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Italia senza Mondiali, i problemi del calcio giovanile: “Il nodo principale riguarda i ragazzi tra 16 e 17 anni, lì emerge il divario rispetto ad altri Paesi”

14 Giugno 2026 ore 09:07

Mentre l’Italia guarda l’ennesimo Mondiale dal divano, il dibattito sul futuro del nostro calcio dovrebbe ripartire ancora una volta dai settori giovanili. E c’è chi quel mondo lo osserva ogni giorno da una prospettiva internazionale. Valerio Candido, allenatore UEFA B, ha lavorato per sette anni nel vivaio dell’Inter e da un decennio fa parte dell’area tecnica dei progetti “Inter Academy”, portando metodologia, formazione e cultura sportiva in ogni angolo del pianeta. Ha allenato bambini, formato tecnici e toccato con mano realtà profondamente diverse tra loro. In Sudamerica ha visto giovanissimi vivere il calcio come possibilità di riscatto sociale, mentre negli Usa ha scoperto strutture e organizzazioni all’avanguardia. A ilfattoquotidiano.it racconta i segreti del calcio giovanile globale: un’occasione per interrogarsi sullo stato di salute del sistema italiano.

Qual è la prima cosa che nota quando osserva una partita di settore giovanile o un allenamento in Italia rispetto all’estero?
La pressione esterna rispetto a quale Paese sono di ritorno. In Sud America è molto simile alla nostra per passione, per coinvolgimento, per i genitori. Negli Stati Uniti c’è n’è meno, la partita è vista più come la possibilità da parte dei genitori di passare un weekend calcistico con le altre famiglie. C’è uno spirito un po’ meno competitivo, meno agonistico. Da noi c’è troppa esasperazione.

L’invadenza e la pressione dei genitori sulle tribune italiane sono tristemente note. Nelle sue esperienze all’estero ha riscontrato dinamiche simili o c’è un rispetto diverso per il ruolo dell’educatore/allenatore?
La competitività c’è. Negli Usa l’ho visto molto nel femminile, dove il calcio è il primo sport. C’è però abbastanza rispetto per il lavoro, per la figura dell’allenatore o dello staff. Non l’ho visto solo nel calcio, ma anche nel basket, nel baseball, nel lacrosse. C’è grande competitività perché la capacità di emergere in questi sport ti permette anche di avere un accesso al college universitario preferenziale e quindi anche un percorso, sia scolastico che sportivo, differente. Ma comunque è più sana.

Le è mai capitato di vedere un talento che in Italia sarebbe stato considerato “indisciplinato” o “ingestibile”, ma che all’estero veniva valorizzato proprio per la sua creatività?
Sì, soprattutto in Sud America, dove l’estro e la personalità vengono vissuti come caratteristiche naturali del giovane calciatore. Anche in Italia esistono ragazzi con queste qualità: la differenza sta nel contesto culturale e familiare in cui crescono. Creatività e fantasia sono fondamentali, ma devono essere accompagnate da valori educativi solidi. Un club non deve limitarsi a sviluppare l’aspetto tecnico o tattico del ragazzo, ma deve aiutarlo anche a maturare dal punto di vista umano e culturale, soprattutto se in futuro dovrà affrontare esperienze all’estero.

In Argentina ha visto bambini vivere il calcio con una competitività impressionante. Dove finisce la sana fame di emergere e dove inizia il rischio di caricare un bambino di aspettative troppo grandi?
In Sud America il contesto sociale incide moltissimo. Tante famiglie vedono nel calcio una possibilità concreta di riscatto economico e sociale: questo porta a esercitare una forte pressione sui bambini. È una mentalità che difficilmente cambierà, ma che allo stesso tempo contribuisce a formare giocatori abituati a convivere con tensione e responsabilità. Proprio questa capacità di gestire la pressione rappresenta spesso uno dei punti di forza dei calciatori sudamericani quando arrivano in Europa. Non è molto pedagogico, però è il loro punto di forza.

In Italia si parla spesso di troppa tattica e poca tecnica nei settori giovanili. Condivide questa critica?
In parte sì. L’Italia ha storicamente puntato molto sugli aspetti tattici perché erano il suo punto di forza. In altri Paesi i bambini sviluppano tecnica, creatività e furbizia giocando spontaneamente in strada o nei parchi, prima ancora di entrare in una scuola calcio. In Italia questa dimensione è quasi scomparsa. Di conseguenza il lavoro tecnico dovrebbe essere curato maggiormente nei primi anni di formazione. Per farlo servono istruttori preparati, capaci di insegnare correttamente i gesti tecnici in base all’età e al livello dei bambini. Spesso si anticipano troppo i concetti tattici, mentre la priorità dovrebbe essere mettere il pallone e il divertimento al centro del percorso formativo.

