero che rifiutava i privilegi, l'oratore brillante capace di sfidare i capi di Stato occidentali sui palchi dell'ONU e dell'OUA. Questa narrazione agiografica e puramente eticheggiante rischia tuttavia di sterilizzare la portata marxista e strategica della sua prassi politica, trasformando un rivoluzionario radicale in un simbolo inoffensivo da maglietta.

Sankara non fu un "moralista" capitato alla guida dello Stato per un accidente sentimentale, ma un quadro militare e politico che comprese lucidamente come la decolonizzazione formale concessa dalle metropoli francesi fosse una mistificazione neocoloniale: una transizione in cui la bandiera e l'inno cambiavano, ma il saccheggio delle risorse, il cappio del debito estero e la subordinazione economica rimanevano intatti. La specificità originale del sankarismo risiede nell'aver attaccato simultaneamente tre pilastri dell'oppressione strutturale: la dipendenza imperialista, con il rifiuto frontale del debito pubblico internazionale, definito uno «strumento neocoloniale di riconquista e di assassinio economico dei popoli»; la struttura di classe interna e la rendita burocratica, attraverso la demolizione dei privilegi della borghesia di Stato parassitaria, nutrita dai fondi della cooperazione francese e distaccata dai bisogni materiali delle masse contadine; e l'oppressione patriarcale.

È su quest'ultimo punto, sul terreno della liberazione delle donne, che la Rivoluzione d'Agosto (1983–1987) ha espresso la sua rottura più radicale e teoricamente avanzata rispetto a quasi tutte le altre esperienze rivoluzionarie africane del Novecento. Sankara non concepiva l'emancipazione femminile in chiave assistenziale o come una concessione giuridica calata dall'alto della democrazia borghese; la analizzava attraverso le categorie del materialismo storico in questi termini: «La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno a braccetto. Non parliamo dell'emancipazione della donna come di un atto di carità o di un'ondata di compassione umana, ma come di una necessità fondamentale per il trionfo della rivoluzione stessa. Le donne portano il peso della doppia oppressione: quella dell'imperialismo e quella del maschio all'interno della famiglia e della società».

Sotto la guida del Consiglio Nazionale della Rivoluzione (CNR), il governo sankarista varò una serie di riforme materiali d'urto che scardinarono secoli di dominazione patriarcale e feudale mettendo al bando le istituzioni oppressive. Vennero proibite per legge le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e i riscatti della sposa (lobolo), strumenti di mercificazione del corpo della donna. Soprattutto, però, si cominciò col favorire l'indipendenza economica delle donne mediante il varo della riforma agraria e il controllo della terra. Per la prima volta nella storia del paese, alle contadine vennero intestati i titoli di proprietà della terra e garantito l'accesso diretto ai crediti agricoli e alle attrezzature meccaniche collettive, per sottrarle alla sottomissione economica dei capifamiglia e dei patriarchi locali.

Venne loro garantita la parità nell'accesso all'apparato statale e militare. Il governo promosse l'inserimento massiccio delle donne nei ranghi della pubblica amministrazione, nella magistratura e nelle milizie popolari di autodifesa, rompendo il monopolio maschile della forza armata e della direzione politica. Altro importante passo fu la socializzazione del lavoro domestico. Attraversando la critica radicale della divisione sessuale del lavoro, la rivoluzione promosse la creazione di mense popolari, asili nido collettivi e mercati comunitari per alleggerire il carico di lavoro riproduttivo che gravava esclusivamente sulle spalle delle donne nei villaggi e nelle periferie urbane.

Questo programma non fu indolore: urtò violentemente contro le resistenze della gerontocrazia rurale, dei capi tradizionali e della piccola borghesia maschilista urbana, dimostrando che la trasformazione dei rapporti sociali di genere richiede la coercizione rivoluzionaria contro i vecchi rapporti di produzione e di costume.

La forza dirompente del sankarismo non si esaurì nei confini del Burkina Faso, ma si inserì in una fitta rete di solidarietà e alleanze internazionali che sfidavano direttamente il blocco imperialista occidentale. Negli anni Ottanta, mentre il continente africano subiva l'imposizione brutale dei Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS) dettati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, Sankara cercò di saldare un blocco regionale e transcontinentale di resistenza.

