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L’economia del caffè: il modello greco nel presente (e nel futuro) dell’Europa mediterranea

 

di Antonio Di Siena per l'AntiDiplomatico

Negli anni immediatamente successivi alla crisi economica e all’austerità, la Grecia ha recuperato risorse e occupazione spostando una parte consistente della propria forza lavoro verso attività poco produttive come turismo e ristorazione. E, così facendo, ha consentito a molti disoccupati di tornare a lavorare importando contemporaneamente enormi quantità di reddito dall’estero.

È questo il succo dello studio emblematicamente intitolato «The café economy: Structural transformation in Greece in the wake of austerity and “reforms”»pubblicato dall’Hellenic Observatory della London School of Economics. Una trasformazione interpretata non soltanto come risposta alla crisi, ma come effetto di austerità e compressione di salari e domanda interna.

Nella ricostruzione degli autori, ciò che è accaduto è fin troppo evidente: tra il 2009 e il 2017 la spesa pubblica reale è diminuita (del 30% circa) mentre le entrate indirette aumentavano il loro peso sul PIL. Il risultato è che nel 2023 il PIL greco era ancora di quasi un quinto al di sotto del livello pre crisi, mentre - ed è questo il dato rilevante - l’occupazione recuperava molto più velocemente, mantenendo però una produttività sensibilmente inferiore al 2009 in quasi tutti i settori. Detto in soldoni, l’aumento dei posti di lavoro (precari e a tempo parziale) non è coinciso con un recupero della capacità produttiva e una ripresa reale dell’economia rispetto al periodo precedente all’avvento della Troika.

A fare da traino a questa “ripresa” sono, manco a dirlo, i settori dell’ospitalità e della ristorazione che hanno assorbito 320mila lavoratori, aumentato l’occupazione dell’ 87% e le ore lavorate del 69%. Mentre i salari reali scendevano di quasi il 60%…

Insomma alberghi, bar e ristoranti sono diventati il fattore di compensazione, la zattera di salvataggio per un’economia (e una popolazione) alla deriva. Un salvagente tornato utile anche a lavoratori specializzati, altamente qualificati o laureati che hanno obtorto collo accettato impieghi che richiedevano una specializzazione molto più bassa.

Sempre nel 2023 il lavoro a tempo parziale involontario nel comparto accoglienza/ristorazione era quasi dell’80% sopra il livello del 2009. Il caso greco, quindi, ci mostra plasticamente il funzionamento del “welfare surrogato”: quando le opportunità lavorative si restringono, il settore HoReCa (sostenuto dalla costante crescita del turismo internazionale) assume una primaria funzione di assorbimento occupazionale.

L’utilità dello studio è quindi indubbia, perché dimostra (qualora ce ne fosse ancora bisogno) le false promesse dei programmi di aggiustamento economico noti come Memorandum: compressione della spesa pubblica, tagli, privatizzazioni e liberalizzazioni non hanno sostenuto la ripresa economica e l’aumento di competitività e produttività. Al contrario hanno prodotto un’economia che, pur avendo assorbito un enorme quantità di forza lavoro, si limita a garantire una vita di poco sopra il limite della mera sopravvivenza.

Sostiene cioè l’attività economica nell’immediato, ma non è assolutamente capace di garantire una traiettoria duratura di crescita. Detto più terra terra: hanno determinato le condizioni che fanno della Grecia un paese progressivamente sempre più dipendente da turismo e ristorazione. Un ristorante in più, un cameriere sottopagato in più, un appartamento trasformato in B&B in più e il gioco è fatto. L’economia continua a restare a galla senza essere costretta a diventare più produttiva, senza cioè garantire condizioni lavorative e di sviluppo sociale che non siano da paese sottosviluppato. Sembra una forzatura ma è esattamente ciò che è accaduto. Un paese reso sempre meno in grado di competere su manifattura, tecnologia, innovazione eccetera, che ha via via implementato un sistema di valorizzazione e vendita di ciò che aveva: monumenti, spiagge, luoghi cibo ed experience.

La domanda interna è crollata? La si importa dall’estero. Si ha poco da esportare? E allora si “esportano” i servizi (senza ovviamente esportarli fisicamente). Non mandi cioè il tuo mare in Germania, mandi la Germania intera al mare da te. Non esporti un monumento o una casa, semplicemente li trasformi in prodotti in grado di intercettare reddito generato altrove. Non a caso, lo studio dice chiaro e tondo che il turismo ha contribuito in maniera decisiva al riequilibrio dei conti esteri greci. Con - tra le altre cose - un surplus dei servizi di viaggio passato dal 3,4 all’8,3 % del PIL in 14 anni.

Tutto questo vi ricorda qualcosa? Dovrebbe.

È infatti una parte significativa della dinamica che provo a descrivere in “Turisti a casa nostra”. Una dinamica pienamente operativa in Grecia - e che si sta via via imponendo con sempre maggiore “successo” nell’intero Sud Italia così come in Spagna e in Portogallo - che si può sintetizzare in poche parole: un’economia depressa può compensare il crollo della domanda interna e l’incapacità di produrre reddito importando consumatori dall’estero attraverso l’espansione turistica.

Se tale lettura è corretta, quindi, allora la pressione sugli affitti, l’emergenza abitativa, l’overtourism, il degrado ambientale e la mercificazione culturale non possono essere derubricate ad anomalie aggiustabili. Ma, al contrario, vanno intese come parte integrante di un modello che dipende integralmente dal consumo del turista e che concepisce le case, i quartieri, lo spazio pubblico, il paesaggio, le risorse naturali e la cultura unicamente come infrastrutture economiche da monetizzare. Un modello parassitario e iper-estrattivo che non ha bisogno di produrre nulla oltre la propria capacità di mettere efficacemente a reddito ciò che già possiede. È questo il motivo per cui lo sviluppo turistico può serenamente convivere con stagnazione, precarietà, salari bassi, deindustrializzazione e declino produttivo. Di più, spesso sono proprio tali condizioni a rendere il modello più performante (per pochi) e, magari, anche socialmente più digeribili (per molti).

Un modello insidioso perché, essendo capace di generare PIL, occupazione, entrate fiscali e per certi versi anche consenso politico, diventa difficilissimo da riconoscere come pericoloso. Perché, a differenza di quando le fabbriche chiudono e le serrande si abbassano, se alloggi e ristoranti sono pieni e negli aeroporti c’è la fila, è assai più complicato parlare di crisi perdurante… Ma nei fatti è di questo che stiamo parlando. Di un’economia che si è radicalmente trasformata, generando un nuovo punto di equilibrio che scarica i costi (economici e sociali) sulla pelle di quanti funzionano come meri ingranaggi del sistema senza vedere alcun miglioramento delle proprie condizioni di vita. Anzi, subendone molto spesso un costante deterioramento. Un modello in cui un sistema impara a sopravvivere generando squilibri sempre più crescenti e marcati - sia all’interno dello Stato interessato dal fenomeno che, più in generale, lungo l’asse Nord-Sud dell’Unione europea - e che ci pone davanti a una scomoda e attualissima verità: sopravvivere e vivere dignitosamente sono due cose completamente diverse. Esattamente come immaginare che un pasto possa essere sostituito da un caffè.

La Grecia ce lo sta spiegando da anni, quando lo capiremo?

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