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Carta argentata

14 Ottobre 2026 ore 11:37

I piedi di Giulia si muovono timidamente. Poggia prima le dita, poi piano il tallone. Il passo è incerto, le braccia penzolanti disegnano piccoli semicerchi in aria. Sembrano due pendoli che vanno in direzioni opposte. Muove il piede destro e poi il sinistro, su cui ha più presa, così riesce a mantenere meglio l’equilibrio. Se Giulia pensa troppo alle braccia smette di saper usare i piedi e cade a terra. Una volta si è fatta molto male e le è uscito un livido violaceo sul gluteo che si è espanso fino all’anca. Sedersi a scuola le provocava dolore, e finiva per rannicchiarsi tutta da un lato sulla sedia di legno chiaro.

Le piace, invece, guardarsi allo specchio. Vivisezionare con gli occhi il gluteo, guardare i capillari rotti espandersi sotto la sua pelle, le piace sfiorarsi. Giulia immagina il suo corpo abitato da piastrine irrequiete, da muscoli nervosi, da uno stomaco anziano. Conta i giorni che ci vogliono a fare riassorbire quel lago coriaceo, a volte segna con un pennarello nero i confini dell’ematoma duranta la loro ritirata. Lo fa fino a quando la ferita sparisce e rimangono solo questi campi di ics che improvvisamente non hanno più nessun significato. Ecco che allora se li lava via. Lo fa immergendosi completamente in una vasca modesta che occupa metà del suo bagno, si mette a mollo con i sali alla lavanda e gratta delicatamente via tutti i rimasugli di nero. Poi si lascia andare con la testa nell’acqua bollente, trattiene il respiro senza aprire gli occhi. Per una frazione di secondo è come se fosse di nuovo nella pancia di sua madre, nuda e senza ferite. Il respiro si fa corto ed è costretta a tornare su, è sempre straniante ricordarsi di dover respirare. Giulia inspira ed espira, un’operazione che ripete più volte. Non riesce a smettere di pensare al suo respiro. 

È innaturale pensare alle cose che fa il nostro corpo, come con le braccia che penzolano, come con i piedi che camminano uno davanti all’altro. Giulia rimane lì a pensare alle cose che fa il suo corpo senza che se ne renda conto. Alla testa che le si piega sempre verso destra e mai verso sinistra quando è un po’ triste perché quello è il fianco sul quale si rannicchia prima di andare a dormire. Quando ha voglia di diventare una chiocciola e fa toccare la fronte con le ginocchia, e sente in sottofondo solo la flebile voce di sua madre che in cucina si ripete ad alta voce la lista della spesa. Uova, latte, caffè, la carta argentata. Sua madre non riesce ad avvolgere il cibo con la pellicola di plastica, guardare il contenuto delle cose la fa pensare a un’operazione a cuore aperto. Giulia tutte le volte che apre il frigo deve indovinare cosa troverà all’interno dei pacchettini, che sono di varie dimensioni e forme e sono avvolti in questa carta argentata che ricorda un po’ i lavoretti, quelli che si facevano a scuola quando si avvicinava natale. La carta argentata serviva per la neve, le stelle, le galassie. Le cose lontane. Giulia immagina una piccola galassia appetitosa nel suo frigorifero: cibi nascosti, tutti con la stessa divisa, che volteggiano tra le quattro pareti bianche e fantasmatiche di un frigo triste. Si cercano senza potersi raggiungere, persi nel buio. Poi, all’improvviso, uno dei pacchetti esplode, lasciandosi dietro una scia di muffa.
Quando Giulia apre un piccolo limone incartato stretto, e ormai completamente ammuffito, si ricorda della sua ferita, di come il suo gluteo fosse pieno di una specie di muffa e di come quella muffa, a un certo punto, era completamente sparita. 

