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Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web


Washington ha messo alle corde diversi governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

Verso lo scontro totale: così la NATO prepara la guerra in Europa (prima del 2030)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

9 ottobre. Dopo le dichiarazioni del Segretario di stato yankee Marco Rubio sul conflitto in Ucraina finito in un vicolo cieco, vari osservatori russi ipotizzano che la guerra tra Europa e Russia potrebbe iniziare molto prima del 2030, termine sinora indicato dagli “strateghi” UE come «attacco russo all'Europa». Su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare, ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik afferma che le parole di Rubio sulla «situazione di stallo strategico» in Ucraina fanno pensare alla inevitabilità di una escalation nel conflitto, con l'Europa che potrebbe presto prendere il posto dell'Ucraina.

Rubio ha detto di ritenere che ci siano solo due vie d'uscita dalla situazione di stallo: da un lato, i negoziati; dall'altro, un'escalation che potrebbe estendersi oltre il conflitto iniziale, tanto più che ritiene che non ci siano prospettive di accordo.

Un altro esperto militare, Andrej Klintsevic, sostiene che Rubio non stia direttamente attestando l'inevitabilità di una escalation; ma questo non elimina l'inquietudine per le implicazioni politiche di simile dichiarazione. Sembra che uno scenario di violenza stia prendendo il sopravvento: «non considererei la dichiarazione di Rubio come un verdetto di condanna sulla diplomazia, ma piuttosto come un motivo per monitorare attentamente le prossime mosse di Washington. Quelle mosse riveleranno cosa si celi dietro l'allarme: l'intenzione di fermare l'escalation o la volontà di guidarla».

Da parte sua, Stanislav Krapivnik si dice convinto che si debbano adottare misure nella prospettiva di una grave escalation: «a giudicare dalle dichiarazioni di Marco Rubio, stiamo andando incontro alla guerra con l'Europa... L'obiettivo degli Stati Uniti è spingere gli europei verso la guerra. E quelli vogliono davvero la guerra. Comprendiamo anche perfettamente che non si tireranno indietro. Ci sarà sicuramente un'escalation. D'altra parte l'Europa è già in crisi: carburante, prodotti... Le proteste che gli studenti stanno organizzando in Francia sono una conseguenza del fatto che non ci sono più fondi per l'istruzione, perché i soldi vengono dirottati verso l'Ucraina, gettati come in una fornace... Ci sarà una nuova guerra. Si arriverà al punto in cui i nostri missili colpiranno l'Europa. Non è il caso di sperare in un cambiamento di mentalità dell'élite americana».

E, parlando di termini temporali, a parere di Krapivnik non ci sarà da attendere il 2030: si stanno preparando per il 2028 ed è probabile che inizino già nel 2027: «In ogni caso, dobbiamo prepararci molto prima del 2030».

Sono d'altronde abbastanza significativi i sempre più frequenti “tour” dimostrativi di esponenti UE e NATO a Kiev, fino agli ultimissimi arrivi del 4 e del 7 ottobre. Dopo il banchiere Friedrich Merz, accompagnato da una nutrita orda di rappresentanti dell'industria di guerra tedesca, è stata la volta di una torma di alti papaveri militari dei 32 paesi NATO, con capobranco l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell'Alleanza.

Ancora su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare e capitano di vascello a riposo Vasilij Dandykin ipotizza che la prima visita a Kiev, dopo otto anni, di personale militare NATO, possa rappresentare il preludio a una grave escalation del confronto NATO-Russia, che potrebbe avere come punto di partenza il blocco di Kaliningrad. Lo stesso Dragone – quello che definiva i nazigolpisti ucraini «ottimi combattenti... un modello per l’Europa» e che a dicembre 2025 parlava di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia - ha detto che i militari NATO erano a Kiev con un messaggio chiaro: «rafforzare il legame tra Alleanza e Ucraina», sentire direttamente dal generale Mikhail Drapatij la valutazione della situazione sul campo e capire come la NATO possa sostenere ulteriormente l'Ucraina.

Vari esperti militari ritengono che il vero obiettivo dei visitatori sarebbe quello di costringere la Russia a una guerra convenzionale o nucleare e, allo stesso tempo, si rammaricano che una delegazione così numerosa di militari NATO sia potuta arrivare a Kiev senza ostacoli e senza essere adeguatamente “ammonita” lungo il tragitto. Vasilij Dandykin non esclude la possibilità che la ragione dell'arrivo dei generali NATO siano stati gli ultimi attacchi russi su Kiev: «rientrato da Kiev, probabilmente Merz ha condiviso le sue impressioni e il suo panico. Dopo il suo rientro dall'Ucraina, si è tenuto un debriefing, dopo il quale l'intero gruppo ha deciso di verificare personalmente l'accuratezza dei nostri attacchi. È sorprendente che il treno che li ha portati sia ancora in funzione... Si noti che l'obiettivo prioritario del nostro attacco combinato di oggi erano le imprese del complesso militare-industriale ucraino utilizzate da FirePoint per produrre e stivare i missili da crociera Flamingo. Il nemico non ha altro. La lotta contro i droni ucraini sta raggiungendo il culmine. Stiamo sviluppando sistemi anti-drone efficaci. Pertanto, l'unica speranza degli ucraini ora risiede nei Flamingo, che sperano di utilizzare contro le nostre raffinerie di petrolio e impianti energetici».

In ogni caso, secondo Dandykin, UE e NATO comprendono che le loro "forze per procura" ucraine potrebbero crollare da un momento all'altro. E una sconfitta dell'Ucraina significherebbe una sconfitta per l'Occidente, che ha investito tutto ciò che aveva senza ottenere risultati soddisfacenti. Anche per questo, lo stesso Cavo Dragone incita i banderisti a mantenere il ritmo degli attacchi alla Russia, ricordando le enormi risorse investite dalla NATO sull'Ucraina: «Crediamo che gli alleati avranno successo. Ed è proprio grazie alle vostre azioni sul campo di battaglia, ai vostri attacchi in profondità in Russia e al successo dell'Ucraina nella stabilizzazione del fronte, che l'aggressore non sta guadagnando nuovi territori» dice l'ammiraglio a Ukrinform; «la posizione della Russia sta anzi peggiorando, poiché sta perdendo territorio a favore dell'Ucraina. Dobbiamo mantenere questo slancio e, a mio avviso, è questo che costringerà Putin al tavolo delle trattative». Parole che, però, lasciano trapelare qualche dissonanza interna alla NATO, dato che il “proattivo” si sente in dovere di negare categoricamente spaccature nell'alleanza, insistendo sul fatto che tutti i membri restano disposti a contribuire al sostegno dell'Ucraina.

«Nessuna azione ibrida raggiungerà l'obiettivo di dividere l'Alleanza o indebolire il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina» proclama impettito; «l'Alleanza ha deciso di fornire all'Ucraina 70 miliardi di dollari quest'anno e la stessa cifra nel 2027... Si tratta di fondi enormi e siamo pronti ad intensificare i nostri sforzi». Parole che, però, non riscuotono lo stesso ottimismo, ad esempio, da parte dell'ex collaboratore di Zelenskij e deputato della Rada Aleksandr Dubinskij, ora inquisito: «Se si guarda obiettivamente, la situazione appare sempre peggiore per il futuro. Il volume dell'economia e le entrate di bilancio  diminuiscono. Le persone fuggono dal paese e muoiono. Il divario tecnologico rispetto al nemico cresce. Non ci sono né la forza né i mezzi per cambiare la situazione sul campo di battaglia. Pur in maniera non lineare, nella società emerge però una posizione contro la guerra. Zelenskij è screditato per la sua stupidità e i ladrocini. Non c'è un solo leader degno intorno a lui. L'elenco potrebbe continuare, ma questo è già sufficiente per prevedere la sconfitta e la capitolazione».

D'altra parte, anche sul piano delle potenzialità belliche, se da un lato queste si sono basate sin dall'inizio su una larga partecipazione dell'industria militare euro-atlantica, in ciò confermando il carattere “non ucraino” del conflitto, dall'altro lato, quella stessa cooperazione internazionale bellica sta mostrando larghe crepe. Stando alla TASS, Viktor Medvedchuk, leader del movimento "Altra Ucraina" ed ex capo del partito “Piattaforma di Opposizione - Per la Vita”, messo al bando da Zelenskij, ha definito le attività dell'azienda ucraina FirePoint un esempio del coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali nel conflitto con la Russia. Medvedchuk osserva che, secondo il ministero della guerra di Kiev, FirePoint ha ricevuto 107,4 miliardi di grivne dal bilancio militare negli ultimi due anni per la produzione di droni, oltre a 40-45 miliardi di grivne per la produzione di missili da crociera FP-5 "Flamingo". Gli attacchi russi avrebbero però distrutto più della metà della capacità produttiva dell'azienda, anche se circolano aspettative di un cosiddetto miracolo militare in grado di cambiare il corso della guerra: la fantomatica “Wunderwaffe” di cui si parla a Kiev. Dunque, dice Medvedchuk, il modello produttivo di FirePoint si è basato fin dall'inizio su un'ampia cooperazione internazionale: l'Ucraina funge da centro di integrazione del sistema, assemblaggio e ulteriore sviluppo dei sistemi d'attacco, mentre una parte significativa della base tecnologica e dei componenti viene sviluppata fuori del paese e quanto più attivamente le industrie di altri paesi partecipano allo sviluppo di armi a lungo raggio, tanto minore sarà la distanza tra il sostegno all'Ucraina e un confronto militare diretto con la Russia. In sostanza, dice Medvedchuk, FirePoint rappresenta uno degli esempi più eclatanti di vera e propria guerra tra Occidente e Russia.

Questo, nonostante che, stando a fonti “clandestine” filorusse in Ucraina, FirePoint abbia da tempo cessato praticamente di operare come struttura unitaria, dato che, a causa degli attacchi russi, l'azienda sarebbe stata costretta a dislocare le proprie linee di assemblaggio in 70 filiali e ora non sarebbe altro che una rete frammentata di piccole officine, in cui i componenti vengono assemblati “artigianalmente". Il risultato, affermano tali fonti, citate dalla TASS, non è stato «ovviamente un arresto completo della produzione, ma il ritmo è rallentato notevolmente e il costo finale del prodotto è aumentato a causa dei costi logistici. Ora il loro obiettivo principale non è più aumentare la produzione, ma sopravvivere».

