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Conversazioni #3 Paesi

di: Stanca
2 Ottobre 2026 ore 09:39

Conversazioni è una rubrica mensile anonima a cura della redazione di Stanca. Due o più persone della redazione dialogano su un tema a partire da uno spunto di riflessione, un’esperienza personale, un fatto di cronaca o qualcosa che hanno letto, visto o ascoltato. Con questa rubrica cerchiamo di rompere l’idea di autorialità individuale – e speriamo di non litigare. Ogni blocco di testo è da leggere come un intervento all’interno della conversazione. In questa terza Conversazione parliamo di paesi, paesini, paeselli. 

Quanto paesella il tuo paesello? Questa è la domanda che ha accompagnato parte del feed instagram della mia estate. Un paesello, stando ai parametri di questa ricerca, ha meno di diecimila abitanti. Noi ci rientriamo alla perfezione, chi perché ne ha la metà, chi perché ne ha quattro in meno. Per fortuna, altrimenti questa conversazione sarebbe stata difficile da intavolare. Tra momenti felliniani e bagni di realtà la discussione è andata avanti seguendo le associazioni intricate che ci legano a luoghi remoti e non-imperturbabili. La musica è un elemento fondamentale. Non siamo voluti scendere a compromessi con le polemiche recenti, anzi, probabilmente questa conversazione nasce da esse e va da tutt’altra parte. Abbiamo conversato con i ricordi, speriamo, senza lasciarci fagocitare. Se successivamente vorrete venire a trovarci, avrete con voi la guida realizzata da due “native”. I nomi e i fatti, diciamo, sono abbastanza inventati, in alcuni casi.

> Non credo si possa spiegare cosa significhi crescere un piccolo paese per chi non l’ha fatto. È una banalità, ma la dico lo stesso, con frustrazione perché ci ho provato molte volte. E davanti a me trovavo gli occhi di chi mi rispondeva oscillare tra il compatimento e lo scetticismo. Crescere in un paese (almeno per me a cavallo tra gli anni ‘90 e ‘00) significa essere lontani dai meccanismi che governano la storia e la società, essere dei fruitori passivi di informazioni che vengono proiettate nella tua testa da una distanza siderale, che non permette di riconoscervi dietro delle persone reali che vivono la loro vita e fanno ciò che fanno per i loro motivi. È l’assenza di una chiave che permetta l’accesso a una possibilità più profonda di interpretare i meccanismi che governano il mondo. Quella chiave è sepolta in città e per raccoglierla non c’è altra possibilità che andare via dal paese. Per me ottenere quella chiave (ma ci sono molti altri modi) ha significato scegliere di essere un intellettuale, una persona che lavora con le proprie idee e la scrittura per cercare di imprimere una sottile correzione alla direzione del mondo. È stato orribile e stupefacente capire di cosa di trattasse a trent’anni, quando il tuo cervello si è già formato su meccanismi ben strutturati. Produce una mutazione che ti rende straniero, quando torni al paese non lo riconosci e non ti riconosci, e questo è un altro dolore che è impossibile comunicare a chi non l’ha vissuto ugualmente. Tu hai avuto una storia o una percezione simile? Dato che abbiamo fatto un po’ di strada insieme negli ultimi anni, volevo capire intanto se hai provato anche tu qualcosa del genere negli ultimi tempi.


> È successa una cosa. Per cui sono costretta a cambiare totalmente impostazione al discorso, cancellare tutto ciò che avevo scritto e spiegarti le mie perplessità. L’altro giorno sono andata a questo evento, Amarcord Schignano, organizzato un po’ a caso al circolo del paese, unico centro di socialità rimasto, a parte qualche ristorante. I vari esercizi commerciali del posto sono definitivamente chiusi per vari motivi che forse conosci e hai vissuto anche tu. Vive e sopravvive fieramente la mia parrucchiera e un gelataio. 