Sul piano internazionale, il riferimento strategico e fraterno più forte fu stabilito con Cuba. Sankara vedeva nella Rivoluzione cubana — e nella figura di Fidel Castro — non solo un modello di emancipazione antimperialista capace di resistere all'assedio di Washington, ma un alleato concreto. Sotto la sua presidenza, delegazioni burkinabé di alto livello si recarono ripetutamente a L'Avana, stringendo accordi di cooperazione medica, educativa e tecnica. L'Avana inviò in Burkina Faso medici, insegnanti e volontari per supportare le grandi campagne di alfabetizzazione di massa e le vaccinazioni pediatriche nazionali, mentre i militanti dei comitati rivoluzionari burkinabé venivano formati anche alla luce dell'esperienza dei Comitati di Difesa della Rivoluzione cubani.

Questa proiezione internazionalista portò Sankara a tessere legami profondi con i movimenti di liberazione dell'epoca: dalla lotta contro l'apartheid in Sudafrica — ove denunciò senza mezzi termini la complicità dei governi occidentali con il regime di Pretoria — ai movimenti progressisti dell'America Latina e dei Caraibi. L'apice di questa sfida globale si registrò nel famosissimo discorso pronunciato all'ONU nell'ottobre del 1984, in cui Sankara propose la creazione di un fronte unito dei paesi debitori del Terzo Mondo per rifiutare collettivamente il pagamento del debito estero, denunciandolo come un meccanismo finanziario di saccheggio ereditato direttamente dal colonialismo. Questa linea politica autonoma, che rifiutava la subordinazione sia verso il blocco occidentale che verso quello sovietico, isolò il Burkina Faso rispetto ai regimi africani allineati alla Françafrique, ma infiammò le coscienze delle masse popolari di tutto il continente.

Un programma così profondamente sovversivo nei confronti degli equilibri del capitale transnazionale e del neocolonialismo francese non poteva essere tollerato. Gli stessi apparati diplomatici statunitensi e francesi vedevano nel Burkina Faso un pericoloso focolaio da estirpare sul nascere.

La reazione dell'imperialismo francese — guidato all'epoca dagli apparati di François Mitterrand e coordinato sul terreno regionale dai regimi fantoccio della Costa d'Avorio di Félix Houphouët-Boigny e del Togo — si avvalse della quintessenza della controrivoluzione: il tradimento interno. Il 15 ottobre 1987, un sanguinoso colpo di Stato militare pose fine alla vita di Thomas Sankara e di dodici suoi compagni, trucidati nel Consiglio dei Ministri a Ouagadougou.

A guidare materialmente il commando assassino fu Blaise Compaoré, compagno d'armi di Sankara, braccio destro e co-fondatore della rivoluzione, corrotto e manovrato dai servizi segreti francesi e ivoriani. Con l'instaurazione del regime ventennale di Blaise Compaoré, il Burkina Faso fu immediatamente ricondotto nell'alveo della sottomissione neocoloniale: le nazionalizzazioni vennero revocate, le privatizzazioni selvagge saccheggiate e la memoria di Sankara bandita dallo spazio pubblico, ridotta al silenzio da un regime terrorista interno.

Se il colpo di Stato mirava a cancellare fisicamente Thomas Sankara, la controrivoluzione si accanì metodicamente anche contro la sua famiglia, inaugurando un calvario di persecuzioni, minacce di morte e violenze psicologiche volto a spezzare qualsiasi continuità politica. Subito dopo l'assassinio, la moglie di Sankara, Mariam Sankara, insieme ai loro due figli piccoli (Philippe e Auguste), fu costretta a fuggire precipitosamente dal Burkina Faso per sfuggire ai sicari del nuovo regime. Iniziò così un durissimo esilio politico durato oltre vent'anni, trascorso principalmente in Francia. Sotto la costante sorveglianza dei servizi segreti e protetta solo dalla solidarietà dei comitati internazionali e della sinistra militante europea, Mariam non si piegò mai al ricatto del silenzio.

Per decenni, la battaglia di Mariam Sankara si è mossa su un doppio binario. Innanzitutto su quello della battaglia legale e la richiesta di giustizia. Nel 1997, alla scadenza dei termini di prescrizione formale previsti dalla legge locale, Mariam depositò la prima denuncia formale presso i tribunali di Ouagadougou per l'assassinio del marito e la falsificazione del certificato di morte (che i medici del regime avevano falsamente compilato attribuendo il decesso a "cause naturali"). Di fronte ai sistematici insabbiamenti della magistratura asservita a Compaoré, la sua azione legale si è estesa alle istanze internazionali, fino a portare il caso davanti al Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Parallelamente, Mariam si è dedicata alla custodia della memoria militante. È diventata il simbolo vivente della resistenza delle donne africane contro l'impunità dei dittatori sostenuti dall'Occidente, viaggiando instancabilmente e trasformando la richiesta di verità per Sankara in una piattaforma politica globale di lotta antimperialista.