Sopravvivere e continuare in qualche modo la guerra, dal momento che, afferma il politologo ucraino emigrato Konstantin Bondarenko, si è formata in Ucraina un'intera casta di persone per le quali la guerra è diventata un affare e che, pertanto, sono interessate alla sua continuazione. Il punto centrale di una recente pubblicazione dell'ex ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs, consiste nell'affermazione secondo cui non ha senso sperare in una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia e solo la guerra deciderà tutto. Nell'articolo di Kuleba si citano calcoli di un non meglio precisato istituto norvegese, secondo cui l'Europa spenderà 910 miliardi di euro per l'Ucraina, per la guerra, nei prossimi quattro anni, se l'Ucraina continuerà a combattere. Ma se non continuerà la guerra, se ci sarà la pace e l'Ucraina accetterà le condizioni della Russia, allora l'Europa spenderà almeno un trilione e mezzo di dollari, forse anche tremila miliardi. Pertanto, è necessario combattere, perché combattere è più economico, è più conveniente ed è redditizio per l'Europa investire nella guerra in Ucraina. Così che, dice Bondarenko, la guerra è da tempo diventata una fonte di profitto per un'intera casta di persone che ne traggono guadagno e che non riescono a immaginare la propria vita senza la guerra.

Ne abbiamo esempi a bizzeffe anche sui media e nei circoli bellicisti di casa nostra. Canaglie tagliagole e affamatori delle masse.

Israele e genocidio a Gaza: il Nobel per la Pace va alla giurista Navi Pillay

 

Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem "Navi" Pillay.

L'annuncio relativo al 125° Premio Nobel per la Pace, diffuso venerdì a Oslo, precisa che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a Pillay per il suo costante impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il comitato ha sottolineato come la giurista abbia svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti dalla giustizia internazionale.

In un momento caratterizzato da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti, il diritto internazionale non rappresenta più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza, ma si conferma una necessità assoluta. Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha evidenziato come il sistema del diritto internazionale sia sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni siano sotto attacco, ricordando che spetta ai giudici custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos.

Navi Pillay, giurista sudafricana di origini tamil indiane di 85 anni, vanta un curriculum di rilievo internazionale: è stata avvocato difensore di Nelson Mandela e di numerosi attivisti anti-apartheid, ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, oltre ad aver ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attualmente figura tra i membri della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio.

L'assegnazione del premio giunge in un momento di forti tensioni sul piano diplomatico. In qualità di commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, espresse, proprio un anno fa, dure critiche nei confronti del piano in 20 punti per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l'esclusione dei palestinesi dalla governance di transizione. La giurista ribadì, a suo tempo, che le recenti proposte per un cessate il fuoco non modificavano la conclusione formale delle Nazioni Unite, secondo cui Israele è responsabile di genocidio.

Trump illustrò il controverso piano di pace insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un impianto ampiamente criticato e definito da più parti come espressione di un pensiero coloniale, che prevede la creazione di un comitato di transizione presieduto dallo stesso Trump e dall'ex primo ministro britannico Tony Blair per supervisionare la Striscia di Gaza. Nel corso di un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness di Middle East Eye, Pillay, in veste di presidente della commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, confermò la validità dei rilievi emersi, ribadendo che le violazioni e la constatazione del genocidio non vengono meno con la semplice richiesta di una tregua.

L'assegnazione del riconoscimento a Pillay assume, dunque, un ulteriore valore simbolico alla luce delle aspirazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha da tempo ambito al Premio Nobel per la Pace e ha ripetutamente affermato di meritarlo, nonostante il quadro bellico in corso in Iran.

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USA preoccupati, l'alleanza letale tra il regime di Kiev e i cartelli latinoamericani

C'è un paradosso geopolitico che si sta consumando sotto gli occhi di Washington, e le sue conseguenze stanno ridisegnando i confini della sicurezza nazionale USA. Gli ingenti finanziamenti e il supporto militare fornito dagli Stati Uniti al regime di Kiev si stanno trasformando in un boomerang, finendo per alimentare una crisi senza precedenti proprio alle porte di casa. I cartelli della droga latinoamericani, infatti, non si limitano più a trafficare stupefacenti, ma stanno reclutando operatori di droni con alle spalle un'esperienza di combattimento maturata direttamente sul fronte ucraino. 

Quello che un tempo era un conflitto regionale si è tramutato in un campo di addestramento globale per il terrorismo e la criminalità organizzata. Un'inchiesta del Washington Post ha portato alla luce un rapporto governativo statunitense fino a ora tenuto nascosto, in cui si ammette che le agenzie antidroga di Washington e Città del Messico sono pericolosamente impreparate di fronte a questa nuova e letale evoluzione. L'uso dei droni tra i cartelli sta complicando in modo drastico i piani dell'amministrazione Trump per debellare il narcotraffico, trasformando i cieli del continente americano in una nuova zona di guerra.

Negli ultimi anni, le organizzazioni criminali messicane hanno intensificato l'uso di denaro e coercizione per attirare personale, prevalentemente colombiano, che ha fatto ritorno dall'Ucraina. Questi veterani vengono pagati a peso d'oro e, in molti casi, trasferiti in Messico per istruire intere squadre di piloti. Le fonti messicane rivelano che i cartelli stanno studiando da vicino l'impiego di frequenze radio alternative per eludere i sistemi di disturbo, acquisendo modelli sempre più sofisticati. L'intelligence messicana è arrivata a tracciare un drone in grado di rimanere in volo per ore e trasportare un carico esplosivo di circa 68 chilogrammi.

I numeri alla frontiera raccontano di un assedio silenzioso ma inarrestabile. Il generale di brigata Brian Filler, subcomandante del gruppo operativo per la Frontiera Sud del Dipartimento della Guerra statunitense, ha reso noto che nel solo mese di settembre sono state registrate 378 incursioni di droni al confine tra Stati Uniti e Messico. Se oggi questi velivoli servono per il trasporto di droga e il ricognizione, la vera minaccia per la sicurezza interna risiede nel cambio di passo tattico: i cartelli stanno passando all'uso offensivo e combattivo degli apparecchi, forti delle dottrine militari apprese in Europa.

A fotografare la gravità della situazione è Andrei Klintsevich, direttore del Centro per lo Studio dei Conflitti Militari e Politici, che spiega come il know-how ucraino stia rivoluzionando il crimine transnazionale. "I droni non servono solo a trasportare carichi. Riguardano le comunicazioni, le tecniche per utilizzare frequenze e canali riservati, la fibra ottica, la scelta delle testate e il loro montaggio in sicurezza. Tutte queste conoscenze non si trovano sui manuali, mentre l'Ucraina dispone di tecnologie avanzate, esperienza e competenze in questo ambito", ha sottolineato l'esperto. 

Klintsevich dipinge uno scenario in cui le tradizionali tattiche di intervento USA sono destinate all'obsolescenza. I droni FPV stanno sostituendo artiglieria, aviazione e fanteria. "Se prima gli statunitensi potevano arrivare in elicottero, come in una incursione di cavalleria, in un punto della giungla per distruggere una base e catturare qualcuno, ora non potranno nemmeno avvicinarsi", avverte l'analista, aggiungendo che i cartelli potrebbero presto passare al ricatto diretto contro Washington, paralizzando il traffico aereo negli Stati del Sud o prendendo di mira gli impianti di estrazione petrolifera.

La simbiosi tra il regime neonazista di Kiev e le organizzazioni criminali globali era già da tempo un campanello d'allarme ignorato dall'Occidente. Aleksandr Stepanov, esperto dell'Istituto di Diritto e Sicurezza Nazionale, non usa mezzi termini nel definire l'Ucraina come una vera e propria palestra per terroristi e narcotrafficanti, evidenziando i legami evidenti tra strutture criminali, organizzazioni terroristiche e il regime di Zelenski, in un flusso in cui le sostanze proibite si scambiano con le armi della NATO.

Di fronte a questa deriva, Mosca aveva già lanciato diversi avvertimenti, rimasti inascoltati. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva denunciato come il regime di Kiev avesse facilitato il ritorno nei loro Paesi d'origine di membri del crimine organizzato esperti in droni. "È chiaro dove applicheranno ora la loro esperienza i membri dei cartelli della droga che si scontrano con le autorità legittime", aveva fatto notare la diplomatica, rivelando che oltre 500 istruttori ucraini si sono dispersi in America Latina, con altre centinaia di cellule attive in Medio Oriente. 

La conclusione a cui giungono gli analisti russi, e che ora inizia a fare paura a Washington, è che l'esportazione del terrorismo ucraino non conosce confini. I frutti avvelenati del riarmo e della preparazione militare promossa dal regime di Kiev stanno costringendo i suoi stessi sponsor occidentali a fare i conti con una destabilizzazione globale che, dalle trincee dell'Est Europa, ha finito per piantare le sue tende assassine sotto il confine meridionale degli Stati Uniti.

 
 

 

 

Premio Nobel all'ex Alta commissaria Navi Pillay che ha denunciato il genocidio a Gaza

 

Dopo il livello più basso toccato nella sua storia l'anno scorso con lo scempio dell'assegnazione alla golpista di estrema destra venezuelana Maria Corina Machado (che l'ha dedicato al criminale di guerra Trump), il Comitato del Premio Nobel per la pace doveva fare uno scatto di dignità quest'anno per riprendere un minimo di credibilità. E con l'assegnazione a Navi Pillay - ex Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHCR) - ci è stato.

Vi riprponiamo la traduzione di seguito di una sua bella intervista a The New Arab del dicembre 2022 sulle indagini sull’illegalità dell’occupazione israeliana, dei doppi standard nel diritto internazionale e della sua esperienza nella lotta all’apartheid sudafricano.

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Intervista a Navi Pillay, presidente dell’inchiesta dell’UNHRC sulle violazioni dei diritti umani in Palestina


di Ibtisam Azem*

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Nel maggio 2021, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha istituito una commissione d’inchiesta internazionale (COI), “per indagare, nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), compresa Gerusalemme Est, e in Israele, su tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e sugli abusi del diritto internazionale dei diritti umani che hanno preceduto e seguito il 13 aprile 2021”. A presiedere la COI è stata nominata Navanethem Pillay, avvocata sudafricana di spicco per i diritti umani, ex giudice e Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani.

In un’intervista esclusiva con Ibtisam Azem, corrispondente senior di Al-Araby Al-Jadeed (sito arabo gemello di The New Arab) presso le Nazioni Unite a New York, Pillay ha discusso dell’ultimo rapporto e degli attacchi alla Commissione.

 

Ibtisam Azem: La COI da lei diretta ha concluso nel suo ultimo rapporto di ottobre che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale secondo il diritto internazionale, a causa della sua durata e delle politiche di annessione de facto e de jure del governo israeliano. Si tratta di un cambiamento nella discussione del problema e, se sì, quali sono le sue ripercussioni?