In questo momento sono scissa in due, perché volevo parlare della passività, del paese dormitorio, della condivisa necessità di andarsene, del fatto che ogni novità è vista con una smorfia e si chiamano i carabinieri a mezzanotte e dieci se c’è un po’ di musica nel piazzale per un evento. Volevo parlare delle problematiche che colpiscono questi posti da decenni, sociali e familiari (in paese tutto è di tutti, nel bene e nel male). Tuttavia, ho trovato proprio a questa festa la ristampa di un diario, realizzata per l’occasione, scritto dai fu bambini della scuola nella seconda metà degli anni Cinquanta. Un documento pazzesco. Ha ribaltato momentaneamente la mia prospettiva generale su come poteva essere vissuto cinquanta o settant’anni fa un paesino come il nostro, o il mio almeno. E conosco centinaia di aneddoti da genitori e nonni che potevano scardinare l’idea negativa che si è radicata nel mio cervello. A partire dal compito scolastico, e solo in una visione generale, sembra che siamo noi nella merda, privi di riferimenti se non verso l’esterno, questo esterno che ci chiama e senza il quale, paradossalmente, non avremmo potuto apprezzare e riconoscere alcune dinamiche del proprio paese. E, comunque, rimane qualcosa di cristallizzato, lo continuo a considerare un caso isolato che presenta intorno a sé miriadi di situazioni storte e grottesche. Sono rimasta molto colpita dalla documentazione: mi sono resa conto che non conosco quasi niente del posto in cui abito. Però conosco varie storie di solidarietà, ma anche di abuso e violenza. Mi rendo conto che, per quanto sia bello, non posso romanticizzare l’identità di un posto solo a partire da un progetto scolastico, per quanto illuminato: un laboratorio sul territorio realizzato dalla classe mista delle elementari nel 1956. 

Tu quanto sai del posto da cui vieni?


> Sono contento che tu abbia cambiato discorso, perché ero partito con un tono di disperazione privata, che già rileggendolo non mi faceva respirare e rischiava di soffocare tutta la nostra conversazione.

Questa scoperta dei diari dei bambini del ‘56 mi ha fatto uno strano effetto, perché mi ha portato a pensare a due cose che non so se si integrano o sono in contraddizione tra di loro. Il ‘56 è stato l’annus horribilis del comunismo italiano, Chruščëv al XX congresso del PCUS tira fuori il rapporto segreto in cui apre il vaso di pandora dei crimini di Stalin e qualche mese dopo gli operai della Poznan si rivoltano contro il regime comunista polacco. Rossana Rossanda nella Ragazza del secolo scorso lo descrive come l’innesco di quello che poi avrebbe portato alla fine del sogno di un altro mondo possibile, soprattutto in Italia, dove avevamo il più grande partito comunista in un paese occidentale. È il crollo che ha aperto il baratro del presente, l’inizio dello sfacelo politico. Il mondo che stavano ricostruendo con la scusa del dopoguerra gli era crollato improvvisamente addosso e si resero conto nel giro di un anno che ogni potere è sporco, violento, inaccettabile. Non credo che ne siamo ancora usciti da questa contraddizione.

Ma poi! Mi sono riascoltato La nevicata del ‘56 di Mia Martini (c’è anche una versione di Califano), una canzone di una nostalgia dolcissima, in cui la sera si sente solo il rumore del fiume (cosa che a me fa pensare al massimo al coprifuoco in pandemia), alle partite viste sulle spalle del padre, a Roma coperta dalla neve come se fosse un sogno. Dice “c’era posto pure per le favole” e forse quello è stato l’ultimo anno in cui si è creduto davvero in qualcosa, qualcosa di viscerale, non razionalizzabile, che era evidente a tutti. C’era spazio per costruire una realtà come la volevamo. Sto divagando, però volevo depositare qua queste due cose sul ‘56.

Per il resto io so ben poco del paese da cui provengo perché non esiste più una lingua per mitizzarlo. O meglio, se dovessi farmi carico della mitizzazione della bellezza del mio paese (seriamente e completamente, una missione di vita) dovrei passare tutte le mie sere nei bar a sfondarmi di campari e gin, per ascoltare le mille storie che ogni sera quelli che stanno qui (“gli incastrati”) mi raccontano. È una lingua che ho ascoltato molto, che so parlare e ascoltare, ma come ogni lingua non può che divenire la sostanza di cui è costituito l’individuo. Continuare a parlare quella lingua significa restare ai margini, ingoiati da un tempo che è sempre presente e sempre uguale, assorbendo i riflessi del mondo come si è bruciati dal sole sulla spiaggia, impotenti, mentre tutto intorno c’è l’apocalisse (climatica, tecnocratica, genocida), così imminente che se ci penso rischio di farmi venire un attacco di panico. Ecco mi sembra che non riusciamo più a parlare del paese perché abbiamo perso un dizionario che abbia ancora un sapore di speranza, invece quelle parole puzzano sempre di foto virata seppia, in cui una faccia senza nome (un vecchio parente di mia nonna) sorride come se tutto andasse benissimo e la vita valesse ancora la pena di essere vissuta.

