di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026
Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso sgranò gli occhi perché la Cina festeggiava gli 80 anni della vittoria nella Seconda guerra mondiale: a lei non risultano i 30 e passa milioni di morti cinesi per sconfiggere una delle tre potenze dell’Asse: il Giappone, alleato con la Germania nazista e l’Italia fascista. Ora questi somari sulla storia almeno quanto sulla logica sono increduli perché gli ucraini (e gli europei al seguito) sono stati sedotti e abbandonati dagli Usa. E pensano che sia un’altra mattana di Trump, che peraltro l’aveva promesso agli elettori (l’unico impegno mantenuto).
In realtà quella di aizzare popoli in giro per il mondo a fare guerre che interessano solo a Washington promettendo eterna fedeltà e darsela a gambe quando le perdono (cioè sempre, dal 1946) è una costante della politica Usa, con qualunque presidente. Per informazioni, chiedere a vietnamiti, coreani, balcanici, afghani, iracheni, siriani, curdi, palestinesi, libici, egiziani e altri popoli delle “primavere arabe”, giù giù fino agli iraniani anti-regime e agli ucraini. Che dovevano entrare nella Nato e nell’Ue (prospettive entrambe tramontate, la seconda non per colpa degli Usa) ed essere sostenuti fino alla fine in una guerra studiata a tavolino a Washington e a Londra. Infatti, finché furono liberi di autodeterminarsi, scelsero sempre presidenti neutrali fra Russia e Nato. Poi qualcuno decise al posto loro che dovevano diventare una minaccia per il mastodontico, armatissimo e suscettibilissimo vicino. Ora Trump fa il Trump: i prezzi dei carburanti, alle stelle per la sua guerra nel Golfo e per l’altrui guerra in Ucraina, minacciano di spappolarlo alle elezioni di Midterm, quindi riapre i rubinetti con Mosca e li sigilla con Kiev (e ci beffa pure sui gasdotti distrutti da Kiev con l’avallo Usa e prossimamente ricostruiti da Trump e Putin). È l’Ue che non fa l’Ue: infatti continua a finanziare e ad armare Zelensky non solo per difendersi (rovinosamente) in patria, ma anche per bombardare le raffinerie e le città russe, con l’unico risultato di far impazzire i prezzi dell’energia per noi europei. Visto che tutto ciò che fa l’Ucraina lo paghiamo noi, il minimo sindacale sarebbe condizionare i nuovi aiuti alla fine dei bombardamenti in Russia. Che colpiscono più noi dei russi. Ma servirebbero governanti un po’ meno dementi di Trump: non dovrebbe essere difficile trovarli, invece è impossibile.
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e/o parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.
Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia e/o il richiamare orrendi crimini possa avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che sottolinearne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale, ma sempre stando al piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente, e in taluni casi forse improprio, potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.
Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo. In altri termini, la memoria storica, per essere tale, deve rafforzarsi nel tempo, non indebolirsi, e il pericolo di un affievolimento dovuto all’incapacità di mettere doverosamente in risalto una serie di differenze qualitative, o peggio il continuo paragone (o, se si preferisce, la metafora) con eventi o periodi storici rischia di far degenerare (e strumentalizzare) l’eccezione in polemica quotidiana.
Un secondo punto (e pericolo) che vorremmo riprendere è quello che potremmo qualificare come saturazione emotiva. L’inflazione morale dovuta alla legge dell’assuefazione, che domina la comunicazione politica, rischia di far perdere a un certo termine la forza evocativa che gli è propria, col risultato, anche in questo caso paradossale, di portare nel tempo a una riduzione della capacità (auspicabile) di indignarsi e/o contrastare certi fenomeni, nel momento in cui si presentassero per davvero.