Dopo l’ennesima mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali si è tornati a parlare proprio di settori giovanili. Per lei il problema principale è davvero la formazione dei ragazzi o riguarda piuttosto la cultura calcistica degli adulti che li circondano?
Il talento in Italia non manca e continuerà a esserci. Il nodo principale riguarda la crescita dei ragazzi nella fascia d’età tra i 16 e i 17 anni, quando emerge un divario rispetto ad altri Paesi. In quella fase servirebbe un lavoro più individualizzato, costruito sulle caratteristiche tecniche, fisiche e caratteriali di ogni giocatore. Inoltre è fondamentale che i club abbiano il coraggio di lanciare i giovani nel calcio professionistico. Le seconde squadre delle società di Serie A e Serie B rappresentano uno strumento importante per accompagnare i ragazzi nel passaggio verso il calcio adulto. I risultati ottenuti dalle Nazionali giovanili italiane dimostrano che la base qualitativa esiste.

Quale Paese le sembra più vicino al giusto equilibrio tra risultati, crescita tecnica e formazione umana?
Ogni realtà presenta punti di forza e limiti. Stati Uniti e Canada sono molto avanzati dal punto di vista organizzativo: strutture moderne, grandi spazi e attrezzature di alto livello rappresentano un modello da imitare. In Sud America, invece, ci sono meno risorse e infrastrutture più datate, ma un’enorme produzione di talento. In Italia uno dei problemi principali riguarda proprio le strutture sportive, che andrebbero migliorate attraverso investimenti e incentivi adeguati. Allo stesso tempo, non dimentichiamo i punti di forza storici del calcio italiano: osservare ciò che funziona all’estero è importante, ma senza cancellare una cultura calcistica che ha portato l’Italia a vincere quattro Mondiali.

Se dovesse scegliere una singola intuizione metodologica o organizzativa vista all’estero da inserire subito nei centri federali italiani, quale sarebbe?
Ridurre l’importanza del risultato almeno fino ai 12 anni. È vero che la vittoria è spesso utilizzata come parametro di valutazione del lavoro svolto, ma credo che nelle categorie dei più piccoli la formazione debba avere la precedenza sulla competizione. Solo dagli Under 14 in avanti, quando il livello diventa più marcato, il risultato può assumere un peso maggiore. Creare mentalità vincente e imparare a gestire la sconfitta sono aspetti importanti, ma senza perdere di vista l’equilibrio educativo e la crescita del giovane calciatore.

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Infermiera in Svizzera. “In Italia mi sentivo un fantasma in reparto e non trovavo una dimensione umana”

14 Giugno 2026 ore 09:07

Quando si è laureata in Infermieristica, la oggi 26enne Annalisa Bergo immaginava corsie ospedaliere dove crescere professionalmente, imparare dai colleghi più esperti e mettere in pratica ciò che aveva studiato all’università. La realtà che ha trovato entrando in un grande ospedale milanese, però, è stata molto diversa. Un ambiente segnato da gerarchie rigide, dinamiche di “nonnismo” e scarso spazio per le nuove generazioni. Tanto da spingerla a mettere in discussione la scelta della sua professione. “Ero la più giovane, una neolaureata in terapia intensiva. Mi sentivo letteralmente un fantasma che girava per il reparto”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Quello che dicevo e facevo era insignificante. Mi impegnavo al massimo, ma avevo la sensazione che non fosse mai abbastanza. Quando proponevo approcci nuovi, basati su ciò che avevo studiato all’università, la risposta era sempre la stessa: qui si è sempre fatto così, non ci interessa come faresti tu. Un clima che, più ancora della questione economica, rischia di allontanare molti giovani professionisti sanitari. “A un certo punto tornavo a casa e pensavo di aver sbagliato tutto. Mi chiedevo se quella fosse davvero la strada giusta”.

La svolta arriva quasi per caso. Tra curriculum inviati senza troppe aspettative compare un progetto particolare: coordinare l’apertura di un reparto pediatrico dedicato ai grandi ustionati presso la Zion Medical Clinic, una struttura sanitaria sul Monte Elgon, in Uganda. Annalisa si candida senza immaginare che quella scelta cambierà radicalmente il suo percorso. Partita nell’ottobre del 2025 per quello che avrebbe dovuto essere un mese di volontariato, resterà in Africa per oltre tre mesi e mezzo. “Quando sono arrivata la prima sera non c’erano nemmeno i guanti”, ricorda. “Non parliamo di farmaci sofisticati o apparecchiature avanzate: mancavano strumenti basilari. Ho comprato guanti per tutta la clinica e per loro era come se avessi donato una Lamborghini”.

