Tropical Blend: Cyber & Politics Ramp Up Across Latin America

La transizione ecologica non è una questione esclusivamente ambientale. È il terreno su cui si giocano il futuro industriale europeo, la qualità del lavoro, la sicurezza energetica, la coesione sociale e la capacità stessa delle democrazie di affrontare la crisi climatica. È questo il messaggio chiave del convegno nazionale “Mobilità sostenibile al lavoro” dell’Alleanza Clima Lavoro, che lo scorso 14-15 maggio ha riunito a Bologna rappresentanti del sindacato e dell’associazionismo ambientalista, ricercatori, amministratori locali ed esponenti del sistema delle imprese (qui il video con la registrazione integrale del convegno).
Uno degli elementi emersi con maggiore forza nel corso della due giorni è che la crisi climatica e la crisi sociale non possono più essere affrontate separatamente. Occorre scongiurare, in particolare, un duplice rischio: da un lato frenare o bloccare la decarbonizzazione per difendere assetti produttivi insostenibili, dall’altro portare avanti la transizione senza prevedere adeguati meccanismi di protezione sociale, lasciando che siano le lavoratrici e i lavoratori a pagarne il prezzo.
Il tema della costruzione di un sistema integrato di mobilità collettiva in Italia è centrale in questo ragionamento, con un trasporto pubblico locale che soffre di cronica carenza di finanziamenti, investimenti inadeguati e profonde disparità territoriali. A tutto ciò si somma l’assenza di una strategia nazionale capace di integrare trasporto pubblico, politiche urbane, diritto alla casa, infrastrutture ferroviarie e riduzione delle emissioni. A causa dell’insufficienza di offerta e di risorse per il TPL, il Paese continua così a essere fortemente dipendente dalla mobilità privata.
Non a caso, circa due terzi degli spostamenti continuano ad avvenire con mezzi individuali, una quota tra le più elevate d’Europa. Le poche alternative all’uso dell’auto privata di cui si dispone nelle periferie urbane, nelle aree interne e tra le fasce popolari producono così una doppia disuguaglianza, economica e ambientale. Da qui la critica alle scelte governative che privilegiano grandi opere e infrastrutture ad alta velocità rispetto al trasporto quotidiano di prossimità, quello utilizzato ogni giorno da milioni di persone per lavorare, studiare, raggiungere i servizi.
Il dibattito ha messo in evidenza, inoltre, come la mobilità sostenibile non consista in una semplice sostituzione di auto tradizionali con auto elettriche, cosa che porterebbe a riprodurre gli attuali problemi di congestione urbana e capacità di accesso al mezzo privato. La vera alternativa è quella di una mobilità pubblica, condivisa e integrata, capace di ridurre le emissioni, abbattere il traffico e al contempo assicurare il diritto alla mobilità per tutte le persone.
Si tratta di una prospettiva che richiama inevitabilmente il tema della capacità produttiva del Paese e del ruolo che una politica industriale orientata alla transizione – ad esempio per la produzione di mezzi per il trasporto pubblico – può svolgere nel sostenere occupazione, innovazione e riconversione ecologica. Ed è proprio sul rapporto tra transizione ecologica, politica industriale e lavoro che si è concentrata una parte rilevante del confronto bolognese.
In altre parole, il Green Deal è davvero il responsabile della crisi industriale europea e italiana? Oppure le difficoltà del sistema produttivo hanno radici più profonde? La risposta emersa con chiarezza è che le difficoltà dell’industria continentale e nazionale non derivano dalla traiettoria di decarbonizzazione ed elettrificazione avviata con il Green Deal, ma da un lungo periodo di sotto-investimenti, ritardi tecnologici, insufficiente ricerca e sviluppo e assenza di una politica industriale capace di accompagnare la trasformazione.
Emblematico in tal senso è il caso dell’automotive. Mentre l’Europa discute oggi se rallentare o meno la transizione, altrove – basti pensare alla Cina – si utilizza proprio la decarbonizzazione come leva per rafforzare il proprio sistema industriale, sostenere l’innovazione e consolidare il controllo sulle filiere strategiche del futuro. Nel mezzo di una competizione internazionale e di una rivoluzione tecnologica che stanno ridisegnando mercati, catene del valore e assetti produttivi, l’Europa – e con essa l’Italia – rischia allora di perdere ulteriore terreno.
In questa prospettiva, la narrazione secondo cui le difficoltà del settore deriverebbero dagli obiettivi di riduzione delle emissioni e dal phase-out dei motori endotermici dal 2035 è stata ampiamente contestata. Il problema, anche e soprattutto per l’automotive, non è la transizione all’elettrico, ma il ritardo con cui l’industria europea e quella italiana l’hanno affrontata. Per anni gran parte dei costruttori ha puntato sulla rendita dell’endotermico, sulle auto di fascia alta e sulla compressione dei costi, sottovalutando la rapidità e la profondità della trasformazione globale.
Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica e industriale dai Paesi che guidano la transizione, con interi segmenti della componentistica messi sotto pressione dalla riduzione dei volumi produttivi e dall’assenza di una strategia coerente di riconversione. In altre parole, il rischio per l’Europa non è la transizione in sé, ma una transizione subita anziché governata.
Senza investimenti pubblici, filiere integrate e una strategia comune, la riconversione rischia di tradursi in perdita di capacità produttiva, occupazione e sovranità tecnologica. Il punto, quindi, è costruire una politica industriale europea capace di integrare domanda pubblica, investimenti produttivi, energia rinnovabile, infrastrutture di ricarica, formazione e tutela occupazionale.
Da qui la richiesta, emersa più volte, di una “reindustrializzazione verde” governata pubblicamente e che metta al centro il lavoro: la transizione dell’automotive non è soltanto una sfida ambientale, ma un’opportunità per sostenere capacità produttiva, occupazione qualificata e autonomia industriale. In assenza di una regia pubblica forte, invece, il rischio è che i costi sociali vengano scaricati sui lavoratori e sui territori attraverso chiusure di stabilimenti e aumento delle disuguaglianze sociali.
Un altro tema fondamentale del convegno è stato quello dell’energia e del ritardo italiano sulle rinnovabili. La dipendenza del nostro sistema energetico dalle fonti fossili – che rappresentano ancora circa il 75% del mix energetico nazionale – è stata indicata come uno dei principali fattori di debolezza economica e geopolitica del Paese. Una critica molto netta ha riguardato anche le cosiddette “false soluzioni”, a partire dal nucleare, tornato al centro della discussione pubblica in Italia sulla scia della crisi energetica legata alle guerre in Ucraina e Medio Oriente.
Particolarmente rilevante è stata la discussione sull’efficienza energetica, che rappresenta un pilastro nella traiettoria di riduzione delle emissioni e una leva strategica per la stessa politica industriale europea. Le direttive comunitarie sull’efficienza, gli edifici e l’ecodesign hanno infatti portato a una cospicua riduzione dei consumi energetici, creando inoltre occupazione qualificata e riducendo, nei fatti, la dipendenza energetica del continente.
In questo quadro, il ritardo italiano nella loro attuazione è stato segnalato come uno dei più pesanti ostacoli alla transizione nel Paese. Molto forte anche la critica al nostro sistema fiscale, che continua a penalizzare l’elettrificazione attraverso una struttura di oneri e tassazione squilibrata a favore del gas, portando a una distorsione che rallenta la diffusione di pompe di calore, mobilità elettrica ed elettrificazione industriale proprio quando nell’Unione europea si prova a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili.
Altro aspetto discusso nel corso della due giorni bolognese è stato il rapporto tra transizione tecnologica e qualità del lavoro. Sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’automazione è emersa una lettura distante sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni catastrofiste che spesso dominano il dibattito pubblico: la questione non è stata posta in termini di semplice “sostituzione” del lavoro umano, ma di organizzazione del potere nei processi produttivi.
Le nuove tecnologie digitali, il management algoritmico e l’automazione possono infatti produrre effetti molto diversi. Possono ridurre fatica e rischi oppure aumentare controllo, intensificazione dei ritmi e precarizzazione. La qualità degli esiti dipende dai modelli organizzativi e dalle relazioni industriali, oltre che dalla governance delle tecnologie, per cui il tema democratico ritorna centrale: chi decide come vengono utilizzate le innovazioni tecnologiche? Con quali obiettivi? Per aumentare profitti o migliorare condizioni di vita e lavoro?
Dal convegno di Bologna è dunque emersa una consapevolezza condivisa: il conflitto attorno alla transizione ecologica è, prima di tutto, un conflitto politico. La trasformazione è già iniziata e la vera sfida riguarda chi ne orienterà la direzione, come verranno distribuiti costi e benefici e quali interessi prevarranno. Lasciare che siano esclusivamente le logiche di mercato a guidare questo processo significa rischiare di scaricarne gli effetti sui lavoratori, sui territori più vulnerabili e sulle fasce sociali più esposte.
Governare la transizione significa invece costruire politiche industriali, energetiche e sociali capaci di accompagnare il cambiamento e di renderlo sostenibile non soltanto sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Da questo dipenderà la possibilità di tenere insieme lotta alla crisi climatica, qualità del lavoro e coesione sociale.
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Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari.