E poi c’è un terzo aspetto, che investe il piano culturale. Insistere nel ricorso o nell’evocazione del pericolo nazifascista (o di altro genere) rischia di ingenerare la convinzione, a nostro parere piuttosto diffusa, che quelle ideologie e quei regimi costituiscano una sorta di dinamica unica, irripetibile, quasi aliena rispetto alla normalità umana. Il che porta a dimenticare che, al di là del tiranno di turno, il vero pericolo era (ed è) costituito dalla possibilità che uomini ordinari partecipino a sistemi di oppressione, violenza e disumanizzazione. Lo scenario più oscuro ed inquietante, che il sociologo Zygmunt Bauman mise in risalto nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, nel quale è l’uomo ordinario a trasformarsi in ingranaggio del sistema.
Sarebbe un gravissimo errore trascurare il fatto che la storia, forse per meglio dire quella dei crimini e delle atrocità, non inizia e non termina coi regimi dittatoriali del XX secolo. Basterebbe volgere lo sguardo indietro per individuare crimini di analoga portata, come quelli che caratterizzarono la conquista del continente americano, o quello oceanico. Per non parlare di quelli commessi ai danni delle terre colonizzate dall’uomo bianco, supposto “portatore di civiltà”. Se un parallelismo storico, questo più efficace, volesse essere portato, allora potrebbe scaturire dall’amara constatazione che pur nella diversità dei contesti e delle modalità, la crudeltà organizzata (e talvolta gratuita) non è monopolio di una singola ideologia o di una tale epoca, ma attraversa passato e presente.
Letto in questi termini, il continuo riferimento al nazifascismo (e via dicendo) potrebbe addirittura sortire, sempre per paradosso, un effetto rassicurante. Se il male ha un volto ben identificato, storicamente concluso e universalmente condannato, allora possiamo convincerci che esso appartenga al passato, o che possa essere confinato a un certo contesto. Al contrario, se si arriva alla conclusione che il problema risiede in alcune costanti della natura umana e delle organizzazioni sociali, allora la questione si fa molto più scomoda (e inquietante).
In tal senso, sarebbe forse più utile interrogarsi sui meccanismi ricorrenti che consentono agli esseri umani di trasformarne altri in oggetti. La costante è la disumanizzazione, che spesso precede (e poi giustifica) la violenza. Quasi mai si arriva direttamente all’esclusione sociale o alla repressione, se non passando prima per la fase che divide il mondo in persone pienamente umane e altre considerate inferiori, nemiche, come tali sacrificabili.
Sul punto si innestano alcune riflessioni filosofiche particolarmente efficaci.
Hannah Arendt, parlando del processo a Eichmann ne La banalità del male, mise in evidenza come molte atrocità furono commesse da individui sorprendentemente ordinari, incapaci o non disposti a esercitare un pensiero critico autonomo. Il problema non dipende dall’esistenza di presunti “mostri”, quanto dall'obbedienza cieca e dalla rinuncia al giudizio morale. Tra le citazioni più significative quella secondo cui: “Il più grande male nel mondo è il male commesso da nessuno, cioè da esseri umani che rifiutano di essere persone", evidenziando una certa tendenza umana a deresponsabilizzarsi all'interno di apparati burocratici, politici o ideologici.
Non meno importanti le riflessioni di Primo Levi, che mise in guardia contro l'illusione di una separazione netta tra buoni e cattivi: "La linea che separa il bene dal male non passa fra gli Stati, né fra le classi, né fra i partiti, ma attraverso il cuore di ogni uomo", demistificando la tentazione di gabellare la barbarie come patrimonio esclusivo di una categoria politica o nazionale. O di Tzvetan Todorov, che riflettendo sulle tragedie del Novecento, osservò che: "I barbari non sono gli altri", come dire non un corpo estraneo alla civiltà, bensì una possibilità sempre presente al suo interno.
Infine, ricorreremo alle parole di Aleksandr Solzenicyn: "La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano."