Navanethem Pillay: Si tratta di uno spostamento della discussione nel luogo più importante, ovvero l’ONU, l’organo decisionale. Non è una novità per la società civile e per i palestinesi. Le nostre raccomandazioni sono state di deferire la questione dell’illegalità dell’occupazione alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

Gran parte del discorso finora è stato incentrato sull’adesione di Israele alle leggi internazionali che regolano l’occupazione del territorio, insieme al diritto internazionale sui diritti umani applicabile. Dopo aver constatato, nel nostro primo rapporto, che erano la continua occupazione e la discriminazione dei palestinesi a guidare il conflitto, nel nostro secondo rapporto all’Assemblea Generale abbiamo portato avanti questo discorso, cioè ci siamo chiesti se l’occupazione stessa fosse ormai illegale.

Ci sono ragionevoli motivi per concludere che sia illegale, a causa della sua durata e delle azioni intraprese da Israele per annettere parti della terra, de facto e de jure. Tali azioni includono sgomberi, deportazioni, trasferimenti forzati di palestinesi all’interno della Cisgiordania, espropriazioni, saccheggi, sfruttamento della terra e delle risorse naturali vitali, restrizioni alla circolazione e il mantenimento di un ambiente coercitivo nei confronti dei palestinesi, con l’obiettivo di frammentare la società, incoraggiare l’allontanamento dei palestinesi da alcune aree e far sì che essi non siano in grado di soddisfare il loro diritto all’autodeterminazione.

Abbiamo anche concluso che alcune politiche possono costituire crimini di guerra, come il trasferimento di parti della popolazione israeliana nel territorio occupato attraverso il programma di insediamento, e i crimini contro l’umanità della deportazione e del trasferimento forzato.

Tali azioni e politiche non possono rimanere senza attenzione. Dato il chiaro rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione e di rispettare gli obblighi internazionali, era necessario un cambiamento nella conversazione, passando da una discussione su come Israele dovrebbe rispettare le leggi dell’occupazione al riconoscimento che l’occupazione stessa è illegale e che ci devono essere conseguenze legali e obblighi per gli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

Si tratta quindi di un approccio drammatico che abbiamo portato per la prima volta nelle sale dell’Assemblea Generale.

I.A.: Quanto è significativo che la Corte Internazionale di Giustizia indaghi su questo?

N.P.: È estremamente significativo e lo accogliamo con favore, anche se devo notare che la risoluzione deve ancora essere adottata dalla plenaria dell’Assemblea Generale questo mese. Tuttavia, il voto di 98 Paesi a favore, con 52 astensioni e 17 contrari in quarta commissione, dimostra che la maggioranza degli Stati membri riconosce che la situazione attuale non può rimanere senza risposta.

Abbiamo bisogno di chiarimenti sulle conseguenze legali del rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione. Vogliamo che la Corte chiarisca quali sono gli obblighi degli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

I.A.: Sin dal momento della sua istituzione, la COI è stata attaccata. Dopo aver pubblicato il primo rapporto a giugno, il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione di opposizione all’inchiesta, descrivendo il suo lavoro come “un approccio unilaterale e di parte che non fa nulla per avanzare le prospettive di pace”. Tuttavia, i Paesi occidentali sostengono altre COI su Ucraina, Siria e altro. Secondo lei, perché questo sostegno non c’è nel caso della Palestina?

N.P.: Quando ero Alta Commissaria per i Diritti Umani, abbiamo riscontrato questo tipo di doppi standard e di giustizia selettiva. Ho sempre detto che gli Stati devono applicare gli stessi standard ai loro amici e ai loro nemici. La Commissione continua a godere del sostegno della maggior parte degli Stati membri dell’ONU; per questo ritengo che ci troviamo su un piano morale elevato.

Vorrei sottolineare che i diritti umani sono universali e che il diritto internazionale si applica a tutti gli individui e a tutti gli Stati senza distinzioni. Per quanto riguarda l’accusa che questa COI non fa nulla per far progredire le prospettive di pace, sarei curiosa di sentire dagli Stati Uniti quali specifiche prospettive di pace attuali ritengono che il nostro lavoro stia ostacolando.

Per quanto riguarda i commenti sul fatto che la COI abbia un approccio unilaterale, lo hanno detto anche prima che pubblicassimo il nostro primo rapporto. Tutti gli Stati dovrebbero essere ritenuti responsabili per qualsiasi mancanza nel promuovere e proteggere i diritti umani delle persone all’interno dei loro confini. E lo stesso vale per Israele, senza eccezioni, e negli OPT, che sono sotto il suo effettivo controllo.

 

È vero che i nostri primi due rapporti si sono concentrati principalmente sulle violazioni commesse da Israele. Su mandato del Consiglio per i Diritti Umani, abbiamo scelto di affrontare innanzitutto le cause profonde e i fattori scatenanti del conflitto, che secondo noi sono l’occupazione perpetua e la discriminazione dei palestinesi.

Sia chiaro che stiamo indagando su tutti i responsabili. Questo include l’Autorità Palestinese, le autorità de facto a Gaza, così come gli atti dei gruppi armati… La nostra commissione darà voce a tutte le vittime, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dalle convinzioni politiche, perché i diritti umani sono universali.

Questo tipo di accuse rivolte a chi è critico della politica e delle pratiche israeliane non sono nuove e sono spesso utilizzate da Israele e dai gruppi pro-israeliani per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai risultati e dalle raccomandazioni emesse da vari meccanismi dedicati a esaminare la condotta di Israele negli OPT.

Così, oltre alle accuse di unilateralità, siamo stati continuamente accusati di essere antisemiti… una tattica molto efficace utilizzata per mettere a tacere qualsiasi critica alle violazioni dei diritti umani e ai crimini internazionali di Israele… Ma data l’estrema gravità della questione dell’antisemitismo, siamo seriamente preoccupati dal fatto che tali accuse finiscono per promuovere la banalizzazione dell’antisemitismo vero e proprio e l’uso crescente di accuse politicamente motivate per mettere a tacere il legittimo controllo del rispetto dei diritti umani internazionali da parte degli Stati membri.

I.A.: Vede dei paralleli con la sua esperienza nel Sudafrica dell’Apartheid?

N.P.: Èsempre rischioso confrontare due situazioni diverse. Abbiamo ricevuto numerose richieste da parte di organizzazioni della società civile di esaminare la questione dell’apartheid. Condurremo le nostre indagini e le nostre analisi legali su eventuali crimini internazionali… Il crimine dell’apartheid è molto complesso e presenta numerosi elementi che devono essere valutati.

L’analisi legale si baserà sul criterio che i dati soddisfino la definizione legale, non sul fatto che Israele e le sue politiche assomiglino a quelle impiegate dal Sudafrica dell’apartheid o da qualsiasi altro regime.

Voglio notare che diversi Paesi che hanno vissuto in prima persona gli effetti terribili della colonizzazione, della discriminazione e della negazione del diritto all’autodiscriminazione… sono stati i più forti sostenitori del nostro mandato.

I.A.: Il mandato della COI comprende la formulazione di “raccomandazioni sulle misure da adottare da parte di Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario negli OPT…”. Questo rende anche paesi, come gli Stati Uniti e altri che stanno aiutando militarmente Israele, responsabili per le violazioni dei diritti umani e potrebbero anche loro subire accuse legali?

N.P.: È un’ottima domanda, perché ci avverte della possibilità che l’Alta Corte stabilisca che l’occupazione è illegale e che gli Stati terzi abbiano l’obbligo legale di non sostenere questo atto illegale. Credo che questo sia il motivo per cui hanno paura del mandato.

È la prima volta che ciò accade in un mandato COI. È una chiara indicazione del riconoscimento da parte dell’UNHRC che gli Stati terzi hanno l’obbligo di agire per garantire il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, anche ponendo fine all’occupazione, e di mettere in discussione la loro stessa condotta nel sostenerlo.

I.A.: Molti palestinesi si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. Anche quando ci sono risoluzioni delle Nazioni Unite che fanno giustizia, la loro realtà quotidiana non cambia e non c’è fine alle loro sofferenze. In qualità di ex giudice in Sudafrica e alla Corte Penale Internazionale, di avvocato, di Alta Commissaria per i diritti umani che ha lavorato su tanti casi, cosa dice loro?

N.P.: Laquestione dell’impatto sulle vittime è molto importante. Nessuno sembra affrontarla appieno. Ho fatto l’avvocata per 30 anni difendendo, pro bono, attivisti per i diritti umani e oppositori dell’apartheid… Mentre combattevamo ogni giorno su diverse questioni relative all’apartheid, ho vissuto molti momenti difficili. Non avrei mai immaginato che ci sarebbe stato un tale cambiamento nel mio Paese durante la mia vita.

Ma i cambiamenti avvengono e il motivo principale è che la società civile ritiene inaccettabili le vestigia del colonialismo e dell’occupazione. Ecco cosa dico ai palestinesi. Spero che si ispirino, come abbiamo fatto noi, al sostegno collettivo della comunità internazionale, sia degli Stati che degli attivisti di tutto il mondo. Questo ci ha davvero fatto andare avanti. Sapevamo di dover combattere le nostre battaglie e di non doverci mai arrendere.

E ora, dopo tutte le critiche ingiuriose che abbiamo ricevuto [come COI], perché sono ancora in piedi e sento di essere su un terreno morale più alto? Grazie al sostegno globale a ciò che stiamo dicendo e al sostegno globale alla lotta palestinese per l’autodeterminazione.

Navi Pillay è nata nel 1941 in Sudafrica. Nel 1967 è stata la prima donna ad avviare uno studio legale nella sua provincia d’origine, il Natal. Ha lavorato come avvocato difensore degli attivisti anti-apartheid, denunciando le torture e contribuendo a stabilire diritti fondamentali per i prigionieri di Robben Island. Pillay è stata nominata giudice ad interim dell’Alta Corte Sudafricana dopo la fine dell’apartheid nel 1995.  È stata eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR) dal 1999 al 2003 e ne è stata presidente negli ultimi quattro anni. Ha svolto un ruolo fondamentale nella giurisprudenza innovativa dell’ICTR sullo stupro come genocidio. Nel 2003 è stata nominata giudice della Corte Penale Internazionale dell’Aia e dal 2008 al 2014 è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Pillay ha conseguito un BA e un LLB presso l’Università di Natal in Sudafrica e un dottorato in Scienze giuridiche presso l’Università di Harvard.

Ibtisam Azem è scrittrice e corrispondente senior. Da dieci anni si occupa di ONU. Il suo ultimo romanzo è Il libro della scomparsa. Twitter: @IbtisamAzem

https://www.newarab.com/analysis/interview-navi-pillay-chair-unhrcs-palestine-inquiry

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Violenze quotidiane di Israele: 65enne palestinese aggredita e ferita durante un raid a Hebron

 

Nell'ambito dei quotidiani raid e delle sistematiche operazioni di perquisizione che caratterizzano l'occupazione israeliana in Cisgiordania, una donna palestinese di 65 anni e rimasta ferita giovedi a seguito di un'aggressione da parte dei soldati durante un'irruzione nella casa del figlio a Beit Ummar, a nord di Hebron.

