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Trita Parsi nel mirino: Trump vuole deportare lo studioso critico della guerra Usa all’Iran

14 Giugno 2026 ore 19:01

Trump Trita Parsi

L’amministrazione Trump ha avviato un’indagine su Trita Parsi, analista e critico della guerra contro l’Iran, ipotizzando di revocargli la green card e deportarlo. Secondo quanto riportato dal sito conservatore e pro-Israele The Free Press (fondato da Bari Weiss, ora alla Cbs), funzionari dell’amministrazione starebbero valutando la possibilità di espellere Parsi, che possiede doppia cittadinanza iraniana e svedese.

Parsi, cofondatore e vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft e cofondatore del National Iranian-American Council (Niac), è stato un fervente oppositore dei continui attacchi statunitensi contro la Repubblica Islamica. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato al Free Press che il segretario di Stato Marco Rubio è stato «molto chiaro» nell’intenzione di colpire «persone che sostengono i nostri avversari e il cui lavoro promuove la loro agenda minando la nostra sicurezza». Una svolta inquietante e autoritaria per gli Stati Uniti targati Trump.

La lunga ombra di Laura Loomer

Non è un caso che l’indagine sia partita proprio ora. Come già ampiamente documentato da InsideOver, Laura Loomer, influencer della destra radicale americana e feroce sostenitrice di Israele, aveva chiesto esplicitamente l’apertura di un’indagine contro Trita Parsi già nelle scorse settimane. La Loomer, diventata una delle figure più influenti nel secondo mandato di Donald Trump, ha postato su X un messaggio inequivocabile: «Trita Parsi è anche titolare di green card. Ha cittadinanza iraniana e svedese. È un portavoce del regime iraniano e ha usato NIAC e il Quincy Institute per diffondere propaganda filoiraniana. Dovrebbe essere deportato subito. È una vera minaccia per la sicurezza nazionale Usa».

Secondo The New Republic, la Loomer avrebbe definito Parsi un «portavoce del regime iraniano» che promuove «punti di propaganda filoiraniani» in un post su X dello scorso aprile, aggiungendo a maggio che «i suoi giorni nel nostro Paese sono contati». L’influencer aveva già avuto un ruolo centrale nella detenzione di due donne iraniane, Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia Sarina, dopo averle identificate come parenti dell’ex comandante militare iraniano Qassem Soleimani.

La vicinanza di Laura Loomer a Trump è notoria. Come ricostruito dal Financial Times e ripreso da InsideOver, ore dopo che il presidente americano aveva lanciato l’attacco contro l’Iran, la prima telefonata fu proprio per lei, la 32enne sostenitrice convinta della guerra alla Repubblica Islamica e delle ragioni di Benjamin Netanyahu. «Gli ho detto che ha fatto un ottimo lavoro e che in tutto il mondo la gente lo sta acclamando – ha raccontato la Loomer al Financial Times –. Ci sta rendendo orgogliosi di essere americani».

Le parole di Parsi a Middle East Eye

Intervistato da Middle East Eye lo scorso maggio, Parsi aveva messo in guardia sulla capacità degli Stati Uniti di raggiungere un accordo con l’Iran, sottolineando che tutto dipende dalla capacità di Washington di frenare gli attacchi israeliani nella regione. «Se Trump non può o non vuole farlo – aveva dichiarato –, il valore di qualsiasi accordo con Washington viene messo seriamente in discussione». «Un cessate il fuoco che lasci Israele libero di riaccendere le ostilità a piacimento – mentre gli Stati Uniti rimangono incapaci di impedirsi di essere trascinati di nuovo nel conflitto – offre poche garanzie di stabilità. In tali circostanze, l’utilità di un accordo con Washington diminuisce drasticamente», ha aggiunto Parsi.

Parsi è un critico della Repubblica Islamica – la sua famiglia fuggì in Svezia per sfuggire alle persecuzioni in Iran – e ha subito attacchi sia da monarchici iraniani che da figure filo-Trump per la sua opposizione al conflitto. È stato anche molto critico nei confronti del sostegno statunitense al genocidio di Israele a Gaza e agli attacchi in Libano.