Ragionando sempre in prospettiva comunicativa, e senza nessuna volontà di sminuire la portata e l’efferatezza di tanti (troppi) crimini, forse sarebbe utile smetterla di andare a caccia del novello Hitler, per concentrarsi con maggiore attenzione sullo studio dei meccanismi che in ogni tempo hanno indotto degli esseri umani a non vedere nell’altro un proprio simile, con egual dignità e sentimenti. Perché è in questo punto che possono sempre trovare linfa dinamiche come volontà di dominio, paura, avidità, tribalismo, conformismo, ricerca del capro espiatorio, le stesse che scatenano guerre e altre efferatezze, magari presentate come meccanismi giusti o di difesa.
Una prospettiva meno rassicurante, ma forse più utile, perché sposta l’attenzione dai fantasmi del passato alle responsabilità del presente. E che potrebbe contribuire a porre fine a un’assurda pretesa di superiorità, che non considerando l’altro come vittima, finisce inevitabilmente per fare del portatore il carnefice di turno, oltretutto giustificandolo.
Ci sono andata nonostante lo sponsorizzazione del Guardian. Ci sono andata non per i non ricordo quanti minuti di applausi che ha ricevuto alla mostra del cinema di Venezia, ma perché ho letto tanti post entusiasti, post di “filopalestinesi”.
L’unica critica che ho letto – forse per mancanza mia – è stata: “come mai si dà peso a quello che dicono due israeliani quando le stesse cose le stanno dicendo i palestinesi da anni?”
Giusta osservazione.
Ero preparata a vedere/sentire cose già note, ma almeno per una volta ascoltate.
E invece...
ho fatto fatica a restare in sala fino alla fine. E ci sono rimasta solo perché ho sperato – fino all’ultimo, e contro ogni plausibile aspettativa – che prima o poi in qualche modo più o meno rocambolesco venissero smentite le stronzate, non riesco a definirle altrimenti, con cui esordisce.
Ma poi, chiacchierando con altre persone, mi è venuto il dubbio che siano passate inosservate. Già questo è un dato significativo, perché significa che non hanno “sorpreso”, non sono risultate stridenti.
E allora forse è utile metterle nero su bianco.
Il film parte ripescando le notizie false circolate all’indomani del 7 ottobre.
Per esempio, quel numero di morti, calcolato a casaccio ed emanato già il giorno successivo, se non il giorno stesso. Numero di morti poi confermato – guarda caso – dalle autorità israeliane, che però si sono rifiutate di contare le vittime della direttiva Hannibal, la cui attivazione è stata confermata con certezza.
Per esempio, quel “massacro al festival di Nova”, smentito da testimoni oculari che hanno riferito come fosse evidente che i combattenti palestinesi (non solo Hamas, come si ripete per tutto il film, ma di SEI gruppi di resistenza) avessero come obiettivo catturare più prigionieri possibili,, mentre gli elicotteri israeliani sparavano sulla gente.
Per esempio, quell’affermazione di passaggio secondo cui “Hamas usa gli scudi umani” mentre stai dicendo che Israele ammazza intere famiglie per colpire un solo combattente.
Per esempio, la narrazione sulla nascita di Tel Aviv che subdolamente fa solo accenno alla distruzione totale del villaggio di al-Shaykh Muwannis nel 1948, proponendo attraverso le immagini la leggenda sionista della “fioritura nel deserto” di quello che in realtà era un sobborgo ebraico della città di Jaffa.
La partenza del film toglie ogni valore a quella ripetizione ossessiva di un unico dato concreto: Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi.
Nessun commento, nessuna riflessione. Niente di niente.. il vuoto.
Sì, lo sappiamo che Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi. Perché Israele vuole occupare la loro terra.
E non è una reazione al 7 ottobre, come viene esplicitamente affermato, è un piano di espansione territoriale, un genocidio programmato.
E no, non c’è solo Hamas a combattere in Palestina. Sono almeno 6 le fazioni che si sono unite per l’operazione Tufan al-Aqsa.