Giulia chiude il frigo e torna nella sua stanza, poi si posiziona davanti allo specchio. Si spoglia. Prima si sfila la maglietta nera che scopre il seno, poi si slaccia i jeans bottone dopo bottone, li lascia cadere lentamente, nota come quel bottone le ha segnato il basso ventre. Passa le dita sull’incisione emersa dalla pelle. Un nuovo disegno da osservare. Ha indosso solo un paio di mutande bianche, anche un po’ sbrindellate nella parte alta, qualche filo esce disordinato dal tessuto rovinato. Inizia a toccarsi il gluteo proprio dove c’era la ferita che ora non c’è più. Prova a ricordarsi la sensazione di dolore ma non la ricorda più. Prova a cercare i confini che aveva segnato con il suo pennarello ma è come se non ci fossero mai stati. Con le dita comincia a premere forte sulla pelle, disegna con le unghie una nuova geografia. Il lago che immagina non le sembra corretto, il suo sguardo ossessivo finisce sull’altra gamba: non è che forse era lì, la ferita? Le dita provano a insistere sulla pelle dell’altro gluteo ma anche lì il suo corpo non ricorda nulla. Inizia a confondersi, a far penzolare le braccia lungo i fianchi, a muovere i piedi uno davanti all’altro in maniera incerta. Si scorda come si respira. Accade tutto troppo velocemente: di colpo sbatte la testa contro lo specchio, spaccandolo in tantissime piccole schegge che in discreta parte si conficcano nella sua pelle morbida. Un po’ fa male, in qualche punto, come sulla parte alta della pancia, dove le esce un rivolo di sangue che le riga la carne. Giulia è immobile: si sente come se fosse avvolta in una carta argentata riflettente. L’unica cosa che le viene in mente è che vorrebbe che sua madre la chiudesse nel frigorifero insieme alle altre pietanze avanzate.

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Buon vicinato

26 Settembre 2026 ore 11:53

Si annidano uno sopra l’altro, cadaveri sotto altri esseri viventi ancora per poco. Me ne sto accovacciata, con il mio corpo ingombrante a fare ombra alla carneficina. Li guardo e provo pietà, un fastidio al centro dello stomaco che non pensavo di poter provare. Ma i loro corpicini, con le zampette così fragili e minuscole, mi spingono per un istante — solo un brevissimo istante — a pensare che anche noi umani, dallo spazio, dobbiamo sembrare così. Colonie, zampe, corpi che scavalcano altri corpi per accaparrarsi il cibo.

Scatto in piedi all’improvviso, infastidita dalla loro stessa morte, quella che io ho provocato. Attraverso la stanza a passi larghi; il mio corpo leggermente incurvato si riflette nel grande specchio dell’armadio. Due gambe lunghe, un paio di mutande di pizzo bianco e la maglia scolorita di un vecchio festival. Eccolo, il mostro. Sulla porta ci ripenso: torno nell’angolino con i pugni stretti contro il seno, le unghie a spingere nella carne delle mani.

Dall’alto siamo una massa scura e informe che attraversa laboriosamente le canaline della scatolina piazzata esattamente sopra la loro tana. Mangiano il veleno, tornano indietro e, nel giro di poche ore, avrò sterminato l’intero nido. Ma qui si tratta di sopravvivenza. Si tratta di questa piccola casa in cui vivo sola, che pulisco sola, che custodisce un unico essere vivente: questo mio corpo.

Per mesi ho incrociato soltanto piccole tracce della colonia. Ogni formica che intercettavo la schiacciavo tra l’indice e il pollice con una forza tale da non lasciare dubbi. Le formiche scricchiolano, ho scoperto. Sono esseri minuscoli, ma così difficili da ammazzare. Sfrego tra i polpastrelli i loro resti e li lascio in giro per casa, sperando sia un monito per le altre. Non lo è mai.

Poi, fino a pochi giorni fa, la svolta. Un’apparizione isolata è un conto, ma una striscia di bestie zampettanti che taglia la camera da letto è una vera dichiarazione di guerra. Le ho ammazzate tutte, non ne è sfuggita nessuna. E poi ho ripescato dall’armadio una vecchia scatola di trappole per scarafaggi ancora sigillata. La specie era diversa, ma l’inganno avrebbe funzionato ugualmente. Dieci euro e cinquanta, scaffale inferiore, quarta corsia del supermercato in fondo alla via, sulla lista nelle note del telefono segnato sotto la voce “spese straordinarie”.

Ne ho piazzate due: una sotto il termosifone della camera da letto, l’altra sotto il lavello del bagno, i nodi di maggiore afflusso.

E ora sto qui a guardarle. Si sono moltiplicate, hanno chiamato le loro sorelle per mangiare: hanno trovato il cibo, hanno trovato la speranza. Hanno trovato la morte, la trappola. E, senza nemmeno saperlo, saranno loro stesse a portare all’estinzione la propria civiltà. Non so cosa mi ipnotizzi di più: se il loro vagare agitato attorno all’involucro o la quantità di formiche che spuntano a fiotti da una crepa tra le piastrelle del pavimento. Sono così tante che potrebbero attaccarmi e divorare la mia carne — e magari pure quella del geco che da giorni abita la mia cucina. Si allontanano e, disegnando un cerchio perfetto, ritornano alla preda.