L'articolo La fotografia del declino italiano proviene da Lavoce.info.

Questo testo, curato da Nicola Valentino per le edizioni “Sensibili alle foglie”, racconta l’esperienza del “Gattablu”, uno dei primi centri di riabilitazione psichiatrica e psicosociale espressione del vasto movimento basagliano nato in Campania nei primi anni ’90, durante la fase di chiusura dell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, il cosiddetto “Frullone”. Un’operazione coraggiosa, affrontata con l’entusiasmo e l’ottimismo di quel momento storico, dal prof. Sergio Piro e da un gruppo di operator3 che occuparono piccole costruzioni in stato di abbandono diventate poi la casa della comunità che cura, di cui questo libro ci racconta.
Qui, come in altri centri diurni con la medesima ispirazione ideale, iniziano i processi di affrancamento dalle solitudini, si inizia ad allenare relazioni e dialogo, si potenziano strumenti e abilità che consentono di raggiungere uno stato di benessere soggettivo, sociale, e funzionale. Il Gattablu rappresenta uno snodo cruciale di quel processo di de-istituzionalizzazione che ha rivoluzionato la psichiatria e che ha contribuito e contribuisce a migliorare la vita degli utenti e delle famiglie.
I pazienti vengono coinvolti a vari livelli nella gestione delle attività del centro, anche la preparazione collettiva del cibo stimola l’attività e la tessitura di relazioni affettive. L’arte ha un ruolo centrale come forma di “autocura” , quando l’esistenza diventa difficile, è una risorsa vitale, un mondo in cui ci si rifugia e che rigenera, un’esperienza che esce dal centro ad incontrare il mondo fuori: “dall’arte reclusa all’arte pubblica”.
Le opere diventano installazioni in giardini pubblici, fanno parte di mostre e incontrano collezionisti o appassionati, sono sul carro di carnevali di quartiere a Napoli. Molte opere hanno trovato acquirenti e il ricavato di ogni vendita è andato a beneficio di tutta la comunità, nell’ottica di qualcosa di proteso verso un futuro diverso per ognun.
La vocazione inclusiva del centro, all’interno dell’ampio movimento associativo creato dal basso in quegli anni, porta il Gattablu a intessere relazioni con una vasta rete di soggetti e situazioni. Al Gattablu, (nome probabilmente derivato da un gatto che abitava le strutture, e il blu un probabile riferimento al cavallo blu basagliano), nei più di trent’anni di attività, sono state organizzate iniziative, incontri con altre associazioni, progetti con scuole, occasioni di socialità.
Il libro cerca di raccontare proprio il valore umano e sociale di questa rete di legami sociali indispensabile per la cura della sofferenza psichica, una rete che tiene insieme, come osservava Sergio Piro, sofferenza individuale e sofferenza sociale.
Per tornare sull’arte come come modo per uscire fuori dal centro diurno e aprirsi al mondo, è molto interessante la vasta produzione artistica che include dipinti, disegni, sculture, scrittura di racconti, poesie, pensieri.
La stessa ristrutturazione delle palazzine è stata impreziosita da mosaici e installazioni che, insieme a quanto è rimasto nella struttura, costituiscono un patrimonio che ha bisogno di essere innanzitutto preservato, in particolare da quando, a gennaio 2026, l’ASL ha chiuso il centro e stabilito di procedere alla demolizione delle strutture. In questa fase di regressione nei metodi della cura della malattia mentale e di tagli alla sanità, l’incontro con l’archivio “arte ir-ritata” della Coop Sensibili alle foglie, assume un particolare valore per la divulgazione e la protezione di questo patrimonio a rischio di dispersione o di appropriazione indebita. In attesa che si apra una nuova prospettiva di esistenza per questa preziosa esperienza di cura e solidarietà.
Il Gattablu
Una narrazione delle attività artistiche e sociali del Centro Diurno di salute mentale di Napoli Scampia a cura di Nicola Valentino
Edizioni : Sensibili alle foglie (pag. 109)
recensione a cura di Nadia Nardi
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Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Scenica Festival nasce come momento intenso di proposta artistica, culturale e formativa, esplorazione tra le arti, spazio di scambio e confronto, laboratorio di idee ed esperienze. Nato nel 2009 come un piccolo esperimento, il festival è oggi un importante evento che con coraggio porta in Sicilia compagnie innovative provenienti da tutta Europa.Circo, teatro, musica, danza, performance, laboratori: Scenica è un contenitore dai molteplici aspetti e attento ai diversi linguaggi della scena contemporanea. Dal 2009 ad oggi Scenica è cresciuto in numero di spettacoli, in pubblico e in qualità della proposta, tentando sempre di sorprendere e sorprendersi. Il festival è sostenuto
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Continua il lavoro internazionale del Partito Comunista.
In questi giorni la compagna Daniela Mosca è presente allo SPIEF 2026 di San Pietroburgo, uno dei più importanti forum economici internazionali.
Proprio nella giornata di oggi, la nostra compagna ha avuto modo di incontrare Marija Zacharova, Direttrice del Dipartimento Informazione e Stampa del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa.
Nel corso dell’incontro, Daniela Mosca ha presentato le proposte del Partito Comunista sui temi dello sviluppo economico in un mondo multipolare, della cooperazione tra i popoli e della costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace, sul rispetto reciproco e sulla sovranità delle nazioni.
Il confronto internazionale e il dialogo tra i popoli restano strumenti fondamentali per costruire un futuro di pace, sviluppo condiviso e cooperazione tra gli Stati.
Lo SPIEF 2026 prosegue intanto regolarmente, nonostante il tentativo del governo di Kiev di ostacolare lo svolgimento del Forum, confermando ancora una volta la volontà di dialogo e confronto internazionale dei Paesi partecipanti.
#SPIEF2026 #SanPietroburgo #PartitoComunista #Russia #Multipolarismo #Pace #CooperazioneInternazionale #MarijaZacharova #Sovranità #DialogoTraIPopoli #PoliticaInternazionale
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Der traditionsreiche kanadische Zeitzeichensender CHU stellt nach fast einem Jahrhundert am 22. Juni 2026 seine Kurzwellenausstrahlungen dauerhaft ein.
Das National Research Council (NRC) zieht sich aus der klassischen HF-Infrastruktur zurück.
Die Demontage der Sendeanlage südwestlich von Ottawa erfolgt aus technologischen und ökonomischen Gründen. Das NRC verweist auf moderne, kosteneffizientere Verteilungswege wie das Network Time Protocol (NTP) via Internet und Web-Uhren.
Der finanzielle und energetische Aufwand für den Unterhalt der Kurzwellensender steht für die Behörde nicht mehr im Verhältnis zum zivilen Nutzen.
Ende einer Ära
Für HF-Techniker und Funkamateure endet damit eine Ära der Signalbeobachtung. CHU begann 1923 mit ersten experimentellen Aussendungen unter dem Rufzeichen 9CC, bevor 1938 das markante Rufzeichen CHU eingeführt wurde.
Verlässliche Referenz
Seit 2009 nutzte die Station die Frequenzen 3330 kHz, 7850 kHz und 14670 kHz. Die atomuhrgenauen Trägersignale dienten der Amateurfunkgemeinschaft jahrzehntelang als verlässliche Referenz, um Ionosphären-Prägungen, Phasenverschiebungen und transatlantische Ausbreitungsbedingungen in Echtzeit zu analysieren.
Bis zum endgültigen Abschalttermin im Juni nehmen die Betreiber noch Empfangsberichte für die finale Bestätigung via QSL-Karte entgegen.
Published: HB9HGH 2026-06-03 16:40:12


Zero in Condotta ha pensato di ricordare il 90° dell’inizio della rivoluzione e della guerra civile in Spagna con la pubblicazione di un testo inedito in italiano, uscito nel 2019 in castigliano e successivamente in inglese e francese.
Fresco di stampa è ora disponibile:
VERSO SARAGOZZA – CRONACA DELLA COLONNA DURRUTI 1936/1937
di Roberto Martínez Catalán
pp.176, EUR 15,00
ISBN 978-88-95950-89-1
Il 24 luglio del 1936 partiva da Barcellona una colonna armata costituita prevalentemente da aderenti alla CNT, la confederazione anarcosindacalista. Alla sua testa vi era un ‘uomo d’azione’ ben conosciuto, José Buenaventura Durruti. Erano trascorsi pochi giorni da quando lui e molti di quelli che lo accompagnavano avevano partecipato ai conflitti di piazza, sulle barricate, sconfiggendo il sollevamento militare nella capitale catalana. Ora si dirigevano verso Saragozza, importante snodo del paese, caduto nelle mani dei militari golpisti, la cui liberazione era considerata decisiva per lo sviluppo della guerra e della rivoluzione appena iniziata.
Verso Saragozza è la cronaca di questa colonna: la storia delle sue azioni, ma anche della sua organizzazione e del suo funzionamento, dalla costituzione fino all’integrazione nell’Esercito popolare della Repubblica, nel contesto del contemporaneo sviluppo politico, militare, economico della società civile: dall’evoluzione fino alla sconfitta del processo rivoluzionario iniziato a seguito del sollevamento golpista.
