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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

16 Ottobre 2026 ore 04:45

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

15 Ottobre 2026 ore 04:45

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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