Molto attive a livello pubblico anche due delle sorelle di Sankara, Blandine e Odile, altrettanto perseguitate. La prima, attivista per la sovranità alimentare e per i diritti delle donne, è fondatrice e coordinatrice dell'associazione Yelemani (Cambiamento), impegnata nel promuovere l'emancipazione economica e sociale delle donne rurali. La seconda, una nota attrice, regista teatrale e figura di spicco del panorama culturale africano, promuove la memoria storica della rivoluzione burkinabé attraverso il teatro e le arti visive.

La tenace resistenza di fronte alla persecuzione subita dalla famiglia Sankara ha trovato un primo, storico momento di catarsi politica e giudiziaria grazie alle lotte popolari che hanno attraversato il Burkina Faso nel XXI secolo. Nell'ottobre del 2014, una gigantesca sollevazione popolare di massa — alimentata direttamente dalla memoria storica e dai richiami ideologici all'eredità di Thomas Sankara — ha travolto il regime ventisettenne di Blaise Compaoré, costringendolo alla fuga in Costa d'Avorio. La caduta del dittatore ha finalmente aperto i varchi istituzionali per una revisione radicale dei fascicoli giudiziari.

Tra il 2021 e il 2022, a Ouagadougou si è celebrato lo storico processo per l'assassinio di Thomas Sankara, un evento che ha visto la stessa Mariam Sankara ritornare in patria per assistere al processo dei colpevoli. Il tribunale militare ha emesso condanne all'ergastolo in absentia per lo stesso Blaise Compaoré e per i principali gerarchi del complotto del 1987, infliggendo un colpo simbolico devastante alla cultura dell'impunità neocoloniale.

Oggi, nel contesto geopolitico contemporaneo del Sahel, l'eredità di Thomas Sankara è tornata prepotentemente al centro del dibattito e della prassi politica. L'intera regione si trova al crocevia di una crisi profonda, segnata dal fallimento storico delle politiche di sicurezza neocoloniali (come la presenza militare francese, formalmente espulsa da diversi Stati dell'area), dall'espansione devastante del terrorismo jihadista e dalla ricerca disperata di una nuova sovranità statale e alimentare da parte delle nuove giunte militari e dei movimenti popolari del Burkina Faso, del Mali e del Niger.

In questo scenario complesso, segnato da tensioni imperialiste inedite, la figura di Sankara — invocata continuamente nelle piazze, nei discorsi ufficiali e nelle rivendicazioni antimperialiste — rappresenta molto più di un monumento del passato: è il parametro teorico e materiale attraverso cui misurare la giustizia sociale, la liberazione delle donne e la fine definitiva del saccheggio delle risorse africane. La parabola di Thomas Sankara, custodita e rilanciata dalla resistenza di Mariam e dal sacrificio dei suoi compagni, rimane la dimostrazione irrefrenabile che l'emancipazione dei popoli africani non si ottiene mendicando la carità dei dominatori, ma spezzando le catene del capitale con la forza organizzata delle masse. 

Il Frente Patriótico dei Peruviani all'Estero guida la resistenza da Roma


di Geraldina Colotti

 

Roma, Largo di Torre Argentina. È domenica 11 ottobre, vigilia della Giornata della Resistenza Indigena, a oltre cinque secoli di lotte dei popoli originari contro la barbarie coloniale. Con bandiere, simboli di dignità e abiti tradizionali, i collettivi dell'emigrazione “nostroamericana” sono arrivati da diversi punti d'Italia e persino dalla Svizzera. Hanno manifestato di domenica perché il 12 ottobre è un giorno lavorativo per loro che, come migranti, sostengono in gran parte i mestieri di cura nelle case degli italiani. Motore organizzativo della convocazione è stato il Frente Patriótico PEX (Peruviani all'Estero), portato avanti fondamentalmente dall'impegno incrollabile delle compagne militanti.

Disteso a terra, un lungo striscione ricorda le vittime della repressione del regime di Dina Boluarte e dell'oligarchia in Perù: non vittime passive, ma eroi ed eroine che indicano un cammino di resistenza fin dai tempi della "conquista". Una scia di sangue, violazioni e sopraffazioni con cui, dal 12 ottobre 1492, l'imperialismo occidentale ha imposto la sua egemonia, distruggendo intere popolazioni, occupando territori e fondando le basi del modo di produzione capitalista sul genocidio e sul saccheggio.