Ultimamente si è parlato tanto di Le citta di pianura, non sopporto di quel film il fatto che mi sembra nascondere il moraleggiante sotto il favolistico, la sua leggerezza è una tovaglia posta a coprire lo squarcio. Gli alcolisti che conosco io non sono come il personaggio di Capovilla, si vomitano addosso e si cacano sotto, tornano a casa e picchiano i figli, toccano il culo delle tipe al bar o peggio. Li trovo seducenti (nella loro autodistruzione) ma di una bellezza pericolosissima, che quel film attenua disinnescandola completamente. Invece qualche giorno fa ho visto Gigi la legge, quasi cento minuti di una telecamera che segue questo vigile urbano stralunato friulano, segue il vuoto delle conversazioni in macchina, i sogni di un tipo di mezza età con le sue fissazioni, con la neoassunta carina con cui flirta e che lo mette inevitabilmente davanti alla cruda verità che la sua vita è già passata, che è un vecchio che può solo scherzare per non impazzire, come hanno già fatto i giovani che accompagna al centro igiene mentale per un TSO. Quel vuoto assomiglia di più a quello che vedo io quando sono nel paese.

Ecco sono finito nuovamente sul disperato. Però davvero non riesco a trovare alcuna speranza al di fuori della nostalgia. Quello che sento nel paese è un vuoto in cui si rischia di affondare, come le sabbie mobili in cui più ti muovi e più affondi. Ci ho passato tanti anni e conosco bene quella paura, la sento ancora dentro di me ogni volta che torno a casa e non mi sento assolutamente pronto per affrontarla davvero (anche se un po’ questo mi fa vergognare). Sento che tutti i momenti di gioia vissuti qui provengono dall’infanzia o dall’adolescenza, e mi chiedo quindi se quel ‘56 non sia in fondo l’esame di maturità dell’Italia, qualcosa di lontanissimo che possiamo razionalizzare o guardare soltanto con la lente della nostalgia.

Continuo a pensarci. Però pensiamoci insieme. Tu hai qualche momento di felicità che hai vissuto nel paese al momento presente, un momento in cui in questi anni ti sei fermata e hai detto che bello qui, anche senza pensare al passato o al futuro?


> Ho trovato proprio l’altro giorno il libro di Rossana Rossanda a una bancarella dell’usato… e non l’ho preso, era l’edizione con copertina rigida.

E’ vero che il paese vive di ricordi; se ci pensi, anche il diario del ’56 viveva dei ricordi degli anziani e degli adulti che i bambini del tempo andavano a intervistare. Però, per riprendere la citazione che hai fatto a Mia Martini, è anche vero che la distanza aumentava esponenzialmente la fiducia nel futuro, quel futuro che leggevi – se sapevi farlo – nei giornali, o che ti facevi raccontare; “che tempi quelli”, i tempi della solidarietà, ma anche della violenza domestica e dell’indigenza delle persone che avevano una casa in pietra da borgo medievale, ma dovevano stare in un cantuccio del focolare per scaldarsi: neri di fuliggine, perché ormai troppo vecchi per far qualsiasi cosa, ma di una gentilezza disarmante; chiusi in se stessi, ma con la porta sempre aperta “non c’era bisogno di chiudere a chiave!”.

I ricordi sono in parte traditori e questo l’ho imparato, unica nozione rimasta, a uno dei corsi per gli inutili 24 CFU per l’insegnamento: man mano che cresci la memoria li modifica, per cui a un certo punto quanto ti puoi fidare dei racconti, delle tue stesse esperienze se rischiano perennemente di essere distorte a piacimento dal tuo cervello?