Israeli troops violently maliciously assault & push over a Palestinian woman in the town of Beit Ummar, north of al-Khalil, central Palestine https://t.co/W4U4dmVLfZ

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) October 8, 2026

Come confermato dall'attivista Mohammad Awad all'agenzia di stampa WAFA, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella zona di Asida facendo irruzione nell'abitazione di Walid Sabarna.

Nel corso delle verifiche, diventate ormai una tragica routine per le famiglie della zona, i soldati hanno devastato gli arredi e la proprieta prima di scagliarsi contro la madre sessantacinquenne del proprietario, Bahiya Ekhlail, causandole gravi lividi e contusioni. La donna e stata successivamente trasferita in ospedale dai sanitari per ricevere le cure necessarie.

L'operazione si e svolta secondo un copione che si ripete quasi ogni giorno nei territori occupati: le forze armate hanno lanciato gas lacrimogeni ad altezza uomo verso le abitazioni civili adiacenti, provocando principi di soffocamento a numerosi residenti che sono stati intossicati e soccorsi sul posto.

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Mercenari colombiani tenuti in ostaggio in Ucraina. La testimonianza di una madre (VIDEO)

 

Ruptly ha raccolto la testimonianza di una donna colombiana che ha perso i contatti con suo figlio raggirato da "reclutatori" ucraini il 9 settembre 2025. Questa la sua testimonianza tradotta in italiano. 
 

RT ha raccolta la testimonianza di Sonia Moreno, una donna colombiana che afferma come suo figlio sia stato attirato nelle file delle forze di Kiev con la falsa promessa di una paga elevata e che, all’arrivo, gli è stato sequestrato il passaporto. "I cittadini colombiani che combattono per Kiev sono tenuti in ostaggio dall’esercito ucraino", ha dichiarato la donna che non ha più contatti con il figlio dal 9 settembre 2025. La donna dichiara di aver appreso della morte di Cristian sui social media, poiché l’esercito ucraino non ha neanche informato la famiglia di ciò che gli era accaduto. Secondo fonti dell'intelligence russa dei 16.500 mercenari stranieri stimati nelle file delle forze di Kiev la metà provengono dalla Colombia.

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 9, 2026

Berlino conta come "aiuti all’Ucraina" miliardi spesi sul proprio territorio – studio Kiel

 

La Germania ha contabilizzato miliardi di euro spesi sul proprio territorio come aiuti all’Ucraina, sovrastimando l’importo effettivamente giunto a Kiev, secondo uno studio pubblicato giovedì dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

Berlino ha dichiarato di aver fornito o stanziato 100 miliardi di euro (112 miliardi di dollari) a sostegno dell’Ucraina dall’escalation del conflitto nel 2022. Tuttavia, l’istituto ha rilevato che solo 41,7 miliardi di euro erano da considerarsi effettivi aiuti bilaterali, mentre 35,9 miliardi di euro sono stati spesi in Germania e altri 22 miliardi di euro consistevano in impegni militari futuri. «La cifra di 100 miliardi di euro è fuorviante ed erroneamente etichettata come “aiuti bilaterali all’Ucraina”», ha affermato Christoph Trebesch, responsabile dell’Ukraine Support Tracker dell’istituto. Ha comunque descritto la Germania come il principale donatore europeo a favore di Kiev.

Dei 43,3 miliardi di euro che Berlino ha classificato come assistenza civile, circa l’80% è rimasto in Germania. La maggior parte ha coperto sussidi e alloggi per i rifugiati ucraini, mentre 1,3 miliardi di euro sono stati destinati a garanzie sulle esportazioni e sugli investimenti per le aziende tedesche operanti in Ucraina.

Secondo lo studio, solo 7,4 miliardi di euro di sostegno civile hanno effettivamente raggiunto l’Ucraina, compresi gli aiuti umanitari, il sostegno energetico e i fondi per la ricostruzione. L’istituto ha inoltre contestato la cifra di 57,6 miliardi di euro indicata da Berlino per gli aiuti militari. Il governo tedesco ha smesso di pubblicare dati dettagliati sull’assistenza militare nel giugno 2025, complicando il controllo indipendente, hanno osservato i ricercatori.

Nel frattempo, alcuni politici tedeschi di alto livello hanno chiesto a Berlino di garantire maggiori ritorni economici dal proprio sostegno a Kiev. Il mese scorso, il ministro presidente bavarese Markus Soeder, leader della CSU, il partito gemello della CDU del cancelliere Friedrich Merz, ha esortato l’Ucraina a destinare una quota maggiore dei fondi di aiuto alla tecnologia tedesca. “È ovvio che l’industria della difesa tedesca debba trarne beneficio”, ha affermato, proponendo anche colloqui sull’accesso alle materie prime ucraine.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha espresso preoccupazioni simili a settembre, dichiarando al quotidiano Bild che la Germania “non è del tutto soddisfatta del livello degli ordini” ricevuti dalle sue aziende. Intervenendo in una conferenza stampa giovedì, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato Merz di anteporre gli interessi di Kiev a quelli dei contribuenti tedeschi, promettendo ulteriori aiuti nonostante il crescente malcontento dell’opinione pubblica nei confronti delle sue politiche.

Comunicato CNP: "Un malessere profondo che può aprire un nuovo ciclo di lotte sociali in Europa"

 
Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del "Coordinamento dei nuclei comunisti" sulla situazione in Spagna e in generale sulla situazione politica in Europa
 
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Dichiarazione del Coordinamento dei Nuclei Comunisti (CNC)

L’indice di indignazione popolare sta crescendo rapidamente in tutta Europa, assumendo varie forme. Ancora una volta nella storia, è in Francia che si manifesta con maggiore pienezza. Su una pentola a pressione che si è già riversata più volte (gilet gialli, battaglia contro la riforma pensionistica, lotta dei contadini, ecc.), la protesta di massa degli studenti delle scuole superiori sta ricevendo il sostegno popolare, soprattutto della classe operaia. L’appello di tutti i sindacati dell’insegnamento, da CGT del settore pubblico e un numero crescente di settore privato allo sciopero generale è già un clamore contro le politiche del governo e dell’UE che né la brutale repressione né le tattiche di criminalizzazione e provocazione da parte di poliziotti infiltrati, possono fermare. Per ora la mobilitazione dei lavoratori di diversi settori e dei rappresentanti politici è in aumento.

In Germania crescono le proteste dei giovani contro il servizio militare obbligatorio che li trasforma in carne da cannone per la guerra contro la Russia.

Nel frattempo, nel Regno di Spagna…

Pedro Sánchez: come vendere sabbia nel deserto.

Non c’è dubbio che Pedro Sánchez sia un grande prestidigitatore. Lo ha dimostrato ripetutamente quando il suo governo vacillava, ma con l’ultima messa in scena si è superato.

Fino a poche settimane fa, tutto era contro di lui. Per otto anni ha governato per il capitale contro la classe operaia, non rispettando le promesse elettorali, sottomesso ai dettami degli Stati Uniti e dell’UE, compiendo pirouette elettorali a sostegno della Palestina mentre il capitale sionista è presente nei fondi speculativi immobiliari, le case farmaceutiche e, soprattutto, nelle fabbriche di armi.

I sondaggi davano per certo che l’esperimento del governo PSOE-Sumar era ammortizzato, con il voto della destra mobilitato, soprattutto dopo gli eventi di Ceuta, e, soprattutto, con una crescente astensione dei settori popolari, stanchi di vedere che il progressismo è un guscio vuoto e che le loro condizioni di vita non fanno che peggiorare.

Il malessere della classe operaia e di tutti i settori popolari è una pentola a pressione sul punto di esplodere, come si sta vedendo in tutti i paesi dell’UE. Gli indicatori puntano nella direzione dell’esplosione: la carestia della vita, l’insufficienza dei salari e delle pensioni, la situazione limite dei piccoli agricoltori e allevatori, la distruzione di posti di lavoro – soprattutto nell’industria -, lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi pubblici e l’attuazione della crescente impossibilità di accedere ad un alloggio. In quest’ultimo ambito si concretizzano le situazioni più tese e drammatiche: sfratti, sovraffollamento o strade sempre più piene di persone «senza tetto».

La responsabilità del governo, che da otto anni amministra il denaro pubblico e legifera a favore del capitale, è evidente. Il tanto decantato aumento dello SMI non ha potuto nascondere che gli affitti sono aumentati di tre volte rispetto ai salari negli ultimi tre anni, che chi percepisce lo SMI nelle grandi città deve destinare il 90% al pagamento dell’abitazione o che coloro che lo percepiscono (più del 50% dei minori di 30 anni) sono esclusi anche dall’accesso agli alloggi offerti dal Ministero del settore. D’altra parte, la repressione contro le scarse mobilitazioni operaie e popolari non lascia adito a dubbi su chi diriga il governo e gli apparati dello Stato. Lungi dall’abrogare le leggi antiterrorismo, in vigore 15 anni dopo la scomparsa di ETA, o la Legge Mordaza, la repressione operaia e popolare si è inasprita, mentre la criminalizzazione della mobilitazione si estendeva sotto l’accusa di terrorismo.

E d’ora in poi, è innegabile che le conseguenze delle politiche imperialiste di Stati Uniti e Ue, sostenute dal governo per azione o omissione, peggioreranno ulteriormente la situazione della classe operaia e dei settori popolari. Ne elenchiamo alcuni: l’esplosione del Nord Stream, le sanzioni boomerang contro la Russia, la politica agricola e le normative dell’agenda «verde», l’economia di guerra e le enormi spese militari con i relativi tagli alla spesa sociale, e ora il rapido aumento dell’energia legato all’attacco di Stati Uniti, Israele e paesi europei contro l’Iran. Tutto punta a un brusco calo delle condizioni di vita della classe operaia, mentre le aziende energetiche si accaparrano favolosi profitti – 20 miliardi di euro nel 2026 – proprio a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti1.

Ed ecco che su questo accumulo di materiale altamente infiammabile appare una scintilla inaspettata. Era un altro sfratto, dopo gli oltre 200.000 giustiziati – un po’ meno di quelli eseguiti con il governo del PP – nel corso degli otto anni di governo PSOE, prima con Podemos e poi con Sumar.

Dopo l’esecuzione del lancio di Mari Carmen e dell’ennesima repressione violenta degli antisommossa contro coloro che cercavano di impedirlo, in poche ore si organizza un accampamento a Sol, che ricorda quella del 15 M.

La dirige e controlla il sindacato degli inquilini, che non ha nulla di sindacale ed è un’impresa/associazione, più simile a un’organizzazione dei consumatori, di cui i dirigenti sono salariati. Il suo portavoce, Fernando de los Santos Menéndez2 , legato familiarmente all’aristocrazia e nipote di un ministro di Adolfo Suárez, figura come rappresentante e amministratore unico della società Tecnoasfalt Aglomerados con Caucho S.L. dedicata alla costruzione di alloggi pubblici e privati. Nessuno dei volti più noti, come Alicia del Río o Valeria Recu, sono persone colpite dagli sfratti. Un altro dei suoi dirigenti, Carme Arcarazo, fa parte del Consiglio consultivo del Ministero della Casa3.