Basato su un’ampia documentazione costituita da fonti scritte e orali, comprese le voci, raccolte nel tempo, di numerosi protagonisti dei fatti raccontati, Verso Saragozza indaga, racconta, approfondisce molte delle problematiche affrontate dai miliziani, a partire dal rifiuto della disciplina e della gerarchia, tipiche della struttura militare, fino alla militarizzazione imposta, alla controrivoluzione montante, alle tragiche giornate del maggio 1937. Un testo che solleva riflessioni e interrogativi, utili per quanti si pongono, ancora oggi, il tema della trasformazione rivoluzionaria della società.
Roberto Martínez Catalán, professore di geografia e storia in Aragona, è autore di numerosi articoli e del libro En el comienzo. Un cuento antiteológico.
Verso Saragozza è il suo primo libro in italiano.
a cura di editrice ZIC
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Gli eventi naturali pericolosi possono non verificarsi da soli. Un’area colpita da un terremoto potrebbe essere interessata da una perturbazione meteorologica, oppure il territorio potrebbe essere già stato indebolito da eventi sismici recenti. In alcuni casi, un terremoto può essere innescato da dinamiche legate all’attività dei vulcani, o lo stesso può innescare uno tsunami o altri fenomeni secondari – frane, liquefazione del suolo, variazioni del regime idrogeologico – effetti a cascata che amplificano l’impatto sulla popolazione.
È da questa consapevolezza che nasce ARISTOTLE (All Risk Integrated System TOwards Trans-boundary hoListic Early-warning – European Natural Hazards Scientific Partnership), un’iniziativa promossa dal Parlamento Europeo per colmare una lacuna fondamentale nella gestione delle emergenze: l’assenza di una valutazione scientifica autorevole e tempestiva a supporto dei sistemi di allerta precoce automatici.
Sebbene questi ultimi siano in grado di rilevare rapidamente un evento e diffondere segnalazioni, non riescono a tradurre il dato in informazioni operative perché mancano di una comprensione scientifica completa della fenomenologia in atto e dei possibili effetti a cascata. ARISTOTLE nasce quindi con l’obiettivo di integrare queste informazioni con analisi esperte multi-hazard, fornendo all’Emergency Response Coordination Centre della Commissione Europea (ERCC) un quadro interpretativo più ampio e affidabile. In questo modo è possibile supportare decisioni operative più informate, comprendere quali siano le necessità reali delle aree colpite e valutare anche i rischi a cui potrebbe essere esposto il personale dispiegato sul campo.
ARISTOTLE riunisce 23 enti scientifici e università europee con competenze nei principali tipi di rischio naturale: terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi, alluvioni ed eventi meteorologici estremi. Il punto di forza del progetto è aver sviluppato, nei 10 anni di operatività, metodi e strumenti per valutare più rischi contemporaneamente, tenendo conto delle loro interazioni e della loro evoluzione nel tempo.

L’INGV è il coordinatore del progetto, partecipa alla valutazione della pericolosità di tre dei sei rischi naturali e fa parte del gruppo di coordinamento che gestisce le attività scientifiche e operative del consorzio.
Cosa cambia quando si valutano i rischi in modo integrato? La risposta è nella qualità delle informazioni utilizzate al momento della crisi. Un sistema multi-hazard è in grado di identificare scenari in cui eventi distinti si influenzano reciprocamente, e di supportare le decisioni di allerta e di gestione dell’emergenza attraverso un quadro completo. Tutto questo concorre inoltre a migliorare la preparazione nel lungo termine, considerando il verificarsi in contemporanea dei pericoli.
Nel contesto multi-hazard, infatti, due o più fenomeni pericolosi possono verificarsi nello stesso periodo e/o nella stessa area geografica. Questo non implica necessariamente un rapporto causa-effetto diretto. I pericoli possono essere indipendenti ma simultanei oppure influenzarsi reciprocamente. Ad esempio, piogge intense e mareggiate possono aumentare il rischio di un’alluvione costiera.
Combinazioni di fenomeni come quelli descritti possono aumentare la vulnerabilità del territorio, moltiplicando gli impatti sociali ed economici, e richiedono analisi integrate.
Compito di ARISTOTLE è trasformare per ERCC dati scientifici complessi in informazioni chiare e utili per chi deve prendere decisioni operative rapide e finalizzate quindi anche a salvare vite umane e mitigare i danni.
ARISTOTLE è una sala operativa virtuale in cui si alternano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, circa 170 esperti rappresentativi dei sei hazard attualmente monitorati. A supporto degli esperti c’è una rete di ricercatori e tecnici di oltre 23 istituzioni scientifiche di tutta Europa che garantisce informazioni puntuali, aggiornate e realistiche per un monitoraggio continuativo a scala globale.
Il team ARISTOTLE fornisce il servizio operativo in:
Quest’anno ARISTOTLE compie 10 anni di operatività. Nato come progetto pilota, oggi fornisce supporto scientifico a ERCC attraverso l’analisi di centinaia di eventi naturali che hanno richiesto il coordinamento degli aiuti internazionali. Il progetto ha inoltre supportato l’ERCC anche in occasione di crisi non legate a eventi naturali, fornendo informazioni utili alle attività di intervento umanitario.

Guardando al futuro, ARISTOTLE punta a diventare ancora più efficace, integrando altri rischi naturali come Meteorologia spaziale, siccità e ondate di calore, e nuovi strumenti di monitoraggio, per far sì che la scienza sia sempre più al servizio della società.
A cura di Giovanna Forlenza, Spina Cianetti, Licia Faenza, Giuseppe Salerno, Marco Olivieri, Valentino Lauciani del Centro ARISTOTLE.
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No state has taken over as many local public school districts as Texas. Just since 2020, the Texas Education Agency has installed its own hand-picked leaders in eight districts. Four of those came this spring. At least another 10 are at risk of takeover, including, as of last week, the Austin Independent School District.
And to lead some of these districts, Texas is turning to a cadre of officials with ties to Mike Miles, the man the education agency chose in 2023 to oversee the Houston school district, the state’s largest. Miles is also a close ally of Mike Morath, Texas’ powerful education commissioner.
Already, at least two of these new district leaders have started to adopt policies similar to the contentious reforms Miles has pursued in Houston. He has touted improved test scores under his charge. Houston ISD had no F-rated campuses and fewer D-rated campuses in the state’s latest ratings compared with previous years. But Miles has also sparked widespread protests in response to the district’s rigid adherence to scripted lessons and repetitive testing, the firing of principals and teachers, mass school closures, and the conversion of schools into charters.
Miles did not respond to requests for comment from the Texas Observer. Houston ISD officials, in a statement to the Observer, said the district did not achieve better ratings by maintaining the status quo but “made difficult decisions” to improve academic performance, noting the majority of its campuses are now rated A or B.
These school districts whose new leaders have connections to Miles should prepare for “upheaval and chaos,” warned an elected Houston school board member.
“If anything doesn’t align with improving test scores, it will be taken away,” said Maria Benzon, who was elected in November to the Houston ISD board but is not permitted to serve under the ongoing state takeover. Under Miles, for example, Houston ISD eliminated librarian positions and turned some libraries into what Benzon called “detention centers,” because they are being used, in part, for students with behavioral issues. Morath, the TEA commissioner, has said the centers are used for more than just punishment.
Texas law allows the TEA to take control of districts with multiple failing school ratings or governance issues and to replace their superintendent and elected boards.
The recent takeovers include Beaumont, Lake Worth and Connally independent school districts, whose new superintendents worked under Miles when he was superintendent in Dallas ISD; two of them also worked for him in Houston. In Fort Worth ISD, one of the state’s largest districts, the new state-appointed superintendent chose Daniel Soliz as his second-in-command, another person who worked under Miles in Houston ISD. Soliz did not respond to requests for comment for this story.

At least two of the state’s new superintendent appointees — Sandi Massey, who now helms Beaumont ISD in southeast Texas, and Ena Meyers, TEA’s appointee for Lake Worth ISD, a small district near Fort Worth — also worked for the controversial Colorado-based charter network Third Future Schools, which Miles led prior to becoming superintendent in Houston. In April, the Observer revealed that Miles had an ongoing $120,000 annual consulting contract with the charter network, an arrangement that likely violated a new statewide ban on public school administrators’ moonlighting. After questions from the news organization, Miles canceled the contract. The district said Miles “remains fully focused on leading Houston ISD and delivering results for students.”
Third Future’s charter network is expanding around the state as districts turn campuses over to the nonprofit’s Texas subsidiary, often as a means to delay possible state takeover. The nonprofit did not respond to the Observer’s request for comment.
School district takeovers often involve layoffs, school closures and an increase in charter schools, as has happened in Houston, said Domingo Morel, an associate professor of political science and public service at New York University, who found Texas has had more district takeovers than any other state since 1989.
What’s unique to Texas, Morel said, is that the low bar required to take control has led to more takeovers. Since 2015, five consecutive failing state ratings at just one school can trigger a takeover, as occurred in Houston, which has 273 campuses.
Texas has also made it harder for districts to appeal these seizures. The Legislature passed a law in 2021 that barred districts from using public funds to challenge the education commissioner’s “final and unappealable” decision to take them over. The threshold that defines a failing school was also lowered. Then, in 2025, the state passed another law restricting districts from using public funds to sue the state when challenging its accountability ratings.