In quel contesto, fatto di risorse limitate e bisogni enormi, Annalisa riscopre il significato più autentico della sua professione. La giornata iniziava con gli ambulatori per pazienti provenienti anche da centinaia di chilometri di distanza, che spesso giungevano a piedi: donne incinte, bambini da vaccinare, casi di malaria o tubercolosi. Nel pomeriggio si dedicava al reparto ustionati, gestendo visite, emergenze e organizzazione della struttura. La sera, dopo il tramonto, la comunità si ritrovava insieme. Le donne del villaggio cucinavano per tutti, volontari compresi. Nei fine settimana c’erano trekking nella foresta, visite ai villaggi e momenti di condivisione. Ma soprattutto c’erano i pazienti. Tra loro, un bambino di appena due anni destinato a lasciare in lei un segno profondo. “Era il più piccolo che avessi in cura ed era completamente solo, senza famiglia. Pensavo sinceramente che non ce l’avrebbe fatta. L’ho assistito tutte le notti, gli sono rimasta accanto continuamente”. Quel bambino si chiama Samuel. La sua storia ha portato alla nascita del “Centro Samuel”, una struttura dedicata ai minori abbandonati della zona. “Grazie a lui ho capito che la cura non è soltanto una procedura clinica. C’è una dimensione umana che è fondamentale e che in Italia avevo smesso di trovare. Mi mancava terribilmente”.

In Uganda scopre anche qualcosa che ritiene essenziale per chi lavora nella sanità: la condivisione emotiva. “Noi infermieri vediamo sofferenza e morte ogni giorno. Se non c’è uno spazio per parlarne, per confrontarsi, non si va avanti. Lì era normale condividere tutto: la stanchezza, la tristezza, le difficoltà. Questa umanità mi ha arricchita enormemente”. Il ritorno in Italia, però, è traumatico. Non soltanto per l’impatto emotivo del rientro, ma anche per il modo in cui la sua esperienza viene percepita. “Durante un colloquio in videoconferenza, mentre ero ancora in Africa, con una clinica lombarda mi dissero: ‘Adesso che è stata via così tanto, per un po’ le vacanze se le scorda’. Rimasi senza parole. Risposi che non ero in vacanza, stavo lavorando”. Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Mi dissero che a loro interessavano due cose: che non ripartissi e che non avessi una gravidanza nel breve periodo. A quel punto ho deciso di termine il colloquio”.

Parole che sintetizzano, secondo Annalisa, una difficoltà più ampia del sistema italiano nel riconoscere il valore di percorsi professionali non convenzionali. La svolta arriva poche settimane dopo dalla Svizzera. Qui la sua esperienza africana viene letta in modo completamente diverso. Durante il colloquio per una posizione in terapia intensiva cardiochirurgica, l’attenzione dei selezionatori si concentra quasi esclusivamente sul progetto ugandese. “Praticamente abbiamo parlato solo dell’Africa. Erano colpiti dall’esperienza, dalla capacità di adattamento e dalle competenze sviluppate sul campo”. Non solo. L’ospedale decide di finanziare direttamente la convalida del titolo professionale e di sostenerla economicamente in un Master internazionale in Cooperazione e Aiuto Umanitario, con percorsi formativi tra Europa e Africa orientale. “Ora posso continuare a lavorare e allo stesso tempo prepararmi per future missioni umanitarie. È esattamente la direzione che volevo dare alla mia carriera”. Guardando all’Italia, Annalisa individua un problema che va oltre gli stipendi. “Non si dà abbastanza spazio ai giovani. Spesso chi ha idee nuove e competenze aggiornate viene schiacciato da modelli organizzativi fermi da decenni. In medicina, però, la conoscenza evolve continuamente. Bisognerebbe valorizzare chi porta innovazione, non relegarlo ai margini”. E a chi oggi sogna di intraprendere la professione infermieristica dà un messaggio chiaro: “Non siamo semplici aiutanti del medico. Siamo professionisti laureati, con competenze e responsabilità precise. Dobbiamo smettere di accettare l’idea dell’infermiere come semplice ‘assistente’ e iniziare a rivendicare il nostro ruolo. È una battaglia culturale che la mia generazione ha il dovere di portare avanti”.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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