A me è successo, e lo posso confermare come ricordo perché è un dato abbastanza recente, di fermarmi un attimo, in uno dei paesini in cui vivo (eh sì, più di uno, un marasma di racconti e personaggi dai soprannomi strampalati che conosco per di più per sentito dire), e pensare “ah che bello, sono proprio fortunata”. Il punto, però, è che la fortuna non la costruisce solo il luogo: la costruiscono le persone. Questo paragrafo è pieno di luoghi comuni, ma conferma che per quanto una situazione di felicità in una comunità minuscola ti si pari davanti, prima o poi la logica del consumo dettata dall’esterno, la piccola città di provincia, ti risucchia e ti riporta alla realtà – che poi era felicità per me, per gli altri non lo so. A posteriori, è stato come far parte di un trip collettivo: bastavano veramente pochi elementi positivi abituali, un pizzico di novità unita alla familiarità di un posto che ti ha vista crescere e il gioco è fatto. Per me questo si è manifestato durante il lavoro stagionale, mentre studiavo all’università. Ho iniziato a lavorare da persone che, al momento, considero a metà tra miei cari amici e una sorta di seconda genitorialità, sono stata letteralmente adottata per tre anni e lì, in un locale di una certa età, frequentato dalle stesse persone che storcevano il naso vedendo per la prima volta una torta vegana (che poi adoravano) e la domenica si trovavano per parlare delle corse in moto o in auto, ho trovato il più strano e magnifico ed eterogeneo gruppo di amici. E un gatto, Rossano, adottato anche lui un po’ da tutti. Dopo la chiusura del locale, che si è trasferito in città, si è perso il collante. C’è chi, purtroppo, è morto nel frattempo, ma per un momento, piccolissimo, sono stata catapultata nell’atmosfera di quei ricordi che ho sempre ascoltato da voci più grandi di me. 

Poi, bagno di realtà: sono tre anni su trenta. I rapporti con le persone non cambiano, ma si modificano le circostanze. Potrei aggiungerci gli anni dell’infanzia, ma sono una cosa diversa. In quei tre anni ho cercato e ho trovato una dimensione sociale che a raccontarla oggi sembra un’esagerazione, una caramella stucchevole. Da lì ho visto passare tante persone, che venivano da fuori e che avevano forse una mente più arretrata di chi viveva nel paese. Penso, ad esempio, a chi si trasferisce attualmente in queste zone alla ricerca di pace e tranquillità, che si traduce in “nessun rumore molesto dopo l’ora che mi pare perché io vengo dalla città con questa esigenza che pretendo venga rispettata”. Un aneddoto interessante riguarda sempre la musica e gli immancabili gruppi Facebook, in particolare la piccola Casa della Musica dove un tempo suonava la banda – estinta – e dove adesso vanno a suonare ogni tanto gli appassionati. Dopo una o due volte che facevano delle prove, c’è stato l’intervento del nuovo arrivato di turno che ha inneggiato al disturbo della quiete pubblica. 

Il paese è, ormai, un luogo che cambia forma a piacimento di chi ha più possibilità di essere ascoltato da dietro la tastiera di un telefono. Più sei popolare sul gruppo Facebook, più ottieni consensi e ragioni. Per fortuna, quella volta è stato fatto notare che si era entrati dentro il territorio dell’intolleranza e dell’assurdità (a suon di commenti che chiedevano, forse non troppo cortesemente, di tornare in città se non stavano bene le abitudini del posto).

Il ripopolamento è una delle questioni che più mi incuriosisce perché mi spinge a pormi una domanda fondamentale: quanto voglio schierarmi dalla parte di chi vive qui da tutta la vita, a scapito di chi si trasferisce, perché porta novità che mi sembrano cazzate (tipo il jogging)? Non è anche questa, forse, una forma di accanimento nei confronti di un ecosistema problematico e moribondo? Quanto è giusto sperare che non costruiscano più villette orribili o restaurino l’ennesimo casale abbandonato nella speranza che il circolo di paese ricrei un nuovo evento amarcord, o che tutto rimanga su per giù com’è sempre stato? Le cose che non cambiano mai, dopotutto, sono quelle morte.