The state “is the player, the referee, the coach, the scorekeeper,” when it comes to rating schools and deciding when to seize control, said Steven Nelson, an associate professor of education policy and leadership at the University of Nevada who’s been studying school takeovers for more than a decade. He said he suspects the TEA-appointed leaders connected to Miles will also focus on standardized testing, which will result in “a narrow curriculum when all is said and done.”
The acceleration of takeovers, and the state’s increasingly stringent rating system, comes just as Texas rolls out a school voucher program that will, in most cases, award parents $10,000 in state funds to send their children to private schools. State accountability standards do not apply to private schools, where students don’t have to take the standardized tests required in Texas public schools.
TEA spokesperson Jake Kobersky said the agency does not expect the four school districts that have recently been taken over to adopt the same reforms that Miles implemented in Houston. “During an intervention, state law requires the agency to appoint a new superintendent and a board of managers. All other staffing and operational decisions are made locally by the district,” Kobersky said.
But last August, Morath told lawmakers other districts “should be copying the changes that we see in Houston.”
Massey, the new superintendent in Beaumont, has also cited the changes in Houston ISD as a blueprint.
“The model that we are implementing here is a very similar model to Houston. And why? Because of the success that Houston has had,” Massey said at a May 21 board meeting, referring to her time working with Miles at Houston ISD, where he selected her to be chief of schools.


Under Massey, the newly appointed board of managers voted at their first meeting to temporarily suspend a number of policies related to governance and hiring practices, including employees’ rights to present grievances to the board and principals’ ability to approve new hires without district permission. Board of managers member Jeff Wheeler said at the meeting, “We are requesting that they be suspended until the board can move, can more fully evaluate our local policies.”
The board has taken other steps that mirror what happened in Houston after the takeover there: On May 14, the district announced it was cutting 34 positions that support student mental health, and on May 21, it announced a high school would close.
Massey did not respond to the Observer’s requests for comment about whether she’s following the Houston playbook. Jackie Simien, a spokesperson for Beaumont ISD said, “Massey has worked alongside successful educational leaders with demonstrated results in improving systems, instruction, and student performance.”


Benzon, the elected Houston ISD board member, said Miles is sidelining parent and teacher voices in her district, and they are leaving in droves as a result. “They are trying to escape the New Education System and Miles’ bad policies,” Benzon added, referring to a program Miles transplanted from his former charter school network that is characterized by scripted lessons and repetitive testing. The Houston Chronicle reported the district “is losing students at an accelerated pace” under the takeover, spurring the district to shutter 12 schools ahead of the next school year.
In its statement to the Observer, Houston ISD cited a survey of families reporting a “favorable perception” of the district and said it retained many exemplary teachers.
Nelson and Morel said they believe the ultimate objective of any takeover is to disenfranchise local communities. Black and Hispanic students make up the majority of the population at all four of the districts now headed by Miles’ associates.
“It all begins at the school board level to then completely disempower the community,” Morel said.
On April 23, Houston ISD moved to fire a veteran teacher and president of the Houston Education Association teachers union after she protested requirements to comply with Miles’ New Education System.
Meyers, the new Lake Worth superintendent who at the time was Houston ISD’s deputy chief of strategic initiatives, testified in favor of the teacher’s termination.
“We do not allow our staff to make decisions about curriculum in a New Education System school or in Houston ISD,” Meyers said, according to a transcript of the hearing. “If they are not following expectations, we would not allow them to stay in HISD as an employee.”
Since taking over in Lake Worth, Meyers and the board of managers have temporarily suspended board policies related to governance procedures, hiring and employee assignments and schedules, similar to what Massey and her board did in Beaumont.
In response to the Observer’s inquiries about replicating Houston ISD’s reforms in her new role, Meyers wrote in an email that “Lake Worth ISD is very different from Houston ISD. We are a district of five schools serving a much smaller community, so our approach must reflect the unique needs of our students, staff, and families.”
Her email continued, “I believe educators should learn from successful practices wherever they exist.”
As in Beaumont and Lake Worth, the takeover in Fort Worth ISD has been characterized by swift changes. After less than a month under the new leadership, the 68,000-student district has suspended local board governance and hiring policies and has cut dozens of staff positions, including those supporting English-language learners.
Parent organizer Zach Leonard said a new instructional model Fort Worth ISD is rolling out in 19 schools, called “Elevate,” is essentially the same as what Miles has done in Houston, an assertion district spokesperson Tierney Tinnin refuted.
Leonard, along with other parents with his organization, notes the similarities between the programs: “scripted slide-by-slide lessons, rigid timed instruction, and ‘demonstrations of learning’ reduced to data points.”
“This isn’t education reform,” Leonard said, referring to Miles’ model of learning being transported to Fort Worth. “It’s a franchise being handed to our children without a vote.”
The post Texas State Takeover of Local School Districts Expands, Raising Concerns appeared first on ProPublica.

A group of lawmakers demanded answers from the White House this week following a ProPublica investigation revealing that a top aide to the president intervened to secure a $620 million Pentagon loan to a startup linked to the president’s eldest son.
ProPublica’s reporting “reveals a staggering level of corruption and influence peddling that superseded this process, enriching the President’s son at the expense of U.S. national security and taxpayer dollars,” wrote the group of Democratic lawmakers, including Sens. Elizabeth Warren of Massachusetts, Richard Blumenthal of Connecticut and Mazie Hirono of Hawaii as well as Reps. Jason Crow of Colorado and Mike Levin of California.
Last year, the Pentagon announced the loan to Vulcan Elements, a small North Carolina startup, about three months after Donald Trump Jr.’s venture capital firm took a stake of undisclosed size in the rare-earth magnet company.
Interviews and Defense Department records reviewed by ProPublica show that the request to lend to the firm was made by Peter Navarro, who serves as the president’s senior counselor for trade and manufacturing and is a friend of Trump Jr.’s.
Of the dozens of companies the Pentagon was considering funding at the time, Vulcan’s was the only deal initiated by a top aide to the president, an official at the Pentagon who was not authorized to speak publicly told ProPublica.
After defense officials got the White House request, they asked Pentagon staff to move at an unusually rapid pace, said another person who was involved in the deal at the Pentagon but not authorized to speak about it.
“The call came from the White House: We have to get this done,” the person said.
In their letter, addressed to White House Chief of Staff Susie Wiles, the lawmakers asked a series of questions about Navarro’s involvement in the deal, including whether he intervened at someone else’s direction, if the president was aware or involved, and who Navarro communicated with at the Pentagon.
They also asked more broadly about whether White House officials have communicated with federal agency officials about other companies linked to the Trump family.
“The American public — and service members that are in harm’s way — expect that the DoD contracting process is fair, unbiased, and competitive to ensure that only the best companies, providing only the best products, receive taxpayer dollars,” the lawmakers wrote.
Navarro, who served as trade adviser in the president’s first term, and Trump Jr. have formed a close bond in recent years. The president’s son visited Navarro in prison while he served time for defying a subpoena from lawmakers investigating the Jan. 6, 2021, riot at the U.S. Capitol. Trump Jr. was one of the small group of people Navarro dedicated his latest book to for having “my back when it was against the wall.” And a week before the Vulcan deal was announced, Trump Jr. hosted Navarro on his streaming show, encouraging his nearly 2 million subscribers to buy Navarro’s book. That interview was not long after word came down from Navarro to Pentagon staff to make the massive loan to Vulcan, one of the defense officials involved in the deal said.
Asked to respond to the lawmakers’ allegations and ProPublica’s reporting, Navarro in a text message wrote “Staggering level of hyperbole. More fake news” but did not elaborate. The White House did not immediately respond to a request for comment on Tuesday.
Navarro did not respond to questions from ProPublica sent to him directly before the initial article was published. But in a post on X afterward, he called the story “fake news on steroids.”
Vulcan has not commented. A White House spokesperson had said in a statement that the administration is working “in the best interest of the American people,” adding, “The President’s entire team, including Senior Counselor Navarro and officials at the Department of War, is working together and with private industry to secure America’s critical mineral supply chain at Trump Speed.” Trump Jr.’s spokesperson said last week that the president’s son does not discuss companies he has invested in with federal government officials and did not speak to Navarro about Vulcan. He “has no knowledge about how this deal came together,” the spokesperson said. A spokesperson for 1789 Capital, the venture firm where Trump Jr. is a partner, said it also played no role in Vulcan getting the loan and did not learn about the deal before it was public.
“No company receives preferential treatment,” a Pentagon spokesperson said. “Outside affiliations, investors, or political connections play absolutely no role in the Department’s funding decisions.”
The loan was part of the Pentagon’s effort to fund companies that could help the U.S. reduce dependence on China’s critical mineral supply chains. It represented a big win for Vulcan and its investors. Estimates of the company’s valuation grew tenfold after the deal was announced.
The deal is one of many actions by the administration of President Donald Trump that have helped companies in which his family holds stakes. Government contracts and other benefits have gone to various Trump-linked companies. But ProPublica’s reporting on the Vulcan loan represented the first time the awarding of a contract from a federal agency was directly linked to White House intervention.