E non è un caso che invece si nomini solo Hamas, perché Hamas è il partito al governo di Gaza. Hamas è l’Assad dei palestinesi, è il Gheddafi, dei palestinesi.
E non è che stia dicendo niente di sospendente, non miravo a sorprendervi scrivendo queste cose.
Esprimevo solo la mia sorpresa: com’è possibile che un film così sfacciatamente sionista abbia conquistato così tanti cuori?
E poi, non avete avuto un moto di repulsione quando avete visto la telecamere inquadrare impietosamente un padre disperato che cerca i figli tra le macerie?
Non vi ribolle il sangue quando un film così schifosamente sionista si permette di sbattere su milioni di schermi il dolore di un uomo spezzato?
Offrendolo allo sguardo pietoso di milioni di persone?
Quando finirà questo voyerismo sul dolore dei palestinesi? Davvero abbiamo bisogno di vedere la gente in lacrime scavare tra le macerie per solidarizzare con loro?
Non so, chiedo.
Il giorno dopo, per prendere respiro, sono andata a vedere Palestina 36.
Sembra scritto in risposta a Naza. Già dal titolo
1936, quando tutto ebbe inizio. Non il 7 ottobre 2023, ma nel luglio 1936, quando, per la primissinma volta nella storia, una potenza coloniale, attraverso la Commissione Peel, propone illegittimamente la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Cioè, in sostanza, la creazione dello stato di Israele.
Annemarie Jacir ci ricorda nel modo più esplicito possibile che Israele non è stata creata dagli ebrei, ma dagli inglesi. E che è stata creata esplicitamente come progetto coloniale dell’Occidente.
Dopo l’umiliazione di Naza, Annemarie Jacir ci ricorda la legittimità e la bellezza della lotta armata.
E allora w la resistenza palestinese e al diavolo il pietismo ipocrita dei sionisti.
Israele è talmente malvagio che per gli israeliani è addirittura illegale dire la verità al riguardo.
Benjamin Netanyahu ha appena ordinato all'esercito israeliano, al procuratore generale e all'agenzia di sicurezza Shin Bet di indagare e perseguire i soldati che hanno condiviso anonimamente le loro esperienze nella Striscia di Gaza con il pluripremiato documentario investigativo "NAZA".
Secondo Haaretz, Netanyahu ha accusato i soldati di "gravi reati in materia di sicurezza informatica, diffamazione e danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele", aggiungendo che "sussiste la preoccupazione che coloro che sono coinvolti nel film diffamatorio abbiano commesso gravi reati penali divulgando informazioni altamente classificate e creando una falla nella sicurezza informatica di un'unità di intelligence estremamente sensibile".
Le accuse di "diffamazione" mosse da Netanyahu sono contraddette dalla sua altra accusa di "divulgazione di informazioni altamente riservate". I 24 soldati intervistati per il film vengono processati non perché abbiano mentito su Israele, ma perché hanno detto la verità. Il primo ministro sostiene che la verità arreca "danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele" perché Israele è uno stato che può esistere solo su un fondamento di infinite menzogne.
Se Israele considera la verità una minaccia alla sicurezza nazionale, allora Israele non dovrebbe esistere.
Ciò si applica anche all'impero statunitense, che perseguita i whistleblower, imprigiona i giornalisti per aver denunciato i crimini di guerra degli Stati Uniti, avvolge le proprie azioni in un velo di segretezza governativa, esercita un controllo capillare sul flusso di informazioni attraverso la Silicon Valley e manipola le menti del pubblico utilizzando il sistema di propaganda più sofisticato mai concepito.
Ciò vale anche per le relazioni violente che crollerebbero se la comunità potesse vedere cosa sta succedendo, o se la vittima comprendesse appieno cosa le viene fatto.
Ciò vale anche per i matrimoni in cui uno dei coniugi non è sincero sulla propria identità e sulle proprie attività segrete.