Gli interventi e gli slogan della manifestazione, insieme a una piccola rappresentazione teatrale della "conquista", hanno sintetizzato questo percorso storico, segnalando l'urgenza di strutturare un fronte di resistenza comune.

Dalle Ande all'Amazzonia — devastata dagli interessi delle grandi corporazioni transnazionali e dai governi a loro subalterni —, le forze dell'estrema destra avanzano a colpi di brogli elettorali, lawfare e repressione brutale. Questa offensiva continentale gode della copertura diretta della cricca di pedofili e affaristi che costituisce il governo di Trump in Nordamerica e che oggi pretende di riportare indietro le lancette dell'orologio anche in Brasile e nell'intera regione.

In piazza a Roma si è unita anche la voce combattiva dei militanti salvadoregni, che hanno denunciato come il "modello Bukele" basato sullo stato di emergenza permanente e sulla carcerazione di massa — lo stesso metodo disumano applicato dall'ICE contro la popolazione migrante negli USA — si stia estendendo rapidamente in tutta l'America Latina per mano dei governi di estrema destra. Un modello di controllo sociale e violenza punitiva che punta a incarcerare la povertà e a soffocare qualsiasi barlume di organizzazione popolare.

La situazione politica in Perù è stata denunciata con particolare contundenza. Il Paese soffre oggi il consolidamento di un regime dittaturale de facto articolato dal fujimorismo, guidato da Keiko Fujimori, erede del dittatore Alberto Fujimori (ricordato per il piano di sterilizzazioni di massa delle donne indigene e la repressione genocida). Di fronte all'incapacità della borghesia peruviana di risolvere la crisi organica del Paese, la risposta del governo è stata la militarizzazione, l'insulto all'opposizione e la promulgazione di leggi "pro-crimine" che proteggono le mafie mentre si torturano e stipano oltre 104 mila prigionieri nelle carceri peruviane (come a El Milagro di Trujillo, dove stipano 6.000 persone in spazi concepiti per 1.600).

Con la menzogna che impone di “scegliere tra democrazia o terrorismo”, il fujimorismo impone una legislazione in cui la presunzione di innocenza viene schiacciata, mentre devia risorse pubbliche per finanziare la grande stampa e acquistare caccia da guerra F-16 dagli USA invece di spegnere gli incendi forestali.

Di fronte a questa barbarie, la piazza di Roma ha preteso con forza la liberazione immediata di Pedro Castillo, presidente legittimo del Perù, sequestrato e incarcerato per aver osato rappresentare i settori più umili senza l'avallo delle oligarchie. Allo stesso modo, si è alzata la voce per la liberazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, sequestrati da truppe speciali degli USA il 3 gennaio scorso. Un inedito episodio di arroganza e insolenza imperialista che crea un precedente pericoloso per la sovranità globale e le cui conseguenze geopolitiche devono essere ancora analizzate in tutta la loro gravità.

Questa aggressione risponde alla strategia di un "Nuovo Piano Condor" implementato sotto il cappello del cosiddetto "Scudo delle Americhe", apparato coercitivo che copre le violazioni sistematiche dei governi satelliti di Washington mentre condanna i popoli che resistono a un presente di miseria, aggressione e blocco. Per questo, la manifestazione a Roma ha ribadito il legame ombelicale tra la resistenza indigena latinoamericana, l'eroica lotta del popolo palestinese e la resistenza sovrana dell'Iran, dello Yemen e del Libano contro il neocolonialismo anglo-statunitense.

Il 12 ottobre 1492 non rappresenta l'"incontro di due mondi", ma l'atto di nascita dell'accumulazione originaria del capitale su scala planetaria, così come teorizzato da Karl Marx nel Primo Libro de Il Capitale. La spoliazione delle terre comunali dei popoli originari della Nostra América, la schiavitù delle comunità Taíno a La Española e l'annientamento del 95% della popolazione indigena del continente (dove le malattie sono state affiancate dal lavoro forzato, dalla distruzione della sovranità alimentare e dalla violenza armata) hanno costituito la base sanguinosa su cui si è eretto il mercato mondiale mercantilista e industriale europeo.

