Colombia, 20 dem al Congresso: basta interferenze Usa nel voto

Una ventina di deputati statunitensi del Partito Democratico hanno rilasciato una dichiarazione congiunta lanciata per prima dal congressman del Maine Jim McGovern in cui si condannano le attività di ingerenza elettorale che a loro avviso l’amministrazione di Donald Trump starebbe compiendo in Colombia, Paese chiamato tra pochi giorni al ballottaggio presidenziale per scegliere il successore dell’uscente Gustavo Petro.
“Un’ingerenza volgare e inaccettabile”
McGovern, 67 anni, alla Camera dei Rappresentanti dal 1997, è il primo firmatario di una dichiarazione rovente che invita a sostenere “con fermezza la sovranità del popolo colombiano e il suo diritto di determinare il futuro del proprio Paese”. Trump ha sostenuto dopo la prima fase del voto il candidato di estrema destra, Abelardo De la Espriella, vincitore di tappa che sfiderà al ballottaggio Ivan Cepeda, senatore e delfino progressista di Petro. La mossa era stata criticata da molti settori politici del Paese latinoamericano, e in particolare Ernesto Samper, capo di Stato a Bogotà dal 1994 al 1998, ha rintuzzato le mosse di Trump definendo il suo appoggio a De la Espriella “un’ingerenza volgare e inaccettabile negli affari interni” del suo Paese.
La Colombia al bivio
McGovern e i colleghi hanno rincarato la dose criticando le ingerenze e sottolineando come esse possano essere “dannose per i diritti democratici del popolo colombiano, un insulto alla sua sovranità e integrità, e del tutto incompatibili con i principi di lunga data degli Stati Uniti di non interferenza nelle elezioni straniere”. Non sono solo gli endorsement diretti a apparire dei condizionamenti diretti. Gli Usa di Trump ritengono Petro una figura ostile, nonostante nei mesi scorsi un breve incontro alla Casa Bianca tra i due presidenti sembrasse aver riportato il sereno, ne criticano l’autonomismo in politica estera, lo accusano di simpatizzare per i regimi nemici di Washington identificati come avversari in America Latina e di non voler contrastare il narcoterrorismo, lo hanno posto sotto osservazione con l’apertura di indagini della Drug Enforcement Agency.
Nei giorni scorsi è emerso che il governo federale ha fatto pressioni per far saltare un incontro tra Petro e il sindaco di New York, Zohran Mamdani, mentre il primo si trovava nella Grande Mela per impegni legati all’agenda diplomatica delle Nazioni Unite. Il clima politico è tesissimo anche nel Paese sudamericano: pochi giorni fa Gloria Arizabaleta, presidente della Commissione colombiana di inchiesta e accusa, ha chiesto di sospendere Petro dall’ufficio nei giorni pre-ballottaggio accusandolo di eccessive ingerenze elettorali a favore di Cepeda, suscitando forti e animati dibattiti nella politica nazionale.
Il dualismo americano
Su questo solco si inserisce la protesta dei democratici alla Camera, che ritengono con ogni probabilità potenzialmente dannoso il fatto che Washington sostenga tanto apertamente una parte in causa in un voto. E del resto appare delinearsi un’architettura strategica chiara per far spostare verso gli Usa l’America Latina, che ha in Colombia una tappa fondamentale dopo i precedenti voti di Honduras e Cile che hanno arriso favorevolmente ai disegni di Washington. Si notano qui due diversi approcci politici alla questione latinoamericana: l’amministrazione Trump riprende manovre muscolari e dinamiche, apre allo scontro diretto con i rivali regionali e intende rilanciare l’idea del “cortile di casa” da presidiare. La sinistra democratica rilancia sul versante di un approccio più internazionalista rifiutando l’interventismo estero. I corpi tradizionali del Partito Democratico restano per ora silenti, in un contesto che vede l’approccio della Casa Bianca criticato tra i corridoi ma senza tentativi di ridurre l’attivismo di una strategia che spesso ha usato anche il versante militare. E in Colombia sta prendendo le forme dell’aperta discesa in campo della superpotenza in un voto-chiave.
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