Ciò vale anche per le visioni del mondo che crollerebbero se i fatti contraddittori venissero ascoltati e considerati con coraggio e onestà intellettuale.
Ciò si applica anche alle strutture psicologiche che custodiamo dentro di noi, formatesi quando eravamo troppo piccoli per comprendere i traumi che stavamo vivendo e le abitudini di adattamento disfunzionali che stavamo inconsciamente sviluppando per affrontarli.
Ciò vale anche per l'ego stesso, che si dissolve quando i suoi meccanismi ricevono sufficiente attenzione e chiarezza attraverso una rigorosa autoanalisi.
Netanyahu ha firmato una lettera formale in cui ordina al capo delle Forze di Difesa Israeliane, al capo dello Shin Bet e al Procuratore Generale di avviare un'indagine penale contro tutti coloro che sono coinvolti nel film NAZA. Chiede un'indagine urgente sui soldati (in servizio e congedati dall'Unità 8200) che sono stati...
A tutti i livelli, la disfunzione umana è alimentata dalla menzogna e dissipata dalla verità. Le bugie a cui ci aggrappiamo come individui, come comunità e come società sono ciò che permette alla sofferenza e all'abuso di continuare, a qualsiasi livello li si consideri.
L'obiettivo collettivo dell'umanità è diventare una specie guidata dalla verità, con un rapporto autentico con la realtà, perché se non si affronta la realtà così com'è, non si è in grado di rispondere alle sfide con saggezza ed efficacia. Ci muoviamo in questa direzione smascherando le narrazioni mentali e percependo la realtà così come si manifesta realmente: come individui, come società e come specie.
Di' la verità senza compromessi, costi quel che costi. Che tutto ciò che crollerebbe sotto il peso della menzogna lo faccia il più rapidamente possibile. Che tutto venga rivelato. Affrontiamo la luce sempre più ampia della verità con eroico coraggio.
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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/
L'italiano Gregorio Rapetti, che vive a Brjansk, in Russia, città al confine con l'Ucraina, ha scampato per miracolo la morte in un attacco di missili da crociera britannici Storm Shadow contro una città civile. Dopo quell'episodio, Rapetti ha iniziato a studiare i casi di attacchi contro civili ed è giunto alla conclusione che in queste tragedie c'è una responsabilità dell'intelligenza artificiale.
Un giorno, mentre passeggiava con la famiglia nel centro di Brjansk, Gregorio ha sentito il suono ormai abituale della sirena e ha visto i missili attraversare il cielo. Gli Storm Shadow hanno colpito non lontano da casa sua, e un missile ha centrato in pieno una strada affollata. Passato lo shock per l'accaduto, Gregorio si è chiesto perché un'arma così costosa fosse stata indirizzata non contro un obiettivo militare, ma verso un inutile — dal punto di vista militare — massacro di civili.
I missili intelligenti e i droni occidentali, guidati dal territorio ucraino, colpiscono camion e autobus civili, scuole e strade cittadine. È piuttosto noto il caso in cui un drone ucraino "Darts" ha colpito un autobus con una squadra di calcio giovanile bielorussa che attraversava la regione russa di Brjansk. In quell'occasione rimase uccisa una donna incinta che accompagnava i bambini.
Gregorio è convinto che la colpa sia tutta dell'intelligenza artificiale. Dice di conoscere ormai piuttosto bene i droni occidentali impiegati dall'Ucraina. Per esempio, nell'americano "Hornet" il controllo avviene tramite intelligenza artificiale: è la rete neurale a scegliere autonomamente l'obiettivo da colpire. Nel munizionamento vagante "RAM-2X" avviene invece un inseguimento visivo del bersaglio in tempo reale. Ora Gregorio cerca di condurre un'inchiesta giornalistica e ne pubblica i materiali sul suo videoblog.