A number of other lawmakers also criticized the Vulcan deal following ProPublica’s investigation.
Sen. Raphael Warnock, a Georgia Democrat, called it “corruption to the highest degree,” alleging on X: “They are looting this country. Dismantling it, selling it for parts, and lining their own pockets.”
Sen. Patty Murray, a Washington Democrat, called for a congressional investigation. “It’s just nonstop corruption from this White House, and Republicans in Congress are content to twiddle their thumbs and look right in the other direction,” she posted on X. “Congress should be investigating and putting a stop to this kind of crooked self-dealing—not enabling it.”
The post Lawmakers Demand Answers After the White House Initiated a $620M Loan to a Firm Tied to Donald Trump Jr. appeared first on ProPublica.
In mezzo alla gente, ma con discrezione ed efficienza. Gli operatori di AAMPS/Retiambiente hanno contribuito alla riuscita dell’evento Straborgo che da venerdì 29 maggio a sabato 1 giugno ha visto migliaia di persone, tra cittadini e turisti, affollare le strade del quartiere. Una presenza continuativa per garantire la pulizia di Piazza Mazzini e delle strade limitrofe e realizzare la raccolta dei rifiuti sia con la vuotatura dei contenitori stradali sia con la raccolta dei materiali differenziati prodotti con quantitativi ingenti dagli esercenti della zona.
“Questa tipologia di manifestazione – commenta Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente – risulta per noi sempre particolarmente impegnativa soprattutto nel periodo estivo che prevede un’articolazione complessa dei nostri servizi di raccolta e spazzamento. Dobbiamo operare h24 e, allo stesso tempo, districarci tra la folla garantendo sempre le opportune condizioni di sicurezza per i nostri lavoratori e i cittadini. Siamo particolarmente soddisfatti nell’essere riusciti a dare il nostro contributo. Ho il piacere di sottolineare – conclude Iacomelli – la cooperazione che abbiamo riscontrato da parte degli organizzatori, degli abitanti del quartiere e degli esercenti che si sono prodigati per rispettare le regole straordinarie di conferimento dei rifiuti differenziati”.
“Lo dico da sempre – afferma Luca Salvetti, Sindaco di Livorno. AAMPS/Retiambiente è un’azienda che funziona egregiamente nell’erogazione dei servizi resi alla cittadinanza e questi eventi ne sono la riprova. Senza i puntuali servizi di spazzamento e raccolta dei rifiuti non saremmo qui a parlare del successo di Straborgo. Ringrazio i lavoratori per il consueto impegno profuso, gli abitanti del quartiere per la disponibilità concessa e gli esercenti per avere collaborato al meglio delle rispettive possibilità. Ora sotto con le altre kermesse in programma per la lunga stagione estiva”.
L'articolo “Straborgo”: servizi di pulizia e raccolta rifiuti efficaci e puntuali proviene da Aamps Livorno.
L'articolo Addio Carola proviene da Guerre di Rete.


On any given night, thousands of people sleep on the streets in Portland, Oregon. They seek shelter in tents, bushes and overpasses in a city that has struggled with one of the worst housing crises in the country.
Portland, like many cities, has raced to increase its supply of affordable housing by turning to a federal program that’s existed since the 1980s: the Low-Income Housing Tax Credit. It provides up to $15 billion worth of tax credits a year nationally to help developers build apartments. Portland supplemented the federal construction money with local dollars, creating incentives that were hard to turn down.
But to meet the affordability requirements, all the developers needed to do in most cases was put rents within reach of someone earning 60% of median income, an earnings threshold that equates to about $75,000 annually for a family of four. It turns out that this amount of rent is now close to what the typical Portland landlord charges without any subsidy.
The result of the federal tax credit has been a glut of apartments costing renters on the order of about $1,400 a month for a one-bedroom. That’s a manageable outlay for a family making $75,000 but nearly half the monthly income of someone who earns $35,000 at the local minimum wage.
Nearly 2,000 of Portland’s subsidized units sat vacant and unused at last count, as The Oregonian and Willamette Week have reported. The same situation has repeated from Seattle to the San Francisco Bay Area to Denver.
Economists and other academic researchers have been warning for decades that this was precisely the sort of problem that the Low-Income Housing Tax Credit was likely to create.
Studies have concluded that the program, which currently supports nine out of every 10 subsidized units built in America, is an expensive and ineffective way to house people who can’t afford it. Researchers have said it doesn’t subsidize housing deeply enough to reach truly low-income renters, so it produces housing in markets and at income levels that already have a surplus instead of filling a shortage.
Independent researchers have found little evidence it’s expanded the overall housing supply beyond what the market would have produced without it. Its complexity has birthed an industry of affordable-housing-focused developers, investors, lawyers and accounting specialists who profit off the tax credit. Between 1991 and 2024, a dozen studies concluded that many more people could benefit if the money were spent on rental vouchers, which let consumers, rather than the government, decide which landlords get tax subsidies. Estimates went as high as twice the impact for the dollar.
“The evidence is telling us this program is lacking its reason to exist,” said Kirk McClure, an emeritus professor of urban planning at the University of Kansas and a leading critic of the tax credit. “We should reform the program to make it work better.”
McClure and others have brought their concerns to Congress. He recommended diverting the money into rental vouchers for tenants, or else changing the tax credit’s rules to reward only developers who build units in genuinely short supply: those affordable to people at the very bottom of the income ladder.
The ideas never went anywhere. Instead, money for the tax credit has grown at a much faster rate than rental assistance vouchers since 2000, data from the U.S. Department of Housing and Urban Development and the U.S. Treasury shows. Rock-solid support from industries that benefit from the tax credit and both parties in Congress has made it the linchpin of U.S. housing policy.
“The program leverages housing market forces, entrepreneurial innovation and private accountability to increase housing supply,” former HUD Secretary Ben Carson told the House Committee on Oversight and Government Reform in 2025.
Among the tax credit’s other prominent backers are two Northwest Democrats on the Senate Committee on Finance, Ron Wyden of Oregon and Maria Cantwell of Washington. Cantwell has introduced bills to increase funding for the existing tax credit, and Wyden has proposed expanding the target of the credits to benefit not just low-income families, but also middle-income households — the opposite of what McClure says needs to happen.
Both Wyden and Cantwell say Congress should hold more hearings to ensure the program is run efficiently, but they also defended it in written statements to Oregon Public Broadcasting and ProPublica.
“There isn’t any silver bullet to the housing crisis in Oregon and around the country,” Wyden’s statement said, “but the low-income housing tax credit has been the most successful federal housing construction program on the books for decades and is the only housing program Republicans haven’t tried to gut.”

Indeed, President Donald Trump has sought to cut housing programs such as rent assistance. But as part of his spending package last year, Congress approved the biggest expansion of the Low-Income Housing Tax Credit in decades.
“That’s a mistake,” McClure said.
It won’t alleviate homelessness or the housing shortage for people at the lowest incomes, he said. It will just create more buildings that compete with the market and with one another for the same pool of renters.
McClure recounted seeing a brand-new affordable housing complex near his home in Kansas not long ago with a sign enticing tenants of another government-backed complex down the street, promoting newer units at the same price.
“So the taxpayers of the United States subsidized the creation of this new property to help bankrupt another federally subsidized property,” he said. “That is stupidity 101. We have got to be better stewards of the American taxpayer’s dollar.”
Oregon’s affordable housing production has skyrocketed in recent years. So have rents and homelessness.
Over the past decade, Oregon lawmakers doubled funding for the state’s affordable housing tax credit and started offering low-interest and deferred loans for construction.
Voters in the Portland area, meanwhile, passed housing bonds totaling more than $900 million. Developers can use that money to secure federal housing tax credits. The state went from building about 1,800 affordable units a year pre-pandemic to nearly 5,000 last year.
Industries that benefit from the tax credit say it’s the engine that makes that kind of building boom possible.
The Affordable Housing Tax Credit Coalition, representing lenders, developers and others in the industry, has called the program “the most effective tool we have to meet the affordable housing needs in rural, suburban, and urban areas.”
Jennifer Schwartz, director of tax and housing advocacy for the National Council of State Housing Agencies, which advocates for the tax credit and other housing programs administered by states, said the housing market by itself won’t produce a big enough supply of housing within reach for low-income renters. That goes for even those who receive federal rent vouchers, she said.
“It costs too much to build housing to turn around and rent it to households who are low-income households,” Schwartz said, “unless you have some sort of incentive like the housing credit.”
But in Portland, all that new construction hasn’t made a dent in the city’s affordability crisis. A report from the Portland Housing Bureau in 2025 found that rent and home sale prices were growing faster than incomes, even as the city’s vacancy rate was also rising.
The vacancy rate was roughly 7.6% as of May, according to Aaron Kirk Douglas, director of market intelligence at the Portland-based brokerage HFO Investment Real Estate. Vacancies are even higher for ostensibly affordable units: 11%, leaving nearly 2,000 units unused. Housing industry experts consider 5% vacancy to be a baseline for ordinary turnover.
The time it takes to verify that a tenant’s income meets the tax credit’s requirements and prep units for move-in played a role in the struggle to fill vacant units built with the federal subsidy. But housing advocates say the biggest barrier is price.