Sotto il braccio, piegata in due sopra lo scatolone dell’Ikea che fa da comodino, c’è ancora la cartellina di pelle sintetica rilasciata dal notaio 72 ore fa. Atto di compravendita. Centoquarantamila euro di mutuo trentennale, tasso variabile con opzione fissa, tre perizie della banca, garante mio padre che ha dovuto ipotecare pure la dignità, sei anni di collaborazioni occasionali, ritardi nei pagamenti e fatture elettroniche sollecitate con vergogna alle sette del mattino di domenica. Tutto per poter dire: questa è casa mia.

E invece guardale. Quelle stronze non hanno presentato un CUD. Non hanno versato tre caparre di deposito cauzionale. Non hanno dovuto dimostrare di avere un contratto a tempo indeterminato per superare lo sbarramento del primo colloquio con l’agente immobiliare. Sono entrate e basta, sfondando le barriere tra la piastrella ventiquattro e la venticinque.

“E sarei io il mostro?” sussurro alla colonia in fila indiana. La mia voce rimbomba tra le pareti della camera da letto mezza arredata.

È in quel momento che mi rendo conto che qualcosa non va. Il veleno non le sta sterminando: le sta ubriacando. E, cosa ancora peggiore, sembra che la voce si sia sparsa nel quartiere. Dal buco sotto il battiscopa non escono più decine di formiche, ma un fiume nero, festoso, una specie di rave clandestino organizzato a mie spese nel mio bilocale di quarantacinque metri quadri. La scatola rossa del brico ha smesso di essere una trappola per diventare una consolle da DJ per insetti. Le formiche non muoiono: avanzano a scatti, si scontrano tra loro, disegnano traiettorie erratiche e poi tornano indietro, palesemente euforiche. Hanno invitato i cugini, gli zii, forse l’intera fauna invertebrata del condominio.

Mi salgono i brividi lungo la schiena. Un pizzicore improvviso alla caviglia destra mi fa fare un balzo all’indietro. Sferro uno schiaffo sulla carne nuda, ma non c’è niente. Poi un altro pizzicore dietro il ginocchio, un altro sotto la bretella della canottiera. Mi sto contorcendo da sola al centro della stanza a combattere contro un esercito che forse esiste solo nella mia testa.

“Basta,” dico ad alta voce. “Questa è proprietà privata.”

Vado in cucina trascinando i piedi. Afferro le uniche armi da difesa che ho accumulato nei miei anni di vita precaria: un flacone di sgrassatore al limone quasi finito, tre quarti di boccia di aceto di vino bianco e un barattolo di cannella scaduto nel 2022. Torno in camera e mi siedo a gambe incrociate, come uno sciamano metropolitano sull’orlo del crollo psicotico. Traccio un cerchio di cannella attorno alla trappola. Poi uno spruzzo di sgrassatore e un tocco di aceto. La stanza si riempie di odore di strudel di mele e limone avariato.

È allora che da dietro l’armadio fa comparsa il geco. Si arrampica lentamente sul battiscopa. Si ferma. Mi fissa con i suoi occhi tondi e vitrei, la pelle traslucida che riflette la luce della lampadina nuda a sospensione. Guarda me, poi guarda la pozza di aceto e cannella, poi guarda la fila di formiche ubriache. Non batte ciglio. Muove la lingua una volta sola, acchiappa una formica al volo e riprende a fissarmi con la freddezza di un perito della banca.

Il mio fiato corto rallenta. Non sono la proprietaria. Non sono il mostro. Non sono la regina di niente. Il notaio si è sbagliato, la banca si è sbagliata, mio padre si è ipotecato per farmi da garante in una riserva naturale. Io sono soltanto l’unica creatura di questo ecosistema che lavora a partita IVA per pagare la quota condominiale e l’IMU a tutti gli altri.

Mi lascio scivolare con la schiena curvata contro la porta dell’armadio. Lo specchio è freddo. Mi abbraccio le ginocchia.

Una formica, la più ardita tra tutte, ha eluso la trincea di cannella, ha scalato lo scatolone dell’Ikea ed è salita sopra la cartellina del notaio. Cammina con calma sopra il mio nome e cognome stampato in maiuscoletto neretto.

La guardo. Mi sembra che anche lei mi guardi.

“Va bene,” le sussurro, rassegnata, mentre il geco si accomoda sul battiscopa. “La spazzatura si batte il martedì e il venerdì. Ma vedete di non fare casino dopo le undici”.

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