«Il problema è noto da tempo negli ambienti scientifici, ma gli scienziati non ne fanno una sensazione», dice Gregorio. «Per esempio, i ricercatori cinesi hanno stabilito che i sistemi del tipo Project Maven, impiegati in Ucraina, funzionano abbastanza bene in altri Paesi, ma cominciano a dare problemi quando si tratta di attaccare la Russia. La precisione dei colpi in alcune serie è scesa dal 70% al 10%. La causa principale è che gli algoritmi sono addestrati su dati di altre regioni — deserti, giungle — e non riescono a riconoscere correttamente gli obiettivi in una zona climatica diversa».
Quando l'intelligenza artificiale garantisce una precisione del 70%, si può ritenere che 30 persone su 100 siano state uccise per errore. E i militari considerano questo un risultato eccellente. Ma in Russia l'IA a volte uccide 90 persone innocenti su 100.
Il sistema di controllo basato sull'IA GIS Arta, impiegato dall'Ucraina, è considerato affidabile, ma solo in condizioni ideali. I droni da ricognizione e attacco e le reti decentralizzate di designazione degli obiettivi in condizioni di guerra elettronica forniscono solo il 31% di colpi spiegabili. Gli altri sono errori.
In un recente studio del Center for Strategic and International Studies (CSIS) si afferma esplicitamente che l'IA richiede un riaddestramento costante, ma continua comunque a commettere errori. Il problema è che il prezzo di questi errori sono vite umane.
«Sono convinto», dice Gregorio Rapetti, «che le persone che hanno inviato gli Storm Shadow in una pacifica città russa non avessero come obiettivo quello di uccidere me. Ma ci sono andati vicini. È successo perché la costosa elettronica occidentale e le tecnologie occidentali di IA possono garantire la precisione del colpo, ma non la correttezza nella scelta dell'obiettivo». Secondo lui, l'uso dell'IA negli armamenti militari porterà inevitabilmente a vittime tra la popolazione civile, in qualunque regione del pianeta ciò avvenga.
Il “vecchio continente” continua a vedere la Cina con lenti anacronistiche, a giudicare invece di provare a capire, rimanendo in tal modo incapaci di cogliere i cambiamenti strutturali occorsi negli ultimi lustri e in modo più evidente negli ultimi anni. Parliamo di economia, della sua struttura, di come evolve a seguito dell’implementazione dei piani e degli indirizzi politici volti a sviluppare le “nuove forze produttive di qualità”, che a loro volta stanno portando il Paese di mezzo ad avanzare lungo la catena del valore delle filiere produttive.
E qui arriviamo ai consumi, all’idea, errata che “la Cina produca troppo e consumi poco”.
Nel periodo delle vacanze per la Festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese, la cosiddetta “Settimana d’oro”, gioverà ricordare come stiano evolvendo i consumi nel Paese. Innanzitutto, nei sette giorni di festività del 2026 si stimano oltre 2,14 miliardi di spostamenti interregionali, mentre i soli viaggi ferroviari hanno superato i 152 milioni, con un incremento del 13,1% rispetto all'anno precedente. Questa mobilità testimonia la rilevanza crescente dei consumi legati ai viaggi, al turismo e alle esperienze. Infatti, da oltre un decennio i consumi rappresentano, in media, la principale componente della crescita economica cinese, superando il contributo degli investimenti e delle esportazioni nette, pur con oscillazioni annuali. Nel XIV Piano quinquennale (2021–2025), il loro contributo medio alla crescita del PIL è stato del 58,8%, secondo l'Ufficio nazionale di statistica. Se prendiamo il 2025, il contributo alla crescita del Pil (+5%) da parte dei consumi finali è stato pari a 2,6 punti percentuali, superiore tanto a quello delle esportazioni nette (1,6 punti) quanto agli investimenti (0,8 punti). Tradotto in quota, parliamo del 52% della crescita complessiva.