La solidarietà di analisti e opinionisti

La notizia dell’indagine ha suscitato preoccupazione e reazioni di solidarietà da parte di diverse voci del dibattito pubblico americano. Daniel Davis, veterano dell’esercito Usa, analista militare e conduttore del Deep Dive, ha espresso il suo sostegno a Parsi in un lungo post su X:

Trita Parsi @tparsi, Executive Vice President of Quincy Institute, is reportedly being investigated by the U.S. Administration and may be in danger of being deported. I can only hope that is a scare tactic, or just fake news, bc not only would such an attempt to silence a critic… pic.twitter.com/gRixVFA0Ix

— Daniel Davis Deep Dive (@DanielLDavis1) June 11, 2026

«Trita Parsi, Executive Vice President of Quincy Institute è presumibilmente sotto indagine da parte dell’Amministrazione USA e potrebbe rischiare la deportazione. Posso solo sperare che si tratti di una tattica intimidatoria o di fake news, perché non solo un simile tentativo di silenziare un critico della folle guerra americana in Iran sarebbe incostituzionale, ma sarebbe incredibilmente sciocco. Trita è stato molte volte nel nostro show, ed è stato SEMPRE una voce di ragione, di intelligenza e, forse soprattutto, filo-America».

Ha poi aggiunto: «È un genuino sostenitore dell’America-first e tutti i suoi consigli e le sue critiche sono stati incentrati sul tentativo di convincere il governo a evitare politiche dannose per noi e a perseguire politiche da cui possiamo trarre beneficio. Abbiamo bisogno di più uomini come Trita Parsi nel dibattito nazionale».

Solidarity w/ Trita Parsi, the Iranian-American analyst (& friend of Katie Halper Show) who is allegedly being investigated by Trump Admin. I say allegedly bc it's possible that the story is an attempt to scare & silence anti-war voices & pressure… https://t.co/gwbWkYiTpH

— Katie Halper (@kthalps) June 12, 2026

Anche la giornalista e conduttrice Katie Halper ha espresso solidarietà a Parsi, ripresa in un repost che ha amplificato il messaggio: «Solidarietà a Trita Parsi, l’analista iraniano-americano (e amico del Katie Halper Show) che sarebbe sotto indagine da parte dell’Amministrazione Trump. Dico “sarebbe” perché è possibile che la storia sia un tentativo di intimidire e silenziare le voci anti-guerra e fare pressione…». Un chiaro tentativo di intimidire le voci dissidenti da parte di un’amministrazione che si era presentata agli elettori come paladina del free speech nonché una bruttissima pagina per la democrazia a stelle e strisce.

Whether you agree or disagree with Trita Parsi @tparsi should not even matter. If you believe in democracy and the rule of law, you should firmly oppose the Trump administration's reported efforts to investigate and deport him because of his views on Iranhttps://t.co/Cg5899NmOP

— Thomas Juneau (@thomasjuneau) June 12, 2026

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L’ultima verità di Tulsi Gabbard: la rete segreta di 120 biolab finanziati dagli Usa in 30 Paesi, Ucraina compresa

14 Giugno 2026 ore 02:15

biolab Usa

L’America di Trump ha deciso di tirare fuori uno scheletro che per anni l’establishment politico-sanitario ha cercato di tenere chiuso nell’armadio. E non è uno qualunque. La (dimissionaria) direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, ha annunciato venerdì la desecretazione di documenti inediti che confermano l’esistenza di una rete globale di 120 biolaboratori finanziati dal governo statunitense, distribuiti in oltre 30 Paesi – tra cui l’Ucraina. Lo riporta Just the News, citando l’annuncio ufficiale.

Per anni, l’amministrazione Biden e figure come il dottor Anthony Fauci avevano negato o minimizzato. Ora, Gabbard – ex democratica diventata indipendente e approdata nell’esecutivo repubblicano e ora pronta a lasciare – rovescia il tavolo. «Politici, sedicenti esperti sanitari ed entità del team di sicurezza nazionale di Biden hanno mentito agli americani sull’esistenza di questi biolaboratori, e hanno minacciato chi tentava di esporre la verità», ha dichiarato senza mezzi termini.

Today, I’m releasing never before seen intelligence revealing new evidence of past US government funding for more than 120 biolabs in over 30 countries, including Ukraine.

