Il bilancio europeo resta prigioniero del calcolo tra contributi versati e finanziamenti ricevuti

Con il nego-box, i ministri ciprioti Makis Keravnos e Marilena Raouna hanno raggiunto il risultato massimo di mettere tutti d’accordo sull’espressione manzoniana: «questo bilancio non s’ha da fare!». Non s’ha da fare per i cosiddetti frugali, guidati dalla Germania, che frugale non lo è più dopo aver rotto il tabù del rigore finanziario sancito dalla Legge fondamentale e aver deciso di investire somme ragguardevoli per creare l’esercito più forte del mondo, dopo gli anni oscuri della ministra della Difesa Ursula von der Leyen.
Non s’ha da fare per i paesi beneficiari netti, che dovrebbero essere almeno sedici, ma che sommano i veri beneficiari netti e anche contributori netti sulla carta, come l’Italia, che verserebbe nelle casse dell’Unione europea più euro di quanti ne dovrebbe ricevere, se non si calcolassero gli euro del Pnrr e gli euro che giungono all’economia italiana dai programmi a gestione diretta e, soprattutto, dal valore aggiunto del mercato unico europeo.
In questo spirito, vale la pena ricordare che, da oltre cinquant’anni, in Italia si calcola la partecipazione italiana al bilancio europeo solo sul rapporto contabile fra il nostro contributo – comprendendo euro che nostri non sono: i dazi, una quota dell’Iva, i prelievi agricoli, i dazi sull’isoglucosio… – e quello che riceviamo con la Pac e la coesione, incorrendo in errori gravi come quello dell’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, che si adeguò allo slogan di Margaret Thatcher «I want my money back», o le più recenti e improvvide minacce di Matteo Renzi e Matteo Salvini di non pagare più i contributi al bilancio europeo.
Non s’ha da fare per le regioni, che rischiano di farsi sfilare dalle casse regionali il controllo dei fondi di coesione, o per le ricche organizzazioni agricole, che manifestano a Bruxelles alla guida di moderni trattori inquinanti, che costano dieci volte più delle vituperate macchine elettriche o ibride.
Non dovrebbe farsi per la Commissione europea, non certo per la modesta riduzione del 2 per cento della sua già modesta proposta del 16 luglio 2025, ma per i tagli non orizzontali, mirati a colpire le spese innovative in materia di competitività e nei partenariati strategici.
Non s’ha da fare per le conseguenze finanziarie dei sei rapporti depositati fra il 2024 e il 2025 sui tavoli delle istituzioni europee, a cominciare da quello di Mario Draghi sulla competitività, e per i calcoli fatti dalla Bce e da importanti think tank.
Non s’ha da fare per le attese delle cittadine e dei cittadini europei, che capiscono sempre di più il valore aggiunto di beni a dimensione europea garantiti da un bilancio federale, fondato sui tre metodi su cui scrisse l’economista Richard Musgrave: l’allocazione, la stabilizzazione e la redistribuzione.
Come si fa, seriamente, a dichiarare, senza incorrere in affermazioni obiettivamente ridicole, che non si può aumentare il bilancio europeo, pari a poco più dell’1 per cento del Rnl dei 27, perché gli Stati membri sono chiamati a rispettare, a casa loro, il rigore finanziario per bilanci che superano il 40 per cento del Pil di ogni paese?
Noi siamo profondamente convinti che la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e i due relatori sul Mff, a nome della maggioranza dell’Assemblea, Siegfried Mureșan e Carla Tavares, dovrebbero annunciare manzonianamente, domani in conferenza stampa: «questo bilancio non s’ha da fare!».
Essi devono esigere dalla Commissione europea – che risponde al voto di fiducia e alla censura dell’Assemblea – di rivedere drasticamente il progetto del 16 luglio 2025, ispirandosi alla lettera aperta inviata dal Movimento europeo al Parlamento europeo, affinché: sia coerente con le conseguenze finanziarie dei sei rapporti presentati nel 2024 e nel 2025 e con i calcoli della Bce; garantisca beni pubblici europei; sia fondato sulla quadrupla condizionalità del rispetto dello stato di diritto, delle transizioni ecologica e digitale e della sostenibilità sociale delle politiche europee; sostituisca gradualmente, ma integralmente, i contributi nazionali con risorse proprie basate su una politica fiscale equa e redistributiva; scada alla fine del 2032, e cioè dopo cinque anni dalla sua entrata in vigore.
Essi devono annunciare contemporaneamente la proposta di voler promuovere urgenti e straordinarie «assise interparlamentari», sul modello di quelle che si svolsero a Roma nel novembre 1990, e sulla base dei principi democratici no taxation without representation e no representation without taxation. Solo così, un bilancio europeo s’ha da fare!
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