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Restare Immobili

6 Agosto 2026 ore 20:00

Riceviamo e pubblichiamo con piacere

La Redazione web

Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.

Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.

Serena Parascandolo

 

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PICCOLI MA POTENTI I NUOVI ARCHI DELLA GEARHEAD ARCHERY

16 Aprile 2018 ore 09:00

Stiamo parlando degli archi compound della Gearhead Archery, in particolare del T18 della Hunter series, piccolo ma preciso e potente come un arco tradizionale. Nuovo e molto tecnico, pesa solo 1,4 kg senza accessori ed è lungo 47 cm (18 pollici, da cui il nome). Piccolo ma potente perché è in grado di scagliare frecce fino a 325 fps con un’energia cinetica di 62 ft-lb.

T18 Hunter series

Con il riser costruito in alluminio 6061, quest’arco è ideale per la caccia. Senza fronzoli, compatto e leggero, è facilissimo da gestire anche nelle condizioni più difficili. Ottimo per l’appostamento sugli alberi e su terreni con vegetazione fitta, dove è necessario muoversi agilmente e in silenzio e dove archi di dimensioni maggiori limiterebbero le possibilità di movimento.

Utilissimo per il survival, è pienamente al suo posto in un kit da sopravvivenza.

 

 

Sono disponibili versioni con potenza di 40, 50, 60 e 70 libbre e allunghi di 24 , 25, 26 , 27, 28 e 29 pollici.

Altra caratteristica unica di quest’articolo è che, cambiando il grip, lo stesso arco può essere impugnato sia con la mano destra, sia con la sinistra.

Lo stesso arco è disponibile anche di dimensioni maggiori. Oltre al modello da 18 pollici infatti, sono disponibili anche il T20 e il T24 che consentono allunghi e velocità maggiori.

 

Per i più esigenti e gli amanti della personalizzazione, gli stessi archi sono disponibili anche nella serie PRO che, contrariamente alla Hunter, è tutta incentrata sulle opzioni.

Disponibili nelle versioni T18, T20 e T24, sono disponibili 5 scelte di grip e diversi colori e vengono venduti con uno zaino (anch’esso disponibile in diversi colori) in grado di contenere l’arco.

Gli archi della serie pro sono costruiti in alluminio 7075, poi anodizzato per aumentarne la resistenza. Rispetto all’alluminio 6061, la lega 7075 (alluminio e zinco) si caratterizza per essere più leggera, più resistente agli urti, agli sforzi, al peso e alla torsione.

E se vogliamo il top, questi archi sono disponibili anche in fibra di carbonio.

Di seguito sono riassunte le differenze e le caratteristiche della serie Hunter e Pro come inviateci dalla Gearhead Archery.

The Hunter Series is:

Bare bow – with the following

-Anodized finish

-Black in color

-Standard grip

-Grey/blk strings

 

The Pro Series is:

Bare bow- with the following

-Hard coat anodized finish choices

-Black

-Olive Drab

-Desert Tan

-Grip Option choices

-Carbon

-Standard Slider

-Flatback Slider

-Flatback Fixed

-Standard Fixed

-ST-1 Stabilizer

-Sound Dampening Kit

-Grey/blk string OR Brown/Blk stings

-Pack OR Camo dip

–  Pack colors choices

-Olive

-Black

-Desert Tan

– Camo Dip choices

-Brown Predator camo

-Snow predator camo

-Green predator camo

-Any other color up charge of $150

Il catalogo completo con tutti i dettagli e immagini è scaricabile alla pagina:

https://www.gearheadarchery.com/pages/product-catalog-and-manuals

Interessantissimo anche il T15 PRO, un ibrido fionda-arco che permette di ridurre ulteriormente le dimensioni e i costi.

Con soli 40 cm e un peso di 680 grammi, permette di scagliare frecce con un’energia cinetica di 27 ft-lb. È ideale per piccoli animali ma soprattutto per la pesca essendo possibile aggiungere uno specifico kit per legare e recuperare le frecce.

 

Costruito in alluminio 6061 anodizzato, anche in questo caso è possibile adattarlo per essere usato con la mano destra o sinistra. La potenza deriva dalla combinazione di arti compositi e tubi di gomma.

 

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