In support of President Trump‘s Executive Order to end federal funding of dangerous gain of function… pic.twitter.com/RkPHnAbka9

— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 12, 2026

L’ombra del “gain-of-function”

Il timing non è casuale. L’annuncio arriva in attuazione di un ordine esecutivo firmato da Donald Trump che vieta i finanziamenti federali per la ricerca gain-of-function considerata pericolosa, imponendo al contempo trasparenza totale. Secondo il report dell’ODNI, molti dei 120 laboratori hanno condotto proprio questo tipo di studi – quelli che rendono un virus più trasmissibile o letale – con una sorveglianza inadeguata o inesistente. Perché si tratta di una ricerca pericolosa? Perché se un virus potenziato sfugge (per errore umano, guasto, o contaminazione), potrebbe scatenare un’epidemia o pandemia;

«Nonostante il potenziale di impatto catastrofico globale, ci hanno mentito», ha ribadito Gabbard su X, spiegando che la comunità dell’Intelligence aveva già avvertito in passato che un biolab Usa in Ucraina conteneva patogeni pericolosi. Oggi, con la guerra in corso, quelle strutture sono un bersaglio vulnerabile: attacchi russi, incursioni o danni accidentali potrebbero trasformarle in una bomba epidemiologica.

Ucraina, il nodo che nessuno voleva toccare

Proprio l’Ucraina è il punto più caldo della vicenda. Da anni circolano teorie (spesso strumentalizzate dalla propaganda di parte) su laboratori segreti finanziati dal Dipartimento della Difesa Usa. Ora arriva una conferma da fonte ufficiale americana, ma con una narrazione diversa: non si tratterebbe di armi biologiche offensive, bensì di progetti di «cooperazione scientifica» per la sorveglianza di patogeni – finiti però sotto la lente per la mancanza di controlli. In buona sostanza, i misteriosi biolab esistono ma non avrebbero – secondo Washington – scopi militari.

Come riporta un documento ufficiale del Dipartimento della Guerra, dal 2005, il Pentagono, attraverso il Cooperative Threat Reduction Program, ha investito circa 200 milioni di dollari in Ucraina per sostenere 46 laboratori, strutture sanitarie e siti diagnostici ucraini. L’obiettivo principale di questi interventi è migliorare la biosicurezza, la biosicurezza e la sorveglianza delle malattie umane e animali, al fine di ridurre i rischi derivanti dai patogeni residui del vecchio programma sovietico di armi biologiche illegale. Tutti i laboratori, almeno secondo Washington, sono di proprietà e sotto la gestione esclusiva del governo ucraino, non del Dipartimento della Guerra.

Gabbard promette che l’ODNI continuerà a lavorare con altre agenzie per censire ogni laboratorio, ogni ceppo virale e ogni linea di ricerca. «Identificheremo dove si trovano, quali patogeni contengono e cosa diavolo ci fanno».

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Cisgiordania, il governo israeliano finanzia 61 nuovi insediamenti illegali: pronti 350 milioni di dollari

11 Giugno 2026 ore 11:44

Israele Cigiordania

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è focalizzata sull’escalation nel Golfo Persico tra Usa e Iran, il governo di Benjamin Netanyahu si prepara a varare una delle mosse più significative degli ultimi decenni nei territori occupati della Cisgiordania. Secondo una bozza di decisione governativa ottenuta da Barak Ravid, giornalista di Axios ed ex ufficiale delle Forze di Difesa israeliane noto per la sua vicinanza agli ambienti del governo di Tel Aviv, giovedì prossimo l’esecutivo dovrebbe approvare un piano per finanziare la creazione di fatto di 61 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania.

Smotrich l’artefice del piano

Non si tratta di una semplice ratifica formale. Il progetto prevede uno stanziamento superiore a 350 milioni di dollari distribuiti su più anni, destinati a trasformare sulla carta decine di comunità in realtà operative. «Il governo – spiega una fonte a conoscenza della proposta, riportata da Ravid su X – finanzierà compound residenziali temporanei, edifici pubblici e infrastrutture, anche prima del completamento delle procedure formali di pianificazione».

🚨🇮🇱🇵🇸 While the Trump administration – along with governments across Europe and the Middle East – is focused on the escalating crisis with Iran, the Israeli cabinet is expected to approve on Thursday a plan to fund the de facto establishment of 61 new settlements in the occupied…

— Barak Ravid (@BarakRavid) June 11, 2026

L’artefice del piano è il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, da sempre sostenitore dell’espansione dei coloni. Il tempismo non è casuale: l’esecutivo cerca di blindare il budget prima di un’eventuale votazione per lo scioglimento della Knesset e l’indizione di nuove elezioni. Un passaggio che renderebbe molto più complesso approvare stanziamenti di questa portata.