Una dialettica del saccheggio che non ha ancora ricevuto alcuna riparazione. Prima che l'ondata reazionaria togliesse il fiato ai processi di emancipazione antineocoloniale nel continente, in Venezuela si era costituita una commissione speciale anticoloniale proprio con questo intento, sostenuta dalle istituzioni dei popoli come l'ALBA o la RUNASUR. Ma ora, con il presidente della RUNASUR, l'ex capo di Stato della Bolivia Evo Morales, perseguitato dall'imperialismo, le cose si sono fatte ulteriormente difficili. E, nelle analisi che hanno messo in evidenza il ruolo della Chiesa cattolica nella "conquista" di ieri e di oggi, sono state ricordate le parole di Evo al riguardo, quando ha rievocato: «Sono arrivati con il fucile e la croce. Ci hanno detto di chiudere gli occhi e di pregare, e quando li abbiamo riaperti, ci avevano spogliato di tutto».

Questa matrice di dominazione territoriale, estrattivista e razzializzata è stata assunta e perfezionata dall'impero statunitense. Attraverso la dottrina del "Destino Manifesto", Washington ha espanso la propria frontiera continentale sterminando le nazioni Cheyenne, Arapaho e Lakota (in massacri emblematici come Sand Creek nel 1864 o Wounded Knee nel 1890) e strappando al Messico oltre la metà del suo territorio nel 1846. Con il salto di qualità del 1898 — la guerra ispano-statunitense e l'annessione di Puerto Rico, Guam, Filippine, Cuba e Hawaii —, il capitalismo statunitense ha compiuto il passo decisivo verso la sua fase imperialista di proiezione di potenza d'oltremare.

La logica coloniale del XVI secolo e l'espansione militare del XIX secolo continuano a operare oggi in modo ininterrotto. La ricerca feroce di risorse naturali, energia ed egemonia politica è la stessa che ha spinto gli USA a promuovere il colpo di Stato in Iran nel 1953 contro Mohammad Mosaddeq dopo la nazionalizzazione del petrolio, ad abbattere in modo criminale il volo commerciale 655 di Iran Air nel 1988 uccidendo 290 civili, e a scatenare guerre non provocate contro la Repubblica Islamica dell'Iran, come l'aggressione su vasta scala iniziata il 28 febbraio 2026.

Minacciando di "annientare" il popolo iraniano proprio come fatto con i nativi americani, le élite di Washington rivelano che le forme della violenza statale cambiano, ma l'essenza dell'accumulazione per spossessamento rimane intatta.

Di fronte all'idra imperialista e ai suoi megaprogetti estrattivi — subappaltati in molti casi alla criminalità organizzata per privare le comunità delle loro acque, dei boschi e dei minerali —, i popoli originari mantengono una continuità storica di combattimento che smentisce le narrazioni pacifiste del liberalismo.

Lo ha dimostrato la recente assemblea-celebrazione per i 30 anni del Congreso Nacional Indígena (CNI) in Messico, tenutasi presso la Casa de los Pueblos Samir Flores con la partecipazione di 32 popoli indigeni e delegazioni internazionali. L'immagine della Comandanta Ramona con la bandiera messicana nella Selva Lacandona al fianco del Subcomandante Marcos nel 1996 assurge a simbolo di una riserva morale e ideologica che rifiuta di sottomettersi alle riforme legali truccate dello Stato borghese.

Come ha affermato Marichuy (María de Jesús Patricio Martínez), le comunità organizzate hanno visto passare governi "di tutti i colori" mentre il saccheggio si approfondisce, dimostrando che la vera emancipazione è possibile solo attraverso l'autogestione, la difesa intransigente del territorio e la convergenza con le lotte delle madri dei desaparecidos e delle classi lavoratrici.

La manifestazione dell'11 ottobre a Largo di Torre Argentina ha dimostrato che la lotta della classe lavoratrice migrante in Europa non è separata dalla battaglia geopolitica che si combatte sulle Ande, in Amazzonia, nei Caraibi o nell'Asia Occidentale.

Dalla resistenza contro il fujimorismo in Perù fino alla difesa irrinunciabile della sovranità in Venezuela, dove i popoli originari comandano e governano i propri territori; dalla memoria del CNI in Messico fino alla causa del popolo palestinese e iraniano, il filo conduttore è uno solo: la lotta contro un sistema imperialista decadente ma profondamente aggressivo. La dignità rivoluzionaria dei popoli non si piega nei tribunali dell'impero, non si vende alle multinazionali e si riafferma con fermezza nelle piazze, esigendo la libertà dei prigionieri politici e la restituzione della sovranità dei popoli aggrediti.

❌