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Contro la dittatura degli imbecilli: lo Stato è forte se rispetta la Costituzione e l’umanità, il caso Papalia e il cuore nero della Calabria

14 Giugno 2026 ore 18:00

Ho riletto di recente un articolo che è stato pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1966 e che parla del deciso sostegno di Umberto Terracini alla proposta di legge di amnistia e indulto che il Parlamento – successivamente – avrebbe votato quasi a unanimità. Una scelta parlamentare tesa a onorare il ventesimo anniversario della Repubblica.

La Costituzione Italiana porta la firma di Terracini. Noi abbiamo appena festeggiato l’ottantesimo anniversario del 2 giugno, in Parlamento non siedono più i Terracini, Moro, Nenni, Pertini, Saragat e neanche i liberali di allora. Un atto di clemenza sarebbe stato impensabile. Nessuno si illuda che ciò sia frutto di un maggiore rigore morale o di “rispetto” per una pur presunta legalità perché si tratta quasi sempre di paura e di calcolo. Paura di scontrarsi con il conformismo grigio che prevale nella società. Calcolo di perdere consenso e quindi voti. Eppure tutti sanno che le prigioni italiane sono in uno stato di illegalità permanente anche se fa comodo fingere di non sapere come vivono gli “scarti” della società. Ma la vera frattura tra il pensiero “rivoluzionario” e umano rispetto a quello barbarico e reazionario passa attraverso tali scelte sofferte e cruciali. Scelte che, a volte, ci obbligano a prendere posizioni scomode e contro corrente. Eppur bisogna farlo… quantomeno per contrastare quella che Eco definiva la dittatura degli imbecilli.

Lo pensavo qualche sera fa a Plati partecipando a una assemblea popolare nella sala del consiglio comunale alla presenza del sindaco e di tanti cittadini. Iniziativa promossa dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” per chiedere che l’ergastolano Domenico Papalia, ultraottantenne, ammalato di cancro, venga messo in condizioni di vivere ciò che gli resta della vita in un ambiente più umano del carcere. Abbiamo chiesto clemenza per “Caino” pur schierandoci dalla parte di Abele. È giusto farlo. Anche se è pericoloso farlo in Calabria. Ovviamente non conosco Domenico Papalia ma credo che cinquanta anni di carcere siano una pena infinita. Forse persino peggiore della pena di morte. Conosco invece la ndrangheta e so bene che è il “cuore di tenebra” della Calabria. E nella tenebra bisogna penetrare e portare luce. È quello che abbiamo fatto a Plati. Anche per dimostrare che la Repubblica è rispettosa della Costituzione e così forte da non temere di compiere un gesto di umanità e di coraggio. Un tempo partecipavo a quasi tutte le iniziative politiche e culturali a cui venivo invitato. Ma il tempo è tiranno! Oggi scelgo quelle che mi aiutano a ritrovare me stesso. O meglio quello che ognuno di noi è stato a 16 anni quando si ha il coraggio di schierarsi senza chiedere nulla in cambio e senza calcolare quanto le proprie convinzioni siano popolari.

La lettera di Domenico Papalia agli studenti: “Studiate, lottate per Platì, non si può parlare del bene senza parlare del male”

14 Giugno 2026 ore 17:00

Il 29 maggio scorso, Nessuno tocchi Caino ha animato una giornata di incontri in Calabria per tenere viva l’attenzione su Domenico Papalia, mezzo secolo di “vita” in carcere, il “fine pena mai” e il “fine vita” che potrebbe essere prossimo a causa di un grave male che ha invaso il suo corpo. La mattina, a Reggio Calabria, si è svolta una conferenza stampa al Circolo Tennis “Rocco Polimeni”, la sera, a Platì, un’assemblea nella sala del consiglio comunale. Non si vedeva da anni tanta partecipazione al Comune di Platì, abitato negli ultimi decenni solo da commissari prefettizi per i continui decreti di scioglimento per mafia. Certo, c’era il vissuto di Domenico Papalia. C’era l’amore della sua famiglia e della sua comunità. Ma c’è da considerare anche la storia dell’antimafia che soprattutto in Calabria e in particolare a Plati ha fatto e continua a causare – nella sua lotta senza quartiere ai comportamenti antisociali e criminali – gravi danni sociali e rovine familiari. La partecipazione nella sala del consiglio comunale (onore al giovane Sindaco!) aveva connotati popolari di resistenza e desiderio di liberazione. È intervenuto anche lo scrittore Ilario Ammendolia che dall’assemblea di Platì ha tratto spunto per un suo articolo. In un certo modo, da recluso condannato all’ergastolo, all’Assemblea ha partecipato pure Domenico Papalia. Da diversi anni egli “incontra” gli studenti delle scuole medie del suo paese, racconta loro la sua esperienza negativa e li invita a impegnarsi nello studio, a rispettare le leggi e le istituzioni. Ha elaborato una sorta di Decalogo che ogni anno invia ai ragazzi delle scuole insieme agli auguri di Natale. Pubblichiamo la lettera di Natale di due anni fa che tramite la dirigente scolastica ha inviato agli studenti della Scuola Media De Amicis di Platì. “Se anche un solo ragazzo, sentendo le Sue accorate parole, starà lontano dalla devianza e seguirà la retta via, potremo affermare di aver raggiunto un grande successo”, gli ha risposto la Preside. S.D.