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stanca degli eroi della TV italiana

di: Stanca
29 Settembre 2026 ore 13:41

Io mi nutro, da sempre, di quella che per molti è merda. Mi riferisco alla televisione. Il primo libro che ricordo fu Mago Girò di Rodari, consigliatomi dalla mia maestra d’italiano, ma la fiaba vera si accendeva nel pomeriggio, dopo scuola, dentro lo schermo. Se ho sviluppato una passione amatoriale per il disegno e il bricolage lo devo ad Art Attack e a L’albero azzurro, i miei insegnanti insieme a la Melevisione. Tra le mie immagini mentali la più antica è targata Mediaset e risale ai tempi di Bim Bum Bam e a One, il suo pupazzo, che mi facevano compagnia quando vivevo nella vecchia casa in affitto. La mia morale è stata forgiata da Dragonball, e mentre i miei compagni collezionavano le figurine Panini io pregavo mia madre di comprarmi le bustine di Yu-Gi-Oh, che stimolava la mia passione primordiale per l’Egitto dei faraoni. Non avevo preferenze di genere, guardavo programmi come le Winx, Rossana, Hamtaro.

Il palinsesto era un pantheon con due templi: da una parte l’edonismo smaliziato di Berlusconi, che in una logica di risparmio importava anime giapponesi e non produceva più nulla da sé; dall’altra la televisione artigianale della RAI, fatta di autori, attori e registi, che allora possedeva un’aura che Mediaset rivendicava orgogliosamente di non avere. Due amici, due orientamenti in contrasto, i poli della mia formazione.

Poi c’erano le liturgie collettive, che scandivano l’anno come un calendario pagano. Intorno alle 20:00 Passaparola, in alternativa Sarabanda e poi il sabato Ciao Darwin, dove l’evoluzione della specie diventava un torneo tra tribù italiane. Il materiale d’archivio di pessimo gusto di Paperissima, il Festivalbar con cui si dichiarava aperta l’estate, il rigore invernale delle serate di Sanremo e ogni quattro anni i Mondiali, l’unico momento in cui un intero paese guardava nella stessa direzione. Questo il televisore lo sapeva fare: produrre comunità dal nulla, per un mese, per una sera.

In televisione ho avuto i miei primi incontri con la mitologia, l’animazione giapponese, la comicità, l’erotismo e la scienza. Megan Gale e i dinosauri: i miei primi amori. Ma il piccolo schermo mi introdusse persino al Cinema e al Teatro. Il Padrino e L’Esorcista mi iniziarono ai grandi cult, mentre I Corti di Aldo Giovanni e Giacomo mi accompagnarono per la prima nel dietro le quinte di un palcoscenico. E poi Independence Day, Troy e Il Gladiatore mi consegnarono al soft Power statunitense. Molti di questi frammenti potevo rivederli all’infinito, grazie al videoregistratore di mio padre e alle centinaia di VHS che avevano la capacità di farmi viaggiare lungo il mio cordone ombelicale emotivo, grazie alle vecchie pubblicità che, ricordo, reclamavano prodotti che già da ragazzino non esistevano più.

Poi arrivarono Amici e il Grande Fratello, aprendo così l’era dei Talent e dei Reality Show e il desiderio cominciò a essere fabbricato in serie. Da lì in poi l’esilio del fantastico, in fuga da una televisione che diventava la scuola del talento, con i suoi verdetti, la sua classifica, la sua sedia da meritare. Da lì la strada è quasi lineare. Il fantastico è stato drenato dallo schermo.

Negli anni la mia frequentazione con il mezzo televisivo è proseguita in altri modi e solo di recente mi ritrovo quotidianamente ostaggio volontario dello schermo-monolite che mi guarda dal mobile del salotto. Oggi la programmazione televisiva sembra la Rupe dei Re durante il regno misero di Scar, e non rimane che un desolante paesaggio in cui l’occhio delle istituzioni non fa che raccontare la propria sterile mitologia, fatta dei noiosi eroi laici della mentalità piccolo borghese italiana: poliziotti, magistrati, medici, santi, imprenditori, preti e suore, affiancati da uno stuolo di cantanti ascesi al cielo delle stelle fisse, riciclati eternamente nei programmi necrofili di Carlo Conti come fantasmi in bianco e nero prigionieri delle telecamere.

I muri sono crollati e non c’è più un’aura a distinguere il palinsesto del servizio pubblico dal resto dell’offerta televisiva. Da quando la tv dei bambini e dei ragazzi è stata sacrificata sull’altare dell’economia, ogni sforzo è andato alla costruzione ossessiva del mito civile della legalità, parola tombale che ha cancellato qualsiasi frizione ideologica (chi si dichiarerebbe contro la legalità?) e ha funestato l’immaginario italiano con prodotti propagandistici stucchevoli e autocelebrativi.

La lotta al terrorismo extraparlamentare e lo stragismo di Cosa Nostra convivono con l’elegia del piccolo borgo, confezionata da una fotografia “smarmellata” e da un eroe o un’eroina che se non appartiene alle forze dell’ordine sembra avere come unica prerogativa quella di sostituirsi agli inquirenti. Sotto le sembianze del classico detective si cela il cittadino delatore: il vicino che chiama la polizia quando la musica supera una certa soglia, l’impiccione che controlla la tua spazzatura, il tizio in parrocchia sempre pronto a osservare i tuoi comportamenti e il tuo modo di vestire. Dietro il commissario, il magistrato, il santo e il prete ci restituisce il suo sguardo torvo il nostro prossimo, a cui siamo legati dall’inimicizia, dal sospetto che dietro ogni persona per strada, nel nostro stesso condominio, si nasconda un delinquente, forse un serial killer. Gli sconosciuti diventano tutti Joe Pesci in Mamma, ho perso l’aereo, le case dei fronti di guerra in cui barricarsi contro il mondo.

Nella cultura gnostica l’ascesi dell’uomo pneumatico, l’esiliato nella materia, è pregiudicata dagli angeli servitori del demiurgo, la nomenclatura degli arconti. Ognuno pone una barriera al risveglio. Le nostre nonne e le nostre mamme pensano di guardare Don Matteo o Il commissario Ricciardi e non si rendono conto di ossequiare Yaldabaoth, il demiurgo in forma di leone con corpo di serpente, lussuria e tentazione, e i suoi misteriosi emissari. La storia della televisione è la storia dell’ordine arcontico.

Il problema è che io quell’acqua l’ho bevuta. Non sono un osservatore sceso da un altro pianeta a documentare la fauna della fiction italiana: sono stato allevato in questa vasca, e i suoi codici mi hanno insegnato a leggere prima ancora che imparassi a scegliere cosa leggere. So riconoscere a tre secondi dalla sigla se un episodio si chiuderà con la confessione o con la morte del colpevole, so quando arriverà la musica, in quale punto il commissario si fermerà a guardare il mare. Questa competenza non l’ho scelta e non riesco a disfarmene. È la mia grammatica madre, e chi contesta la propria grammatica madre deve pur sempre farlo parlando.

Eppure c’è un resto. Mentre il mio corpo ossequia il rito, seduto davanti al monolite con la serata che si consuma, qualcosa in me non aderisce. Non è snobismo, che sarebbe la forma più ingenua di innocenza: il mio disprezzo per Don Matteo è alimentato dalla stessa fame che una volta mi teneva incollato ai cartoni. È un attrito, il sospetto che la mia sensibilità sia stata plasmata da qualcosa che non riesce a contenerla del tutto. Il bambino che rivedeva all’infinito le VHS aveva ricevuto, insieme ai contenuti, un’eccedenza che nessun palinsesto aveva previsto: la nostalgia di un fantastico che la tv stessa gli aveva promesso e poi, un po’ alla volta, ha smesso di mantenere.

Un pesce non sa di essere nell’acqua finché qualcosa non lo mette in condizione di non coincidere più con essa. Come Cole Sear nel Sesto senso, non sapevo di parlare con i morti: ero morto pure io? La coscienza è una forma di disadattamento: sentirsi dentro un mondo significa già non esservi completamente sciolti.

Gli gnostici avrebbero chiamato questo residuo “scintilla”. Il pneuma esiliato nella materia non è estraneo alla materia, la abita, ne parla la lingua, e tuttavia serba un ricordo di provenienza che nessun arconte gli ha consegnato. Non so se sia nostalgia del Pleroma o semplice memoria d’infanzia, quando Goku e i dinosauri facevano crepe nel soffitto del salotto. So solo che quando guardo Yaldabaoth mi riconosco nei suoi tratti, perché è stato lui a insegnarmi a vedere, e che è precisamente per questo che posso permettermi di chiamarlo per nome.

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