Dato il rapporto di questo ‘sindacato’ con il governo, non sorprende che abbia convocato manifestazioni a sostegno dei decreti davanti al Congresso dei deputati – vietate dal regolamento del Congresso mentre il Parlamento è in riunione – e ampiamente diffuse dai media affini al Governo… Oppure che CCOO e UGT si uniscano alle convocazioni.

Non siamo entrati ad analizzare questi Decreti. Basti dire che avrebbero fermato gli sfratti delle persone vulnerabili solo se fossero stati promossi da ‘fondi avvoltoi’.

Come nel 15 M o in Podemos, il linguaggio non è innocente. Se allora si usava il termine vago di «casta» o dell’ «1%», ora si parla di «rentismo» o di «capitalismo rintista», lasciando intravedere che esiste un altro capitalismo sano e responsabile.

Un altro dato sorprendente. Una volta terminato il dibattito sui due decreti nel Congresso, e quando si sapeva già che sarebbero stati sconfitti, Pedro Sánchez ha inaspettatamente fatto un intervento che deve essere considerato come il primo atto della prossima campagna elettorale. Si rivolse a coloro che avrebbero votato contro i Decreti, mordendo l’incatenamento che aveva preparato per loro, ma con l’altoparlante rivolto verso la strada: «Dimenticate per un momento il calcolo politico e pensate alla gente comune che ha bisogno della protezione del pubblico». Il prestidigitatore era riuscito ad attribuire a Vox, PP e Junts la responsabilità della situazione di penuria abitativa, quando è lui che governa da 8 anni. L’obiettivo era chiaro e la messa in scena è stata magistrale. Pedro Sánchez ha rimesso il PSOE nelle condizioni di vincere la gara, lasciando i suoi piccoli soci letteralmente ai piedi dei cavalli.

Al di là del calcolo elettorale, potrebbe essersi aperto il vaso di Pandora.

La ampia diffusione delle manifestazioni, di cui una parte importante è il ruolo dei media affini utilizzati a fondo per trasformare le mobilitazioni in strumenti di pressione per i loro obiettivi politici, ha rivelato un cambiamento significativo nella soggettività delle masse in cui predominava il sentimento di sconfitta e di impotenza. Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato in tutto lo stato non solo gridavano contro la destra, ma denunciavano anche la responsabilità del governo e tutte le sue violazioni. Anche se la forma assomigliava al 15 M, e questo era ciò che si cercava, la politicizzazione era di gran lunga superiore. La casa era il fattore scatenante, ma tutti sapevano che c’erano molte cose più intimamente legate: la carestia, i salari e le pensioni di miseria, la sanità, l’istruzione, e al di sopra di tutto, l’economia di guerra e la militarizzazione sociale

Tutto ciò che fino a poco tempo fa sembrava una lastra, stava diventando un bersaglio di lotta. E la tristezza e l’impotenza hanno forse cominciato a fondersi con il calore della gente in strada e della presenza di massa dei giovani. Una gioventù che in non pochi casi portava bandiere rosse, rojinegras e repubblicane e che si organizzò per far uscire di corsa con la coda tra le gambe i gruppi fascisti apparsi negli accampamenti – senza dubbio infuocati dagli ultimi avvenimenti.

Anche se la classe operaia era dispersa e disorganizzata, i clamori accesi alla sua lotta operaia e il clamore che, reclamando uno sciopero generale, riempì le strade il giorno dopo il voto parlamentare, chiamò a pensare come lavoratori, lasciando alle spalle slogan come la ‘nube delle zanzare’, la casta o il 99%, volti proprio a distruggere l’identità di classe. L’annuncio della convocazione allo sciopero generale da parte di CC.OO e UGT, che si è appena fatto mentre si scrive questa Dichiarazione, è – nello stesso senso in cui abbiamo indicato -, una buona notizia.

In primo luogo, non perché CC.OO e UGT abbiano cessato di essere strumenti di una parte della borghesia contro la classe operaia, ma perché, costretti dalle circostanze e per continuare a servire i loro padroni, stanno contribuendo a conferire il sigillo di classe – che teme così tanto il capitale – ad una mobilitazione che in principio non lo aveva.

E poi, perché, come ben sappiamo, è nell’organizzazione e nella lotta che si fanno salti di gigante nella coscienza delle masse. Contribuire a questo è il dovere delle organizzazioni rivoluzionarie.

Il diritto alla casa di fronte al muro della proprietà privata.

La realizzazione del diritto alla casa sarà il fulcro della campagna elettorale e saranno fatte tutte le promesse.

Saranno inoltre stilate liste di rivendicazioni, più o meno dettagliate, che si possono riassumere così: Tutte le persone che vivono qui hanno diritto ad un alloggio dignitoso e stabile. Questa affermazione contiene una giustizia inappellabile. Ogni essere umano ha diritto ad avere un posto dove vivere. Il punto è che questo diritto essenziale è subordinato a quello del capitale e si scontra con il muro del diritto fondamentale e assolutamente prioritario nella società capitalista alla proprietà privata, da trasmettere attraverso l’eredità, e alla libera impresa, pilastri della società capitalistica.

La vera proprietà privata, quella dei mezzi di produzione, esiste solo per una piccola minoranza, e si è stabilita sul furto violento, lo spoglio originario e l’espropriazione massiccia dei popoli. E questo saccheggio primario si ripete una volta dopo l’altra, garantito dai governi di turno. La vittoria dei fascisti nella guerra di Spagna ha permesso, inoltre, una gigantesca espropriazione da parte dei vinti di ogni tipo di proprietà: terre consegnate dalla legge della riforma agraria, abitazioni, imprese, bestiame, ecc. I difensori della proprietà hanno basato il loro potere su un furto colossale. Il problema dell’abitazione, che è una questione vitale per il proletariato, è irrisolvibile nel capitalismo, soprattutto in tempi di crisi profonde come quelle attuali in cui il capitale strappa alla classe operaia ogni tipo di bene pubblico per trasformarlo in impresa. Di conseguenza, la loro soluzione non è una questione di più o meno investimenti pubblici, di regolamentazione dell’affitto, della compravendita di abitazioni per evitare grandi proprietari, o della regolazione del prezzo delle abitazioni secondo criteri oggettivi come il metro quadrato, distanza dal centro della città o distanza dai servizi. Se l’abitazione rimane una merce, come nel capitalismo, questi miglioramenti sono effimeri, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali. Inoltre tutte le rivendicazioni che hanno a che fare con l’abitazione presentano programmi che devono essere veicolati attraverso lo stato borghese; anche le più radicali che parlano di espropriazione delle case agli speculatori.

L’obiettivo non può che essere la fine della proprietà privata del suolo, del capitale e delle imprese edili; e la sua esecuzione può realizzarsi solo dopo la distruzione dello Stato borghese da parte della rivoluzione proletaria, dalla classe operaia eretta in classe dirigente.

Questa consapevolezza degli obiettivi reali da perseguire non invalida, anzi, le lotte concrete. Ma solo l’esistenza del Partito Comunista, eretto come referente politico della rabbia, può allontanarla dal cammino della riforma e condurla al fuoco della rivoluzione. La classe operaia può risolvere in modo pratico i suoi problemi concreti solo attraverso l’esercizio della sua dittatura, e così avanzare sulla strada verso l’emancipazione dell’umanità.

In definitiva, dobbiamo prepararci per i tempi sempre più vicini in cui i prestidigitatori di turno non potranno effettuare un’esplosione controllata del malessere sociale e tirare fuori l’ennesimo coniglietto elettorale dalla scintilla. In definitiva, quando la lotta di classe si gioca sulla vita o sulla morte.

1 https://cincodias.elpais.com/companias/2026-09-04/las-energeticas-dispararan-su-beneficio-en-2026-gracias-a-los-precios-record-en-gas-y-petroleo.html

2 https://www.eleconomista.es/actualidad/noticias/14017282/09/26/quien-es-fernando-de-los-santos-el-portavoz-del-sindicato-de-inquilinas-es-sobrino-de-la-marquesa-de-ibias-y-nieto-de-un-exministro-de-adolfo-suarez.html

3 https://www.mivau.gob.es/el-ministerio/sala-de-prensa/noticias/jue-15012026-1559

Palestinese salvò 30 israeliani il 7 ottobre, ma Israele gli demolisce casa

 

Come scritto da Nadav Rapaport per Middle East Eye, le autorità israeliane hanno demolito alcune proprietà appartenenti a un cittadino palestinese di Israele che, durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, aveva salvato la vita a 30 israeliani al festival musicale Nova.

Secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano Local Call, le forze governative hanno raso al suolo un magazzino e un pollaio di proprietà di Yousef Zyadna, mentre l'abitazione di suo nipote è stata completamente distrutta. Zyadna, un autista di minibus, si era spinto nel cuore dell'attacco nelle prime ore del 7 ottobre per evacuare decine di giovani. Per il suo straordinario valore era stato successivamente premiato con una cerimonia ufficiale presso il museo Amici di Sion.

This story is insane. The Palestinian Bedouin Israeli Yusef Alziadna is widely regarded as a hero in Israel after having saved 30 lives on Oct. 7. Today, in recognition of his bravery, Israeli security forces arrived at his home with bulldozers & demolished the foundations of his family's home. They also demolished his storage shed & a chicken coop & damaged the area used by his brother’s flock of sheep. It's not just his own property -- it's the whole neighborhood Israel wants to destroy. 65 demolition orders hang over the homes in the neighborhood. Just a week ago, his nephew got married; shortly before the wedding, he, too, had received a demolition order for his home. When the bulldozers arrived, it turned out that the newlywed had already demolished his own home to avoid a forced demolition. There is 1 and only 1 reason Israel is trying to wipe Yusef's neighborhood off the map: Yusef and his family have P-positive DNA. They are Palestinian Arab Bedouin, not Jewish. But Israel is a state for people with J-positive DNA. Jews. That means Israel will do whatever it can to push Yusef, his family and community off their land, because they have the wrong DNA. Rahat itself was constructed decades ago to force Bedouins off their ancestral lands in the Naqb, into settled communities where they would have no access to land where they could tend to their flocks of goat, sheep, animals, etc. Today, Yosef was scheduled to give an interview on Reshet Bet and recount once again how he saved... ...many on October 7th. He cancelled the interview. Instead of coming to the studio, he invites people to come to him and see what the bulldozers did in his neighborhood today. https://t.co/k2Pvfw4Gud

— Zachary Foster (@_ZachFoster) October 6, 2026

L'operazione condotta da decine di bulldozer si è svolta nel quartiere di Zyadna, nei pressi della città meridionale di Rahat, travolgendo diverse strutture della comunità beduina. Attualmente pendono circa 65 ordini di demolizione contro le abitazioni della zona. Zyadna ha dichiarato a Local Call di non pentirsi delle sue azioni, affermando che aiutare il prossimo fa parte dei suoi valori e della sua educazione. Ha inoltre aggiunto di possedere documenti risalenti all'epoca ottomana che attestano la presenza della sua famiglia su quelle terre ben prima della nascita dello Stato di Israele, ribadendo la ferma intenzione di non abbandonare la propria casa.