The gap between market-rate rents and affordable housing rents has shrunk, and not just in Portland.
By one industry estimate, in more than a dozen U.S. cities at least 40% of affordable housing was competing with market-rate buildings rates in 2025.
In the Portland suburb of Gresham, federal rules cap a two-bedroom apartment built with the Low-Income Housing Tax Credit at $1,675 a month. Zillow puts the equivalent market-rate apartment at $1,525.
Operators of a new $53.8 million development in northeast Portland, built with the tax credit and the local housing bond, had trouble filling studio and one-bedroom apartments whose affordable rents were near market rate. They began offering a month of free rent for new tenants, according to a March report from the committee that oversees the region’s housing bond.
Affordable housing providers, which in Portland are predominantly nonprofit organizations, are also increasing their marketing budgets to attract renters away from market-rate buildings.
“The idea that we’re competing with the market would have been unfathomable a few years ago,” said Margaret Salazar, CEO of Reach Community Development Corporation, one of Portland’s largest affordable housing providers.
Salazar, who led Oregon’s state housing agency during the COVID-19 pandemic and later worked as a regional director for HUD, is a longtime proponent of the Low-Income Housing Tax Credit. But she said the people who can afford to rent apartments the tax credit has produced would rather move into a market-rate apartment for similar money and with fewer rules and restrictions.
“It’s becoming a slimmer and slimmer slice of residents” that Reach can serve, she said. “Suddenly we’re competing for this little slice of people.”
Meanwhile, a substantial group of Portland-area residents remain priced out.
HUD data shows more than 90,000 households in Multnomah County earn less than the 60% of median income that a family would typically need to afford a federally subsidized unit. (The precise number of families who can’t afford “affordable” units is unclear because it depends on variations in household size, actual rent levels and other subsidies that might reduce rents further.)
Salazar said that right now Reach can rent to people at lower income levels only if it can find additional subsidies such as housing vouchers — and funding for vouchers is so limited that only 1 in 4 people who qualify are able to get them.
Despite the convergence of rent levels in market-rate and subsidized housing, supporters of the tax credit say it remains valuable because the units it subsidizes are constrained from raising rents faster than incomes — and there’s no guarantee market-rate rents will remain at this level in the future.
But Steve Rudman, who ran the local housing authority in the Portland area for more than a decade, said the fact that the tax credit is now delivering market-rate housing rather than housing for the poorest households raises an existential question for the federal program.
“What is this thing really doing?” Rudman said. “What is the Low-Income Housing Tax Credit?”
Criticism of the federal construction credit has been a near constant since it began.
In the Reagan era, housing experts began to worry rents would become unaffordable amid deep cuts to housing programs and the drafting of the Tax Reform Act, which eliminated several tax shelters for real estate.
McClure, an economist for the city of Boston at the time, worked with others to design a tax credit that would reward affordable housing production.
“It was meant to be a three-year stopgap until we came up with something better,” he said.
The idea was to incorporate low-income housing into market-rate housing construction that was already taking place. Developers could receive a tax credit if they capped rents for a certain portion of the apartments in their building, and they could continue to rent the rest at any amount they chose.
McClure crafted letters for Boston’s mayor to send Congress in support of the idea. His analysis helped decide the subsidy amount. Developers could offset 70% of the cost of new builds or 30% of the cost of a rehab. Congress signed off in 1986.
Almost immediately, the program diverged from the outcomes McClure had envisioned.

He and other drafters of the tax credit had thought developers would use it to offer deep discounts on a small number of units, allowing them to charge market rate on the rest. But developers found it more profitable to subsidize 100% of their units at the smallest allowable discount, a rent affordable to households at 60% of median income.
In 1992, as lawmakers considered making the 6-year-old Low-Income Housing Tax Credit permanent, an analysis by the Congressional Budget Office declared the program “unlikely to substantially increase the supply of affordable housing” and “more suited to the needs of investors than poor renters.”
For one, the tax credits cost a lot to administer, congressional economists said. They also pointed to evidence that subsidized housing production dampened market-rate construction.
Congress was preparing to give developers $3 billion through the tax credit as of 1992. Putting that money into housing vouchers instead, the CBO concluded, would help 550,000 households, more than twice as many as would benefit from the construction tax credit. The numbers echoed findings from an earlier HUD evaluation of tax credits vs. vouchers.
Congress made the tax credit permanent a year later.
As time wore on, McClure’s emerging doubts about a program he originally expected to be temporary only deepened.
When the Fannie Mae Foundation hired him in 1997 to analyze how the tax credit was doing, he concluded it was a “very inefficient subsidy delivery mechanism” that didn’t produce as much housing as it should have.
Other studies came to similar conclusions as McClure, HUD and the Congressional Budget Office. At least five found the tax credit does little to increase the overall housing supply.
The Government Accountability Office noted problems with the program in 2015, 2016, 2017 and 2018, finding it lacked basic oversight to show the federal funds worked as intended. A 2017 investigation by NPR and Frontline documented numerous examples of waste and fraud, including one developer pocketing tax credits without building the required housing.
“Given the available evidence on program performance, we should certainly not expand the tax credit program,” Edgar Olsen, professor emeritus of economics at the University of Virginia, wrote in a 2017 article for the American Enterprise Institute. “The existing evidence argues for terminating it.”
There are some critics within Congress. Rep. Glenn Grothman, a Republican from Wisconsin, introduced a bill to kill the program last year, calling it a “cash grab for developers and banks.” But the bill went nowhere.
Olsen, like McClure, remains adamant today about what he considers the tax program’s uselessness. In a recent interview, he told OPB and ProPublica that he’s urged policymakers, in academic articles and in testimony, to re-examine whether the program has any value at all.
“How often do they talk to people like me or like Kirk McClure? The answer is almost never,” Olsen said. “What they hear from are people who represent the financial interest of the industry, and so they want more money to be spent on this.”
The post A Low-Income Housing Program Is Pouring Billions Into Housing Many People Can’t Afford appeared first on ProPublica.

Bonjour,
Depuis la mise à jour de Framagenda de ce matin, je vois que les “Notes” ont disparu. Ça me mets en grande difficultés, puisque je les utilise beaucoup, y compris en mode partagé avec d’autres user.
Quelqu’un sait-il ce qu’il se passe ?
Merci pour l’aide.
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L’ipocrita accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti emessa il 20 maggio contro Raùl Castro Ruz, generale dell’esercito e personalità tra le più rappresentative della Rivoluzione cubana, non ha soltanto i tratti dell’arroganza impunita di chi si sente forte e al di sopra del diritto, ma forse vuole anche essere un tentativo di dare un tocco di legittimità al criminale embargo che dura da decenni e alle ancor più vergognose misure coercitive che in questi ultimi mesi hanno colpito la popolazione inerme (240 da gennaio). La popolazione è stata soffocata da un feroce blocco energetico imposto dalla potenza egemone, il cui unico risultato sembra essere stato quello di aver fatto precipitare la quasi totalità delle masse lavoratrici ad un livello di quasi sussistenza, incalzate dalla pressante urgenza di reperire beni di prima necessità e dalla minaccia costante di un’aggressione armata.
Una lettura unilaterale, assai poco conforme al contesto in cui si svolsero i fatti, un’incriminazione priva di alcun valore legale (anche a prenderlo per vero) e di una giurisdizione in cui poterla applicare, vorrebbe far giustizia in merito a un episodio che nel 1996 portò all’abbattimento di due velivoli facenti capo a Brothers to the Rescue, organizzazione che opera con metodi violenti e ha sede a Miami. L’abbattimento avvenne dopo ripetuti sconfinamenti e violazioni dello spazio aereo cubano, infrazioni più volte segnalate dalle autorità dell’isola agli enti governativi statunitensi e da questi ripetutamente ignorati; sintomo, quantomeno, di una certa complicità se non di una vera e propria pianificazione e sovvenzione; una condotta, tra l’altro, che si inscrive nella lunga traiettoria costellata di attentati, sabotaggi e tentativi di aggressione che il governo degli Stati Uniti ha messo in opera da che nel gennaio del 1959 il socialismo di stato è stato imposto quale religione ufficiale. Un ultimo – per ora – atto di quella mai sopita, controversa e irrisolta questione che tiene occupati i due paesi da quasi settant’anni, ma che pure visto dalla prospettiva meramente giuridica del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale, rientrerebbe in un’azione di legittima difesa del proprio spazio aereo contro quelli che potrebbero essere interpretati come atti di “terrorismo”, che la suddetta organizzazione avrebbe messo in pratica tra il 1994 e il 1996, in barba alla stessa legislazione statunitense. Oltretutto, questa accusa arriva dopo che le forze armate Usa per mesi hanno spadroneggiato nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, arrivando ad uccidere quasi duecento persone e a sequestrare il presidente del Venezuela, a corollario di una dottrina che, sostenuta da un imponente apparato bellico, cerca di applicare attraverso l’imposizione unilaterale delle sanzioni, quella pressione politica ed economica i cui scopi mirano a ridefinire gli assetti geopolitici della regione. Giustificata con le parole del procuratore generale “se uccidete degli americani, vi perseguiremo. Non importa chi siate. Non importa quale carica ricopriate”, frasi che riecheggiano da tempi storici che ritenevamo oramai tramontati ma che purtroppo oggi si ripropongono con logica spietata anche ad altre latitudini (vedi Medioriente). Questa montatura extragiudiziale che agisce su un piano politico vorrebbe essere la giustificazione delle recenti imposizioni coercitive che, operando a livello economico, producono i loro effetti devastanti direttamente sui corpi delle persone. Evidentemente questa Legge dei Poteri Economici d’Emergenza Internazionale (IEEPA), che amplia sanzioni già esistenti (tra l’altro in violazione degli articoli 1, 2 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione del 1992 sulla rimozione del blocco), rientra in quella nuova fase di riassetto degli equilibri della regione che Washington sembra voglia ridefinire attraverso un protagonismo deciso e un utilizzo cinico di quelle che si mostrano come le raffinate tecniche della nuova guerra ibrida: sanzioni, dazi, strangolamento finanziario, incriminazione a livello internazionale, propaganda mediatica e uso extragiudiziale della propria giustizia. Nel frattempo però, si fa ricorso anche ai vecchi metodi con la portaerei Nimitz che scorrazza indisturbata nelle acque delle Antille, in attesa di sviluppi.
