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Guerra all'Iran: i limiti degli USA e cosa farà Trump. L'analisi del Gen. Fabio Mini a l'AntiDiplomatico

 

Un'invasione militare dell'Iran è davvero uno scenario sul tavolo del Pentagono? A l'AntiDiplomatico risponde il Generale Fabio Mini, in un'esclusiva intervista condotta da Loretta Napoleoni. Dopo aver tracciato il perimetro delle reali opzioni di Washington, Mini mette a nudo i limiti strutturali e logistici dell'Occidente. "L'Iran non è l'Iraq. Un'invasione su vasta scala comporterebbe un disastro tattico e strategico per gli Stati Uniti, con perdite umane e materiali assolutamente insostenibili".

Sulle reali intenzioni del Presidente Usa, Mini non ha dubbi: "Oggi, semplicemente, nessun esercito occidentale possiede i numeri, le forze di terra e la tenuta politica necessari per occupare e controllare un territorio ostile, vasto e complesso come quello iraniano". 

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Alessandro Volpi: "La bolla dell'IA e il debito faranno crollare il dollaro"

 

di Loretta Napoleoni

 

L'accordo sul diesel russo siglato tra Donald Trump e Vladimir Putin è davvero la mossa vincente per salvare l'economia americana? Secondo l'economista Alessandro Volpi, intervistato da L'AntiDiplomatico, si tratta solo di uno specchietto per le allodole in un quadro macroeconomico ben più allarmante. Gli Stati Uniti si trovano infatti schiacciati sotto il peso di un debito federale insostenibile e di un mercato azionario ipertrofico. Sull'intesa energetica, il Prof. Alessandro Volpi non usa mezzi termini, chiarendo che la misura ha solo un valore simbolico: "L'accordo prevede dei volumi che sono talmente ridotti che difficilmente potranno modificare le difficoltà con cui gli Stati Uniti devono fare i conti".

Il vero elefante nella stanza, prosegue Volpi, è la spaventosa speculazione legata al settore tecnologico, finanziata a debito. "Se salta il tappo della bolla dell'intelligenza artificiale – avverte l'economista – ho l'impressione che gli effetti possano essere davvero disastrosi". Un collasso interno che si unirebbe all'inesorabile avanzata della de-dollarizzazione guidata dai Paesi BRICS. Le opzioni per Washington, ormai, si restringono a soluzioni estremamente dolorose che minerebbero la leadership globale americana: "Una svalutazione del dollaro o una ristrutturazione del debito vogliono dire che gli Stati Uniti accelerano ulteriormente la loro marginalizzazione sul piano internazionale". Un avvertimento severo, che pesa come un macigno sulle future scelte strategiche di Washington.

GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA:

Diesel russo agli USA e l'Europa "con il cerino in mano": il grande bluff di Trump smascherato (VIDEO)

 

 

Video editoriale di Loretta Napoleoni

 

Il colpo di scena che nessuno in Europa osava pronosticare: Donald Trump fa un accordo con la Russia per importare milioni di tonnellate di diesel in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre! Ma di cosa parliamo realmente?

I numeri svelano la verità: le prime tranche servono a coprire appena una manciata di giorni di consumo americano. Il vero nodo dei 3 milioni di tonnellate dipende dalle raffinerie russe. La mossa di Trump non è solo una spregiudicata operazione sui prezzi per ingraziarsi gli elettori, ma una potentissima leva politica su Kiev: l'accordo reggerà solo se l'Ucraina smetterà di bombardare l'energia russa.

Ancora una volta, i diktat di Washington scavalcano totalmente Bruxelles e il fronte atlantico, lasciando l'Europa beffata e con la candela in mano dopo anni di folli sanzioni.

Oltre Hormuz: il suicidio energetico europeo e l'occasione mancata dei BRICS - Demostenes Floros (VIDEO)

 

 

di Loretta Napoleoni

 

La crisi energetica e l'impennata dei costi non sono un mero incidente di percorso dettato dalle tensioni in Medio Oriente. Dietro l'alibi perfetto dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di deindustrializzazione pianificata e di un riposizionamento globale in cui l'Unione Europea gioca ormai il ruolo di comparsa subalterna. "Quando si sostiene che le cause del prezzo alla pompa sono la chiusura dello stretto di Hormuz, si mente, non si vuole affrontare il vero problema che viene da lontano, da almeno 30 anni. [...] Il vero tema è l'abbandono della raffinazione. In Unione Europea dal 2009 ad oggi abbiamo perso il 29% della capacità di raffinazione." Lo dichiara a l'AntiDiplomatico Demostenes Floros, esperto di energia e gepolitica. 

Il rincaro di benzina, diesel e jet fuel non è causato solo dalla mancanza di materia prima, ma dall'incapacità di processarla. Questa scelta suicida, portata avanti per decenni, ha un solo esito logico per Floros: condannare l'Europa a una dipendenza ancora più stringente e costosa dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento dei prodotti raffinati, in una dinamica di pura sudditanza economica che fa il paio con la costosa transizione dal gas russo al GNL americano.

Mentre Bruxelles e Washington si avvitano in sanzioni e dazi, le dinamiche che tengono a galla il mercato energetico globale si muovono altrove. La Cina ha attuato nei mesi precedenti alla crisi una gigantesca operazione di accumulo di riserve strategiche, arrivando a sfiorare 1,4 miliardi di barili. Un "cuscinetto" che ha permesso a Pechino di ridurre drasticamente le importazioni quotidiane quando il mercato è entrato in sofferenza, calmierando i prezzi globali. "Se la Cina avesse continuato ad importare quel quantitativo di petrolio, quale sarebbe la situazione dei prezzi a livello internazionale? Saremmo altro che ai 100 dollari al barile. [...] Questo è un aspetto che purtroppo a casa nostra non viene riconosciuto, direi intellettualmente poco onesto, perché sicuramente la Cina fa i propri interessi, ma con una visione dell'interesse globale."

In questo scenario di rapida riorganizzazione del potere economico mondiale, prosegue Floros, l'Italia rischia di pagare il prezzo più alto. Per un'economia di trasformazione, profondamente legata all'export, accodarsi supinamente a conflitti e tensioni eterodirette significa strangolare il proprio tessuto produttivo "È veramente un peccato che un paese che è il quarto, quinto esportatore al mondo [...] non apra un rapporto diretto con i BRICS. All'interno dei BRICS soltanto la Cina è produttore di beni strumentali. Perché non fare in modo che gli altri membri [...] non diversifichino i loro acquisti dall'estero di beni strumentali, benvenga dalla Cina, ma anche dalla nostra Italia?"

P.s. 

 

 

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