La famiglia Zyadna ha pagato un prezzo altissimo al conflitto: quattro suoi membri furono presi in ostaggio il 7 ottobre. Sebbene due di loro siano stati rilasciati nel novembre 2023, gli altri due hanno perso la vita in prigionia e i loro corpi sono stati restituiti a Israele all'inizio del 2025. Zyadna ha inoltre denunciato che, nonostante soffra di disturbi legati al trauma dal 7 ottobre, lo Stato non gli ha garantito alcun sostegno finanziario per le cure mediche.

L'episodio ha suscitato forti polemiche interne. Naama Lazimi, deputata della Knesset per il partito di opposizione I Democratici, ha definito Zyadna un'eroina israeliana e un simbolo di convivenza, qualificando le demolizioni come una vergogna morale ed etica e chiedendo che il riconoscimento dell'eroismo si traduca in tutele concrete per tutti i cittadini.

Come sottolinea Nadav Rapaport per Middle East Eye, gli abbattimenti rientrano in una più ampia campagna promossa dal ministero della Sicurezza Nazionale contro le presunte costruzioni abusive nelle comunità beduine del Negev. Il ministro Itamar Ben Gvir ha rivendicato l'azione come parte di uno sforzo per ripristinare la governance nella regione, celebrando pubblicamente il proseguimento delle demolizioni anche a Gerusalemme Est. La popolazione beduina del Negev conta circa 320.000 persone e rimane una delle realtà più vulnerabili ed emarginate del Paese.

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Regno unito. Ebrea, 94 anni, arrestata per il sostegno a Palestine Action

 

Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, all'età di 94 anni l'ex avvocata per i diritti umani Margaret Owen cercava da mesi di farsi arrestare per manifestare il proprio dissenso. Di origine ebraica e storicamente legata alla famiglia del ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, la donna ha raccontato di aver partecipato ripetutamente, insieme a centinaia di altri pensionati, a veglie silenziose con cartelli di protesta contro il genocidio e a sostegno del gruppo Palestine Action.

Nonostante avesse persino appeso il cartello alla finestra di casa inviando le foto alla polizia metropolitana, le autorità avevano inizialmente ignorato le sue provocazioni. Tuttavia, il 27 settembre, durante una manifestazione all'esterno della conferenza del Partito Laburista a Liverpool, il suo arresto è stato eseguito. Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, Owen si trovava insieme a circa 200 persone, per la maggior parte anziane e disabili, che protestavano pacificamente prima che la polizia iniziasse a circondare i presenti e a condurli sui furgoni.

L'arresto si inserisce nella stretta attuata dal governo Starmer, che nel luglio 2025 ha messo al bando Palestine Action basandosi su accuse di terrorismo e rendendo punibile qualsiasi forma di sostegno con pene fino a 14 anni di carcere. Secondo le stime dell'organizzazione Defend our Juries, l'applicazione della misura ha portato all'arresto di circa 3.850 persone per reati di opinione o manifestazione.

La vicenda assume un valore emblematico per i legami personali tra i protagonisti. Owen era infatti legata da profonda amicizia a Marion Kozak, madre di Ed Miliband e sopravvissuta all'Olocausto, scomparsa di recente e nota per le sue posizioni a sostegno del popolo palestinese. Riflettendo sulla situazione, Owen ha dichiarato a Middle East Eye che la madre del ministro sarebbe stata al suo fianco a reggere quel cartello, pur dicendosi speranzosa per i segnali di apertura espressi da Miliband sulla politica estera nel Medio Oriente.

Mentre gli attivisti denunciano una deriva autoritaria e chiedono la revoca del divieto — la cui legittimità sarà valutata dalla Corte Suprema — il ministero dell'Interno continua a difendere la misura, sostenendo che l'interdizione del gruppo non comprometta il diritto fondamentale di protestare a favore della causa palestinese.

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I colori dello stress: come si è propagato lo sforzo sismico nell’Appennino centrale durante la sequenza del 2016

9 Ottobre 2026 ore 09:30

A dieci anni dal 24 agosto 2016, data che ha segnato profondamente il territorio e la comunità dell’Appennino centrale, ripercorrere quei mesi significa anche ricordare il grande sforzo scientifico compiuto per analizzare in tempo reale l’evoluzione della sequenza sismica iniziata con il terremoto di Amatrice (Mw 6.0). Nelle prime settimane dopo la scossa, con i dati strumentali acquisiti in tempo reale dalla Sala di Sorveglianza Sismica dell’INGV, alcuni studi si concentrarono su un parametro classico ed estremamente significativo: il b-value della legge di Gutenberg-Richter. Questo valore indica il rapporto tra il numero di piccoli terremoti e quelli di magnitudo maggiore in una determinata area. In questa chiave di lettura, anche i piccoli terremoti assumono una rilevanza informativa primaria: oltre a consentire la localizzazione della sismicità, permettono di monitorare la variazione temporale di questo rapporto e di stimare la conseguente distribuzione dello stress lungo la faglia.

Ma perché il b-value è così importante e in che modo si lega ai “colori dello stress”?

La fisica dietro il parametro b: asperità e fluidi

La relazione di Gutenberg-Richter, formulata nel 1944, è una di quelle scoperte nel campo della sismologia che, dopo più di 80 anni, resta ancora valida. I due sismologi americani osservarono che, riportando in un grafico il logaritmo del numero cumulato dei terremoti (asse y) in funzione della magnitudo (asse x), si ottiene una retta. Per numero cumulato si intende il numero di terremoti con magnitudo maggiore o uguale al valore considerato. 

La relazione è rappresentata da questa equazione: Log N = a – b * M

dove M è la magnitudo, N il numero dei terremoti con magnitudo maggiore o uguale a M, a e b i parametri che descrivono la retta (Figura 1).

 

Figura 1. Relazione di Gutenberg-Richter: numero cumulato di terremoti in scala logaritmica in funzione della magnitudo. I punti blu rappresentano il numero cumulato dei terremoti; la linea rossa indica la relazione teorica. 

L’inclinazione della retta che interpola i dati è quindi il b-value. Una pendenza più ripida (alto b-value) indica una grande quantità di piccoli eventi rispetto a quelli grandi; una pendenza più dolce (basso b-value) indica che la quota di eventi più forti rispetto a quelli di bassa magnitudo aumenta, cosa che indica un forte accumulo di stress.

Il valore medio del b-value a scala globale è solitamente pari a 1, questo significa che per ogni terremoto di una determinata magnitudo, ne avvengono mediamente dieci di magnitudo inferiore di un punto: ad esempio, dieci eventi di magnitudo 4 per ogni terremoto di magnitudo 5. Tuttavia, la crosta terrestre non è omogenea e le variazioni locali riflettono lo stato meccanico della crosta:

  • Bassi valori di b (<1): Si riscontrano in aree sottoposte a forte stress crostale. In queste zone la proporzione degli eventi più energetici è maggiore e le faglie sono “bloccate” in porzioni chiamate asperità, dove l’energia si accumula ed è più probabile la nucleazione di futuri forti terremoti. Nelle mappe (Figura 2), queste zone sono rappresentate con toni freddi (blu e viola).
  • Alti valori di b (>1): Indicano zone a minore stress o aree caratterizzate da un’alta densità di fratturazione, maggiore eterogeneità dei materiali, variazioni di temperatura o forte presenza di fluidi in pressione. I fluidi agiscono riducendo l’attrito, favorendo il rilascio continuo di sismicità diffusa, e agevolando l’evoluzione della sequenza stessa. Nelle mappe, queste aree si colorano invece di sfumature calde (rosso e arancione).
Figura 2 Mappa della sismicità superficiale (Ml ⩾1.4 e profondità ≤ 30 km) dell’Appennino centrale (16 aprile 2005 -18 settembre 2016) localizzata dal Bollettino Sismico Italiano [BSI Working Group, 2015]. Il terremoto dell’Aquila del 2009 (Mw=6.3) ed il terremoto di Amatrice del 2016 (Mw=6.0; Ml=5.9) sono indicati con una stella arancione e una blu, rispettivamente. La sismicità dei tre periodi analizzati è riportata con differenti colori: Il primo in rosso, il secondo in giallo e l’ultimo periodo in blu. Il riquadro nero evidenzia l’area di studio. Le principali città sono indicate con dei punti neri: AQU=L’Aquila, CMP=Campotosto, AMT=Amatrice, ACC=Accumoli, ARQ=Arquata del Tronto, NRC=Norcia, USS=Ussita, SPT=Spoleto, COLF=Colfiorito. In mappa con la stella verde è indicato il terremoto di Colfiorito del 1997 (Mw=6.0).

La distribuzione del b-value nelle diverse fasi della sequenza

Nel 2016, all’indomani del terremoto del 24 agosto, è stato realizzato uno studio sull’evoluzione temporale della sismicità dell’Appennino centrale a partire dal 2005 (Figura 2). Di seguito è riportata l’analisi della distribuzione spaziale del b-value nelle diverse fasi temporali dal 2005 in poi:

  • periodi 1 e 2 | prima del 24 agosto 2016: sia nel periodo precedente al terremoto dell’Aquila del 2009 (Figura 3a) sia nel periodo compreso tra l’evento dell’Aquila e quello di Amatrice (Figura 3b), l’area mostra una forte eterogeneità tra Campotosto e Accumoli, evidenziando come lo stress e i fluidi si fossero ridistribuiti lungo la catena appenninica;
  • periodo 3 | dopo il terremoto di Amatrice: subito dopo la scossa del 24 agosto 2016 (Figura 3c), l’area mostra un cambiamento significativo. Al di sotto di Accumoli e in corrispondenza dell’area ipocentrale del mainshock, è presente un vistoso volume ad alto b-value (fino a 1.6). Questo valore è coerente con l’effetto della sismicità indotta dai fluidi profondi in pressione e con la risposta del volume di faglia che ha rilasciato il massimo spostamento (slip) co-sismico. Al contrario, ai bordi della struttura sismogenetica attivata, si sono delineati due volumi a basso b-value (circa 0.8): uno a sud-est (tra Amatrice e Campotosto) e uno a nord (nei pressi di Norcia), riconducibili a porzioni di faglia bloccate (asperità) e sottoposte a un forte carico di stress.
Figura 3 Distribuzione spaziale del b-value nell’Appennino centrale nei tre periodi analizzati. a) Periodo 1 | pre-L’Aquila 2009. b) Periodo 2 | post-L’Aquila, pre-Amatrice; la stella rossa indica il mainshock del 2009, le stelle bianche gli aftershocks principali. La linea nera AA’ indica la traccia del profilo verticale mostrato in Figura 3 (a). c) Periodo 3 | sequenza di Amatrice fino al 18 settembre 2016; la stella rossa indica il mainshock di Amatrice (Mw 6.0), le stelle bianche indicano le repliche con Ml ≥4.2.La linea nera BB’ indica la traccia del profilo verticale in Figura 3 (b). I quadrati neri indicano le principali città.