Al ritorno dal suo viaggio in Vaticano, tra le cui motivazioni non espresse figurava verosimilmente la ricerca di un’intesa col mondo cattolico, ben radicato sull’isola, il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane, soltanto poche ore prima dell’annuncio delle sanzioni se ne usciva con un video diretto alla popolazione oramai allo stremo: “Cuba non è governata da nessuna rivoluzione, ma da GAESA, uno stato dentro lo stato, i cui benefici sono appannaggio di una piccola élite”. Questo Gruppo di Amministrazione Imprenditoriale a cui si fa riferimento, bollato come organismo cancerogeno che parassita l’economia nazionale, incolpato dei continui black out, della scarsità di combustibile, cibo e medicine, è un consorzio imprenditoriale creato negli anni ’90 con lo scopo di captare la valuta estera, che in quei frangenti cominciava ad affluire in seguito all’apertura al turismo voluta da Fidel Castro e all’introduzione della doppia moneta (pesos e dollari). Ideato dall’allora ministro della difesa Raùl Castro, tale holding ha finito per inglobare tutta una serie di attività commerciali e finanziarie che vanno dagli hotel ai centri di immersione, dai porti sportivi alle agenzie di viaggio; dal 2010 assorbe Cimex, impresa statale dei supermercati, e centinaia di stazioni di servizio, e infine diventa proprietaria della Banca Finanziaria Internazionale, una delle più grandi del paese, arrivando a controllare il 40-70% dell’economia nazionale attraverso un impero stimato, nel 2025, in 18 miliardi di dollari. Il 7 maggio l’amministrazione Trump ha inasprito ulteriormente le sanzioni contro GAESA e la sua direttrice ufficiale Ania Guillermina Lastres Morera, adducendo il pretesto della sicurezza nazionale. Mentre il 22 l’ ICE arrestava la sorella a Miami sotto identica motivazione, cercando così di colpire l’esercito cubano nelle sue finanze. Quanto queste misure possano incidere realmente sulla tenuta di questo conglomerato imprenditoriale resta tuttavia un mistero, data l’estrema opacità da cui è sempre stato avvolto.
Il blocco energetico ha ridotto quasi a zero un turismo già in caduta libera, mentre le rimesse dall’estero, che nel 2019 erano stimate in 3,7 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, nel 2024 si aggiravano intorno all’ 1,1 milioni, con un crollo del 43% rispetto all’anno precedente. In parallelo, Washington si dice pronta ad offrire cento milioni di dollari in aiuti umanitari, mentre Rubio esorta la popolazione affinché si decida per un cambio di regime: “Una nuova Cuba, dove qualsiasi cubano, e non solo GAESA, possa aprire una banca o un’impresa edile”. Stessa ricetta, questa volta cucinata in salsa caraibica.
Cuba vive un periodo di decadenza che, sebbene si possa far risalire al perìodo especial degli anni ’90, vede oggi una recrudescenza senza eguali che investe la gran parte della popolazione e che è sfociata in una crisi alimentare spaventosa e in un altrettanto deplorevole crisi energetica; due aspetti di uno scenario dove il reperimento dei beni di prima necessità e i ricorrenti black out segnano le modalità e i ritmi della quotidianità. Quello che si dice del capitalismo, ovvero essere la gestione pianificata della scarsità, può a buon diritto essere applicato su scala locale anche a Cuba e al suo regime, che ha saputo far tesoro in questi decenni di tecniche di governo assai raffinate, ma che oggi vede progressivamente venir meno la sua autorevolezza grazie a un risveglio, seppur timido, delle coscienze, che si traduce in certe forme di comunitarismo o di solidarietà popolare che scandiscono l’agire quotidiano; nel mentre si va affievolendo l’immagine di padre benefattore che il castrismo ha saputo dispensare lungo tutto l’arco della sua esistenza. Di contro, però, bisognerebbe considerare anche l’altro lato della medaglia, ossia il fatto che la competizione per la sopravvivenza e le diverse manifestazioni di egoismo che l’accompagnano sono andate anch’esse aumentando. Di pari passo si è inoltre avuto un incremento dell’azione repressiva dello stato e un’estensione del raggio operativo della polizia politica, che ha portato a un aumento esponenziale delle carcerazioni e all’emersione di un vero e proprio problema carcerario, con migliaia di prigionieri politici da gestire e le complesse conseguenze sociali che questo comporta, con la sensibilizzazione di interi settori sociali contro la gestione autoritaria della cosa pubblica che interdice la benché minima possibilità di una qualche riforma, seppur blanda. Lo stato ha risposto con una serie di misure a carattere sociale per sopperire alle mancanze degli strati più disagiati della popolazione insieme ad una campagna propagandistica in grande stile nel tentativo di poter recuperare quell’aura di benevolenza che l’ha sempre caratterizzato. Ma di fatto, quello che maggiormente definisce la gestione della sovranità continua ad essere, benché in forme più dissimulate, l’amministrazione centralizzata della paura, che può contare, oltre che su un apparato repressivo tra i più efficienti, anche sulla disaffezione generalizzata e su una pressoché totale ignoranza o disconoscimento di forme elementari di organizzazione e reazione nei confronti del dispositivo dispotico imperante; un dispositivo che può fare affidamento, oltre che sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie, su un progressivo spopolamento che interessa le fasce più giovani, le quali trovano nell’emigrazione la possibilità di sottrarsi ad una condizione fattasi insostenibile ma che ha portato ad un decremento demografico e a un parallelo consolidamento del conservatorismo politico. Le deboli proteste che pur saltuariamente affiorano si limitano a qualche cacerolazo urlato a gran voce ma privo di una struttura organizzativa, espressione di una disperazione ormai endemica avvolta da fatalismo e rassegnazione, comunque ben lontane da quelle grandi manifestazioni di massa che si ebbero quattro anni fa, quando sembrava che qualcosa si stesse realmente muovendo. Le proteste antigovernative dell’11 luglio 2022 partite da San Antonio de Los Baños, poco fuori l’Avana, e da Palma Soriano, nella provincia orientale di Santiago, poi dilagate nei centri principali nel giro di ventiquattro ore, che videro riversarsi nelle strade migliaia di cittadini dei settori maggiormente precarizzati della società cubana, un evento di cui non si ricordano precedenti (se non forse il cosiddetto Maleconazo, del 1994), e che hanno portato all’arresto di 1848 persone, sono state anch’esse l’espressione di una resistenza al dominio dello stato e alle varie forme di autoritarismo imperanti che intere classi, gruppi e individui hanno cercato di opporre, nella loro complessità e anche a dispetto del tentativo di cooptazione da parte di forze esterne o straniere, con il fine di rivendicare scampoli di libertà e migliori condizioni di esistenza. È stata una spinta che è giunta dalle fasce più marginalizzate della classe proletaria, quella dei lavoratori precari, a giornata, dei disoccupati e delle moltitudini contadine che abitano le periferie delle grandi città, arrivate sull’onda di una forte migrazione interna ma sprovviste della consapevolezza di essere classe, che però non può essere caratterizzata come movimento operaio in senso stretto, mancando di organizzazione, di forme sindacali o corporative classiche, o finanche di organismi territoriali vincolati al lavoro. Rispecchiano piuttosto la disperazione dei gruppi meno abbienti, influenzati dagli effetti delle politiche governative degli ultimi decenni che hanno portato ad una estrema atomizzazione del tessuto sociale, e dalla suggestione di un modello consumistico che arriva dall’emigrazione, soprattutto statunitense. Non si può quindi parlare di forze politiche a rigor di termini, tutt’al più di forze sociali non organizzate che si scontrano con forze di polizia, queste sì estremamente organizzate, che nella loro opera meticolosa sono riuscite a disarticolare ogni forma di dissenso e di opposizione politica nel paese, lasciando una situazione anche peggiore ed eludendo la questione e le motivazioni che ne hanno decretato l’esplosione. Il vuoto che oggi viene avvertito, l’impossibilità sperimentata di poter operare un cambio politico dall’interno, sono con buona probabilità all’origine della grande popolarità di cui attualmente gode, ovviamente in alcuni settori, Marco Rubio, insieme all’ambasciatore Mike Hammer, e spiegano in parte il senso di impotenza sociale che avvolge l’isola. Secondo un recente sondaggio effettuato da El Toque, organo indipendente locale, sembrerebbe che la maggior parte dei cubani (56% di chi vive sull’isola e il 67% di quelli della diaspora) veda di buon occhio un intervento armato statunitense, o comunque come il male minore di fronte alla fame che avanza. L’amministrazione Trump ha avuto diverse interlocuzioni negli ultimi mesi con il presidente Dìaz-Canel e il suo consiglio dei ministri, e contatti diretti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote del vecchio dirigente e il più zelante delle sue guardie del corpo, figlio dell’ex direttore di GAESA insignito del grado di generale da Raùl Castro per meriti nella gestione dell’azienda; il “granchio”, così soprannominato per via di una deformazione alla mano, si sarebbe incontrato più volte in Messico con il segretario di stato nordamericano. Se ciò fosse confermato, se ne potrebbe dedurre che gli USA hanno scelto di trattare con gli apparati militari, almeno con i settori