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The Economist

14 Giugno 2026 ore 19:30

Nel 1843 a Londra vedeva la luce una delle istituzioni culturali più autorevoli ed ascoltate dal mondo finanziario ed intellettuale occidentale. Questa ha leggiadramente cavalcato il vecchio secolo liberale/risorgimentale, quello di Disraeli e Giolitti, che guardavano con derisorio sospetto alle crescenti masse proletarie, ed a seguire il nostro “secolo breve”, quello a ridosso delle due grandi guerre di massa, da cui sono poi scaturiti i “trente gloriuses”, trent’anni di pace, sviluppo e prosperità (goduti senza molta saggezza dai nostri genitori..).

Quest’istituzione, ancora oggi d’immenso richiamo tra di un pubblico sempre meno folto, si chiama: “The Economist”, il periodico più influente presso la borghesia liberale anglosassone ed europea, ormai entrambe in rapidissimo declino. Curiosamente The Economist prese le mosse dal rigetto delle “British Corn Laws”, ovvero un arcaico sistema di tariffe interne votate al più rigido protezionismo dell’allora influente classe agraria e feudale del nord del Regno Unito. Questa, dotatasi per asse ereditario e coloniale di vasti possedimenti agricoli, aveva ottenuto una forma di controllo domestico nei confronti qualunque derrata alimentare attraverso la supremazia della propria rendita, pressocchè incontrastabile.

Arcinemico delle politiche tariffarie, amminicolo di un’economia di guerra che andava tramontando (s’intenda che le politiche tariffarie anche oggi devono essere considerate quali episodi bellici, volte a “strozzare” il proprio antagonista commerciale), The Economist fu non soltanto il primo propugnatore delle tesi del “libero scambio” ma soprattutto del connubbio delle medesime alla formazione di un sistema finanziario basato interamente su flussi finanziari che non necessariamente fossero ancorati ad una valuta aurea o metallica.

Quella alta boghesia intellettuale che si riconobbe nel The Economist era del fermo convincimento che le banche centrali dovessero favorire i più ampi scambi commerciali attraverso una valuta “cartacea” di riserva, in quel caso la sterlina, riconosciuta ed accettata pressocchè ovunque per effetto del prestigio e dell’autorevolezza della Bank of England e dei suoi forzieri al servizio della corona (e del suo presunto potere militare, questo rapidamente dissolvendosi).

The Economist è stato il primo equivalente di “X “a divulgare un’elegante estensione di un modello al contempo liberale e mercantilista al servizio esclusivo di una ristretta elite oligarchica le cui mire erano quella di un controllo globale di flussi finanziari e mercantili senza che esistessero lacci e lacciuoli ad inibirne l’azione. Arricchimento e controllo sarebbero stati garantiti da poli d’attrazione, la City of London e le sue banche prima ancora che Wall Street, cui non sarebbe potuto esistere alcun rivale, fatta eccezione per qualche naturale affluente..

liberalismo finanziario
L’algida visione dell’alta borghesia ottocentesca: la City di Londra e la Bank of England al centro di una fitta rete globale di flussi finanziari e mercantili, liberi da vincoli e sostenuti dalla potenza della sterlina cartacea.

 

The Economist ha attraversato indenne le grandi guerre poiché convinto assertore che le autocrazie avessero un vizio d’origine, ovvero che la loro fame insaziabile di potere e propulsione fossero il loro stesso limite naturale e che le politiche liberali di un altro baluardo del capitalismo moderno, la Federal Reserve, avrebbero finito, come accaduto, per prendere il sopravvento. Ciò soprattutto per effetto dell’indissolubile connubio, della necessaria equivalenza tra energia, carta moneta, difesa e neo colonialismo.

The Economist di oggi occupa la medesima sede nel cuore di Westminster a Londra, a pochi passi da Mayfair, tra i simboli più prestigiosi dell’architettura neoclassica britannica cui hanno corrisposto le politiche economiche e finanziarie “neoclassiche”, ed ultra liberiste, nei centri di potere anglosassoni sparsi per il mondo. I suoi azionisti di riferimento sono le ex grandi famiglie industriali europee, da Exor ai Sainsbury ai Cadbury. Tutt’attorno ad esse purtuttavia il mondo grida ad un rigetto di quelle politiche neo liberali, interamente finanziarie, promosse dall’Economist stesso. Gl’assetti di là da venire del Golfo Persico potrebbero incrinare sino a spezzare definitivamente il dominio del dollaro, gl’imperi industriali e manufatturieri di 20 anni fa sono ormai andati tutti in rovina e quel che resta sono obbligazioni contrattuali, spesso illiquide, i cui rendimenti vengono in qualche modo determinati dalle politiche fiscali di ex governi liberali occidentali, ormai inevitabilmente determinati ad esercitare un potere di repressione finanziaria e tributaria che strangolano fino ad asservirli del tutto i propri cittadini.

Se mi toccasse fare un sunto di quelle politiche che The Economist ed altri, non ultimo il “whatever it takes” del nostro Draghi, hanno propugnato e divulgato non potrei concludere che di esse restano scampoli di vanagloria, ormai percepiti distintamente come tali! Sic Transit Gloria Mundi…E’ notizia di oggi che tra i grandi nomi, ancora blasonati, degl’azionisti dell’Economist spunti anche quello di un poco conosciuto “palazzinaro Canadese”, arricchitosi presumibilmente con i mutui residenziali, i cui interessi siano molto più prosaici e di gran lunga meno “nobili” dei soci storici, tra cui spicca quel che resta della belligerante famiglia Agnelli: dei fasti del passato resta ormai poco o nulla persino nell’algida terra di albione!

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