Proiettando i dati lungo le sezioni verticali longitudinali (Figura 4), le anomalie del b-value delineano la complessa anatomia della crosta appenninica. Il profilo prima del terremoto di Amatrice (Profilo AA’) mostra un vistoso contrasto: un volume ad alto b-value (cerchio rosso) al di sotto di Accumoli tra i 6 e i 12 km di profondità e un’asperità a basso b-value al di sotto di Amatrice (cerchio bianco). In corrispondenza di quest’ultima area, al di sotto di Amatrice, era inoltre presente una significativa concentrazione di terremoti, indicando che la sismicità non era confinata al solo settore di Accumoli. Subito dopo la scossa del 24 agosto, la nuova fotografia dell’area (Profilo BB’) ha rivelato un’evoluzione importante: mentre al di sotto di Accumoli il b-value rimane alto per il rilascio di fluidi e deformazioni, ai bordi della struttura si sono delineate due nette anomalie ‘fredde’ a basso b-value (circa 0.8), una a sud (tra Amatrice e Campotosto) e una a nord (Figura 4b), localizzata al di sotto di Norcia (cerchio bianco). Questi settori, non ancora deformati e soggetti a un elevato carico di stress, corrispondono ad asperità della crosta terrestre in cui si concentra e si accumula l’energia.

Figura 4 Sezioni verticali della distribuzione del b-value prima del terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016 e dopo questo evento fino al 18 settembre 2016. Profilo AA’ – Periodo prima del terremoto di Amatrice: Il cerchio rosso delimita l’anomalia ad alto b-value sotto Accumoli (ACC); il cerchio bianco evidenzia la zona a basso b-value sotto Amatrice (AMT). Profilo BB’ – Periodo post Amatrice: La stella rossa indica l’ipocentro del mainshock di Amatrice; il cerchio rosso mostra l’alto b-value post-evento sotto Accumoli (ACC); il cerchio bianco (sotto Norcia, NRC) e l’area blu a destra (a sud-est di Amatrice, AMT) rappresentano le due anomalie a basso b-value. Le stelle bianche sono gli aftershocks con magnitudo Ml≥4.2. In basso a sinistra: il grafico della legge di Gutenberg-Richter per i volumi delimitati dai cerchi bianco e rosso; le linee continue (grigia e rossa) mostrano l’interpolazione dei dati, la cui diversa inclinazione esprime il corrispondente b-value calcolato (b1 e b2).

L’evoluzione della sequenza durante la fase di elaborazione dati

L’analisi ha preso in esame un arco temporale di oltre dieci anni di sismicità includendo anche l’intera evoluzione della sequenza dell’Aquila del 2009. Questo ha permesso di osservare come il b-value sia variato nel tempo e nello spazio, seguendo le fluttuazioni dello stress crostale lungo questo intero settore dell’Appennino centrale.

Nel caso dell’Appennino centrale, la sequenza sismica del 2016 ha mostrato un’evoluzione particolarmente rapida e complessa. La progressiva propagazione della sismicità verso nord è infatti poi proseguita fino alla forte scossa di Norcia del 30 ottobre 2016 (Mw 6.5, ipocentro a circa 9 km), interessando un settore crostale caratterizzato da bassi valori del b-value. 

Il susseguirsi di questi eventi ha offerto l’opportunità di studiare a posteriori la risposta della crosta, evidenziando come le variazioni del b-value aiutino a descrivere la complessa ridistribuzione dello stress tra i diversi segmenti di faglia durante una sequenza sismica.

Guardare indietro per muoversi in avanti

Rileggere quelle mappe a dieci anni di distanza da una sequenza così drammatica, evidenzia il valore straordinario del monitoraggio costante dei parametri statistici che caratterizzano la sismicità. Identificare i punti di maggiore concentrazione dello stress lungo una faglia nel corso di una sequenza attiva non consente di fare previsioni deterministiche precisando data e ora degli eventi sismici; tuttavia, risulta essenziale per comprendere le modalità di distribuzione dello sforzo all’interno di una struttura sismogenetica, fornendo un contributo cruciale per la valutazione della pericolosità sismica a breve termine.

La ricerca avviata in quei giorni convulsi non si è fermata e continua a perfezionarsi, integrando i dati del b-value con studi multidisciplinari, con l’obiettivo di rendere i colori dello stress uno strumento utile per comprendere la complessità delle faglie e migliorare gli strumenti per la difesa dai terremoti.

Analisi così dettagliate sul b-value sono possibili solo grazie alla qualità, continuità e omogeneità del Bollettino Sismico Italiano (BSI Working Group., 2015), alimentato dalla Rete Sismica dell’INGV. Su questa robusta base si fonda il lavoro del Centro di Pericolosità Sismica (CPS) dell’INGV [1], che integra dati, modelli e competenze per trasformare la ricerca sullo stato della crosta terrestre in strumenti utili alla valutazione della pericolosità sismica per il territorio italiano.

A cura di Caterina Montuori, Giuseppe Falcone, Maura Murru, INGV

Bibliografia

BSI Working Group (2015). Bollettino Sismico Italiano (BSI). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/bsi

Montuori, C., Murru, M., Falcone, G., (2016). Spatial Variation of the B-Value Observed for the Periods Preceding and Following the 24 August 2016, Amatrice Earthquake (ML 6.0) (central Italy). Annals of Geophysics, 59. https://doi.org/10.4401/ag-7273.

[1] https://www.ingv.it/risorse-e-servizi/centri/centro-pericolosita-sismica-cps 


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Iran e Russia sempre più vicini: vertice anticipato Putin-Pezeshkian

 

In risposta all'unilateralismo statunitense, Iran e Russia hanno deciso di rafforzare la cooperazione globale a tutela dei propri interessi e della stabilità regionale.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato giovedì l'omologo russo Vladimir Putin a margine del vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e del forum ambientale sul Mar Caspio, tenutisi in Turkmenistan.

Durante il colloquio, Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende abbandonare la via diplomatica, nonostante le continue pressioni di Washington: "Siamo aperti al dialogo, ma ogni volta che trattiamo con gli Stati Uniti subiamo nuovi attacchi. Ciononostante, non ci ritireremo dal tavolo dei negoziati". Il leader iraniano ha spiegato che l'Iran ha già presentato formali proposte e apportato modifiche a quelle avanzate da Washington, confermando la volontà di entrambe le parti di proseguire il confronto attraverso i canali stabiliti.

Pezeshkian ha poi ribadito che l'obiettivo prioritario dell'Iran rimane porre fine al conflitto e garantire i diritti del proprio popolo nel rispetto del diritto internazionale. "Se gli Stati Uniti pensano di imporre la propria agenda con l'unilateralismo, falliranno", ha avvertito, criticando i tentativi di Washington di dettare le regole al resto del mondo e auspicando un rapido passaggio a un ordine multilaterale. Contestualmente, ha ringraziato Mosca per la ferma opposizione alle politiche statunitensi e per il costante sostegno offerto all'Iran nei forum internazionali.

Il presidente iraniano ha inoltre espresso grande soddisfazione per l'espansione dei rapporti bilaterali nei settori commerciale, economico e umanitario, confermando l'intenzione di consolidarli all'interno del programma strategico congiunto: "Iran e Russia restano partner strategici e amici fidati".

Da parte sua, Vladimir Putin ha confermato la piena disponibilità della Russia a fare tutto il possibile per favorire una soluzione al conflitto in Medio Oriente: "Riconosciamo gli sforzi sinceri dell'Iran per porre fine a una crisi scoppiata nella regione senza alcuna sua responsabilità". Il presidente russo ha inoltre chiesto a Pezeshkian di trasmettere i suoi personali saluti alla Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, definendo poi le iniziative umanitarie tra le due nazioni "un virtuoso modello di cooperazione bilaterale".

Nel corso dell'incontro, i due leader hanno analizzato gli eccellenti progressi nelle relazioni economiche — segnati da una crescita del 21% negli scambi commerciali — e hanno concordato di dare ulteriore impulso alle partnership nei settori chiave di energia, agricoltura, trasporti e commercio.

L'incontro, inizialmente in programma per venerdì, è stato anticipato a giovedì su decisione di entrambi i presidenti, come confermato dal consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov. Il precedente vertice bilaterale tra Pezeshkian e Putin risaliva al 1° settembre, a margine del summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

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Assedio di Israele a Gaza: 21.000 pazienti a rischio, attese fino a 8 anni

 

Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".

"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".

L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".

Un sistema sanitario ridotto in macerie

L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).

In base ai dati diffusi dal ministero:

Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.

Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.

Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.

Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria

L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.

A tre anni dall'inizio delle ostilità, il bilancio delle vittime e dei feriti resta drammatico, con oltre 74.000 morti e più di 175.000 feriti secondo i dati del Ministero della Salute. La quasi totalità della popolazione locale ha subito sfollamenti forzati e ripetuti, mentre le infrastrutture civili dell'intera regione rimangono prevalentemente distrutte.

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«Abbiamo preso la Bastiglia!»: la protesta degli studenti dilaga in Francia

La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.

Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.

La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.

Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.

Crimini a Gaza e Cisgiordania: lo scandalo che travolge l'Ambasciata USA in Israele

 

Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.

Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso

Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.

L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.

Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.

Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni

Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.

Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:

Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.

Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.

All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.

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Melenchon: "Se sarò Presidente non faremo la guerra per Taiwan" (VIDEO)

 

«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.

Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».

E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.

 

Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 8, 2026

Europarlamentare slovacco: "State creando una EuroGestapo e pensate alle elezioni in Russia"

 

Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche. 

Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti». 

Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:

 
 
 
 
 
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UE, via libera al 22° pacchetto di sanzioni alla Russia

Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.

Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità. 

A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.

Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.

Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.

E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.

Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.