Aree strategiche e continuità territoriale

Gran parte degli insediamenti inclusi nella bozza si trovano in zone altamente sensibili: lungo l’autostrada 90 nella Valle del Giordano, nelle colline di Hebron sud e in località progettate per creare una continuità territoriale tra insediamenti esistenti. Secondo gli analisti, una simile operazione mina ulteriormente qualsiasi prospettiva futura di uno Stato palestinese.

La novità più importante, sottolinea Ravid, è che il governo non si limita a riconoscere ufficialmente i nuovi insediamenti, ma inizia subito a finanziarli concretamente. In pratica, per decine di comunità verranno allestiti dei siti temporanei con case mobili, strutture comuni e allacciamenti per acqua, luce e servizi, anche mentre le pratiche burocratiche e i piani urbanistici sono ancora in corso. Si tratta del metodo classico usato per creare «fatti compiuti sul territorio», come spiega il giornalista: si costruisce sul posto in modo che, una volta fatte le cose, sia molto difficile tornare indietro e quegli insediamenti diventino permanenti.

Il provvedimento segue un’altra decisione del gabinetto della scorsa settimana, che aveva già stanziato circa 35 milioni di dollari per lavori di pianificazione e regolamentazione sugli stessi siti. Ora si passa alla fase esecutiva.

Il contesto

L’iniziativa del governo di Tel Aviv rientra in uno sforzo più ampio del governo per rafforzare il controllo sull’Area C della Cisgiordania – la zona sotto piena giurisdizione militare e civile di Israele – e accelerare l’espansione coloniale. Negli ultimi dodici mesi, il gabinetto ha autorizzato decine di nuovi insediamenti.

Come riportato lo scorso marzo da Human Rights Watch, mentre l’attenzione del mondo è concentrata sul conflitto tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran, nella Cisgiordania occupata la violenza, gli sfollamenti e la pulizia etnica stanno subendo un’allarmante escalation. Ogni giorno, come documentato proprio da Human Rights Watch, coloni israeliani armati invadono le comunità palestinesi, sparano munizioni vere, incendiano case e automobili e attaccano le famiglie direttamente nelle loro abitazioni. Sebbene queste atrocità non siano un fenomeno nuovo, la loro portata e frequenza sono inedite.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha documentato, lo scorso marzo, 170 distinti episodi di violenza da parte dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Il 2026 è già sulla buona strada per superare il 2025, un anno che aveva già visto la violenza dei coloni israeliani raggiungere il suo punto più alto in due decenni. Human Rights Watch sottolinea come questa violenza non sia da attribuire ad una manciata di «mele marce», ma sia anzi sistematica, agevolata e resa possibile dallo stesso governo israeliano, che omette sistematicamente di perseguire penalmente i responsabili. Parallelamente, «Israele continua ad approvare e finanziare la crescita di insediamenti illegali», in un tentativo esplicito di «frammentare ulteriormente le comunità palestinesi e portare avanti la loro progressiva espropriazione».

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InsideUsa – Cnn, in pole per la direzione c’è Bari Weiss: un terremoto mediatico

11 Giugno 2026 ore 07:19

Carissime lettrici, cari lettori,

Benvenuti a una nuova edizione di #InsideUsa, la vostra guida settimanale per esplorare i retroscena politici e culturali che stanno plasmando il presente e il futuro degli Stati Uniti. Io sono Roberto Vivaldelli e, come ogni giovedì, vi porto direttamente nel cuore delle dinamiche della superpotenza americana. Pronti? Partiamo!

Questa settimana vi parliamo di un possibile e imminente terremoto mediatico. Secondo alcune indiscrezioni riportate da Axios e dal New York Post, Bari Weiss – ex editorialista del New York Times e attuale capo di Cbs News – potrebbe estendere la sua supervisione editoriale anche alla Cnn se l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance andrà in porto (prevista per il terzo trimestre del 2026).

Weiss, nota per le sue posizioni marcatamente filo-israeliane e anti-woke, imprimerebbe alla celebre rete via cavo una linea ancora più radicale a favore di Israele, dopo che la sua gestione di Cbs News è già stata caratterizzata da licenziamenti controversi e critiche. Qualora andasse in porto, l’operazione farebbe confluire due dei maggiori network americani sotto un unico ombrello editoriale, vedrebbe Weiss affiancata da un manager operativo e di business, mentre crescono i legami tra la giornalista e David Ellison (CEO di Paramount Skydance), figlio di Larry Ellison, noto donatore pro-Israele e amico di Benjamin Netanyahu.

Per questa settimana, è tutto, abbonatevi e alla prossima con #InsideUsa

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