maggiormente orientati agli affari, piuttosto che con quelli politici, che dopo decenni di criminalizzazione del dissenso si ritrovano ora a dover negoziare con l’unico interlocutore disponibile, ossia il potere corporativo yanqui. Nonostante la frattura che attraversa le forze armate, divise tra una fazione composta da generali anziani legati alla dirigenza politica e i quadri inferiori maggiormente esposti agli effetti della crisi (chiamati con spregio fagioli e riso, in riferimento alla loro dieta), la Casa Bianca sembra disposta ad un accomodamento, concedendo a Castro il privilegio di garantire una transizione tranquilla mentre alla cupola militare di disarticolare il vecchio sistema politico facendosi garanti del nuovo ordine; una soluzione molto auspicata dalla superpotenza, che di certo non vuole casini a 144 km dalle sue coste. In questo senso è da vedere anche la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, avvenuta a metà maggio, che ha alimentato le voci in merito ad una eventuale tutela di Raùl, che resterebbe a margine di qualsiasi rappresaglia, e ad un possibile cambio di regime per interposta persona, come avvenuto in Venezuela. Questa soluzione soddisferebbe Trump e il suo entourage più pragmatico, che grazie ad un tocco cosmetico favorirebbe l’ingresso mascherato del capitale nordamericano, ma assai meno l’ala più oltranzista, capitanata da Rubio, che pone tra i suoi desiderata una trasformazione radicale della società. Le parole di Marcell Felipe, direttore del Museo della Diaspora Cubana di Miami, “non abbiamo lottato per 67 anni, con prigionieri e morti, per guadagnare il diritto di investire sotto le regole di un regime comunista”, sono condivise da almeno tre deputati di origine cubana del congresso a stelle e strisce. L’ansia e il timore di molti, a Cuba e nell’esilio, è quello che sia arrivato il momento, per via di una serie di fattori: le elezioni di medio termine, la presenza a breve dei mondiali di calcio, Trump nelle vesti di colui che ha portato la democrazia, la nuova configurazione degli assetti geopolitici nell’emisfero occidentale; ma soprattutto perché il popolo cubano non ce la fa più: i bambini non vanno più a scuola, molti non hanno di che sfamarsi, diversi gli ospedali incapacitati ad operare, gli altri si fermeranno a breve; le medicine scarseggiano mentre le malattie cominciano a mietere le prime vittime, uomini e donne disperano di una situazione sentita come surreale. Sul palcoscenico della storia di questo nuovo millennio, l’eterna commedia dello scontro di poteri si rappresenta sullo sfondo della tragedia che affama e asservisce moltitudini di proletari, oppressi e assoggettati, ma non ancora piegati, a logiche a loro estranee, i cui effetti devastanti avvertono sulla propria pelle.
Massimiliano Bonvissuto
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È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.
A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa).
Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).
In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.
Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali.AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute.
In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”?
Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale.
La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno.
La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.
La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia.
Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.
Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”.
Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come “cattivo”.Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”.
Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”.
Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti.
I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.
Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva come espressione di ordine sociale.In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”.
Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva.
Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.
La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento.
Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile.Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”.
Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.
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I titoli di oggi Pechino estende la protezione del segreto commerciale a dati e algoritmi Aziende cinesi ricevono sussidi otto volte la media Ocse Takaichi è la leader più apprezzata dai sudcoreani: il sondaggio USA-Cina tengono primo colloquio militare dopo la visita di Trump Bloomberg: università cinesi legate a PLA in cerca di chip Nvidia H200 La Cambogia si rivolge ...
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Pechino non ha mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea, né dei territori ucraini di Donetsk e Luhansk. Ammettere che uno Stato sovrano può separarsi con l’aiuto militare di una potenza esterna potrebbe creare un precedente scivoloso per la narrativa cinese su Taiwan. Piuttosto, la Cina opera secondo un modello di “integrazione de facto senza riconoscimento de jure”, permettendo alle aziende nazionali ...
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Quotando la definizione di D. J. Bernstein
qmail è un mail transfer agent semplice, sicuro ed affidabile. è stato progettato per dei server UNIX connessi alla rete internet
E' possibile reperire una introduzione più che comprensibile su come funziona un mail server in questa pagina. Anche la "qmail newbie's guide to relaying" di Chris Johnson (copia locale... è destino che tutto quello che riguarda qmail vada piano piano sparendo) è molto chiara e la sua lettura è fondamentale all'inizio.
Lo scopo di questa piccola guida NON è insegnare come funziona un server di posta, anche se alla fine si spera che uno che l'abbia seguita riesca ad avere un server funzionante. Questi appunti servono principalmente a ricordare i passi principali da seguire per avere una installazione veloce di qmail e di alcuni software correlati. Ho deciso di scriverla a causa della mancanza di ogni aggiornamento della documentazione riguardante le "distribuzioni" di qmail che mi erano familiari, nella speranza che ciò possa essere di aiuto anche a qualcun altro. Ovviamente il divertimento è stato una componente decisiva.
Pertanto, per conoscere in dettaglio come funziona un mail server, sei invitato a leggere con cura almeno i riferimenti che menzionerò in ogni pagina.
In secondo luogo, NON sono io il responsabile di quello che fai con il tuo server ;-). Usa la mia guida a tuo rischio.
Infine, i commenti, le critiche e i suggerimenti sono sempre benvenuti! :-)
Questa guida è stata scritta senza una particolare distribuzione Linux in mente. L'ho testata su due miei server di posta virtuali basati su Slackware, sia a 64 che a 32 bit, e diverse persone là fuori confermano che essa funziona nelle altre distribuzioni Linux più comuni. La compilazione dei miei pacchetti è stata testata anche su piattaforme FreeBSD, OpenBSD, NetBSD.
Se vale la definizione data da Bernstein probabilmente lo è. Tuttavia, a mio modo di vedere, un toaster dovrebbe essere una cosa alla Bill Shupp o alla qmailtoaster, che viene rilasciata insieme a tutti i pacchetti necessari, diversamente da qui. Poichè preferisco lasciare che il visitatore controlli da sè l'esistenza delle ultime versioni dei vari software, direi che questa "cosa" non dovrebbe essere classificata come un toaster. Piuttosto la chiamerei semplicemente "Roberto's qmail notes". Per la verità, sto inserendo qui un paragrafo sul toaster giusto per soddisfare i motori di ricerca, dato che molta gente arriva qui cercando un toaster per qmail.. :-) e ora che ho scritto la parola toaster 5 o 6 volte possiamo veramente iniziare... :-))
Questi appunti sono stati scritti in inglese e poi tradotti in italiano alla velocità della luce. Si vede, vero? Rileggendo ora, trovo degli strafalcioni e delle traduzioni letterali alla "Google translate"!. Me ne scuso, ma non ho sempre il tempo di fare le cose nel modo migliore..
Roberto's qmail notes is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported License.



A test release of GNUtrition, 0.33.0rc5, is now available.
GNUtrition is free nutrition analysis software. The USDA Food and Nutrient Database for Dietary Studies (FNDDS) is used as the source of food nutrient information.
This release fixes bugs from 0.33.0rc1-rc4, removes inaccurate algorithm constants, removes additional unnecessary dependencies, improves reliability/usability on non-GNU systems, among other general improvements and bug fixes. Version 0.33.0 (the first ftp.gnu.org release of GNUtrition since 2012) is expected to be released by June 5th. Any and all testing for the upcoming release will be greatly appreciated. Please use the bug-gnutrition and help-gnutrition mailing lists for your bug reports and/or other questions.
More information about GNUtrition may be found on its home page at http://www.gnu.or ... tware/gnutrition/. This test release can be obtained from the alpha.gnu.org server at one of the following:
ftp://alpha.gnu.o ... g/gnu/gnutrition/
http://alpha.gnu. ... g/gnu/gnutrition/
https://alpha.gnu ... g/gnu/gnutrition/
Please report any problems you experience to the GNUtrition bug reports mailing list: bug-gnutrition@gnu.org (https://lists.gnu ... fo/bug-gnutrition).