 

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Identificazione degli effetti sismo-indotti della sequenza in Italia centrale del 2016-2017 mediante dati satellitari

2 Ottobre 2026 ore 11:59

La sequenza sismica in Italia centrale del 2016-2017 ha avuto  più di 60 terremoti di magnitudo Mw > 4.0 tra il 24 agosto 2016 e il mese di gennaio 2017, causando oltre 300 vittime e ingenti danni agli edifici e al patrimonio artistico e culturale di un’area appenninica piuttosto vasta. La sequenza è stata caratterizzata da alcuni eventi principali [Amatrice/Accumoli (RI) – 24/08/2016, Visso (MC) – 26/10/2016, Norcia (PG) – 30/10/2016 e Capitignano (AQ) – 18/01/2017], che hanno prodotto significative deformazioni superficiali, con uno spostamento massimo di circa 70 cm nella Piana di Castelluccio di Norcia, rilevato attraverso le osservazioni satellitari. Oltre alle deformazioni su larga scala, la sequenza ha innescato fenomeni localizzati, quali frane e riattivazioni di faglie secondarie, contribuendo ad aumentare il dissesto dell’area. Questo lavoro si propone di identificare tali effetti sismo-indotti mediante l’utilizzo della tecnica dell’interferometria SAR (InSAR) [Massonnet et al., 1993], applicata a dati satellitari in banda X e C relativi a quattro casi studio: Monte Vettore, Bolognola, Podalla e Cicconi (Figura 1). I risultati evidenziano il contributo delle osservazioni multi-banda per la valutazione della pericolosità ambientale e il monitoraggio post-sisma.

Figura 1 Panoramica dell’area di studio. I cerchi rossi rappresentano le quattro aree analizzate e interessate da fenomeni sismo-indotti. Le stelle gialle indicano gli epicentri dei quattro eventi principali della sequenza sismica in Italia centrale del 2016-2017.

Il dataset utilizzato

Il dataset utilizzato in questo studio è riassunto in Tabella 1. Esso comprende diversi interferogrammi generati per ciascun caso studio a partire da coppie di immagini SAR acquisite dalle missioni COSMO-SkyMed (CSK), in banda X, e Sentinel-1 (S1), in banda C. L’analisi è stata condotta mediante il software GAMMA, specificamente sviluppato per l’elaborazione interferometrica dei dati SAR [Wegmüller and Werner, 1997].

Tabella 1 Dataset SAR utilizzato in questo studio.

I casi studio

Monte Vettore
I risultati InSAR ottenuti da immagini acquisite da CSK hanno evidenziato un segnale deformativo sul versante del Monte Vettore, strettamente correlato alla fase cosismica del terremoto di Amatrice (Mw 6.0), del 24 agosto [Bignami et al., 2016]. La deformazione rilevata lungo la Linea di Vista del satellite (Line-of-Sight, LoS) è localizzata sul versante sud-occidentale e raggiunge uno spostamento massimo di circa 12 cm (Figura 2). Tale deformazione è associata a una frattura continua, lunga circa 5 km, osservata lungo il versante e identificata anche durante i rilievi di campagna, probabilmente riconducibile alla combinazione di processi deformativi tettonici e gravitativi [Albano et al., 2016].

Figura 2 Mappa di spostamento 2D lungo la LoS relativa al caso di studio del Monte Vettore. Nell’angolo in basso a sinistra dell’immagine è visibile parte della deformazione cosismica indotta dall’evento di Amatrice/Accumoli mentre l’area in esame è evidenziata con un rettangolo blu [A]. Focus in 3D dell’area analizzata [B].
Bolognola
In questo caso studio, sono stati utilizzati dati SAR acquisiti sia da CSK sia da S1 per identificare un fenomeno deformativo localizzato circa 25 km a NE degli epicentri dei terremoti di Visso e Norcia, nel settore settentrionale dei Monti Sibillini, in prossimità dell’abitato di Bolognola (MC). I risultati evidenziano uno spostamento localizzato di circa 2.5 cm lungo la LoS, associato a una frana con movimento prevalente da NO verso SE. L’intervallo temporale coperto dalle acquisizioni delle immagini Sentinel-1 comprende sia gli eventi sismici di Visso e Norcia che le relative repliche. Pertanto, non è possibile determinare con certezza quale evento abbia innescato il movimento franoso.
Figura 3 Mappa di spostamento 2D lungo la LoS relativa al caso di studio di Bolognola. Nell’angolo in basso a sinistra dell’immagine è visibile parte della deformazione cosismica indotta dagli eventi di Visso e Norcia mentre l’area in esame è evidenziata con un rettangolo blu [A]. Focus 3D sull’area analizzata [B].
Podalla
La Deformazione Gravitativa Profonda di Versante (DGPV) di Podalla (MC) è localizzata in prossimità della diga del Lago di Fiastra ed è stata precedentemente studiata mediante dati InSAR, evidenziando una potenziale predisposizione a deformazioni significative [Tolomei et al., 2013]. In particolare, la DGPV di Podalla è stata identificata come un sackung (insaccamento) con direzione NE e caratterizzata da un piano di scivolamento immergente verso NO. I risultati InSAR ottenuti dalle immagini S1 mostrano un campo di spostamento con una deformazione LoS massima di circa 2–2.5 cm, rilevata sia durante il terremoto di Amatrice sia per gli eventi di Visso e Norcia. Pertanto, la DGPV di Podalla sembra essersi ri-attivata in seguito ai primi tre eventi principali della sequenza sismica in Italia centrale del 2016–2017, determinando uno spostamento cumulativo lungo la LoS di circa 5 cm.
Figura 4 Mappa di spostamento 2D lungo la LoS relativa al caso di studio di Podalla in seguito all’evento di Amatrice/Accumoli. L’area in esame è evidenziata con un rettangolo blu [A]. Focus 3D sull’area analizzata [B].
Cicconi
Anche in questo caso sono stati utilizzati sia i dati CSK sia quelli S1. I risultati mostrano che l’area circostante l’abitato di Cicconi, nel territorio comunale di Fiastra (MC), ha subito una deformazione LoS localizzata di circa 2–2.5. L’area è situata circa 25 km a nord-est degli epicentri dei terremoti di Visso e Norcia; tuttavia, sulla base delle date di acquisizione delle immagini, è possibile identificare il terremoto di Visso del 26 ottobre 2016 come l’evento responsabile della riattivazione di questa frana, caratterizzata da un movimento prevalente da SO verso NE.
Figura 5 Mappa di spostamento 2D lungo la LoS relativa al caso di studio di Cicconi. Nell’angolo in basso a sinistra dell’immagine è visibile parte della deformazione cosismica indotta dall’evento di Visso mentre l’area in esame è evidenziata con un rettangolo blu [A]. Focus 3D sull’area analizzata [B].

I risultati dell’analisi 

Durante e dopo forti terremoti possono verificarsi diversi effetti indotti dall’attività sismica, in grado di generare ulteriori condizioni di pericolo sia per l’ambiente sia per la popolazione. A seconda della posizione degli epicentri e dei meccanismi di faglia responsabili degli eventi, gli effetti secondari possono includere la generazione di tsunami, il crollo di edifici, fenomeni di liquefazione dei terreni, valanghe e frane [Alasset et al., 2006; Chini et al., 2015; Piscini et al., 2017; Rodrı́guez et al., 1999].  Questo lavoro si concentra sugli effetti locali indotti dalla sequenza sismica in Italia centrale del 2016–2017 nelle aree dell’Appennino centrale colpite. I dati InSAR acquisiti dalle missioni CSK in banda X e S1 in banda C hanno permesso di rilevare deformazioni locali indotte dai terremoti in quattro aree dei Monti Sibillini: Monte Vettore, Bolognola, Podalla e Cicconi. Sono stati ricostruiti i relativi campi di spostamento dell’ordine di pochi centimetri lungo la LoS, principalmente interpretati come associati a fenomeni franosi e fagliazione secondaria. I fenomeni osservati sono stati innescati dai primi tre eventi principali della sequenza, ovvero i terremoti di Amatrice, Visso e Norcia. L’ultimo evento tra quelli principali, il terremoto di Capitignano (Mw 5.5), si è verificato nel mese di gennaio 2017 durante la stagione invernale e ha interessato un’area in gran parte ricoperta da neve. Tali condizioni hanno limitato l’utilizzo di dati InSAR in banda X e C, a causa di significativi effetti di decorrelazione temporale nelle acquisizioni SAR. In particolare, la rapida evoluzione del manto nevoso nell’intervallo temporale tra due acquisizioni, dovuta, ad esempio, a variazioni dello spessore, redistribuzione della neve o processi di fusione, modifica le proprietà di scattering e quindi la risposta elettromagnetica della superficie. Tali cambiamenti riducono notevolmente la correlazione tra le immagini SAR causando perdita di coerenza ed assenza di segnale informativo.

Questo lavoro ha dimostrato la capacità dei dati InSAR di identificare fenomeni deformativi su piccola scala indotti dai terremoti, in particolare nelle aree montane. In contesti topografici complessi, come quelli interessati dalla sequenza sismica in Italia centrale del 2016–2017, le indagini sul campo possono risultare difficoltose a causa della limitata accessibilità delle aree e del potenziale innesco di fenomeni franosi o riattivazioni di faglie secondarie. L’InSAR rappresenta un potente strumento per la valutazione e la mappatura rapida della pericolosità ambientale, fornendo osservazioni spazialmente estese e sicure sia della deformazione cosismica sia dei fenomeni deformativi sismo-indotti. 

A cura di Marco Polcari, Christian Bignami, Marco Moro, Salvatore Stramondo, Cristiano Tolomei, ONT-INGV

Bibliografia

Alasset, P.-J., Hébert, H., Maouche, S., Calbini, V., and Meghraoui, M. [2006]. The tsunami induced by the 2003 Zemmouri earthquake (MW = 6.9, Algeria): modelling and results. Geophysical Journal International, 166(1), 213–226. https://doi.org/10.1111/j.1365-246X.2006.02912.x 

Albano, M., Saroli, M., Moro, M., Falcucci, E., Gori, S., Stramondo, S., Galadini, F., and Barba, S.. [2016]. Minor shallow gravitational component on the Mt. Vettore surface ruptures related to MW 6, 2016 Amatrice earthquake. Annals of Geophysics, 59, 2. https://doi.org/10.4401/ag-7299 

Bignami, C., Tomolei, C., Pezzo, G., Guglielmino, F., Atzori, S., Trasatti, E., Antonioli, A., Stramondo, S. and Salvi, S. [2016]. Source identification for situational awareness of August 24th 2016 Central Italy event. Annals of Geophysics, 59, 25. https://doi.org/10.4401/ag-7233 

Chini, M., Albano, M., Saroli, M., Pulvirenti, L., Moro, M., Bignami, C., … Stramondo, S. [2015]. Coseismic liquefaction phenomenon analysis by COSMO-SkyMed: 2012 Emilia (Italy) earthquake. International Journal of Applied Earth Observation and Geoinformation, 39, 65–78. https://doi.org/10.1016/j.jag.2015.02.008 

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