Innanzitutto mi presento: sono Domenico Papalia, di Platì, “esiliato” dal consorzio civile ormai da circa cinquant’anni a seguito di quella che ritengo un’ingiusta condanna all’ergastolo. Nonostante la mia forzata assenza, sono molto legato al mio paese, soffro per il degrado in cui si trova e desidero ardentemente che i ragazzi studino e, un domani, si occupino di Platì come merita, migliorandolo con atti positivi. Sono stato condannato innocentemente, ma riconosco che nella mia giovinezza non ho avuto una vita regolare e corretta. Tuttavia, in un Paese civile questo non dovrebbe giustificare una condanna a morte, perché tale considero l’ergastolo. La mia esperienza negativa mi porta ancora una volta a invitare i ragazzi della sua scuola a studiare e a stare lontani da certi ambienti devianti: è da ragazzi che si comincia, ed è così che poi si rovina l’esistenza. In questi giorni ho letto sulla Gazzetta del Sud una notizia che mi ha molto indignato, per un gesto ignobile e incivile. A Lei, come Preside, e a tutte le istituzioni, scolastiche e non, va la mia più sincera considerazione. Mi riferisco all’atto vandalico dell’allagamento della scuola media, gesto dannoso per Platì, che da anni cerca di liberarsi da un’etichetta negativa e conquistare un riscatto di civiltà. Immagino che possa essere stato un gesto di qualche ragazzo per evitare una lezione; se così fosse, inviterei il responsabile a farsi avanti, ad ammettere l’errore, a ravvedersi e a chiedere scusa. Ammettere il proprio errore aiuta a crescere ed è un vero gesto di civiltà. Platì non deve ripiombare nella gogna, né dare strumenti ai suoi detrattori per sfogare i propri istinti denigratori e parlare male del paese. Per questo prego i ragazzi di essere esempi positivi, di collaborare perché Platì esca da questa fama negativa. I ragazzi sono gli uomini di domani: spetta a loro studiare, rispettare le istituzioni e impegnarsi per un autentico progresso di civiltà.

Rinnovo a Lei, Preside, tutta la mia solidarietà. Sono convinto che si sia trattato di una bravata e non di un gesto diretto contro la sua persona. Voglio sperare che il responsabile, o i responsabili, si rendano conto dell’errore e chiedano scusa a nome di tutti i cittadini onesti. La prego di leggere questa mia lettera ai ragazzi, ai quali rivolgo un cordiale saluto. Li invito a studiare e a diventare cittadini onesti e produttori di cultura, un domani, per il loro paese. Desidero riproporre un decalogo che anni fa scrissi a un suo predecessore, il prof. Fortunato Suraci. Prima, però, per suo tramite, vorrei fare gli auguri ai ragazzi, pregandoli di studiare ed essere rispettosi delle istituzioni e dell’educazione civica e morale. Con questi principi saranno certamente uomini migliori, capaci di far uscire Platì dal degrado sociale in cui versa attualmente. Questo invito viene da una persona che, come me, è da circa cinquant’anni priva della libertà e soggetta a ogni tipo di sofferenza, e che riconosce come gli errori di gioventù lo abbiano condotto alla sofferenza del carcere, soprattutto per ciò che non ha commesso. Da decenni ho riconosciuto gli errori laddove veramente ho sbagliato. Oggi sono una persona diversa, ma le istituzioni non valutano ciò che sono adesso, bensì ciò che ero cinquant’anni fa, nonostante un mostro di cancro mi stia lentamente uccidendo. Perciò il mio appello ai ragazzi della sua scuola nasce dal profondo dell’animo: si impegnino a studiare e a rispettare le istituzioni, per essere un domani uomini migliori e lottare per il benessere e la civiltà di Platì, che a me manca tanto.

Mi rivolgo a loro parlando del Bene come valore. Il bene e il male sono consustanziali: non si può parlare dell’uno senza citare l’altro. Il male è un cancro che si nutre di cattiveria, brutalità, violenza e indifferenza. Il bene, invece, va di pari passo con il rispetto, la dignità, la pace, l’armonia, la bontà d’animo. Il bene racchiude la Bellezza in tutte le sue dimensioni. Nella scala dei valori il bene supremo è, credo, quello dell’Amore, soprattutto l’amore disinteressato: amare il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio. Il bene è la fonte principale di tutte le virtù. Se l’amore è un atto puro che sgorga spontaneamente dal cuore, la virtù non viene dalla natura, ma è un’arte: saperla coltivare e saperne fare tesoro. Sappiate, ragazzi, che il Bene si manifesta nel modo più alto nella crescita costante ed etica. Voi crescerete: quando vi sentirete felici nell’ascoltare e nel sostenere gli altri, senza aspettarvi nessuna ricompensa; quando non userete maschere diverse in base alle persone che incontrate e alle situazioni che vivrete, ma resterete coerenti con voi stessi in tutte le circostanze; quando affronterete l’autunno che perde le foglie per strada, continuando però a guardare fissi alla primavera; quando, guardando una rosa, terrete conto anche delle spine, ma avrete negli occhi soprattutto la pienezza della sua bellezza; quando, davanti a uno sguardo ostile, risponderete con indulgenza, pazienza e tolleranza, e non con l’offesa; quando constaterete che la sofferenza dei vostri padri testimonia che la bellezza della vita non consiste nell’AVERE, come molti illusi pensano, ma nell’ESSERE, nella catarsi dell’anima che eccelle nella sofferenza, poiché la pena rende cristallina la sensibilità dell’uomo, lo eleva e lo porta ad acquisire una maturità e una consapevolezza altrimenti irraggiungibili; quando vi renderete conto che la Virtù vi dà molto di più di quanto vi tolga la (s)fortuna; quando scoprirete che si smette di crescere, imparare e migliorare soltanto nell’ultimo istante della vita: solo allora sarete uomini saggi, carissimi ragazzi.

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