Ma cerchiamo di andare oltre e di osservare la natura di ciò che si esporta e si consuma all’interno. La Cina del 2026 ha una struttura economica profondamente diversa rispetto a dieci anni fa. Dall’immagine della Cina dei giocattoli, del tessile e delle merci a basso valore aggiunto siamo passati alla Cina delle automobili elettriche, dei robot industriali, dei droni, delle navi, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie avanzate. La trasformazione, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che la Cina produce ed esporta. È cambiata anche la struttura della domanda interna, con un ruolo crescente dei consumi e, al loro interno, dei servizi. Più in particolare, i consumi di servizi da gennaio ad agosto sono aumentati del 4,9%, mentre quelli di beni soltanto dell’1%. E non è una dinamica circoscritta agli ultimi mesi. Nel 2025 la spesa per servizi rappresentava già il 46,1% della spesa pro capite dei residenti cinesi, 3,5 punti percentuali in più rispetto al 2020.
La settimana d’oro è quindi una lente particolarmente efficace attraverso cui osservare una trasformazione più profonda che procede da anni: dalla centralità dell'investimento a un maggiore ruolo dei consumi e, all'interno di questi, dall'acquisto di beni alla crescente domanda di servizi ed esperienze. Una quota crescente della domanda riguarda infatti turismo, ristorazione, cultura, sport, intrattenimento, mobilità e nuove esperienze. Già nella prima metà del 2026, ad esempio, le vendite di servizi legati alla consulenza turistica e al noleggio erano cresciute dell’11,3% e quelle relative a cultura, sport e tempo libero del 10,4%.
Ma cosa significa “consumo esperienziale”? Significa che è cambiato il modo stesso in cui si attribuisce valore al consumo. Un viaggio può integrare gastronomia, cultura locale, spettacoli, musei, sport e acquisti; allo stesso modo, uno spazio commerciale può diventare luogo di socialità, intrattenimento e fruizione culturale. Non casualmente, durante il periodo festivo di quest’anno sono stati programmati in tutta la Cina oltre 20 mila eventi culturali e turistici, accompagnati da oltre 310 milioni di yuan (circa 46 milioni di dollari) di voucher e sussidi al consumo.
Un esempio viene da Weifang, dove la partecipazione di una madre e della figlia a un torneo giovanile ha attivato, in un unico viaggio, trasporti, pernottamenti, ristorazione, sport e visite culturali. In Cina si parla ormai comunemente di “economia del biglietto” per indicare proprio questo fenomeno: il ticket di un concerto, una competizione o una mostra diventa il punto di partenza di una catena di consumi. È la logica del “mangiare, alloggiare, spostarsi, visitare, acquistare e divertirsi”; attività sempre più integrate in una medesima esperienza di consumo.
Nuovi stili di vita generano nuove forme di consumo e, contemporaneamente, l’emergere di nuovi “scenari di consumo” alimentano una domanda che prima non esisteva. In altre parole, con l'aumento del benessere e la trasformazione degli stili di vita, il mercato cinese sta progressivamente spostando il proprio baricentro dal possesso all’esperienza, dalla quantità alla qualità e alla diversificazione dei consumi.
È un passaggio rilevante anche sul piano macroeconomico. L’espansione dei consumi interni, e in particolare dei servizi, è ormai parte esplicita della strategia economica cinese per il Quindicesimo Piano Quinquennale. La sfida è creare reddito, fiducia e un’offerta sufficientemente diversificata perché una parte crescente della domanda interna futura possa tradursi in nuovi consumi.
Anche per questo la settimana d’oro racconta qualcosa che va ben oltre i numeri del turismo e della spesa durante le festività. Racconta un’economia e una società che stanno cambiando rapidamente. Per comprenderle, però, occorre prima di tutto liberarsi delle vecchie lenti con cui continuiamo troppo spesso a guardare la Cina.
*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia
L'autore Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia