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Trump urged to press Xi on Chinese money laundering tied to Mexican fentanyl cartels

Chinese money laundering networks were accused of being “financial fuel” for the Mexican cartels at a congressional hearing on Tuesday, where witnesses urged US President Donald Trump to prioritise the issue at his next face-to-face meeting with Chinese counterpart Xi Jinping. “I want to be very clear, Chinese money laundering networks have become the financial fuel for cartels to poison Americans and threaten our borders, we’re seeing a Silk Road of crime across the Americas,” said Leland...

He Thought It Was His Time

9 Giugno 2026 ore 22:56

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0:00 Intro
0:03 Black bear over bridge
0:19 The impossible dunk
0:24 Nacho cheese
0:38 Woman sees branch floating mid air with bird perching
0:42 Kid Hoses Dad in the Face at Car Wash
0:49 Baby Deer's Camouflage Sure Fooled This Dog
1:14 Stubborn Balloon Hits Woman During Removal Attempt
1:20 Guy's Fake Tooth Comes Off on Slingshot Ride at Amusement Park
1:21 A big stick
1:43 The fish are calling
1:51 Alien decorator
2:03 Creative handshake
2:12 Kid is a poser
2:21 He is quick
2:37 Flipping dumplings
2:44 Boy makes realistic bird noises
2:59 He's always safe
3:06 Bald meetup Seatlte
3:22 Fisherman Flies off Boat After Throwing Net
3:27 LARGEST Sand Crab
3:38 Class say Hi to maintenance
3:47 Dog sneezes when hooman fake sneeze
3:57 Banana slip
4:02 Perfectly timed twitch chat
4:23 Japanese anti-theft robot
4:35 Cheese pull fail
4:41 Controlling bugs with voice
4:48 Wizard of Oz was accurate
4:58 Topless section at baseball
5:13 Lake above ocean
5:16 Engine light tatoo
5:23 Coolest wallet
5:40 Kid doesn’t want to hold his brother
5:45 So this is how they make joggers
6:00 The poor cookies
6:04 Biker's prank backfires
6:23 Ikea dinner skit
6:33 How car stunts get made
6:57 Playing with strangers in the airport
7:12 Paper flying trick
7:21 the inside of a sinking boat
7:39 Kid describes missing mum
7:57 Banana piano
8:08 Outdoor bowling
8:25 Friendly whale shark
8:40 Cat mirror
8:47 Cat leaves present in bag
9:11 Communicating with a train
9:19 Very tall Flamingo
9:27 Perfectly measured
9:45 Cat keeps knocking off tablets
9:54 Graphics tracking
10:07 Guy puts shark back in sea
10:26 Cool instrument
10:35 Seeing how long she can hold it
10:43 Lego art inside a wall
10:50 Spot the Octopus
11:03 Bread rock
11:17 Roof came off
11:34 Marines having fun
11:38 Rage baited by bird
11:53 Bald shampoo?
11:59 They really like olives
12:11 Finding a needle in a haystack
12:38 3D tracker
12:50 Car copies accent
13:08 We could watch Twilight
13:21 Elephant herd
13:36 Motorbike impression
13:40 Dog conga
13:50 Pressure cooker with tap
13:57 Do not iron your truck
14:15 Out of liquor
14:39 Snow-covered forest with a winding river.

Trump’s China thaw faces resistance from Congress and his own administration

On a state visit to China last month, US President Donald Trump shocked his political base with a series of rhetorical concessions. In an interview, he warmly endorsed Chinese students studying in America, supported China-linked acquisition of US farmland, and dismissed concerns over state espionage as a routine, two-way reality. It was not the first time Trump’s softer stance on China clashed with his own administration’s hardline approach. Even before the summit, he repeatedly suggested...

La memoria tende all’intemporalità

9 Giugno 2026 ore 22:00

di Franco Ricciardiello

Sergej Roić, Dura Madre. L’infinito di Leopardi, pp. 130, euro 14,00, Mimesis, 2026

Leggere un romanzo di Sergej Roić ricorda un po’ l’esperienza di pattinare su un lago di ghiaccio in una giornata di nebbia: non puoi prevedere cosa troverai voltando la pagina, e rischi di continuo che la narrazione si apra precipitandoti in un altrove che non ti aspetti.

Roić, svizzero di origine croata, scrive in italiano; ha già pubblicato con Mimesis Editore tre romanzi, Wish you were here (2017), Solaris parte seconda (2019) e Feríta. Giovanna d’Arco 1971 (2022), e in tutti e tre gioca a nascondino con alcuni tópoi della fantascienza, genere che evidentemente conosce — quantomeno i suoi autori più letterari. Tra i quattro, questo mi sembra il più radicale benché, a dire il vero, non ci sia nulla di sperimentale nella scrittura; al contrario, la semplicità e la bellezza della frase risaltano immediatamente. Ciò che destabilizza, rispetto a una narrazione tradizionale, è la diluizione del filo della trama in una struttura che richiede di continuo l’attenzione del lettore, e in cui ogni frase sembra alludere a qualche significato nascosto tra le parole.

C’è del resto molta riflessione filosofica nella scrittura di Roić, nel caso di questo romanzo si tratta di alcune speculazioni di Giacome Leopardi (richiamato esplicitamente solo nelle ultime pagine del testo), sull’infinito naturalmente, ma anche sulla struttura del reale — e sembra di sentire qualche eco di Immanuel Kant sulla realtà-in-sé. Soprattutto, la riflessione centrale è intorno al tema della Memoria. “Nella passione, il ricordo tende all’intemporalità” scrive J.L. Borges nella sua Storia dell’Eternità (Adelphi, 2014), la memoria concatena impressioni che si evocano a vicenda: e questo è il significato profondo che ho letto nella struttura di Dura madre, imperniata su una serie di ricordi e sul diario di uno dei protagonisti.

Nel 2564, il direttore del Progetto Memoria nella città di Nuova Lisbona lavora sull’esperienza vissuta dai fratelli Nazor, sulle loro riflessioni intorno alla forma dell’universo. Il primogenito Neven Nazor, nella breve parte a lui dedicata, evoca immagini irreali, che egli definisce “idee-allucinazioni”, affidate, oltre che alla ricerca scientifica, anche a un manoscritto ritrovato dal fratello a bordo della barca sulla quale ha trascorso un rilevante periodo della propria vita.

La parte maggiore del libro è occupata dal diario di Mario Nazor, fratello minore di Neven, dai suoi ricordi, dalle peregrinazioni a bordo della barca a vela Vesna in un mondo dalla geografia diversa da quello che conosciamo. A giudicare dai toponimi, inventati, sembra che l’ambientazione sia tra il Nordest italiano, l’Austria e soprattutto la Jugoslavia, con le migliaia di isole della Dalmazia a fare da sfondo alla navigazione.

Mario Nazor riceve in eredità, con sua stessa sorpresa, la Vesna, la bianca imbarcazione dalla quale Neven non si separava mai, e decide di partire sulle sue tracce; l’amica del cuore Fanny, più giovane di lui di una decina d’anni, accetta di accompagnarlo, incuriosita dai misteriosi racconti di Mario sulle visioni del fratello maggiore.

Poco alla volta Mario tira fuori dalla memoria racconti sulla terra d’origine dalla madre Tanja, soprattutto su un clan quasi mitologico, la famiglia Bili, tutti albini da generazioni, che possiedono la facoltà di ricordare pressoché tutto: ecco di nuovo il tema della Memoria, la dura madre del titolo, la meninge esterna che avvolge il cervello e lo protegge da traumi e contaminazioni che arrivano dal sistema circolatorio, ma che in virtù della magia delle parole assorbe nel testo il significato della Natura leopardiana, una madre dura dunque, simbolo del funzionamento meccanicistico del mondo alla cui idea si ribellava il poeta.

Non è semplice la lettura di un libro di Sergej Roić, tuttavia è bello rimuovere i freni della mente e lasciarsi galleggiare nel mare di apologhi, di brevi racconti, di storie che sembrano aggiungere ogni volta un tassello alla comprensione del tutto, però non bisogna illudersi che il significato sia lì, esplicitato sulla carta prima della parola “Fine”.

Artemis III Crew Announced

9 Giugno 2026 ore 21:39
NASA announced the Artemis III crew on Tuesday, June 9, 2026. NASA astronaut Andre Douglas, mission specialist; ESA (European Space Agency) astronaut Luca Parmitano, pilot; NASA astronaut Randy Bresnik, commander; and NASA astronaut Frank Rubio, mission specialist, will demonstrate the Orion spacecraft's rendezvous and docking capabilities with test versions from one, or both, American commercial human landing systems in development by Blue Origin and SpaceX.

Dai contratti precari al no al padiglione Israele: perché lo sciopero della cultura del 12 giugno

 

“La cultura è il petrolio d’Italia”: inizia con queste precise parole il documento programmatico che ha indetto lo sciopero della cultura per il prossimo 12 giugno. Una mobilitazione che vede in prima linea, come promotrici, sia le sigle del sindacalismo di base sia la Cgil.

Dietro questa data c'è un percorso difficile e tortuoso durato un anno; dodici mesi di discussioni che, alla fine, hanno prodotto una piattaforma avanzata. È un peccato, però, che alcune realtà associative e sindacali che avevano sottoscritto il progetto iniziale siano poi svanite nel nulla al momento di proclamare lo sciopero.

Scioperare al fianco della Cgil non può e non deve essere un elemento divisivo. Al contrario, rifiutare la convergenza rischia solo di desertificare il mondo del sindacalismo di base, nel tentativo velleitario di rappresentare da soli istanze importanti che, in realtà, sono patrimonio comune di molteplici sigle e movimenti.

Quello del 12 giugno si preannuncia come uno sciopero complesso. È stato lanciato in settori storicamente difficili da mobilitare, dove l'astensione dal lavoro fatica a registrarsi e la sindacalizzazione è sporadica. In questi ambiti, purtroppo, la logica dell'appartenenza alle cooperative prevale ancora sulla pura rivendicazione salariale e contrattuale.

Tuttavia, lo sciopero resta un'arma formidabile, nonché l'occasione ideale per restituire dignità agli operatori culturali e dare visibilità alle loro storie umane e professionali. E parliamo non a caso di professionalità, dato che da anni assistiamo al ricorso sistematico ai volontari in sostituzione di personale regolarmente formato e contrattualizzato.

Oggi i luoghi della cultura sono diventati ambiti privilegiati per campagne politiche e pubblicitarie o per iniziative militariste. Ci si ricorda della forza lavoro invisibile dei beni culturali solo quando emergono le contraddizioni del sistema. È ormai acclarato che la giungla dei contratti e delle retribuzioni ha creato profonde disparità di trattamento, spingendo i salari verso il basso e generando dinamiche di sfruttamento e ricatto. A questi stipendi da fame, inevitabilmente, seguiranno in futuro assegni previdenziali miseri.

Da decenni si preferisce non investire in cultura, sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica. L'accesso alla cultura, da fondamentale diritto di cittadinanza, si è trasformato in una sorta di privilegio. Eppure, recuperare i beni culturali dovrebbe avere la stessa priorità della messa in sicurezza idrogeologica dei territori: un obiettivo da perseguire a prescindere dal colore dei governi, condiviso erga omnes (nei confronti di tutti).

Di recente, i lavoratori dei beni culturali hanno preso una ferma posizione contro la decisione di ospitare il Padiglione Israele alla Biennale d'Arte di Venezia. Lo sciopero viene indetto assumendo anche questo punto di vista: un'aperta opposizione all'economia di guerra e alla militarizzazione dei territori, che si affianca alla denuncia della svalorizzazione del lavoro.

Siamo di fronte a un utilizzo strumentale dei beni culturali, a tagli continui e a una precarizzazione che ci allontana dal riconoscimento della dignità del lavoro culturale. Per invertire la rotta, è necessario partire dalla reinternalizzazione dei servizi e della forza lavoro, aumentando le assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni per colmare una cronica carenza di organico. Superare il sistema degli appalti e delle concessioni, denunciare le "farlocche" Partite IVA e stabilizzare i precari: queste sono proposte ragionevoli per le quali vale davvero la pena incrociare le braccia.

Infine, vi è il tema del diritto di sciopero. I beni culturali rientrano infatti tra i settori che devono assicurare i servizi minimi essenziali; l'estensione della legge 146 a questo comparto rappresenta una ferita ancora aperta che limita fortemente le possibilità di protesta.

Chi volesse leggere la piattaforma integrale può trovarla facilmente sul sito dell'associazione "Mi Riconosci", la realtà che per prima ha creduto in questa mobilitazione. Il 12 giugno, chi non potrà scioperare perché appartenente ad altri comparti non esiti a esprimere solidarietà attiva a questi lavoratori: ne va del loro futuro, anzi, del futuro di tutti noi.

La Commissione europea svela le proposte per il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia

L'Unione Europea continua a essere preda di una russofobia irrazionale, così Bruxelles si prepara a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo dall'inizio dell'operazione militare speciale in Ucraina. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta, che sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Unione il quindici giugno. Tra le novità più rilevanti spicca l'idea di aggiungere trenta petroliere alla lista nera delle navi soggette a restrizioni. Si tratta di un'estensione significativa, perché porterebbe a seicentotrentadue il numero complessivo di imbarcazioni già colpite dalle misure Ue. Contestualmente, l'UE intende mantenere invariato il tetto massimo al prezzo del greggio russo, introdotto nei mesi scorsi per limitare le entrate energetiche di Mosca senza provocare bruschi rialzi sui mercati globali.

Non finisce qui. La Commissione propone anche di vietare la vendita di navi metaniere verso la Russia, un settore finora rimasto ai margini delle sanzioni. Inoltre, sarebbero colpiti direttamente alcuni porti, aeroporti e impianti di raffinazione coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo. La responsabile della diplomazia europea, l'ineffabile Kaja Kallas, ha aggiunto su X che l'Unione punta a bloccare le transazioni relative a due porti e quattro aeroporti russi.

Una delle misure più politicamente rilevanti riguarda le persone. Von der Leyen ha spiegato che la Commissione propone di estendere il divieto di ingresso nell'Unione a tutti i partecipanti all'operazione militare speciale russa. Finora le restrizioni colpivano soprattutto figure di spicco dell'establishment, ma l'idea è ora di allargarle a una platea molto più ampia.

Sul fronte finanziario, le nuove sanzioni mirano a novanta istituzioni in tutto il mondo. Tra queste, come precisato dalla presidente della Commissione, ci sono trentuno banche russe e altre venti tra istituti di credito, piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi internazionali. Kaja Kallas ha aggiunto che i beni di novanta banche, sia russe che di Paesi terzi, sarebbero congelati. Inoltre, l'Unione europea bloccherebbe le transazioni su undici piattaforme di criptovalute.

Le restrizioni alle esportazioni si fanno più dure. Bruxelles vuole vietare la vendita alla Russia di metalli, leghe e componenti per droni. Parallelamente, continuerà il divieto di importare merci russe come metalli e parti di ricambio. Un punto interessante è che le limitazioni all'export colpiranno anche aziende con sede in Cina, Turchia, Kirghizistan, Emirati Arabi Uniti e India, considerate canali indiretti per aggirare le sanzioni. Tra i prodotti di cui si bloccherà l'uscita verso la Russia ci sono leghe ad alte prestazioni, nickel in polvere, minerali pregiati e sostanze chimiche.

Per la prima volta, infine, le sanzioni europee toccheranno il settore della pesca. In particolare, arriverà il divieto totale di esportare merluzzo verso l'Unione, una misura che colpirà un comparto finora rimasto relativamente protetto. La Commissione definisce questo pacchetto come il più ampio degli ultimi due anni, e le restrizioni all'export riguarderanno non solo la Russia ma anche la Bielorussia, segno che l'intenzione è stringere ulteriormente le maglie intorno ai due alleati.

Resta però una domanda di fondo, che a Bruxelles nessuno sembra volersi porre davvero. Ventuno pacchetti di sanzioni dopo, l'economia russa non è stata minimamente indebolita nella sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Anzi, Mosca ha reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati, ha trovato nuovi canali finanziari e continua a incassare dalle materie prime. Il vero prezzo, invece, lo stanno pagando le imprese europee, che hanno perso mercati storici e competitività, e i cittadini dell'Unione, costretti a sopportare bollette più care, inflazione alle stelle e una recessione strisciante. Eppure l'Europa continua a battere masochisticamente sullo stesso tasto, come se l'ennesimo giro di vite potesse stavolta funzionare. 

Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica

Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.

Territorio e povertà

Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.

Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.

Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.

Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.

Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.

I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.

Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%

L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.

Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:

Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

Passiamo alla AI

In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.

Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).

In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.

Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post.  “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.

Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.

(il testo viene da American Diner, su Substack)

L'articolo Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

Re: [new] Improved OpenWebRX Packages Available

9 Giugno 2026 ore 19:22
The new OpenWebRX+ 1.2.116, available from the repository, adds Sondehub reporting and a few fixes. See below for all changes.
 
- Added Sondehub reporter for RS41 telemetry [Hai Tran].
- Added paho-mqtt 2.0 compatibility [Marc Fontaine].
- Added per-profile PPM correction option.
- Fixed exception when stopping AdsbParser.
- Fixed exception when stopping services.
 
Sondehub-Reporter.png
 
PS: Short cheat sheet for people who just cannot get things to work:

1) If it does not work for you, reload OpenWebRX page while holding the SHIFT key.
2) If it does not work for you, check "Settings | Feature report" page to see what you are missing.
3) If it does not work for you, wait for a day or two, maybe it starts working or you figure it out.
4) If it does not work for you, create a separate forum thread and explain your problem there. Attach the logs, obtained with "sudo journalctl -u openwebrx". Do not paste the entire log into the message, attach it as a file instead.

Re: Native OpenWebRX Client for Android

9 Giugno 2026 ore 19:21
The OpenWebRX Android Client v1.3 is now available from Google Play. It adds APRS and AIS packet display, magic key entry, and lets you jump outside the current profile by long-pressing the double arrow buttons. See below for all the changes:

* Added APRS, AIS, and radiosonde log display.
* Added band frequencies (FT8 etc) as bookmarks.
* Added magic key entry.
* Fixed monospaced display font on some devices.
* Fixed step tuning from unaligned frequency.
* Fixed server search bar in dark mode.
* Long press on double arrows jumps frequency.
* Sorted list of modulation types.
* Improved decoder log formatting.

Screenshot_20260528_192405_OpenWebRX.jpg

Pamela Genini: le Chat che cambiano tutto

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ESCLUSIVA DARKSIDE | Pamela Genini: le chat che cambiano tutto

Emergono nuovi elementi destinati ad alimentare il dibattito sul caso della morte di Pamela Genini. Al centro dell'attenzione ci sono alcune chat che potrebbero offrire una chiave di lettura diversa rispetto a quanto emerso finora.

Ne abbiamo parlato con Francesco Dolci, ex compagno di Pamela, oggi indagato nell'inchiesta sulla profanazione della tomba della giovane modella uccisa a Milano nell'ottobre 2025.

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Sarà Luca Parmitano il pilota di Artemis III

9 Giugno 2026 ore 19:12

La Nasa ha annunciato oggi la composizione dell’equipaggio della missione Artemis III: Randy Bresnik (comandante, Nasa), Luca Parmitano (Esa), Frank Rubio e Andre Douglas (specialisti di atterraggio, entrambi Nasa). È stato inoltre designato come membro di riserva dell’equipaggio l’astronauta Bob Hines (Nasa). L’equipaggio inizierà ora un rigoroso programma di addestramento per familiarizzarsi con i sistemi della navicella Orion e con il funzionamento dei sistemi di atterraggio con equipaggio umano, in vista di un’ambiziosa serie di dimostrazioni che precederanno la missione di atterraggio sulla Luna.

L’equipaggio della missione Artemis III. Da sinistra: Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Crediti: Nasa

Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, ha trascorso 366 giorni nello spazio nel corso di due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, Volare e Beyond. Durante queste missioni, ha collaborato a centinaia di esperimenti, ha effettuato sei passeggiate spaziali per un totale di oltre 30 ore ed è diventato comandante della Stazione. Da quando è tornato sulla Terra, Parmitano ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa presso il Johnson Space Center della Nasa a Houston, agendo come “CapCom” e addestrando gli astronauti dell’Esa per le passeggiate spaziali e le operazioni robotiche. L’anno scorso Parmitano ha partecipato all’Underway Recovery Test 12 della Nasa, al largo delle coste della California, per simulare l’ammaraggio e il recupero degli astronauti di Artemis da un modello in scala reale della navicella Orion.

«Sono onorato di far parte di questo equipaggio e allo stesso tempo mi sento umile: i miei compagni di missione apportano un bagaglio di esperienze molto variegato, e non vedo l’ora di lavorare con loro, desideroso di imparare e di dare il mio massimo contributo nel mio ruolo. In qualità di pilota collaudatore, questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna», ha detto Luca Parmitano. «Sono molto grato all’Aeronautica militare per avermi fornito l’addestramento nelle mie prime fasi; all’Agenzia spaziale italiana – e all’Italia nel suo complesso – per avermi affidato il loro primissimo volo di lunga durata quando ero solo un novellino; all’Agenzia spaziale europea per l’addestramento, il sostegno infinito e le incredibili opportunità che ho avuto da quando sono diventato un astronauta dell’Esa, e alla Nasa per la sua leadership nel riportare l’umanità sulla Luna. È la conferma che l’Esa è un partner affidabile e la continuazione di una solida collaborazione che porterà un europeo sulla Luna».

«Artemis III amplierà i confini delle operazioni spaziali in orbita. La nomina dell’astronauta dell’Esa Luca Parmitano a pilota riflette la profonda competenza europea nel campo dei voli spaziali con equipaggio umano e fa leva sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di forte pressione», ha detto Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa. «Allo stesso tempo, il Modulo di servizio europeo (Esm) dell’Esa fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis. La notizia giunta oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna – e un progresso chiave nella nostra collaborazione con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio».

Fonte: press release Esa

La dichiarazione di Luca Parmitano (in inglese) sul canale YouTube dell’Esa:

 

Cascina Corten apre a Milano : Giovedì 11 Giugno la grande inaugurazione

9 Giugno 2026 ore 18:32

Milano accoglie una nuova location destinata a diventare uno dei punti di riferimento per
pranzi,aperitivi, eventi e serate all’aperto. Giovedì 11 giugno 2026 arriva infatti la
grande inaugurazione di Cascina Corten Milano, il nuovo spazio situato nella zona di Merlata Bloom,
una delle aree più dinamiche e in forte crescita della città.

Per celebrare l’apertura è stato organizzato un esclusivo Opening Party con ingresso su accredito e drink omaggio per gli ospiti che parteciperanno all’evento inaugurale.

Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/

Dove si trova Cascina Corten Milano

La nuova Cascina Corten si trova in Via Pier Paolo Pasolini 3, a pochi passi dal Merlata Bloom Milano, il nuovo polo commerciale e di intrattenimento che negli ultimi anni ha trasformato completamente questa zona della città.

L’obiettivo della location è offrire un ambiente moderno immerso nel verde, perfetto per pranzi,aperitivi al tramonto, eventi aziendali, feste private, DJ set e appuntamenti estivi.

L’Opening Party: aperitivo e DJ set

L’evento inaugurale sarà l’occasione ideale per scoprire gli spazi della nuova struttura e vivere una serata all’insegna della musica e della convivialità.

Durante la serata gli ospiti potranno partecipare a:

  • Aperitivo serale
  • Drink omaggio all’ingresso
  • DJ Set fino a tarda sera
  • Area relax e socializzazione
  • Atmosfera open air immersa nel verde

Una formula pensata per chi cerca nuove location a Milano dove trascorrere una serata diversa dal solito, lontano dal caos del centro ma facilmente raggiungibile.

Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/

Perché Cascina Corten potrebbe diventare una delle location più interessanti dell’estate milanese

Negli ultimi anni Milano ha visto nascere numerosi spazi dedicati agli eventi outdoor, ma la zona Merlata rappresenta una delle novità più interessanti del panorama cittadino.

La presenza di ampie aree verdi, la vicinanza alle principali arterie cittadine e il continuo sviluppo del quartiere rendono Cascina Corten una location con un enorme potenziale per ospitare eventi, aperitivi, festival e appuntamenti musicali durante tutta la stagione estiva.

Chi ama scoprire nuove location a Milano troverà in Cascina Corten uno spazio completamente nuovo, ideale per vivere l’aperitivo in un contesto rilassato e contemporaneo.

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CASCINA CORTEN

Via Pier Paolo Pasolini 3, Milano

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Mercedes-AMG GT 4-door Coupé: così nascono i motori elettrici firmati da 63 specialisti

10 Giugno 2026 ore 09:58
One man, one engine: è lo storico motto che accompagna i motori AMG, ciascuno con la firma dell'operaio specializzato che ne ha curato la produzione (in circa 4 ore). Parole destinate a restare un ricordo per le prossime sportive tedesche. O, meglio, per quelle elettriche, di cui la Mercedes-AMG GT 4-door Coupé è la capostipite.In compenso, i suoi clienti potranno vedere (inquadrando un codice nel cofano) i 63 specialisti che stanno dietro la costruzione dei tre motori elettrici (due al retrotreno e uno all'avantreno) che equipaggiano la loro sportiva da 1.169 cavalli complessivi.A garantirlo è Michael Schiebe (membro del board del gruppo Mercedes-Benz, con la responsabilità di produzione, qualità e gestione della catena produttiva), che incontro in occasione dell'inaugurazione ufficiale della produzione nello stabilimento di Marienfelde, nei dintorni di Berlino: è qui che nascono questi nuovi motori a flusso assiale. Solo per le AMG Inizialmente questi motori a flusso assiale saranno riservati alle sole vetture elettriche AMG (dopo la Coupé arriverà un modello più compatto, oltre ad altri ben 25 nuovi lanci da qui a tre anni, fra termiche ed elettriche): si tratta infatti di una tecnologia sofisticata e costosa, in grado di sviluppare elevate potenze in volumi più compatti rispetto alle tradizionali soluzioni a flusso radiale.Non a caso, guardando ad altri marchi, viene utilizzata anche su sportive come la Lamborghini Revuelto e Temerario o le Ferrari SF90 e 296 (nella Luce, invece, saranno utilizzati quattro motori radiali, uno per ruota). La ragione è presto detta: riescono a sviluppare elevate potenze con ingombri e pesi (25 kg nel caso del nuovo motore Mercedes) decisamente più contenuti. Questione di fisica Il principale vantaggio è proprio questo: rispetto ai tradizionali motori a flusso radiale, le - ancora rare - soluzioni a flusso assiale offrono una maggiore compattezza, soprattutto in senso longitudinale: 9 centimetri l'ingombro di ciascuno dei due motori posteriori della Mercedes-AMG GT 4-door Coupé (8 cm per quello anteriore).Nei motori classici, infatti, la parte rotante (rotore) si muove all'interno della parte statica (lo statore) che origina il campo magnetico orientato proprio in direzione radiale, ovvero dal centro verso l'esterno. Gli avvolgimenti di rame sono disposti lungo la corona dello statore, che, giocoforza, deve avere un certo sviluppo in lunghezza.Nei motori a flusso assiale, invece, lo statore è rappresentato da un disco su cui vengono montati gli avvolgimenti (18 nel caso del motore trifase Mercedes, ovvero sei per ogni fase) e generano campi magnetici paralleli all'asse di rotazione del rotore (due nel caso dei motori prodotti a Marienfelde, che raggiungono una velocità di 15.000 giri al minuto nel caso dell'unità anteriore e 13.000 per quelle posteriori). Su questi ultimi sono fissati i magneti permanenti che inseguono il campo elettromagnetico generato di volta in volta dalle varie bobine del sistema trifase: nel caso dei motori Mercedes si sviluppano per una settantina di metri. Su una GT 4-door Coupé si arriva in totale a 250 metri di rame. Serve precisione L'elevata densità energetica (si arriva a tre volte più dei motori tradizionali) richiede un'altrettanto spinta precisione costruttiva: basti pensare all'accuratezza con cui deve essere realizzato il sistema di raffreddamento (idraulico) dello statore.Così, a Marienfelde la riconversione di una parte dello stabilimento (uno dei più iconici del Gruppo, con tanto di vincolo architettonico su alcune strutture risalenti al 1902) ha visto uno studio accurato, con la messa a punto di oltre 30 brevetti e la progettazione di catene di montaggio inedite, con 35 processi nuovi a livello mondiale: come mi precisano Michael Schiebe e il direttore dello stabilimento, Markus Keicher, c'è voluto oltre un anno per mettere a punto le linee e per formare il personale specializzato a operarvi (mentre, se si guarda allo studio di questa tecnologia, bisogna andare parecchio più indietro nel tempo, almeno al 2021, quando Mercedes-Benz ha acquisito la britannica Yasa, specialista dei motori elettrici a flusso assiale, lo stesso fornitore dei sopra citati modelli Lamborghini e Ferrari).Molti ambiscono ora a lavorare in quello che di fatto è uno dei centri di eccellenza del Gruppo tedesco, perché - almeno nei prossimi anni - usciranno solo da qui questo tipo di motori e saranno riservati alle elettriche più prestazionali, quelle siglate AMG.

Toyota debutta alla 1000 miglia e porta la Crown in Italia

10 Giugno 2026 ore 09:29
Ci sono marchi automobilistici per cui le corse sono una vetrina. E altri, come Toyota, che vedono nel motorsport un vero e proprio laboratorio per le auto di serie, dalle utilitarie ai modelli più sportivi, per arrivare al futuro. Nel WRC e nel campionato giapponese Super Taikyu, per esempio, la Casa ha testato propulsori a idrogeno e motori alimentati con carburanti sintetici, ma anche sperimentato soluzioni tecniche - come il motore posteriore centrale - non presenti nella sua attuale gamma.Oggi, Toyota entra per la prima volta anche nella 1000 Miglia: cinque vetture del passato, quattro Toyota e una Lexus, prendono parte alla 1000 Miglia Gran Turismo Experience, uno degli eventi a supporto della gara di regolarità per auto storiche di scena dal 9 al 13 giugno. Si parla di storiche e di regolarità, ma il principio non cambia. Migliorare col motorsport: è anche culturaPartecipare e imparare. Anche se questa volta, più che sulla tecnologia, si lavora sulla cultura. "Da quando Akio Toyoda è diventato presidente, nel 2009, l'apprendimento derivante dagli sport motoristici è fondamentale per lo sviluppo delle auto di serie", spiega Ryotaro Shimizu, capo ingegnere del modello Crown e guida del team Toyota che prende parte alla 1000 Miglia: "Ma Toyoda vuole anche espandere la cultura automobilistica in Giappone, che non è allo stesso livello di quella europea, italiana o di un evento come la 1000 Miglia. Siamo dunque qui per approfondire la conoscenza dell'automobile e delle corse, degli sport motoristici e dell'auto stessa. Per poi trasferirla nel nostro Paese".Se i rigidi requisiti di selezione impediscono alle Toyota di partecipare alla gara vera e propria (il marchio non ha mai preso parte all'evento originale), la collaborazione con Polyphony, la società che sviluppa il celebre videogame Gran Turismo, ha offerto al costruttore nipponico una chance per entrare in questo modo. Gli alfieri del Gruppo sono una Toyopet Crown di prima generazione, lanciata a metà degli anni '50, una Sports 800 degli anni Sessanta, una 2000GT, una Supra A80 (quarta generazione) e una Lexus LFA: le prime tre arrivano direttamente dalla collezione dell'headquarter giapponese, la Supra dal museo di Colonia, in Germania, mentre la Lexus è un esemplare della filiale britannica. Cinque modelli, diversi perchéLa Crown rappresenta il nostro primo modello di massa, che nel 2025 ha compiuto 70 anni: è un'auto preziosa per Toyota e volevamo che il pubblico europeo la conoscesse precisa Shimizu spiegando il perché di questa selezione: La Crown è stata anche la prima Toyota a competere in una gara, il Round Australia Trial del 1957.  Per quanto riguarda le altre continua il manager, la Sports 800 (prima biposto della Toyota, ndr) rappresenta una sportiva molto amata in Giappone, che ha avuto successo nel motorsport. La 2000GT è un modello che, nel 1966, aveva stabilito diversi record di velocità, anche mondiali, ed è nota al grande pubblico anche grazie a 007, interpretato da Sean Connery in Si vive solo due volte (due spider furono allestite per l'attore, troppo alto per la coupé, anche se alla fine le guidò solo la bond-girl, interpretata da Akiko Wakabayashi, ndr). La Supra? Abbiamo scelto la quarta serie perché è stata l'auto con cui il presidente Toyoda ha affinato le sue abilità di pilota. Hiromu Naruse, che è stato il suo mentore e maestro, oltre che un grande collaudatore di Toyota, ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo della Supra A80. Fu coinvolto anche nello sviluppo della Lexus LFA, altra nostra sportiva iconica, nonché il modello più recente di questo quintetto schierato a Brescia. Crown: un futuro anche in Europa? "Saremmo più che felici"Sul fronte opposto c'è la Crown, modello storico per il Giappone ma ancora poco conosciuto all'estero. In passato, la sua carriera al di fuori del mercato domestico era per lo più affidata a importazioni parallele. Con l'ultima generazione, proposta in diverse varianti di carrozzeria, tra cui una crossover, questo modello punta a una maggiore diffusione internazionale e, in ottica futura, non è escluso che anche l'Europa possa diventare un approdo. Piani ufficiali, al riguardo, non ce ne sono. Ma mai dire mai: Abbiamo portato due esemplari della Crown attuale, una Crown Sedan e una Crown Sport, come auto di supporto, spiega Shimizu: vedremo i feedback del pubblico. Speriamo che questo evento possa essere un punto di partenza. Saremmo più che felici di introdurre la Crown anche in Europa.

Autovelox, stop ai ricorsi sulle multe: arriva il decreto di omologazione

12 Giugno 2026 ore 08:18
finalmente ai titoli di coda la telenovela sull'omologazione degli autovelox. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha annunciato di aver firmato il decreto che definisce le caratteristiche, i requisiti e le procedure di omologazione del prototipo, della taratura e delle verifiche di funzionalità dei dispositivi, delle apparecchiature e dei mezzi tecnici per l'accertamento delle violazioni dei limiti massimi di velocità. Il decreto e le nuove regole Il provvedimento, necessario viste le ordinanze con cui - a partire dal 2024 - la Corte di Cassazione ha stabilito che unicamente gli strumenti omologati possono essere ritenuti fonti di prova della violazione, sarà pubblicato nei prossimi giorni sulla Gazzetta Ufficiale: salvo diverse disposizioni, dovrebbe entrare in vigore il giorno successivo e metterà la parola fine alla possibilità di fare ricorso contro le multe per eccesso di velocità accertate finora con strumenti non omologati.Questo perché, dalla pubblicazione, dovranno considerarsi automaticamente omologate le 15 apparecchiature elencate nel documento e già approvate in base a un decreto del 13 giugno 2017.Gli altri dispositivi dovranno sottostare alle nuove procedure che, in alcuni casi, prevedono una sorta di corsia preferenziale riservata alle apparecchiature approvate prima del 2017 ma già dotate di documentazione idonea su taratura e test di laboratorio.In questi casi, produttore o distributore possono ottenere l'omologazione integrando la documentazione già presentata. ragionevole immaginare che le aziende siano pronte a farlo alla prima finestra utile. Il ministero, poi, dovrà esprimersi entro 60 giorni, adottando, in caso di esito positivo, il relativo decreto.Negli altri casi, infine, resta l'iter ordinario, più complesso e certamente più lungo. I dubbi giuridici Tutto risolto, dunque? Non proprio. In teoria, in base alle nuove disposizioni dovrebbe cessare il contenzioso sulle multe autovelox - fatti salvi i procedimenti già avviati - esploso negli ultimi anni dopo le ordinanze della Cassazione, secondo cui solo un dispositivo omologato - e oggi nessuno ancora lo è - può costituire prova valida della violazione, come previsto dall'articolo 142 del Codice della strada. Secondo alcuni addetti ai lavori, tuttavia, la sanatoria per i 15 dispositivi sarebbe giuridicamente illegittima: un decreto ministeriale, sostengono, può disciplinare le procedure di omologazione, ma non trasformare retroattivamente le approvazioni in omologazioni.Secondo altri, al contrario, siccome le nuove omologazioni continueranno ad avvenire con decreto dirigenziale, quelle d'ufficio saranno ancora più solide in quanto oggetto di un decreto ministeriale.Non solo: secondo alcuni operatori, la competenza sull'omologazione spetterebbe al ministero delle Imprese, in quanto autorità nazionale di riferimento in materia metrologica. Vero, ma fu l'allora ministero dello Sviluppo Economico, nel giugno 2021, a chiarire per iscritto in risposta a uno specifico quesito la propria incompetenza in materia facendo riferimento all'articolo 45 del Codice della strada, che affida proprio al Mit l'approvazione o omologazione delle apparecchiature di controllo e regolazione del traffico nonché di quelle atte all'accertamento e al rilevamento automatico delle violazioni alle norme di circolazione. Sta di fatto che il fronte anti-autovelox è già pronto a dare battaglia, a dispetto delle parole del ministro Salvini, secondo cui con l'arrivo del decreto si assicura un quadro regolatorio certo e omogeneo, idoneo a superare le criticità applicative emerse nel tempo e a garantire l'affidabilità di misura degli strumenti, la tracciabilità delle operazioni tecniche e la solidità giuridico-amministrativa degli accertamenti conseguenti al loro impiego.L'obiettivo primario, ha concluso il ministro, resta quello di garantire la sicurezza sulle strade senza però che il controllo si trasformi in pretesto per fare cassa a spese dei cittadini. Gli strumenti automaticamente omologati

Volkswagen Polo diventa più accessibile: la Young in offerta scende sotto i 19 mila euro

9 Giugno 2026 ore 17:41
La gamma della Volkswagen Polo si amplia con la versione d'attacco Young, disponibile con il 1.0 aspirato da 80 CV e il cambio manuale a cinque rapporti. Il listino di questo modello (guidabile dai neopatentati, come tutte le altre Polo) parte da 22.250 euro. In questa fase di lancio, a fronte di permuta o rottamazione, il prezzo scende a 18.900 euro. La dotazione della Polo Young La più economica delle Polo offre di serie i cerchi di lega da 15", i vetri posteriori oscurati, i fari anteriori a LED, il climatizzatore manuale, la strumentazione digitale e l'infotainment da 8" con connettività wireless per Apple CarPlay e Android Auto, la piastra di ricarica per gli smartphone, i sensori di parcheggio posteriori e gli Adas obbligatori per legge. Il listino di Volkswagen Polo Polo 1.0 80 CV Young: 22.250 euroPolo 1.0 80 CV Life: 23.900 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Life: 24.600 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Life: 26.300 euroPolo 1.0 80 CV Edition Plus: 24.100 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Edition Plus: 24.800 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Edition Plus: 26.500 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Style: 26.400 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Style: 28.100 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG Style: 30.100 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Edition 50: 28.200 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Edition 50: 29.900 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG Edition 50: 31.900 euroPolo 1.0 TSI 95 CV R-Line: 26.400 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG R-Line: 28.100 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG R-Line: 30.100 euroPolo 1.0 TSI 95 CV R-Line Plus: 26.700 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG R-Line Plus: 28.400 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG R-Line Plus: 30.400 euro

Russia: attacchi di rappresaglia all'industria bellica ucraina

Il Ministero della Difesa russo ha riferito che le sue forze armate hanno attaccato infrastrutture di trasporto ed energetiche utilizzate dalle truppe ucraine, respingendo raid aerei e infliggendo numerose perdite al nemico.

Ha inoltre affermato che le forze di difesa aerea russe hanno intercettato nove bombe guidate, due missili HIMARS di fabbricazione statunitense e 551 droni ucraini nelle ultime 24 ore.

Ha inoltre specificato che l'esercito ucraino ha perso più di 1.300 soldati su tutta la linea del frontenelle ultime 24 ore.

Il ministero ha ripetutamente sottolineato che gli attacchi delle forze russe sono una risposta agli atti terroristici del regime di Kiev contro le infrastrutture civili e la popolazione russa.

In seguito al sanguinoso e deliberato attacco con droni da parte di Kiev contro un dormitorio studentesco nella città russa di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha causato 21 morti, per lo più adolescenti, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato l'inizio di attacchi di rappresaglia "sistematici" contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino.

 

Perché la Cina punta sul gallio per costruire le reti 6G del futuro?

La Cina ha avviato la produzione e la distribuzione su larga scala di chip al nitruro di gallio pensati per le comunicazioni di nuova generazione. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, sono già stati consegnati cinque milioni di questi semiconduttori destinati a dispositivi intelligenti che faranno parte di una rete 6G integrata tra lo spazio, l'aria e la superficie terrestre. Si tratta di un passaggio inedito: è la prima volta che chip di questo tipo vengono prodotti in massa e orientati verso applicazioni commerciali.

A sviluppare i componenti è stato l'Istituto di Ricerca numero 55 del China Electronics Technology Group Corporation, insieme alla sua filiale Nanjing Guobo Electronics. Vale la pena sottolineare che questa istituzione figura nella lista delle entità soggette a restrizioni del Dipartimento del Commercio statunitense, in ragione dei suoi legami con il comparto militare cinese.

La tecnologia in questione è concepita come un tassello fondamentale per il futuro delle comunicazioni 6G, ma anche per i programmi spaziali commerciali, i servizi di emergenza e la cosiddetta economia a bassa quota, ovvero quell'insieme di attività - come i droni commerciali e le consegne aeree - che si svolgono a quote relativamente basse. Ogni terminale integrerà un chip amplificatore di potenza, il cui compito è potenziare il segnale e trasmetterlo verso satelliti o stazioni terrestri anche a grande distanza.

Sul fronte dell'utilizzo civile, le prospettive sono però più sfumate. Cui Kai, analista di IDC, ha osservato che questi chip potrebbero trovare spazio nei telefoni di fascia alta o nei dispositivi di uso ufficiale, soprattutto per migliorare la connettività satellitare in aree prive di copertura mobile. Eppure la Cina dispone già di una rete cellulare capillare e ben sviluppata, il che riduce in parte la necessità immediata di queste soluzioni per l'utente comune.

La scelta del nitruro di gallio non è casuale e porta con sé una dimensione strategica precisa. A differenza dei tradizionali chip al silicio, quelli realizzati con questo materiale tollerano meglio le alte temperature, i voltaggi elevati e le frequenze necessarie per comunicazioni più rapide. Sono più compatti, più potenti e capaci di trasmettere informazioni su distanze maggiori. Il nitruro di gallio è già impiegato in radar, caricatori rapidi e sistemi di comunicazione avanzati, ma la produzione su scala commerciale rappresenta un salto qualitativo significativo.

A rendere la questione ancora più rilevante sul piano geopolitico è il fatto che la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di gallio, il metallo alla base di questa tecnologia. Pechino esercita controlli severi sull'esportazione del gallio e dei suoi ossidi, un leva che si inserisce nel più ampio confronto tecnologico con l'Occidente. Per contenere i costi di produzione, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica che consiste nel far crescere uno strato di nitruro di gallio su una base di silicio, combinando così le prestazioni superiori del primo materiale con un processo produttivo più economico e scalabile.

Perù: Sánchez è in vantaggio su Fujimori di oltre 42.000 voti

L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù (ONPE) continua ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno elettorale. Secondo il sito web dell'autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sánchez è in vantaggio sulla candidata di destra Keiko Fujimori con il 95,152% delle schede scrutinate.

Secondo i dati forniti dall'ONPE, al momento il candidato di Juntos por el Perú (Insieme per il Perù) ha il 50,119% dei voti (8.881.344) contro il 49,881% della figlia del dittatore Alberto Fujimori e rappresentante di Fuerza Popular (Forza Popolare) (8.839.043 voti).

Il distacco tra i due al momento dell'aggiornamento ufficiale era di 42.301 voti. Lo scrutinio rimane molto serrato, ma conferma l'andamento previsto: l'inclusione delle schede scrutinate nelle aree rurali favorirebbe Sánchez, che gode di maggiore sostegno nell'entroterra peruviano.

#PerúDecide Roberto Sánchez, dice que respetará la voluntad popular, pero está tranquilo y confiado porque tiene la data de sus personeros en todo el país.@teleSURtv pic.twitter.com/5ZovjAShKA

— JAIME HERRERA (@JaimeHerreraCaj) June 8, 2026

Sánchez ha ribadito il suo appello ad attendere e rispettare i risultati ufficiali del ballottaggio, che determinerà il prossimo presidente per il mandato 2026-2031.

"Siamo molto fiduciosi e ottimisti, ma il fatto concreto e reale è che dobbiamo attendere i risultati, al 100% (dall'ONPE)", ha dichiarato Sánchez Palomino dopo aver partecipato a una sessione del Congresso della Repubblica.

Ha inoltre rivolto un "appello categorico a tutti gli attori politici affinché rispettino il risultato, qualunque esso sia, perché il Perù ha bisogno di stabilità".

Tutti gli affari di Israele. Il colonialismo "esterno" dei sionisti

 

di Giuseppe Giannini

L'attività predatoria dell'entità sionista chiamata, impropriamente, Stato estende le sue mire altrove. Non è corretto legittimare la potenza occupante la terra appartenente ad altra popolazione, perchè ne mancano i tre presupposti costitutivi: territorio, popolazione, sovranità. Ed anche quelli democratici su cui fondare il riconoscimento ed il dialogo con Paesi e popoli. Il primo elemento su cui è stato edificato il sogno di coloro che tornavano ed erano in cerca di una patria non ha le caratteristiche della terra nullius come sostengono i fanatici messianici "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Conseguentemente, abusiva è la sovranità sulla popolazione, che solo in parte è di origine ebraica, ma maggiormente araba e "straniera", e vive secondo status differenti che, nel caso dei palestinesi, è un regime di apartheid.

Siccome la Knesset l'ha definito lo Stato-nazione del solo popolo ebraico difatto ha esplicitato la volontà discriminatoria verso chi tale non è. In quanto, viene in evidenza un elemento, la nazione, appunto, che è componente da ricomprendere all'interno del concetto più vasto di popolazione (includente anche gli stranieri per intenderci). In questo caso, vengono affidate competenze derivanti dalla cittadinanza, esercitate sulla base di elementi comuni (storia, religione, lingua), limitando o pregiudicando l'esercizio dei diritti da parte degli arabi. Il suprematismo bianco come presupposto per rivendicare ciò che non è loro.

Il colonialismo da insediamento ha esteso il potere su zone prima amministrate dai palestinesi. Cacciati, segregati, e destinatari di violenze e brutalità quotidiane. Un procedere "razionale" attraverso conquiste, annessioni, incendi, aggressioni ed uccisioni. Si chiama pulizia etnica.

Nel silenzio della comunità internazionale le operazioni militari ed i crimini proseguono. E così anche la guerra ad altri Stati, questi si, sovrani (il Libano, l'Iran).

Oltre a questo tipo di imperialismo ed alle impunità dei coloni c'è il coinvolgimento di attori privati e pubblici su porzioni di territori diversi, dal Sud America al Mediterraneo. Gli ebrei come gli americani: tutto gli appartiene e tutto gli è dovuto. Con accordi commerciali o con la forza. Un legame strettissimo tra israeliani e statunitensi, le cui vicende sono intrecciate e condizionano il decisionismo politico-economico (la pressione delle lobby e del settarismo religioso riguardo alle elezioni americane e alle scelte militari), ma diventano anche strumento di ricatto (il legame di Trump con Epstein, presunto agente del Mossad).

Sarebbe doverosa anche una riflessione, senza dar luogo a complottismi, sulla presenza stabile di figure israeliane nelle stanze del potere internazionale. Dai tanti politici e giornalisti di origine ebraica o vicini ad Israele al Parlamento Ebraico Europeo. Investimenti, compravendite e strategie economiche in piena violazione del diritto internazionale delineano un quadro di "colonialismo esterno", dove lo sfruttamento della ricchezza riguarda territori distanti. Trump vuole la Groenlandia e le terre rare ucraine, e si appropria del petrolio del Venezuela; Netanyahu firma gli accordi di Isacco con Milei per rinforzare la partnership in materia di sicurezza e la società Mekorot, già detentrice del monopolio sull'acqua nei territori palestinesi, firma accordi di gestione delle risorse idriche in Argentina.

Ci sono poi le attività estrattive dei giganti petroliferi mondiali (Chevron, Eni), che commercializzano risorse palestinesi in base a contratti illegali stipulati con Israele. E, ancora, la Striscia di Gaza da "riqualificare" come Resort per milionari. Piattaforme come Airbnb e Booking.com fanno turismo vendendo viaggi e appartamenti situati nelle colonie.

Dalle terre espropriate vengono immessi sul mercato prodotti agroalimentari e sfruttati i bacini idrici, che permettono ai coloni di costruire piscine, mentre il residuo (circa il 25%), spesso contaminato, viene destinato ai palestinesi. Il territorio occupato è diventato il laboratorio di sperimentazione delle tecnologie di Microsoft e Amazon, con software e algoritmi che tracciano e controllano la popolazione locale in cerca di bersagli (Palantir). Gli europei scambiano armamenti e sistemi di sicurezza, con l'Italia che già dal 2023 affida alle compagnie israeliane la cybersicurezza e, durante le scorse Olimpiadi invernali, collabora con gli agenti dei servizi americani ed ebrei. Mentre Cipro e Creta diventano zone di esercitazione militare per i soldati sionisti (Israele avamposto Nato nel Mediterraneo?), quando non si riposano (dopo aver trucidato i civili palestinesi) negli alberghi italiani.

I progetti immobiliaristi (coloniali) dei ricconi israeliani prevedono affari in Salento ed Albania, dove in seguito alla concessione in leasing dell'isola di Sazan al fondo legato a Kushner (genero di Trump e amico di Epstein) sono scoppiate violenti proteste. Gli interessi economici sono correlati al dominio coloniale. Il business è fondamentale per il genocidio della popolazione palestinese. Dalle multinazionali militari (Lockheed Martin, Leonardo) alle imprese impegnate nella ricostruzione (Caterpillar), ai fondi di investimento (Blackrock) e alle banche e alle compagnie assicurative (BNP, Paribas, Barclays, Allianz). Insomma, il colonialismo è sotto gli occhi di tutti. Gli affari sono affari, ma non possono passare sopra i diritti dei popoli e le esigenze dei territori.

ONU: "Le sanzioni USA contro Cuba uccidono neonati per mancanza di cure mediche"

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha denunciato a Ginevra, in Svizzera, che le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti contro Cuba stanno causando la morte di neonati per mancanza di forniture mediche di base.

L'impatto di questo assedio sui bambini è devastante. I dati ufficiali sulla salute pubblica mostrano che la mortalità infantile è raddoppiata, raggiungendo i 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi, mentre il tasso di sopravvivenza al cancro infantile è sceso dall'85 al 65%.

"L'inasprimento delle sanzioni statunitensi contro Cuba danneggia la popolazione e mette a rischio vite umane. È inaccettabile che i bambini muoiano per mancanza di forniture mediche essenziali. Queste sanzioni devono essere revocate immediatamente", ha dichiarato Türk sui suoi profili social.

La persecuzione finanziaria ha ridotto la fornitura di medicinali essenziali a un livello criticamente basso, pari al 30%, mentre l'avversione al rischio da parte delle aziende private ha paralizzato la distribuzione di 2.900 tonnellate di aiuti alimentari umanitari gestiti dalle Nazioni Unite e destinati alle popolazioni vulnerabili.

La carenza di carburante causata dall'embargo statunitense ha ridotto la produzione agricola interna del 60%, facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità, mentre il timore di sanzioni da parte della Casa Bianca mantiene l'isola scollegata dai sistemi di pagamento internazionali.

"Cuba si trova ad affrontare un isolamento crescente. Le imprese se ne stanno andando. Sempre meno compagnie aeree volano verso il Paese. È praticamente tagliata fuori dai sistemi di pagamento internazionali. L'aumento delle temperature estive accresce il rischio di diffusione di malattie trasmesse da vettori e dall'acqua. La stagione degli uragani aumenta ulteriormente l'esposizione. Questo crea una tempesta perfetta per il deterioramento sociale ed economico e per la sofferenza del popolo cubano", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite.

Volker Türk ha inoltre ribadito che le aziende private devono rispettare i diritti umani a livello globale. A tal proposito, ha esortato il settore imprenditoriale ad evitare un'eccessiva adesione alle sanzioni statunitensi e l'interruzione indiscriminata dei rapporti commerciali, in conformità con le linee guida delle Nazioni Unite per le imprese.

Il diplomatico delle Nazioni Unite ha concluso che tali misure coercitive sono incompatibili con il diritto internazionale.

Europa vassalla: chi paga la guerra economica contro la Cina?


di Manu Pineda* - Publico

Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.

Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.

Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.

L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.

L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.

E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.

È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.

Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.

L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.


*Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida

FSB: il "Santo Graal della guerra ibrida" dell'Occidente nella CSI

 

Il capo dell'FSB, Alexander Bortnikov, ha avvertito durante una recente riunione del Consiglio dei capi delle agenzie di sicurezza e dei servizi speciali della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che "l'Occidente cerca di ostacolare i processi di integrazione e minare la stabilità nei paesi della CSI dall'interno, facendo dimenticare alle nazioni la loro storia comune e cercando di metterle l'una contro l'altra per prendere il controllo della situazione". Questo obiettivo viene perseguito in parte attraverso i nuovi "laboratori digitali" occidentali negli stati della CSI.

Nelle sue parole: "Secondo le informazioni in nostro possesso, la comunità dell'intelligence occidentale è dietro programmi volti a creare una rete di laboratori digitali in tutta la CSI, incaricati di raccogliere e analizzare, utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale, profili comportamentali standard della popolazione, identificare aree di tensione sociale e modellare le risposte del pubblico a vari fattori esterni, comprese le azioni governative... Uno degli obiettivi è quello di implementare scenari adattabili di rivoluzioni colorate".

Questo era stato previsto nel 2017: "La Russia è accusata di 'sfruttare le tecniche di marketing per colpire gli individui in base alle loro attività, interessi, opinioni e valori' al fine di 'diffondere disinformazione e propaganda', ma nulla impedisce agli Stati Uniti di fare lo stesso, né di creare il Santo Graal della guerra ibrida 'integrando informazioni derivate da fonti personali e commerciali con la raccolta di informazioni e le capacità di analisi dei dati basate sull'intelligenza artificiale e sull'apprendimento automatico'".

Lo scopo sarebbe "massimizzare al massimo l'efficacia della sua strategia di comunicazione attraverso pacchetti di guerra informativa creati da algoritmi e personalizzati per ogni gruppo demografico di riferimento". Inoltre, "così come Russia e Cina sono accusate di 'usare la propaganda e altri mezzi per cercare di screditare la democrazia', allo stesso modo gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso contro i loro sistemi di governo 'sfruttando l'informazione, la libertà dei media democratici e le istituzioni internazionali'".

Questo potrebbe "minare la loro legittimità, promuovendo al contempo i propri valori, principi e l'ideologia di fatto dello Stato". Applicato alla CSI, come ha appena avvertito Bortnikov, questo "Santo Graal della guerra ibrida" verrà molto probabilmente utilizzato come arma per promuovere il panturchismo tra i membri della CSI dell'"Organizzazione degli Stati Turchi" (OTS), guidata dai turchi, che oltre all'Azerbaigian comprende anche Kazakistan e Kirghizistan, alleati della Russia nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). L'obiettivo immediato potrebbe essere quello di "far loro dimenticare la storia condivisa" con la Russia.

L'obiettivo secondario potrebbe quindi essere quello di indurre il Kazakistan a "disertare" dalla CSTO, incoraggiato com'è dal nuovo corridoio logistico militare della NATO verso la regione, le cui conseguenze strategiche anti-russe sono state qui messe in guardia, prima dell'obiettivo finale di riaccendere i processi di "balcanizzazione" all'interno della Russia. Questo scenario oscuro è stato elaborato qui e riguarda l'utilizzo come arma dell'autoproclamazione del Kazakistan come successore dell'Orda d'Oro per innescare insurrezioni musulmane laiche nelle regioni interessate.

È possibile che il progetto della Data Valley kazaka, in una delle sue regioni di confine con la Russia, che una volta completato sarà il più grande dell'Asia centrale, possa essere strumentalizzato dall'Occidente per promuovere questi tre obiettivi interconnessi, seguendo il modello inaugurato dal centro dati per l'intelligenza artificiale americano in Armenia. Come recentemente avvertito, il ritardo nell'attuazione della Dottrina Monroe russa verso sud "rischia di dare alla NATO il potere di ricattare la Russia, minacciandola di una guerra su vasta scala lungo tutta la sua periferia meridionale".


(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)

Scontro totale all'AIEA, l'ira dell'Iran contro Usa ed Europa: "Risoluzione provocatoria"

 

La missione iraniana presso l'AIEA ha respinto con fermezza la bozza di risoluzione presentata dalla troika europea e dagli Stati Uniti, definendola "inutile, politica e provocatoria".

La denuncia è arrivata martedì direttamente dalla delegazione della Repubblica Islamica dell'Iran, attraverso un documento informale distribuito ai membri del Consiglio dei governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), in vista del possibile voto sul testo contro Teheran.

Il contenuto della risoluzione e il voto imminente

Il documento in questione è stato depositato lunedì sera presso la segreteria del Consiglio dei governatori. Sostenuto da Regno Unito, Francia e Germania, il testo chiede che l'Iran fornisca chiarimenti formali all'agenzia sul destino dei siti nucleari bombardati e sull'uranio arricchito stoccato in quegli impianti. La bozza potrebbe essere messa ai voti già mercoledì, durante la riunione trimestrale del Consiglio.

La delegazione iraniana ha esortato gli Stati membri dell'AIEA alla massima cautela, avvertendo che la risoluzione è dettata da logiche puramente politiche e non tecniche. Secondo Teheran, la proposta ignora deliberatamente l'attuale contesto di sicurezza provocato dai recenti attacchi contro le infrastrutture nucleari del Paese, offrendo una visione del tutto distorta degli eventi.

L'affondo di Teheran: "Un precedente pericoloso per i Paesi in via di sviluppo"

Nel documento si legge che alcuni attori internazionali starebbero ostacolando la normalizzazione del dossier, impedendo che il programma nucleare pacifico iraniano venga valutato secondo criteri standard, tecnici e depoliticizzati. L'Iran ha avvertito che questa tendenza fa parte di una strategia più ampia, un precedente pericoloso che in futuro potrebbe colpire anche altri Paesi in via di sviluppo desiderosi di accedere in modo indipendente alle tecnologie nucleari per scopi pacifici.

Il nodo delle ispezioni e le accuse a Washington

Inoltre, la delegazione ha sottolineato come lo stesso rapporto del Direttore Generale dell'AIEA riconosca che le attuali criticità siano una conseguenza diretta delle azioni militari subite dall'Iran. A questo proposito, Teheran ha precisato che la sospensione di alcune attività di verifica non è stata una scelta unilaterale iraniana, bensì una misura di sicurezza eccezionale adottata dalla stessa AIEA, che per motivi di sicurezza aveva ritirato tutti i propri ispettori dal Paese fino alla fine di giugno 2025.

La bozza occidentale è stata quindi criticata per aver descritto la situazione come se le condizioni fossero di assoluta normalità, omettendo i raid subiti dagli impianti. L'Iran accusa direttamente il Paese promotore della risoluzione di essere il responsabile della crisi a causa dei suoi attacchi militari, e sostiene che Washington stia ora strumentalizzando le conseguenze di quei bombardamenti per lanciare nuove accuse in seno al Consiglio.

Il rifiuto delle condizioni occidentali

Al contrario, la delegazione iraniana evidenzia che il rapporto del Direttore Generale Rafael Grossi conferma la cooperazione in corso: grazie alla buona volontà di Teheran, le ispezioni sono riprese regolarmente in tutte le strutture non colpite dai raid. L'omissione di questi dettagli dimostrerebbe la natura selettiva e politica dell'iniziativa.

Infine, l'Iran respinge la narrativa del testo occidentale che, pur parlando di "soluzione diplomatica", attribuisce interamente le tensioni alle attività di Teheran, esigendo un ritorno ai negoziati "seri e senza precondizioni". La Repubblica Islamica ribalta l'accusa, indicando che l'escalation attuale è il risultato di due ondate di aggressioni senza precedenti da parte di Stati Uniti e Israele. Teheran, riaffermando di aver sempre negoziato in buona fede, ha concluso accusando gli Stati Uniti di usare il dialogo come un inganno per coprire successive azioni ostili, minando così la credibilità e l'indipendenza dell'intera AIEA.

"Bodies of Evidence": l'inchiesta di Al Jazeera sullo stupro come arma di guerra di Israele a Gaza

 

Attenzione: Questo articolo contiene descrizioni di violenze sessuali e torture che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori.

Secondo un'inchiesta giornalistica di Al Jazeera, intitolata "Bodies of Evidence: Israel's Darkest Weapon", l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso diffuso e sistematico dello stupro e della tortura sessuale contro i prigionieri palestinesi. Le conclusioni del reportage coincidono con quanto denunciato dai giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), dalle Nazioni Unite, dalla relatrice speciale per i territori occupati Francesca Albanese e da organizzazioni per i diritti umani come il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e Euro-Med Human Rights Monitor.

Le testimonianze dei sopravvissuti

I giornalisti di Al Jazeera hanno raccolto le testimonianze dettagliate di diversi ex prigionieri. Tra questi c'è Muhammad al-Bakri, un funzionario pubblico di Gaza, che ricorda con precisione il 10 aprile 2024, giorno della festività di Eid al-Fitr. Arrestato un mese prima, al-Bakri era già stato sottoposto a percosse e privazioni. Quel giorno, insieme ad altri sette prigionieri, è stato spogliato, bendato, ammanettato e abusato dai soldati.

"Gridavamo: 'Oh Signore, oh Dio', ma loro ridevano e ci filmavano", ha raccontato al-Bakri, confermando inoltre che le guardie aizzavano i cani da guardia affinché attaccassero i prigionieri durante le violenze. "Non c'era pietà. È durato tutto per circa venti o trenta metri. Poi ci hanno ordinato di rivestirci e ci hanno riportati in cella".

Una sorte analoga è toccata a Job, un operaio di Gaza e padre di famiglia, arrestato e interrogato su presunti legami con l'attacco del 7 ottobre 2023, di cui non sapeva nulla. Job ha riferito ad Al Jazeera di essere stato immobilizzato a terra da alcune soldatesse che lo hanno abusato utilizzando oggetti artificiali, mentre gli altri militari presenti applaudivano e filmavano la scena. Durante le detenzioni, i prigionieri venivano privati della propria identità e contrassegnati solo da numeri.

Il contesto e l'escalation dopo il 7 ottobre

Sebbene le accuse di abusi nelle carceri israeliane abbiano radici decennali, il reportage evidenzia come le violenze abbiano subito un'impennata dopo l'inizio delle operazioni militari a Gaza nell'ottobre 2023. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo 2025 ha evidenziato prove di violenze sessuali e di genere "sistematiche", portando all'inserimento di Israele nella "lista nera delle Nazioni Unite sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto".

L'intento di tali pratiche, come spiegato da Francesca Albanese ai microfoni di Al Jazeera, va oltre l'infliggere dolore fisico: punta a distruggere psicologicamente la vittima e la sua capacità di ricostruire la propria intimità. "La brutalità ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in una pura dinamica di vendetta", ha affermato la relatrice ONU, descrivendo l'uso ricorrente di oggetti, barre di metallo e scariche elettriche.

La disumanizzazione e il clima di impunità

L'inchiesta analizza anche i fattori culturali e politici che alimentano questi abusi. Esperti come il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani e organizzazioni come B'Tselem spiegano che ampi settori della società israeliana sono condizionati a considerare i palestinesi come individui non meritevoli di diritti umani. Dichiarazioni pubbliche di leader politici – tra cui l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che definì gli avversari "animali umani", o il presidente Isaac Herzog, che ha attribuito la responsabilità del 7 ottobre all'intera popolazione di Gaza – hanno contribuito a sdoganare la violenza collettiva.

Sul fronte giudiziario prevale l'impunità. Nonostante le indagini internazionali vengano ostacolate dalle autorità israeliane, nel luglio 2024 la diffusione di un video riguardante lo stupro di un detenuto nel campo di Sde Teiman aveva portato all'arresto di 10 agenti. Tuttavia, le proteste dell'estrema destra e il sostegno di alcuni parlamentari hanno spinto le autorità a far cadere ogni accusa. Al contrario, l'ufficiale donna sospettata di aver diffuso il filmato è stata arrestata, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito la fuga di notizie come "il più grave danno di pubbliche relazioni" per il Paese dalla sua fondazione. Perfino alla Knesset, il deputato del Likud Hanoch Milwidsky ha difeso pubblicamente la legittimità delle violenze contro i detenuti ritenuti membri di Hamas.

Il quadro giuridico internazionale

Triestino Mariniello, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale delle vittime di Gaza presso la Corte Penale Internazionale, ha chiarito ad Al Jazeera la rilevanza giuridica di queste prove:

"Se gli atti isolati costituiscono crimini di guerra, quando sono organizzati, diffusi e perpetrati all'interno di strutture statali senza che i responsabili vengano perseguiti, si configurano come crimini contro l'umanità, svelando l'esistenza di una precisa politica istituzionale".

Nonostante il cessate il fuoco formale imposto nell'ottobre 2025 dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, gli osservatori internazionali rilevano che le violenze e le operazioni di sfollamento forzato continuano a colpire la Cisgiordania e Gaza. Come concluso da Francesca Albanese, l'impatto di una simile violenza sistematica equivale a un tentativo di "distruggere un popolo in quanto tale".

Has Xi Jinping’s North Korea visit helped cement China’s vital role?

Chinese President Xi Jinping’s visit to North Korea may have helped cement China’s “indispensable” role in ensuring regional stability and highlighted its importance to his host’s economy, analysts said. The Chinese president wrapped up his visit on Tuesday afternoon after reaching what he said was a “critical consensus” with North Korean leader Kim Jong-un. Xi told a lunch at the Kumsusan State Guest House that he was ready to work with Kim to to “jointly guide China-North Korea relations...

Per Matteo Fantuzzi

9 Giugno 2026 ore 16:02
Dopo una malattia che lo tormentava da diverso tempo, è morto oggi Matteo Fantuzzi (1979-2026), poeta e amico di molti di noi. Lo ricordiamo e lo salutiamo con grande tristezza, riproponendo il contributo che l’anno scorso scrisse per la rubrica “Autenticità e poesia contemporanea” curata da Maria Borio e Laura Di Corcia. Addio, Matteo.   …

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ZTL, Italia fuori scala in Europa: oltre metà delle limitazioni è nelle nostre città

9 Giugno 2026 ore 15:59
Mobilità privata e urbanizzazione crescente. Serve una bussola per tenere conto sia di un processo irreversibile si prevede che due terzi della popolazione mondiale vivrà in città entro il 2050 - sia delle esigenze ambientali, economiche e sociali legate al fenomeno. Prova a dare qualche indicazione la ricerca presentata a Roma Auto e Città, oltre il divieto dell'Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, con cui si scopre anche che l'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di Zone a Traffico Limitato (ZTL) e conta più della metà delle limitazioni alla circolazione registrate in Europa. La proposta per un portale unico nazionale In Italia mancano coordinamento e criteri stabiliti a livello centrale, come invece avviene in Francia, Spagna o nella Germania federale. La proposta di Fabio Orecchini, Direttore Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, è concreta: Servono degli standard attraverso un intervento statale e serve l'attivazione di un portale unico nazionale che raccolga tutti i provvedimenti adottati localmente e che consenta alle auto sempre più connesse e digitalizzate in arrivo sul mercato di accedere in tempo reale alla normativa in vigore in ogni città. Il primato italiano delle ZTL in Europa Secondo lo studio della Luiss, su circa 500 ZTL attive in Europa, ben 446 si trovano in Italia. Più in generale, il nostro Paese concentra 485 misure di limitazione dell'accesso tra ZTL, Low Emission Zone (LEZ) e sistemi di congestion charge oltre la metà del totale europeo (56,2%) che ammonta a 863 interventi. Le ZTL, che qualcuno vede come il diavolo senza esserlo, sono uno degli strumenti a disposizione dei Comuni per regolare la mobilità urbana, limitando l'ingresso di veicoli nei centri urbani per meglio tutelare patrimonio artistico e salute. Diverso è il caso delle LEZ, si legge ancora nella ricerca, pensate per ridurre l'inquinamento attraverso restrizioni selettive basate sulle tecnologie di trazione. In Europa si contano 338 LEZ: la Spagna è in testa con 82 zone attive, seguita da Francia (63), Germania (57) e Paesi Bassi (40). L'Italia, con 37 LEZ, si colloca al quinto posto, e di nuovo con un sistema fortemente disomogeneo. L'efficacia delle misure e l'impatto sociale La ricerca sottolinea come l'analisi di 25 studi internazionali confermi l'efficacia delle misure di regolazione degli accessi. LEZ e congestion charge producono, nella maggior parte dei casi, una riduzione delle emissioni e del traffico, un miglioramento della qualità dell'aria e un incremento del valore immobiliare nelle aree interessate. Così come, secondo studi indipendenti, pedonalizzazioni di aree urbane e Zone 30 migliorano in molti casi attrattività economica e vivibilità urbana. Merito della ricerca è non nascondere i possibili effetti sociali di tutte queste misure: Le restrizioni alla circolazione possono infatti generare nuove disuguaglianze, penalizzando in particolare le fasce di popolazione maggiormente esposte alla svalutazione dei veicoli datati e con minore capacità di sostituire quelli più inquinanti.

[2026-06-10] CENA BELLAVITA ANNULLATA @ Mezcal Squat

10 Giugno 2026 ore 12:41

CENA BELLAVITA ANNULLATA

Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 10 giugno 18:00)
AUTOPRODUZIONI MEZCALINE - ADESIVI SERIGRAFICI

CENA BELLAVITA ANNULLATA !

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Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.

SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!

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COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT

BUS : 33 - CP1 - 76

TRENO : FERMATA COLLEGNO

METRO : FERMI

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NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI

Eternit abbandonato sul Romito: intervengono gli Ispettori Ambientali

9 Giugno 2026 ore 15:19

La Polizia Municipale avvia le indagini per risalire all’autore dello scempio prefigurandosi un reato di natura penale

Non potevano certamente passare inosservati agli operatori di AAMPS/Retiambiente due “big bag” in polietilene di grosse dimensioni contenenti materiale di risulta da lavorazioni edili abbandonati nelle ore notturne accanto ad un cassonetto stradale per la raccolta dei rifiuti in località Le Vaschette sul Romito a ridosso della scogliera.

Sul posto sono prontamente intervenuti gli Ispettori Ambientali che, prima di nastrare il materiale rinvenuto per impedirne il contatto con i passanti, hanno constatato che in buona parte si tratta di eternit e, quindi, di un rifiuto speciale-pericoloso.
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L’abbandono è stato segnalato alla Polizia Municipale che ha avviato le indagini per risalire all’autore prefigurandosi un reato di natura penale ai sensi del D.L. n. 105 del 2023.  Il materiale verrà poi rimosso da una ditta specializzata nel trattamento di tale tipologia di rifiuti allertata da AAMPS/Retiambiente.
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Per le segnalazioni a contrasto del degrado urbano: segnalali@comune.livorno.it
Per le segnalazioni sugli abbandoni dei rifiuti: centraleoperativapm@comune.livorno.it; ispettori@aamps.livorno.it, info@aamps.livorno.it; numero verde 800-031.266, pagine facebook/instagram “Aamps Livorno”.

L'articolo Eternit abbandonato sul Romito: intervengono gli Ispettori Ambientali proviene da Aamps Livorno.

GWM Ora 5 arriva in Italia: da 26.950 euro con tre motorizzazioni

9 Giugno 2026 ore 14:50
Great Wall ha aperto gli ordini della crossover media Ora 5, che abbiamo già avuto la possibilità di guidare nelle scorse settimane. Questo modello è il primo ad arrivare in Italia: nei prossimi mesi sarà la volta delle SUV H7 e Jolion Max, seguite dal fuoristrada Tank 300 e dal pick-up Alpha Cannon. La Ora 5 è disponibile con motori termici, full hybrid ed elettrici, in due allestimenti, con un listino che parte da 26.950 euro. La scheda tecnica La GWM Ora 5 è una crossover lunga 4.471 mm, larga 1.833, alta 1.641 e con un passo di 2.720 mm. Il bagagliaio ha una capacità di 422 litri (390 per l'ibrida), che diventano 1.120 (1.088) abbassando gli schienali della seconda fila. La versione a benzina monta un 1.5 da 160 CV e 270 Nm abbinato a un doppia frizione a sette rapporti, che accelera da 0 a 100 km/h in 9,3 secondi e raggiunge i 190 km/h. La full hybrid - con la stessa unità a benzina - ha una potenza combinata di 223 CV e 476 Nm di coppia, copre lo 0-100 in 7,7 secondi e arriva a 185 km/h. L'elettrica ha un motore da 150 kW (204 CV) e 260 Nm, 0-100 in 7,7 secondi e 170 km/h di velocità massima. La batteria Lfp ha una capacità di 58,3 kWh, per un'autonomia dichiarata di 435 km (603 in città). Dotazione e optional della Ora 5 Di serie per tutta la gamma fari a LED davanti e dietro, sensori luce e pioggia, cerchi da 18", mancorrenti al tetto, griglia anteriore attiva, quadro strumenti da 10,25" e infotainment da 14,6" con Apple CarPlay e Android Auto, sedili anteriori riscaldati, climatizzatore automatico (con pompa di calore per la BEV, che ha anche la funzione V2L), guida assistita di livello 2 con monitoraggio dell'angolo cieco. La Premium aggiunge i retrovisori ripiegabili elettricamente, il portellone elettrico, l'impianto stereo da 9 altoparlanti, la piastra di ricarica da 50 W per gli smartphone, i rivestimenti in similpelle, i sedili anteriori ventilati (lato guida con memoria), il volante riscaldato, le luci ambientali, il tetto panoramico e i vetri posteriori oscurati. Di serie, la Ora 5 è in Blu Lago pastello, ma su richiesta si può avere in Nero Abissale, Bianco Aurora, Verde Boreale, Grigio Metropoli (600 euro) o Grigio Matt (1.000 euro). Gli interni sono in colore grigio per la Origin, in alternativa in bianco avorio sulla Premium. I prezzi della GWM Ora 5 Ora 5 1.5 160 CV Origin: 26.950 euroOra 5 1.5 160 CV Premium: 28.950 euroOra 5 1.5 223 CV Origin Hi2: 28.600 euroOra 5 1.5 223 CV Premium Hi2: 30.600 euroOra 5 1.5 205 CV Origin EV: 36.000 euroOra 5 1.5 205 CV Premium EV: 38.000 euro

Jeep richiama 1,3 milioni di Wrangler e Gladiator: rischio incendio

9 Giugno 2026 ore 14:31
Jeep ha avviato un maxi richiamo che coinvolge le Wrangler e le Gladiator prodotte dal Model Year 2021 al Model Year 2025. Si tratta di 1,076 milioni di veicoli negli Stati Uniti, 106.258 in Canada, 23.704 in Messico e 124.297 nel resto del mondo, inclusa quindi anche l'Europa. Nessun incidente Il problema riguarda un connettore elettrico del servosterzo potenzialmente difettoso, che potrebbe provocare surriscaldamenti fino a generare un principio di incendio. Non risultano però incidenti o vittime direttamente collegati alla criticità.La Casa ha già informato i clienti, raccomandando di non parcheggiare i veicoli vicino a edifici o ad altre auto fino alla sostituzione del componente. L'obiettivo è completare gli interventi entro luglio, almeno negli Stati Uniti.

[Framadate] Affichage des votes si seul l’admin peut les voir

Bonjour à vous et merci pour votre travail.

[Edit] ma question ne semble plus pertinente: je me suis rendu compte qu’en choisissant d’aller sur la page du sondage (et non celle d’admin), je peux voir les résultats des votes groupés.

Par contre n’est-ce pas la page que verront aussi les votants (ce n’est pas souhaité qu’ils voient les résultats….) ?

____________

Utilisateur de longue date, j’ai créé un sondage classique avec Framadate Beta et j’ai modifié les réglages afin que seul l’administrateur puisse voir les votes.

Je m’attendais à pouvoir voir tous les votes d’un coup, comme sur un sondage dont les résultats sont accessibles aux votants. Cependant je ne vois que la liste des personnes ayant déjà voté et je suis obligé d’ouvrir chaque vote en cliquant sur “modifier” afin de voir chaque résultat ….

N’est-il pas possible dans ce cas (seul l’admin peut voir les votes) de voir un tableau avec tous les votes sans devoir les ouvrir un après l’autre, ce qui est laborieux?

Matériel: iPad Pro et iPhone avec dernières mises à jour

Merci d’avance pour vos réponses!

6 messages - 2 participant(e)s

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Is Offensive Security Keeping Up with the Latest Cyber Attacks?

9 Giugno 2026 ore 14:20

Security is not a point-in-time exercise. It’s a cycle of testing, fixing, and starting over. Organisations that treat it as anything less quickly fall behind.

In the last decade, we’ve seen how offensive security practices such as penetration testing, combined with follow-up patching and mitigation strategies, have significantly strengthened defences. For instance, Active Directory hardening, EDR solutions, and endpoint security have evolved considerably thanks to insights from attack simulations.

Repeated internal testing followed by corrective actions will help reduce misconfigurations, close or reduce privilege gaps, and ultimately shrink the overall attack surface. A positive outcome of defensive maturity is that attackers often now have to spend more effort to execute a successful attack.

Modern Attackers Have an Easy Entry

Many significant attacks in 2025 didn’t rely on basic exploit methods alone to reach their end goal. Multiple techniques, including social engineering, MFA fatigue, misconfigured cloud services, token abuse, and trusted third-party access were also used to enable lateral movement.

For instance, Salesforce suffered a breach related to SalesLoft-Drift SaaS, now considered the largest SaaS supply chain breach in history. ShinyHunters/UNC6395, started with the exploitation of a vulnerability in an integration point between Drift and Salesforce. Once inside, attackers were able to get oAuth tokens and refresh tokens for hundreds of companies globally.

And, an attack against Marks & Spencer was one of a number of attacks on major UK retail outlets. The attack happened when malefactors used social engineering tactics and compromised third-party access to trick the retailer’s service desk employees into resetting their own user ID and password for the company’s internal systems.

As attackers evolve to incorporate varying techniques to reach their end goal, the security industry must continue to do the same.

Real Attackers Don’t Respect Security Silos

Whether mass exploitation or a targeted attack, the bad guys are often patient, taking their time to understand the victim’s environment before trying to break in. Stronger defences have the ability to delay or even thwart these attempts, many of which exist because offensive security exposed where defences were weakest, pointing out how attackers might get in, where their controls could fail, and how small issues together can add up to major risks.

Because offensive security is an ecosystem rather than a single activity, network, cloud, identity, and email attack paths all intersect. If you only test one of these environments in isolation, then you are missing how real attacks happen. A mature offensive security programme reflects this reality by using tooling and expertise to test across environmental and stage-level attacks.

As a result, an organisation’s offensive security suite should consist of a full-scale array of tools and services that help companies conduct proactive assessments of their defensive posture. This is tested using several methods including penetration testing, Red Team engagements, and Adversary Simulation to identify vulnerabilities, verify controls, and enhance an entity’s security posture.

We also now have tools and techniques to simulate AI-assisted attacks, targeted cloud abuse, and advanced phishing scenarios that conventional defences cannot stop. These capabilities extend and augment penetration testing and red teaming by helping teams test situations that were onerous or time-consuming to recreate a few years ago.

Change as the Main Goal of Testing

Offensive security is often misunderstood as purely a vulnerability-finding exercise. In practice, its value lies in context.

Penetration testing and adversary simulation provide real-world evidence of how vulnerabilities can impact a company’s overall resilience by showing whether segmentation can prevent an attacker from moving around the network, whether endpoint controls will slow them down, and whether or not the alerts will get to the right person at the right time. The insights from these tests can directly influence changes to network architectures, configurations for endpoints, and identity strategies.

Testing is only valuable as offensive security though if the results are used to create actionable recommendations that result in actual change. These fixes must, in turn, be tested to ensure they are effective. This very feedback loop converts testing into a resilient process.

A Human – Machine Balance

Today’s adversaries use a combination of automation and human insight. Examples of this include using AI to create phishing content, automated scanning and reconnaissance techniques, as well as scripted methods to exploit vulnerabilities. All of these are coordinated and controlled by a person who can assess and adjust the course if one method fails.

This is why defenders must operate similarly.

Most modern attacks are successful due to human factors. A hasty decision, a missed configuration change, or a patch applied too late. Offensive security has strengthened technical controls to the point that people are now the simplest way into a business.

This means there needs to be a balance between automation and human intelligence. Automation can provide rapid scale and consistency, while human expertise provides intuitive reasoning, creative problem solving, and a level of critical thinking and judgment.

Effective offensive security programmes will always use automation to rapidly evaluate large volumes of data and identify potential vulnerabilities and areas of risk and will use human expertise to analyse and understand the results from these evaluations, examine the edge cases, and see through the eyes of a bad actor.

Closing the Loop

Offensive security doesn’t work on its own. It should be part of the defence-in-depth strategy together with security awareness and detection and response.

Threat intelligence proves priority. Knowing that a vulnerability has been identified is helpful, but realising it’s being exploited changes priority. Training employees limits repeated exposures to common attack vectors, while an automated response facilitates immediate actions when required.

Organisations that use offensive security demonstrate maturity and improve their overall security posture by integrating these solutions into their broader security operations and shifting from being reactive to continuously improving.

So, Is Offensive Security Keeping Pace?

Yes, but again, not all by itself.

Offensive security has matured substantially. Threat actors are using more sophisticated and realistic tactics, tools have improved in capability, and the insights these solutions provide are more actionable than ever.

Properly implemented, it can keep pace with attackers as they hone their craft. There is no silver bullet, so the solutions that gain your trust will be those that can be incorporated into a disciplined process of testing, learning, and adapting.

Offensive security is most effective when used from the outset, as a catalyst that leads to better decision-making, more effective controls, and quicker responses.

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Nuova Audi Q7, ibrida diesel e anche a sei posti: la terza serie cambia così - VIDEO

9 Giugno 2026 ore 14:00
Venti e passa anni di carriera, ma siamo solo alla terza generazione. In questa nuova fase, l'Audi Q7 evolve sotto ogni punto di vista: ora è più alta, ha un abitacolo per la prima volta anche a 6 posti (fino a 7) e adotta la piattaforma Ppc (Premium Platform Combustion), che apre al mild hybrid rinforzato, alla doppia sovralimentazione e a nuove motorizzazioni elettrificate già introdotte su altri modelli della gamma dei quattro anelli (come l'A6). In concessionaria a settembre, la SUV full size esordisce con il diesel 3.0 da 245 o 299 CV e prezzi a partire da 87.150 euro. Seguiranno, nella prima metà del 2027, varianti plug-in hybrid e una mild hybrid benzina. Dimensioni e stile: è più alta e muscolare Lunga 5,06 metri, cioè sostanzialmente quanto la generazione uscente, la Q7 cresce in altezza di qualche centimetro, raggiungendo quota 1,78 metri. La maggiore statura, sottolineata dal montante D insieme a un frontale più verticale grazie al single frame rialzato, genera una postura più imponente. All'interno aumentano i centimetri a disposizione per testa e spalle dei passeggeri, soprattutto nelle file posteriori.I passaruota pronunciati enfatizzano la presenza su strada, richiamando visivamente la trazione integrale quattro, di serie. Oltre a essere più precisi e ricchi di funzioni, i fari digitali Matrix LED sfruttano la tecnologia micro-LED, disegnando una firma luminosa più sottile e incisiva. Interni, cresce il bagagliaio e triplica lo schema: a 5, 6 o 7 posti Non cambia il passo, ancora di tre metri, ma debutta un'inedita configurazione a 6 posti, con corridoio tra i due sedili centrali (in formato poltrona). I clienti possono scegliere tra cinque, sei o sette posti, con effetto lounge nello schema 2-2-2.Le versioni a cinque o sette posti permettono inoltre di installare in seconda fila fino a tre seggiolini affiancati, soluzione ancora poco diffusa.L'accesso alla terza fila è facilitato dalla funzione comfort entry, che fa avanzare e reclinare automaticamente la seconda fila. I sedili centrali sono regolabili singolarmente sia longitudinalmente sia nell'inclinazione e possono essere reclinati (tramite pulsanti sul montante C o infotainment) anche in presenza di seggiolini.Tra gli optional spicca il tetto panoramico elettrocromatico con trasparenza adattiva, illuminato da micro-LED integrati nella superficie vetrata. Quanto al bagagliaio, la SUV di Audi dichiara una capacità di carico elevata: da 670 a 2.075 litri nella versione a cinque posti e da 581 fino a 1.980 litri in quella a sette posti. Numeri in crescita rispetto alla generazione precedente. Nell'infotainment c'è ChatGPT, il cambio "trasloca" Materiali e finiture offrono un ampio grado di personalizzazione, con opzioni come rivestimenti in lana di alpaca e inserti in legno o carbonio. La plancia schiera di serie tre schermi: un cockpit da 12,3 pollici, un infotainment centrale da 14,5'' e lo schermo per il passeggero.L'anima del sistema multimediale è Android Automotive, supportato da comandi vocali con ChatGPT integrata.Dal punto di vista ergonomico cambia la disposizione dei comandi. Il selettore di marcia trasloca sul piantone dello sterzo, liberando spazio nella console centrale, ora dotata di ricarica wireless fino a 100 W. Motori: si parte col V6 diesel, ibrido e con doppia sovralimentazione Al lancio, la gamma include due versioni del V6 3.0 TDI con cambio tiptronic, da 245 CV e 500 Nm e da 299 CV e 630 Nm. Entrambe adottano il sistema mild hybrid a 48 Volt composto da powertrain generator (PTG) e batteria LFP da 1,7 kWh, capace di fornire fino a 24 CV e 370 Nm aggiuntivi (140 Nm in più rispetto a quanto visto su A5, Q5 e A6).Al PTG si affianca l'alternatore-starter a cinghia, responsabile dell'avviamento del motore termico e della gestione dell'energia.Il sistema mild hybrid lavora insieme alla doppia sovralimentazione: oltre al turbocompressore tradizionale, è presente un compressore elettrico capace di raggiungere 90.000 giri/min in 250 millisecondi, eliminando il turbo lag e garantendo una risposta immediata ai bassi regimi.In prospettiva arriveranno versioni plug-in hybrid su base V6 benzina, oltre a una variante mild hybrid a benzina. Sospensioni: standard o pneumatiche, anche sportive Per migliorare la dinamica sono disponibili le quattro ruote sterzanti e le sospensioni pneumatiche adattive (optional), proposte anche in configurazione sportiva (con assetto ribassato di 3 cm rispetto allo standard). Con le pneumatiche, la Q7 alza e abbassa l'assetto in base alle condizioni: in off-road fino a +45 mm (modalità lift), mentre in autostrada si abbassa fino a 30 mm.Quando si accede all'abitacolo o si caricano le valigie, il retrotreno abbassa la soglia di carico fino a 62 mm rispetto allo standard. Sicurezza: debuttano le frecce proiettate al suolo, si evolvono gli Adas Con la nuova Q7, Audi introduce un'anteprima a beneficio della sicurezza di pedoni e ciclisti: indicatori di direzione dinamici che proiettano le frecce al suolo, migliorando la visibilità in notturna. La proiezione avviene simultaneamente al lampeggio dei gruppi ottici.Sul fronte ADAS spiccano l'emergency assist evoluto, in grado di guidare automaticamente l'auto in corsia d'emergenza fino all'arresto, e l'assistenza al parcheggio che consente di insegnare fino a cinque manovre. In presenza di un vicolo cieco, il sistema di retromarcia memorizza gli ultimi 50 metri percorsi e arretra autonomamente fino a 10 km/h.

US Chagos talks confirmed amid concerns over China’s expanding naval ambitions

US President Donald Trump’s administration is holding regular high-level discussions with Britain to secure the long-term future of the strategically important Diego Garcia military base in the Indian Ocean, a US official has told the South China Morning Post. The confirmation comes amid reports that the White House is actively considering buying the Chagos Islands – host to a strategically important joint US-British military facility – amid concerns over China’s expanding naval ambitions in the...

China debate reaches fever pitch in Brussels as EU’s crunch fortnight kicks off

A frenzied fortnight of EU policymaking on China kicked off on Tuesday, amid signs that big member states may be willing to take a tougher stance on trade despite huge pressure from Beijing. Beijing’s commerce vice-minister, Ling Ji, was set to meet with new EU trade director Ditte Juul Jorgensen in Brussels and have talks with Chinese businesses in the Belgian capital before heading to forums in Berlin and Dusseldorf. At the same time, EU diplomats began preparations for next week’s blockbuster...

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9 Giugno 2026 ore 13:00

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He Profits Off Raw Milk That’s Making People Sick. The Government Isn’t Stopping Him.

9 Giugno 2026 ore 13:00
An older man wearing a baseball cap and a black Raw Farm hoodie stands with his hands in his pockets in a foggy, grassy field. Two black cows stand in the background to his right.
Mark McAfee, CEO and founder of Raw Farm Sarahbeth Maney for ProPublica

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A white Ford pickup truck broke through a thick curtain of fog one morning in February, winding its way down a muddy farm road in California’s Central Valley. From it emerged a 64-year-old dairyman, burly and tan, who left the engine running as he lumbered toward me with open arms. 

“You must be Mark,” I said, warning him I wasn’t one for hugging. 

“I’m a hugger,” he said, pulling me in anyway. “I feel like I’ve known you for a lifetime.”

I had spent the past couple of weeks corresponding with Raw Farm founder Mark McAfee, who’d filled my inbox with messages and PowerPoints extolling the virtues of his most important, and controversial, product:

It is delicious.

It makes you feel good (the gut-brain serotonin and dopamine cycle).

It’s great for asthma and literally saves lives.

He was talking about raw milk, which, if you trust 150 years of bedrock science, offers little reason to consume. By definition, it has not been pasteurized, the simple process of heating milk to kill off harmful bacteria. Before the practice was widely adopted a century ago, thousands of babies died each year from illnesses linked to contaminated dairy. Today, most scientists and health experts agree that raw milk has no significant, proven nutritional benefits over its sanitized counterpart, cannot treat or cure disease and subjects its consumers to over 100 times the risk of foodborne illness, which can be especially dangerous for young children.

And yet, McAfee’s farm, the largest raw-milk dairy in the country, is pulling in about $30 million a year, meeting a growing demand from customers who say they want food that hasn’t been robbed of health benefits by industrial processing. Once drawing a fringe crowd, raw milk has been thrust into the mainstream in recent years by a potent mix of politics, wellness culture and a wave of suspicion that health institutions have been compromised by Big Pharma and Big Food. Its proponents have turned it into a symbol of freedom and defiance. More than 10 million Americans now drink it; national weekly sales rose by 65% from 2023 to 2024 alone.

Raw milk’s success confounded me: How had it gained such a foothold in this country, despite regular outbreaks of salmonella and E. coli, and even the discovery of bird flu in Raw Farm’s milk? More pressing still, what was the government doing to protect the public amid demands for products that scientists warn are risky, even deadly? Speaking with McAfee seemed like a good place to start; federal and state regulators had linked his business to more than a dozen recalls and outbreaks that had left hundreds of people ill.

“I’ve put a couple kids in the hospital, and they have been sick, but they recovered,” McAfee acknowledged before my visit. “But here’s the thing: I’m a pioneer. And I’m going against the grain here. I’m climbing a mountain they say you can’t climb.”

An older man wearing a baseball cap leaning on a wooden railing, looking out over a foggy, grassy field. Several cows stand in the distance. A sign on the railing reads, “So fresh. So clean.”
Sarahbeth Maney for ProPublica

McAfee isn’t any ordinary farmer. He is a raw-milk zealot who has escaped serious sanctions despite two decades of skirmishes with the Food and Drug Administration and the Department of Justice, which have repeatedly accused him of breaking federal laws and regulations. The Biden administration was on the verge of a crackdown against his farm when President Donald Trump assumed office and turned over leadership of the nation’s health agencies to one of McAfee’s most notable customers. 

The year before he was confirmed as the secretary of the Department of Health and Human Services, Robert F. Kennedy Jr. ran for president, using his campaign platform to decry the government’s “aggressive suppression” of raw milk. In his new role, he said he was “advocating” for it and celebrated the release of a federal report to Make America Healthy Again with a toast of raw-milk shooters in the White House.

For his part, McAfee isn’t just selling Kennedy’s favored milk. He is selling the notion that his dairy products are safe and healthy — for you, your kids, your grandparents — because his farm thoroughly screens its milk for bacteria. 

“They think we’re some kind of a fringe, weird trend, and we are dead serious here,” McAfee said after he greeted me at his farm, which he runs with his adult son and daughter, 20 miles southwest of Fresno. “And you’ll see that in what we’re doing today.”

He led me into a cream-colored bungalow he called his pathogen laboratory, where two workers in lab coats prepared milk samples.

The farm screens each batch for four types of bacteria: salmonella, E. coli, campylobacter and listeria, all of which thrive in the intestines of cattle and can contaminate milk through microscopic flecks of infected feces. The microbes can cause a constellation of symptoms in humans, from vomiting and diarrhea to sepsis, kidney failure and even death.

“We catch these things and divert the milk immediately,” McAfee said of the pathogens. 

I assumed that after diverting batches, the farm discarded them. 

Later that day, I learned otherwise.

“We have a red-flag system here, where if there’s anything that gets really out of whack, they can immediately tag the milk, and it doesn’t go to anything but cheese,” McAfee told me. “Because, you know, cheese is resistant to pathogens.”

Research has shown that raw cheese is not, in fact, resistant to pathogens; while aging can mitigate some risk, harmful bacteria can still survive the usual 60-day maturation process. 

Hearing about the practice took me by surprise — the farm did what with that milk? — so I asked about it again.

McAfee confirmed that milk with pathogens was used to make cheese, except for batches with salmonella, which he said were dumped or sent out for pasteurization. (I later learned the FDA knew he was doing this and had told him to stop two years ago. But no one had alerted the public.) 

“Our cheese is just wildly successful across America,” McAfee said, noting it was sold in hundreds of stores from natural food shops to chains like Sprouts Farmers Market. “H-E-B down in Texas sells 50,000 bucks a week.”

I wondered how long it might take for the cheese to be linked to another outbreak. 

Unbeknownst to me, one was already underway.

A man in a white lab coat and black gloves works in a laboratory setting. He is handling glass flasks containing an amber liquid lined up on a stainless steel countertop. In the background, lab equipment and a refrigeration unit are visible.
A laboratory technician prepares broth to test for pathogens inside a lab at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 1: The Pioneer

In the early 2000s, McAfee was producing pasteurized milk for the dairy group Organic Valley when a raw-milk enthusiast named James Stewart made an unusual request. 

Stewart had founded a private food club in Venice, Los Angeles. Its members included movie stars, “crystal worshippers” and other “fanatical people,” McAfee recalled. They were looking for a steady source of raw milk at a time when consumers were waking up to the risks of food contaminated by additives, fertilizers and pesticides.

“How fast can you drive down here with as much milk as you can?” McAfee recalled Stewart asking.

McAfee, not fully grasping why people would want to drink milk that was unpasteurized, nonetheless went to his silo, filled half-gallon containers and packed them in ice chests. Then, with his wife, he made the long drive south to the L.A. coast.

Dozens of people were waiting for them, McAfee said, launching into a scene that unfolded with a Hollywood sheen. “I couldn’t even get out of the car,” he said. “They’re beating on the windows and opening up the back. … Just mayhem, cheering, excitement, crying.” 

As their $20 bills started flying at him, so did their stories, about how raw milk had healed their health issues, including asthma. The moment transformed him, he said: He realized that he was selling more than just milk — it was “food as medicine.”

Twenty-odd years later, Stewart, too, recalls the moment. “I saw the light go off in his head,” Stewart told me. “He was looking for a way to expand what he was doing and not just be a commercial, pasteurized, homogenized milk provider.” 

McAfee, a third-generation California farmer, was born into a family that had charted an unconventional course. His father, whom McAfee described as both a humanitarian and a rebel, founded multiple farm cooperatives and made national news in 1972, when he helped post bail for activist Angela Davis by putting his land up as collateral. 

McAfee didn’t initially follow in his father’s footsteps. He worked for 16 years as a paramedic before taking the helm of family farmland that his grandparents left behind. The farm grew apples, almonds and alfalfa, and, by 2001, McAfee had expanded into commercial dairy. But his days of producing milk for pasteurization were short-lived; within a few months of meeting Stewart, McAfee converted his dairy to sell only raw milk.

He entered a market on the verge of extraordinary growth. 

California had always permitted raw milk to be sold in stores, but Los Angeles County’s more stringent rules had, in effect, curbed its retail sales. In 2001, food-freedom advocates, including Stewart, successfully petitioned the county to weaken regulations, providing McAfee access to a new pool of customers. That would happen again and again, in state and local governments across America, as the internet, and then social media influencers, drew exponentially more people to the cause. 

Around the time McAfee converted his dairy to raw milk, only 27 states allowed its sale. 

In one way or another, nearly all of them ultimately would.

Many States Allow the Sale of Raw Milk

A consumer could buy raw milk:

A cartogram showing the easiest way a casual consumer can buy raw milk in each state. Raw milk can be purchased from a retail store in Alaska, Maine, New Hampshire, Washington, Idaho, Utah, Pennsylvania, Connecticut, California, West Virginia, Arizona, New Mexico, South Carolina and Arizona. Raw milk can be purchased directly from a farmer in Vermont, Montana, North Dakota, Minnesota, New York, Massachusetts, Oregon, Wyoming, South Dakota, Iowa, Nebraska, Illinois, Delaware, Kansas, Missouri, Oklahoma, Georgia and Texas. Raw milk can be purchased as pet food in Wisconsin, Ohio, New Jersey, Colorado, Indiana, Virginia, Maryland, Kentucky, Tennessee, North Carolina, Louisiana, Alabama and Florida. Raw milk can be purchased with a doctor’s prescription in Rhode Island, or as part of a herd-share program in Michigan, and cannot be purchased at all in Nevada, Hawaii or Mississippi.
Raw milk is available in Michigan only through “herd share” programs, where consumers receive milk after purchasing a partial share of an animal. Other herd-share programs are not shown in this map. Raw goat milk can be purchased in Rhode Island with a doctor’s prescription. Map and research by Alyssa Fowers, special to ProPublica

One thing stood between McAfee and all of that business: a federal regulation restricting the sale of raw milk from one state to another. The 1987 ban had the effect of keeping outbreaks contained, making it easier for local officials to address them. 

But there was a loophole: Raw milk could be sold across state lines if labeled as pet food. 

McAfee saw an opportunity, and he wasn’t subtle about it on the website for his farm, which at the time was called Organic Pastures. The farm “creatively labeled its products for sale outside of California in such a way that it is not illegal,” the site said, and it assured people they could still consume them. Justifying the strategy to an Oregon newspaper, McAfee said in 2005, “I am a revolutionist in this, and I won’t overlook any loophole that will get the milk out there.”

As his raw dairy grew, McAfee portrayed himself as an underdog waging a war against industrialized food. “The giants of the marketplace have processed our food to death to extend shelf life and expand distribution,” he said in a 2006 interview. “The raw milk revolution grows right out of this disorder.” 

Two decades later, he still talks about raw milk with the passion of a convert. He answered even simple questions with lengthy explanations, speaking in a quick, torrential style and snapping his fingers or pinching the air for emphasis. Only later did I realize that much of what sounded spontaneous was a pitch he had been refining in years of promotional interviews and farm tours.

McAfee has professed the benefits of unpasteurized milk in public libraries and chiropractor offices. Raw dairy, his farm has claimed, could cure, treat or prevent myriad diseases and ailments, from diabetes and ear infections to allergies, eczema and arthritis. The farm developed the website icanbreathe.org to promote the so-called Milk Cure for asthma. “Only raw milk works in this natural treatment,” the dairy stated. “Pasteurizing milk kills or changes the natural enzymes, antibodies, and fatty acids that are critical to the physiology of how this works in your body.”

McAfee founded a nonprofit, Raw Milk Institute, in 2011, broadcasting similar claims alongside studies he said support them. While a few European studies he cited observed a correlation between drinking raw milk and lower rates of asthma and allergies, they did not prove raw milk directly led to reduced illness, nor did they recommend its consumption due to pathogenic risk. Experts have suggested the association could likely be explained by the “farm effect,” in which children growing up around animals and agriculture have been shown to have stronger immune systems.

Exhaustive reviews of the published science on raw milk have broadly been unable to substantiate claims of its benefits, and most experts agree that it is neither healthy nor safe to consume. But McAfee said his customers know better. To him, the stories of families who believe raw milk has transformed their health are their own form of evidence, revealing truths that institutions have failed to capture. “If raw milk was a fad or a lie, then why would people repeatedly buy raw milk and then tell the world how they love it,” he said. “Our consumers read their gut and watch their kids thrive.”

He also said the government hasn’t invested enough in research to assess its benefits.

“I’m begging you to say: ‘This is not anti-science, this is extremely pro-science,’” he told me. “It’s using science that is not conveniently accepted yet.”

And for many health-conscious people, this possibility that raw milk may help them — or their loved ones — is often enough for them to try it.

A refrigerator holds multiple plastic containers filled with liquid substances. The labels on the bottles read “raw cream” and “raw kefir.” On the top shelf of the refrigerator are small boxes that read “raw butter.” The refrigerator has text at the top that reads “raw goodness.”
Raw-dairy products are sold at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 2: The First

Mary McGonigle-Martin was shopping in a Southern California grocery store in 2006 when she spotted ads suggesting McAfee’s milk could treat allergies and digestive problems. She thought of her 7-year-old son, Chris, who she suspected was dealing with dairy sensitivity, and later visited McAfee’s website to learn more. She knew the risks of forgoing pasteurization, but the site eased her concerns: It said the farm tested its milk and had never found a single pathogen. 

So she started buying it, and her son started drinking it. And about a month later, he fell gravely ill. What began as a trip to the nearest hospital for bloody diarrhea turned into a race to save his life as his kidneys started to fail. Airlifted to a children’s hospital in Loma Linda, Chris was put in a medically induced coma. He spent nine days on a ventilator and 18 days on dialysis, during which time doctors gave him blood, platelet and plasma transfusions. “He was on the verge of death,” Martin told me. “I had flashes of him being in a casket and being at his funeral.”

Chris had a dangerous strain of E. coli, known as O157:H7, which led to hemolytic uremic syndrome. This rare condition, which mostly impacts children, occurs when bacterial toxins spread throughout the body and damage red blood cells, causing clots in the organs, primarily the kidneys. With quick intervention, most people survive. But it can cause lifelong complications.

While sitting in the intensive care unit, Martin overheard another mother mention her daughter had the same condition. It turned out the young girl had also drank milk from McAfee’s farm. Hoping to intervene before others got sick, the families reported the illnesses to the dairy and the state, which quickly issued a recall and quarantine order, suspending distribution of the farm’s products.

McAfee told me that when he learned of the two sick children, he “wanted to know the truth.” So he took his wife’s Volvo and drove four hours to the hospital. Then, somehow, he found a way into the ICU. “I knew how to get back past security,” he said. “A paramedic can get anywhere, and I sucked up to the nurses.”

Martin told me she was surprised when McAfee introduced himself in the waiting area, but nonetheless she shared details of her son’s ordeal. “I listened to her as compassionately as I could,” McAfee told me. But in his recollection, he observed that Martin’s son was not as critically ill as he’d been led to believe. “He’s eating McDonald’s, watching cartoons, doing just great, and they’re telling the story to the world that he’s ready to die,” claimed McAfee. “I was really upset about that.”

McAfee’s version of events was impossible, Martin told me: When he appeared at the hospital, Chris had just been taken off the ventilator and still struggled to breathe on his own; reams of her contemporaneous notes confirm this. Even after being extubated, he couldn’t have solid food for weeks due to severe pancreatitis. “I was so hungry,” Chris told me. “I started crying because I couldn’t eat.”

When I asked Martin why she thought McAfee gave such a different account of their meeting, her response was simple: “Mark is the master of spin.” (McAfee maintained that his recollection was accurate: “This is not spinning; this is simple truth.”)

An overhead view of an older person’s hands flipping through a stack of documents and photos. Prominently displayed on the left is a printed photograph of a young child in a hospital bed with medical tubes attached.
Mary McGonigle-Martin looks through old articles and documents she has saved. Nearly 20 years ago, her son, Chris, contracted an E. coli infection after consuming unpasteurized milk. Sarahbeth Maney for ProPublica

Six people contracted E. coli during the first outbreak connected to McAfee’s farm, according to federal regulators; their median age was 8. While the outbreak’s specific strain of E. coli was not found in the products, some samples taken by investigators had high bacterial counts, indicating contamination. 

Chris suffered permanent kidney damage. Now 27, he can’t drink alcohol and will spend the rest of his life under a nephrologist’s care because of his elevated risk of chronic kidney disease. 

The illness lingered in other ways, too. “I would have random flashbacks and panic attacks from anything,” he told me. The smell of hospital soap. The sticky feeling of Band-Aids or tape on his skin. His mother found him a trauma counselor, which was “life-changing,” he said, except he still held onto a knot of resentment. Not toward his parents; he views them as victims like him. “Just so much anger towards Mark,” he recently told me. When he later saw McAfee’s milk being sold at a Sprouts, “I wanted to take a bat and smash the entire aisle.”

Martin couldn’t let go either. She hired Bill Marler, a Seattle attorney who specializes in food safety litigation. Alongside the family she met in the hospital, she sued McAfee’s farm in 2008, and the dairy settled for an undisclosed sum. “They couldn’t find the pathogen in our milk,” McAfee told me. “She claims she had it in her milk with her child, and that’s what the insurance company took to settle, and we weren’t going to litigate it.”

Emboldened, Martin, who was a high school guidance counselor, found her second calling as a food safety advocate, testifying against raw-milk-access bills across the country.

Following the settlement, McAfee wrote to Martin to apologize, but also begged her to move on. 

“Mary, please appreciate that so many children thrive and grow very strong on raw milk,” he wrote. “The very remote theoretical risk of illness from tested, retail, approved raw milk is far outweighed by the health and recovery from the illness that children that drink raw milk enjoy.”

Martin appreciated the note, but recognized that even in his seemingly heartfelt apology, McAfee could not adapt his belief system to fit her experience. “He really believed this was like a fluke. It’s not going to happen again,” she said.

Three people — an older man, a younger man and an older woman — sit together on a brown leather couch in a living room, all wearing serious expressions. The older people rest their hands on the younger man’s shoulders.
Tony Martin, left; Chris Martin; and Mary McGonigle-Martin, at their home in Murrieta, California, on March 26 Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 3: The Pathogens

Eager to keep showing me his farm’s serious approach to pathogens, McAfee ushered me into his truck to see the milking of his cows. Raw Farm keeps about 1,400 of them, which produce up to 8,000 gallons a day, each priced at $19. The smell of sweet milk hung in the air, mixed with the earthy musk of manure. 

“We’ll see what kind of music they’re playing this morning up in the milk barn,” he mused. 

“You play music for the milking?” I asked. 

“Mexican music,” he said, as he got behind the wheel. “It’s very Pavlovian. … You start seeing milk coming out of their teats.”

In the open-sided barn, workers sprayed a small herd of cows with a fire hose, removing flies and flecks of manure from their bellies, which were then inspected, coated with iodine and wiped with a towel. The steady pulsing of milking machines mingled with a thumping musical beat as McAfee marched down the rows, pointing to their light pink udders. “Super clean,” he said with pride. 

Hygiene appeared to be a clear priority everywhere we went, from the thick binders of safety plans — “not one of those documents collects dust,” he told me — to the sterile, full-body moon suits workers wear to package milk. 

McAfee said the 2006 outbreak opened his eyes to the risk of his product and was part of the reason he developed standards for unpasteurized dairies. 

But more awareness and better practices didn’t stop McAfee’s customers from continuing to get sick — in 2007, and 2011, and 2012, and 2016 — and the farm had to issue recalls more than half a dozen times after pathogens were found in its products.

And then between 2023 and 2024, regulators linked the farm to one of the largest publicly known raw-dairy outbreaks in decades, with more than 170 people falling ill from salmonella. McAfee disputed his farm’s connection to many of the outbreaks, including this one.

“I call complete crap,” McAfee said, claiming that his farm was not responsible for all the cases. “It was 25, maybe 30.” He also disagreed that the majority of patients were children, as the Centers for Disease Control and Prevention had detailed in a report published last year. “I challenge that data at the fundamental level.”

It was a typical McAfee defense. Throughout our conversation, he never lost his composure, even when discussing outbreaks. Instead, he calmly dismissed the government’s methodology, explaining that it was counting cases of “standard diarrhea,” which he said have “no claims for illness,” as they could be managed with “good hydration and plenty of good bone broths and electrolytes and stuff.” 

He also seized on instances when the government could not identify an outbreak strain in his products, but instead found it in samples of farm water and cow feces or drew ties to his farm using genetic sequencing or interviews with patients — practices epidemiologists routinely rely upon. McAfee held that none of this was smoking-gun proof that his farm directly caused outbreaks. Instead, such episodes seemed to reinforce his perception that he was climbing a mountain alone, battling institutions that were already biased against raw milk before hearing his case.

When mandated quarantines ended, he would declare victory.

After his dairy reopened following an outbreak that sickened five children in 2011, he revealed how much people were suffering without his product in a celebratory video. McAfee shook the hand of a young man who was wearing a sideways cap. “This guy came all the way from Alaska to get raw milk!” McAfee said. The young man described a kind of withdrawal: “My immune system broke down. I lost a lot of lean body mass.” When a gray-haired woman said she was driving four half-gallons to her grandbabies in Texas — “that’s how desperate I am for them to be healthy” — McAfee kissed her on the head and called her a “raw-milk freedom rider.”

At least 233 people have been sickened in eight outbreaks that federal and state regulators have connected to McAfee’s farm since 2006, and at least 40 of them have been hospitalized. 

The tally is almost certainly an undercount, experts and regulators told me. Many recover at home from foodborne illness and do not seek out testing.

McAfee’s Dairy Has Sickened Hundreds of People Over the Years, According to Regulators

Federal and state regulators have linked 233 outbreak cases to Organic Pastures or Raw Farm. The true number of cases is likely higher.

A graphic showing the number of cases in each outbreak of foodborne illness linked to McAfee’s dairy. There were eight outbreaks between 2006 and 2025; the largest was an E. coli outbreak starting in October 2023. In total, there were 233 outbreak cases.
Source: CDC, FDA, California Department of Food and Agriculture, California Department of Public Health, Food Safety News Graphic by Alyssa Fowers, special to ProPublica

The outbreaks raised an obvious question: Why hadn’t regulators shut down the farm? America’s food safety system aims to balance public health with people’s freedom to eat foods that can harm them, like raw oysters and sushi. Regulators expect some will inevitably get sick, and so they focus on ensuring consumers, at the very least, are aware of the risk.  

State regulators are responsible for overseeing raw milk sold legally within their borders. In California, they require it to be sampled and tested monthly for pathogens. Raw Farm is in good standing, according to the Department of Food and Agriculture, consistently meeting standards for sanitation and cow health. But spokespeople for that agency and the state Department of Public Health emphasized that the best way to prevent illness is to drink milk that has been pasteurized. Otherwise, they wrote in an email, “there will always be some risk of contamination.” 

Many people who turn to raw milk don’t have a full understanding of that risk, John Lucey told me. A professor of food science who directs the Center for Dairy Research at the University of Wisconsin-Madison, Lucey grew up on a farm and has studied dairy products for three decades. “Cows poop all the time,” he said. “Farms are just a reservoir of bacteria: The soil has got bacteria, the walls have got bacteria, the cows are carrying bacteria.”

One of the draws of raw milk is a deeper connection to its source; by knowing a farmer personally, people assume their food will be more safe, Lucey said. But what raw-milk consumers often don’t realize is that many dairy farmers are in a relentless battle to produce clean milk.

“Sometimes you lose because the cow kicked off the milking machine. Something just happens,” he said. “Farmers do the best they can and they are super hardworking people, but just because Daisy is a nice cow and the farmer is a nice guy doesn’t guarantee that things are sanitary and that they can prevent things 100% of the time.”

A close-up of a brown dairy cow looking directly at the camera from behind a barbed wire fence. The cow has pale yellow ear tags in both ears that read “raw,” “Helga” and “12057.” The background features a sunny blue sky with a few clouds.
Sarahbeth Maney for ProPublica

Over the past two years alone, nine states have experienced outbreaks that regulators linked to raw dairy, not including those connected to McAfee’s farm. In Washington state, about 10 people fell ill with E. coli connected to raw-cheese consumption, and in Florida, where raw milk can be sold only as pet food, about 20 people got sick. Among them was a pregnant mother whose toddler was hospitalized; she said she caught his bacterial infection and had a miscarriage at 20 weeks. (The Florida farm said its products had not tested positive for pathogens and that it informed customers its raw milk was not for human consumption; the Washington creamery voluntarily recalled its cheese.)

Just last week, Idaho’s health officials announced that nearly 60 people had become ill after consuming raw milk.

Discussing the risk of raw milk with McAfee was a challenge. 

As we rode in his truck to the next stop on the tour, I brought up the prevalence of pathogens, as well as his farm’s pattern of outbreaks. He acknowledged that some risk exists, but stressed that it was “very, very, very small” and was “fantastically” outweighed by raw milk’s therapeutic value. And then, he insisted one should disentangle the benefits from the risk, as if that’s even possible.

“Show me the criticism of raw milk if it’s safe,” he told me, one hand on the wheel, the other punctuating his points in the air. “None.”

“Well, the critics would argue that there’s risk—”

“No, if it’s safe,” he said, cutting me off. “If it’s safe, how could you criticize it?”

“But they would argue that it’s not safe,” I said.

“Show me the risk,” he repeated. “I’ve yet to see it. We found it. We immediately diverted it.”

The interior of a dairy milking parlor with cows lined up in elevated stalls on both sides. Yellow milking hoses hang from the ceiling, and two workers stand in the wet center aisle.
Employees hook up cows to milking machines at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 4: The Art of War

We’d seen nearly every stage of production — from “grass to glass,” as McAfee called it — when he parked his truck next to the hangar that houses his Cessna 210 Centurion propeller plane. Next to it, steps from his hacienda-style home, is a bungalow he uses as an office. 

He showed me his replica medieval broadsword, his podcasting setup and one of his favored books, Sun Tzu’s “The Art of War.” He said the ancient Chinese military treatise had informed his longstanding feud with the federal government. 

Two decades ago, his use of the pet food loophole to ship across state lines attracted scrutiny almost immediately. In 2005, an undercover investigator from the FDA called the farm and was told the milk was safe for human consumption. Two years later, according to court records, the farm sent an email to consumers saying, “Raw milk can be shipped via UPS to all US states,” and “Tell everyone who has asthma that they will be cured by raw milk.” 

In 2008, the DOJ pursued criminal charges and a civil suit. McAfee resolved the charges, promising that the farm wouldn’t sell raw milk across state lines again. But prosecutors wanted a court order that would force McAfee and the farm to comply, citing their “unabashed efforts to manipulate the law.” 

To illustrate McAfee’s ongoing defiance, the government pointed to statements he had made online that year and the next. In one post on a blog, he said, “If we ever get raided it will be grand theater. … There will probably be some riots.” In another, he said he would not use guns “until the tipping point” and mentioned “another Wounded Knee, Ruby Ridge or Waco.” Prosecutors argued his conduct demonstrated a “cognizable danger” that he would violate the law again.

In 2010, the judge granted a permanent injunction, requiring, among other things, that the farm stop selling raw milk beyond California and take down any statements promoting its health benefits. McAfee told me the directive was an attack on his right to free speech. “I deeply and passionately believe in the truth, and they were telling me I could not speak the truth,” he said. “I’ve had to have therapy over that, you know. I didn’t want to do something stupid.”

A violation of the order could have led to an enforcement action, but in the years that followed, officials pulled their punches. (McAfee insisted they had no punches to throw.)

The FDA and the DOJ kept finding evidence of violations, in 2016, and 2019, and 2021, according to court records. Though federal prosecutors initially pushed for strong penalties, including holding Raw Farm and McAfee in contempt, they agreed to a consent decree in 2023, which required the farm to undergo independent audits to ensure it was complying with the law.

Then, in early 2024, FDA inspectors discovered the farm had a “standard practice” of producing cheese from milk suspected or known to contain pathogens, according to court documents; lab records showed its cheese had also tested positive even after the mandated aging period. 

That February, federal regulators publicly linked Raw Farm’s cheese to a monthslong E. coli outbreak. Nearly a dozen people across five states fell ill. 

Among them was Paul Panelli, who went to his grocery store in Newport Beach, California, looking for Tillamook cheese to make tacos. Finding it was sold out, he reached for Raw Farm’s cheddar, drawn in by packaging that made it seem organic and all-natural. He told me he didn’t realize the cheese was made with unpasteurized milk.

Both Panelli and his wife, Julie, came down with food poisoning. She was diagnosed with an E. coli infection that left her needing several kidney surgeries. “She literally is afraid to eat things,” her husband told me. The family’s lawsuit against Raw Farm is ongoing; in court records, the farm denied responsibility for their illnesses.

Raw Farm pushed back against the government, maintaining that it followed federal regulations by aging its cheese and claiming to have tested all of it before sale, so no contaminated product reached the market, according to court records. Federal law allows the interstate sale of unpasteurized cheese as long as it’s aged for at least 60 days, though this doesn’t fully eliminate the risk — or account for a farm using pathogenic milk to make it. The FDA told the farm to destroy any cheese made with contaminated milk, arguing that it was violating the law, according to court documents. The farm’s lawyer said it was in compliance, and insisted there was no “bad cheese” to throw out.

To force the farm to follow the government’s orders, it needed a judge’s ruling, but a backlog in the under-resourced Eastern District of California left the case on pause well into 2025. The arrival of the Trump administration that year created a political opening for McAfee.

By the time Kennedy took the helm of the health department, McAfee had already developed close ties to his inner circle. “I go way back with him,” McAfee told me. Kennedy’s running mate, Nicole Shanahan, had made a stop at Raw Farm during his presidential campaign, creating multiple videos featuring McAfee. (She did not respond to my emailed questions.) He was even asked to become an adviser to the FDA, McAfee told me. The position never materialized, but McAfee still benefited from the change in administration. 

Without publicly stating a reason, this past January the government dropped its efforts to take action against the farm. A former federal employee with knowledge of the suit told me that cases involving raw milk were deprioritized in the new administration because of Kennedy’s stance on it. 

Natalie Baldassarre, a DOJ spokesperson, didn’t respond to my questions about the decision, but said in an email that the administration will “always be concerned about risks to public health and will continue to take enforcement action as appropriate to protect American consumers.” The health department and the FDA did not respond to my attempts to seek comment. Kennedy, through his department, also did not respond to my questions.

McAfee called the withdrawal a “big win.” Drawing on Sun Tzu’s teachings, he told me that he had learned not to engage in “their war,” but his own. 

“You win the war they don’t expect you to fight,” he said. While officials were gathering evidence, he was focused on the “education” of consumers. He once delivered his message to dozens at a time. Now online influencers spread it to audiences of millions. “They have the guns and the money,” he said of the government. “I got the truth and the moms.”

His work could soon pay off. A month after I shook McAfee’s hand and left his farm, Rep. Thomas Massie, R-Ky., and Rep. Chellie Pingree, D-Maine, reintroduced the Interstate Milk Freedom Act, which would prohibit “federal interference” with the interstate sale of raw dairy in states where raw milk is already legal. 

Massie, who served raw milk at his recent wedding, has a farm with 50 cattle, and Pingree, a former dairy farmer and the only Democratic sponsor of the bill, raises her own grass-fed beef. “The Interstate Milk Freedom Act would make it easier for families to buy the milk of their choice,” Massie said when he announced the bill, “by reversing the criminalization of specific dairy farmers.”

When asked if she was concerned the bill may increase access to a product that puts people at risk, Pingree told me that the bill was not about marketing raw milk or making any health claims. “I trust state departments of agriculture and health to monitor compliance, assess health risks, and enforce the rules in place to protect consumers,” she said in an emailed statement. Massie did not respond to my questions.

A man in a baseball cap walks past double glass doors inside a dimly lit building with corrugated metal walls. Above the doors hangs a large Raw Farm sign.
McAfee exits the hangar where his airplane is stored at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 5: The Devoted

Six weeks after I left Raw Farm, it happened. 

On March 15, federal regulators publicly linked its cheese to yet another E. coli outbreak. 

Nine people were infected across three states; more than half were younger than 5. Of the three people who had to be hospitalized, according to regulators, one developed the same severe kidney condition that Martin’s son had battled two decades earlier. 

Initially, federal health agencies didn’t urge the public to avoid the cheese or throw it away, as they had under previous administrations. Instead, a CDC notice said consumers should “consider” not eating it; the FDA gave no consumption guidance at all. Three federal health employees later told me political appointees had watered down the original language. (The agencies’ advisories have since been updated. Neither the CDC nor the FDA responded to my questions.)

The fact that the agency was under Kennedy’s leadership didn’t make Raw Farm any more compliant when regulators asked it to recall its products. It refused. “If there was ever a question about whether there was a pathogen in our products,” McAfee later told me, “I’d be the first one to recall immediately, voluntarily.”

He said he texted Kennedy to “call off the dogs,” but got no response. 

When FDA inspectors showed up unannounced at the farm, it complied with an investigation. And when the agency threatened to force a recall, the company reluctantly issued its own, 18 days after the outbreak was announced. 

The farm appended several unusual statements to its April 2 advisory: 

This Voluntary Recall is being performed under protest.

This Voluntary Recall is performed as a path forward.

The farm retracted those statements five days later, but continued to dispute the cause of the outbreak and contest the agency’s findings. It had tested its products, found no pathogens and wasn’t at fault, McAfee said.

However, during its investigation, the FDA also sampled and tested the company’s cheese. While it didn’t find the recent outbreak strain, one sample tested positive for E. coli. In their inspection, agency officials also found the farm’s cheese had recently tested presumptively positive for pathogens even after 60 days, showing the limitations of its aging process. The farm destroyed these contaminated batches. 

I reached out to McAfee and asked him whether the illnesses might be connected to his practice of using problematic milk to make cheese. But now, he told a different story. 

“We would in the past divert to cheesemaking,” he told me. “We no longer do.” He didn’t pinpoint exactly when the farm made the change, throwing out dates from two years ago to last summer. “It’s been quite some time.”

I brought up the fact that he’d made similar disclosures in podcasts in the last year and to me just weeks earlier. But he doubled down. 

“I think you have caught me in something where there’s an issue between practice and what I’m saying,” he said. “If I said it, I believed that at the time to be true, but I do know that now we do not use any questionable milk.” 

In almost the same breath, McAfee noted that his farm would not have violated any laws if it had done so. “It’s not illegal,” he said. “That’s why the FDA dropped their thing.” (California regulators told me such a practice was “concerning.” The FDA refused to respond to questions about it.)

Speaking to a congressional subcommittee on April 16 about the outbreak, Kennedy noted that companies usually comply with recalls right away. “But there was foot-dragging,” he said. “This company was intransigent.” 

U.S. Rep. Rosa DeLauro, D-Conn., asked Kennedy whether in the face of these new, serious illnesses, it wasn’t time for a shift in his messaging: “You are the Secretary of Health and Human Services. Is there not some moral responsibility or compunction to say, ‘Don’t drink raw milk’?”

“Every product can contain contaminants,” Kennedy replied. “What we do is inform the public, and we let people make the choice.” 

On April 30, the FDA closed its investigation without taking any enforcement action. McAfee told me his raw-cheese products were back in stores. Sprouts and H-E-B, two major retail chains that have carried his cheese, did not respond to my emailed questions about the outbreak.

“We don’t feel bad at all,” McAfee told me about the entire episode. “Our sales are highest they’ve ever been, and feedback online with influencers is: If the FDA says something, do the opposite. It’s safer. They don’t trust them at all.” 

A smiling man wearing a black cap and a “Raw Milk Club” T-shirt holds a gallon jug of milk on his shoulder, standing in front of a blue Raw Farm backdrop.
A man, a young boy sitting on his lap and a smiling woman sit together on hay bales in front of a corrugated metal wall.
A woman in a black dress sits on hay bales under a large white tent, with a black Raw Farm tote bag resting beside her. Other people and children’s play structures are visible in the grassy background.
A woman wearing thick black glasses and a gray tank top stands outdoors in front of a green pasture with grazing cows and white-wrapped hay bales.
Proponents of raw milk and supporters of Raw Farm attend its Camping With the Cows event. First image: Matt James, 34, of Jupiter, Florida. James starred on “The Bachelor.” Second image: Jaime Espinoza, 31, left, and Lindsay Espinoza, 34, of Bakersfield, with their 2-year-old son, Isaac. Third image: Alyssa Wolfer, 42, of Bakersfield. Fourth image: Melanie Copeland, 58, of Huntington Beach. Sarahbeth Maney for ProPublica

On a sunny weekend in early May, hundreds congregated at Raw Farm for its annual Camping With the Cows event. Blue skies extended to the horizon, and a small colony of tents, camper vans and motorhomes sprawled out across the lush alfalfa fields. Influencers in cowboy hats chugged cartons of milk. Matt James, the leading man on Season 25 of “The Bachelor,” ambled around with his mother in a T-shirt that read, “Raw Milk Club.”

Many attendees were unbothered by the recent illnesses. They said they consumed raw dairy because they wanted to reduce their inflammation, and avoid additives, and prevent lactose intolerance, and clear their skin, and bring their hormones into balance. They wanted nutrients that didn’t exist in “boiled to death” milk. They wanted to drink it “the natural way.” 

Alyssa Wolfer, a 42-year-old mother of two from Bakersfield, viewed raw milk as a symbol of “true American freedom,” she said. “I very much lean on the side of freedom of people to choose what they consume and less regulation.”

“I’m seven months pregnant, and I drink raw milk because that’s how God has created it to be,” said Lindsay Espinoza, 34, reclining on a bale of hay with her husband and young son. “There’s so much fear behind raw milk, but it makes sense to us.”

Some, like 58-year-old Melanie Copeland from Huntington Beach, questioned whether the outbreak had occurred at all. “The odds of it being true are slim to none,” she said, “and people need to do their research.”

McAfee mingled among his flock. Some stopped him for pictures as he beamed down the camera and flashed a thumbs-up.

The post He Profits Off Raw Milk That’s Making People Sick. The Government Isn’t Stopping Him. appeared first on ProPublica.

Filigran uses AI agents to make CTEM practical for overstretched security teams

9 Giugno 2026 ore 12:59

Filigran has unveiled XTM One, an AI-native orchestration layer designed to automate Continuous Threat Exposure Management (CTEM) workflows, as organisations struggle to keep pace with growing volumes of threat intelligence, vulnerabilities and attack data.

The launch reflects a broader challenge facing security teams. While many organisations have invested heavily in threat intelligence, attack surface management and security validation tools, turning that information into meaningful action remains difficult. Security teams are often left moving manually between platforms to understand which threats matter, whether they are exploitable, and what remediation steps should be prioritised.

CTEM has emerged as one of the industry’s preferred frameworks for addressing that problem. Rather than relying on periodic assessments, CTEM aims to create a continuous cycle of discovery, prioritisation, validation and remediation that adapts as threats evolve. Filigran has been positioning its OpenCTI and OpenAEV platforms as key components of that approach, arguing that organisations need to move beyond simply identifying vulnerabilities and focus on understanding which exposures present genuine business risk.

XTM One sits above those platforms as an orchestration layer, coordinating AI agents across the CTEM lifecycle. The company says this allows security teams to automate tasks such as intelligence enrichment, threat reporting, attack scenario generation and remediation planning without constantly switching between tools.

“The volume of CVEs, threat actors, and attack campaigns has reached a scale no human team can process manually,” said Julien Richard, co-founder of Filigran. “XTM One is not AI as a feature. It is AI as the operating system for threat management. Security teams deserve automation that works the way they work.”

The announcement highlights how security vendors are increasingly moving beyond AI assistants and copilots towards more autonomous agent-based systems. Rather than helping analysts complete individual tasks, agentic approaches seek to coordinate entire workflows across multiple products and data sources.

According to Filigran, early users of its broader XTM Platform have achieved up to 70% faster threat detection and response cycles and reduced preparation time for offensive security testing by up to 80%.

Industry analysts suggest this kind of automation may become increasingly necessary as organisations adopt CTEM programmes at scale.

“As the scale of threats outpaces human capacity to respond to alerts, security teams are hitting a wall when they need to optimize remediation to mitigate security risk. The shift toward an agentic AI orchestration layer is needed for CTEM to help security teams scale,” says Melinda Marks, Cybersecurity Practice Director at Omdia. “By leveraging an open-source foundation to automate utilizing needed context for threat intelligence and remediation, Filigran is enabling the speed, transparency, and evidence-based risk reduction required to scale defenses at the pace of the adversary.”

A key aspect of the launch is flexibility around AI deployment. Organisations can use Filigran’s models or bring their own large language models through BYOLLM support, while on-premises deployment options are intended to address data sovereignty requirements in regulated industries and government environments.

The company also believes AI could help address one of the long-standing barriers to threat intelligence adoption: usability.

“The biggest barrier to threat intelligence adoption has always been complexity,” said Jean-Philippe Salles, VP of Product Management at Filigran. “XTM One makes advanced threat management accessible to more teams through natural language interaction. Junior analysts can become productive faster, while experienced practitioners gain automation that removes repetitive work.”

The launch comes as investors increasingly view CTEM and threat exposure management as one of cybersecurity’s next major growth categories, particularly as organisations seek more evidence-based ways to prioritise cyber risk.

“Filigran is redefining how organisations operationalise threat intelligence at scale,” says Karine Peters, Managing Director at T.Capital. “Their AI-native approach to extended threat management, combined with one of the strongest open-source communities in cybersecurity, positions them to lead a category that legacy vendors have struggled to modernise. That conviction is why we invested.”

Whether agentic AI becomes the catalyst that finally makes CTEM achievable for security teams remains to be seen. What is clear is that as threat volumes continue to rise, organisations are increasingly looking for ways to automate the journey from intelligence gathering to validated defensive action, rather than simply collecting more data.

The post Filigran uses AI agents to make CTEM practical for overstretched security teams appeared first on IT Security Guru.

Non reception de mails envoyés à un groupe framagroup

Bonjour

je viens de créer un groupe de mail dans framagroup

il n’y a pas de modérateur, ni d’heure d’envoi, tous les abonnés peuvent envoyer des mails

dans thunderbird, à partir d’un mail d’abonné, j’envoie un mail eu groupe, il est bien envoyé, mais aucune réception

Cordialement

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900 km di autonomia e 14 km/h: così i rover NASA riporteranno luomo sulla Luna

9 Giugno 2026 ore 12:30
Sono Astrolab e Lunar Outpost le aziende finaliste scelte per la realizzazione dei rover lunari destinati al nuovo sbarco della NASA previsto nel 2028 con il programma Artemis. I progetti, da circa 220 milioni di dollari ciascuno, avranno un ruolo chiave nel programma spaziale, che comprende sia l'esplorazione sia il supporto alla costruzione della futura base permanente. Le richieste della NASA I veicoli, denominati LTV (Lunar Terrain Vehicle), sono stati sviluppati secondo specifiche comuni che prevedono spazio per due astronauti, un peso di circa 1.000 kg e la capacità di affrontare pendenze fino a 20 gradi. La propulsione è elettrica, mentre sono previste sia la guida remota sia quella autonoma. 900 km di autonomia L'Astrolab CLV-1 si distingue per ingombri molto contenuti nella fase di trasporto e per una velocità massima di 9 miglia orarie (14,4 km/h). Gli astronauti sono protetti da una struttura a gabbia, mentre le ruote sono posizionate agli angoli del veicolo.Il Lunar Outpost Pegasus è più leggero e utilizza batterie fornite da GM, con un'autonomia stimata di 560 miglia (quasi 900 km) e una velocità massima di circa 6 miglia orarie (quasi 10 km/h). Il design richiama i rover degli anni '70, con ruote dotate di parafanghi separati e una configurazione più tradizionale ottenuta sfruttando la piattaforma FLEX.

Il Punto

9 Giugno 2026 ore 11:00

È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

CarPlay evolve con iOS 27, ma una novità importante resta fuori dallEuropa - VIDEO

9 Giugno 2026 ore 12:21
Presentato alla WWDC26, l'ultimo keynote di Tim Cook come CEO, il nuovo aggiornamento di CarPlay debutterà in autunno insieme a iOS 27 e introduce una serie di novità pensate per rendere l'esperienza in auto più fluida, intuitiva e vicina all'uso quotidiano dello smartphone. Arriva Siri AI, ma non in Europa La principale riguarda Siri AI, l'assistente virtuale evoluto che prende il posto di Siri e consente di gestire navigazione, messaggi e infotainment con un linguaggio naturale, senza la rigidità dei comandi tradizionali. Una funzione destinata a cambiare l'interazione con il sistema, ma che al momento non è disponibile in Europa, lasciando aperti i tempi di un eventuale arrivo. Audio, connessione e video Nell'uso di tutti i giorni migliorano soprattutto le funzioni legate allo streaming audio, con nuovi controlli touch sullo schermo della vettura che permettono di saltare rapidamente a un punto preciso dei contenuti. Apple interviene anche su uno dei nodi più critici, la stabilità della connessione wireless tra smartphone e auto, promettendo un collegamento più affidabile, mentre arrivano aggiornamenti anche per il navigatore GPS.Cambia anche l'interfaccia, che adotta l'effetto Liquid Glass già visto sugli altri dispositivi, a cui si affiancano le Live Activities e nuovi widget personalizzabili, pensati per offrire informazioni rapide e sempre accessibili durante la guida.Tra le novità più interessanti c'è infine lo streaming video, disponibile quando la vettura è ferma: in questo caso lo schermo di bordo si trasforma in una vera estensione dello smartphone, continuando poi con il solo audio durante la marcia e rendendo l'auto anche uno spazio di intrattenimento nei momenti di sosta.

Taiwanese lawmakers spar over 12-fold budget rise for US joint defence programme

Debate has erupted in Taiwan’s legislature over a proposed 12-fold increase in funding next year for a defence planning programme with the United States. The proposed rise in spending is for the Joint Force Design (JFD) programme, a bilateral defence planning mechanism used to assess the island’s military requirements, operational concepts and capability gaps. Findings for the JFD, formally known as the Taiwan-US Defence Department Cooperative Assessment Project, help shape force planning,...

Mille Miglia, quando le difficoltà diventano innovazione

9 Giugno 2026 ore 12:05
Non solo una gara, ma una molla per il progresso delle automobili. Le avventure e le sventure degli equipaggi lungo il percorso della Mille Miglia hanno spesso stimolato lo sviluppo di soluzioni tecniche poi adottate sulle vetture di serie, contribuendo a migliorarne sicurezza, prestazioni e confort. Per questo non è stata solo la corsa più bella del mondo, come la definì Enzo Ferrari, ma anche un vero e proprio laboratorio d'innovazione per l'industria dell'auto. Questo percorso di sviluppo è stato rievocato, tra aneddoti e immagini d'archivio, in 1000 Innovazioni, l'incontro tenutosi ieri al Teatro Grande di Brescia, alla vigilia della partenza della 1000 Miglia 2026. Tergicristalli, parabrezza e quell'intuizione vincente sulle gomme... Esperti e protagonisti del settore hanno alimentato i due talk dell'evento. Il primo, moderato dal nostro vicedirettore Marco Pascali, ha puntato i riflettori sulle soluzioni tecniche affinate negli anni anche grazie al contributo di questa manifestazione. Come il tergicristallo, nato in America nei primi anni del '900 e comparso per la prima volta alla Mille Miglia, nel 1928, su una Lancia Lambda; salvo poi fare scuola per le edizioni successive, come ha ricordato Paolo Mazzetti, presidente del Comitato di Gestione del Registro 1000 Miglia. Anche il parabrezza curvo, come quello della Lancia Aurelia del 1951, è nato sulla scorta di soluzioni intermedie adottate in precedenza da altre vetture protagoniste alla Mille Miglia.Gli esempi sono tanti, ma un caso emblematico, che coglie appieno lo spirito della corsa come palestra d'innovazione, è senz'altro quello delle gomme Pirelli intagliate per la prima volta in senso orizzontale per migliorare il grip sul bagnato. Fu un'idea della Scuderia Ferrari, maturata durante un'edizione particolarmente piovosa, quella del 1934, che permise ad Achille Varzi di battere Tazio Nuvolari (entrambi al volante di un'Alfa Romeo 8C 2300). Fascismo e autarchia: c'è chi corse col gasogeno Una volta aperto il libro dei ricordi, sono emerse anche storie ed esperienze, al centro del secondo talk dell'evento, moderato da Laura Confalonieri, vicedirettore di Ruoteclassiche. Le testimonianze dei protagonisti hanno sottolineato come, spesso, più che le vittorie furono le sconfitte a scatenare l'evoluzione delle automobili. E come, in tempi di autarchia sotto il fascismo, la Mille Miglia arrivò perfino a sperimentazioni estreme, come quella del gasogeno (esempio ante litteram di carburante alternativo).Lorenzo Ardizio, curatore del Museo Alfa Romeo e responsabile del Centro Documentazione, ha poi ricordato, tra le altre cose, come la 6C Alfa Romeo ancor prima di conquistare la prima delle 11 vittorie della Casa nella Mille Miglia sia stata anzitutto la capostipite di un laboratorio progettuale. In quei tempi, ha spiegato Pietro Camardella, ex designer di Pininfarina e Ferrari, l'auto era ancora giovane: c'era grande sperimentazione. E dopo la guerra, che aveva resettato tutto, c'era tanta voglia di esprimere idee: una spinta prima perduta e poi recuperata. Da lì è nata l'auto moderna.Insomma, la Mille Miglia ha insegnato agli italiani a fare le automobili, per citare ancora Enzo Ferrari. E oggi guarda ancora in quella direzione, cercando di trainare l'innovazione e stimolare il movimento dell'automobile. Per favorire il rilancio di un settore che è stato un architrave dell'Italia nel passato, e vuole esserlo anche in futuro.

Cento soldati israeliani in vacanza in Sardegna: scoppia la bufera. La denuncia di Stefania Ascari (M5S)

Mentre a Gaza, in Cisgiordania e in Libano si consumano violenze atroci, cento soldati israeliani sono arrivati con le loro famiglie in Sardegna per prendersi una vacanza e smaltire lo stress. Un fatto gravissimo che avviene nel silenzio delle istituzioni locali: la Regione Sardegna non è stata minimamente informata, non si sa chi abbia autorizzato questi soggiorni e per quale motivo il territorio italiano venga messo a disposizione di chi è accusato di violenze disumane.

 
 
 
 
 
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Sulla vicenda è intervenuta duramente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, che ha chiesto immediata chiarezza sui fatti con una dichiarazione perentoria:

"Pretendiamo di sapere chi li ha invitati, con quali accordi e di chi è la responsabilità della loro presenza. Dare ospitalità, nel comfort e nel lusso, a chi ha commesso un genocidio è un fatto gravissimo e indegno per il nostro Paese. Basta complicità con i terroristi. L'Italia non è una colonia di Israele."

An Indian Billionaire Was Targeted by Trump. Then He Poured Money Into a Startup Secretly Backed by Donald Trump Jr.

9 Giugno 2026 ore 12:00
Two men’s silhouettes face each other. They are framed by the silhouette of a refinery, smoke and the American flag.

Collage by Alex Bandoni/ProPublica. Source images: Westend6, JHVEPhoto, Jean Catuffe and Anna Moneymaker/Getty Images.

In late November in Jamnagar, India, the scions of two of the most powerful families in the world stood face-to-face. On one side was 30-year-old Anant Ambani, son of one of the richest men in Asia. On the other was Donald Trump Jr. For months, the Trump administration had been on the offensive against the sprawling Ambani energy empire, placing it at the center of an escalating tariff campaign against India. But after Trump Jr. touched down, the two men toured the Ambanis’ private zoo, and at night they performed a Gujarati folk dance, grinning as they moved together to the music.

Four months later, an obscure Texas startup called America First Refining announced that it had received a nine-figure investment from the Ambanis’ company. The deal puzzled numerous energy investors familiar with the project, which aims to build the first major new oil refinery in the U.S. in about 50 years. The company is run by a serial entrepreneur with a history of bankruptcy and lawsuits alleging fraud. After more than a decade of failed attempts to raise money, blown deadlines and rebrands, it had been floundering.

America First Refining’s unexpected breakthrough came after it forged a previously unreported relationship with Trump Jr., who secretly acquired a stake in the startup, according to records and seven people familiar with the company. The new details reveal the role the president’s son has played in a theme of Trump’s second term: overseas investors with interests before the administration putting money into the Trump family’s business interests.

Over the past year and a half, Trump Jr. has amassed a fortune from stakes in companies ranging from crypto startups to a drone business to a firearms retailer. Some firms tied to the president’s son have received contracts or other support from the federal government, part of what critics describe as a run of Trump family self-dealing. In December, Forbes estimated that Trump Jr.’s net worth had rocketed from roughly $50 million to $300 million since the election. But the Forbes figures were based on the investments that have been publicly disclosed. The America First Refining episode suggests there is much about the family business that remains secret.

The size of Trump Jr.’s stake in America First Refining and what he paid for it remain unclear. Top executives at the startup have also said that they speak regularly with Trump Jr., according to a person close to the company. And after the Ambani investment was announced, Trump Jr.’s personal lawyer took credit on social media for playing a part in the deal.

America First Refining has flexed its Trump Jr. connections during pitch meetings with foreign officials. Early last year, Trump Jr. joined the company’s leadership for a meeting in South Florida with potential investors from Saudi Arabia, according to two people familiar with the matter. Another foreign government official pitched on the project told ProPublica that the company’s team emphasized they had backing from the Trump family and suggested that an investment would help with White House access.

The Ambanis’ investment coincided with the family’s securing major U.S. policy wins that their company, Reliance Industries, had been lobbying for. “Reliance Goes From Trump Foe to Friend With Refinery Pledge,” ran the Bloomberg headline after the deal was announced. Reliance’s intent with the deal was to “smooth out” tensions between the U.S. and India, the outlet reported.

A Trump Jr. spokesperson said that Trump Jr. “has no operational involvement in AFR and is simply a passive minority investor in an American company that aligns with his worldview.” 

“The entire premise of this story relating to Don is false,” the spokesperson said, adding, “Don does not interface with the Federal Government on behalf of any company that he invests in or advises.” ProPublica did not find evidence Trump Jr. was aware of refinery executives’ suggesting that an investment would help with White House access. 

In response to detailed questions, a spokesperson for America First Refining said, “The claims in this story are false,” but declined to specify what they were referring to. The company’s CEO previously denied wrongdoing in the lawsuits against him reviewed by ProPublica, and the suits were either settled or dropped.

The Ambani family had long been cultivating its relationship with the Trumps. Reliance paid $10 million to the Trump Organization in 2024 as a “development fee” for a project in Mumbai, according to the president’s financial disclosure. (Despite the payment, Reliance has not yet announced a Trump project. Reliance told ProPublica that “the real estate project is real” and “remains under development.”) Ivanka Trump attended Anant Ambani’s wedding party in India that year, where guests were treated to a Rihanna concert. Anant’s father, Mukesh — who is worth an estimated $90 billion and lives in a 27-story home — came to Washington, D.C., for Trump’s second inauguration, posing with the president at a private reception.

At the Private Reception in Washington, Mrs. Nita and Mr. Mukesh Ambani extended their congratulations to President-Elect Mr. Donald Trump ahead of his inauguration.

With a shared optimism for deeper India-US relations, they wished him a transformative term of leadership, paving… pic.twitter.com/XXm2Sj74vX

— Reliance Industries Limited (@RIL_Updates) January 19, 2025

But by the summer of 2025, the family was under attack from the White House. Since Russia invaded Ukraine in 2022, Reliance had reportedly made billions in profits by purchasing vast quantities of Russian oil at a discount. In August, as Trump grew frustrated with his administration’s struggles to bring the war to an end, the president doubled his tariffs on India to 50%. The move was explicitly designed to force companies like Reliance to stop buying Russian oil. White House trade adviser Peter Navarro publicly assailed “India’s politically connected energy titans” for “funding Putin’s war machine,” widely read as a reference to the Ambanis.

Amid this tension, Trump Jr. visited Anant Ambani on his November trip to India. At the end of the trip, Trump Jr.’s personal lawyer commented at a business conference in Miami: “I had a nice closing this morning with Don Trump Jr., who’s flying back from India today.” (The following week, the Texas startup — then called Element Fuels — filed paperwork to create America First Refining LLC. In an email, the attorney, John Willding, told ProPublica that there was “no transaction in India or with an Indian company that I was ever involved with.”) 

Anant Ambani, who helps run Reliance’s energy business, personally worked on the Texas refinery deal for months before it was announced, a major Indian newspaper later reported.

As the Ambanis quietly finalized their deal with America First Refining, U.S.-Indian relations appeared to warm. In February, the Trump administration struck a trade deal with India, dramatically lowering tariffs, and also reportedly gave Reliance a license to buy Venezuelan oil. When the Iran war broke out and rocked global energy markets, the U.S. gave India a sanctions waiver to buy Russian crude. (The waiver was later expanded to all countries.) 

In response to ProPublica’s questions, the White House said that “there are no conflicts of interest.” Reliance did not answer ProPublica’s questions about Trump Jr.’s and Anant Ambani’s roles in the investment deal, but said in a statement that the company did not receive “any unique or preferential treatment” from the U.S. government. 

“There is no connection between Reliance’s investment in AFR and any unique measures associated with general U.S. trade, tariff, sanctions or licensing outcomes,” Reliance said. “The investment was evaluated and approved on its commercial merits, strategic fit and long-term value creation potential.”

In March, President Trump personally announced Reliance’s deal with the Texas startup on Truth Social, thanking the Ambani company for its “tremendous Investment.”  

After the announcement, Willding, the Trump Jr. lawyer, shared the news on LinkedIn: “Just so proud to have been part of this one.”

Willding rowed back his claim in an email to ProPublica. “I have never worked for or advised AFR and had zero involvement in their deal with Reliance Energy,” he said. “I simply saw the press release and was excited for them.” America First Refining’s spokesperson called Willding’s comment “moronic and false.”

In June 2025, Willding registered a new entity in Wyoming called TX Fuels, LLC, listing the company’s address as Trump Jr.’s mansion in Jupiter, Florida. In his email, Willding said his “only involvement in AFR was handling the legal paperwork” for the Trump Jr. LLC’s investment in the startup.

Trump Jr. first hired Willding in May 2021, according to interviews the lawyer has given. A corporate deal lawyer in Dallas, Willding has referred to himself as “outside business counsel to the Trump family” and has said he talks to Trump Jr. or Eric Trump almost daily. A former Bill Clinton and Barack Obama voter who fell hard for MAGA, the attorney has installed a portrait of President Trump over the mantel in his living room.

Willding’s practice has boomed during the second Trump administration, bringing the lawyer to Argentina, Saudi Arabia and South Korea. “Everybody in the world wants to do business with the United States right now,” Willding said at a conference in June 2025. “Every company wants to do business with the Trump family.”

There are other fingerprints of the Trump world on the refinery deal. 

Howard Lutnick’s firm Cantor Fitzgerald — which his sons took over when Lutnick became Trump’s commerce secretary — is working as the financial adviser to America First Refining, including on the Ambani investment deal, Cantor Fitzgerald announced. (Cantor Fitzgerald declined to comment.)

And the Trump administration played a direct role helping America First Refining find potential foreign investors, according to public comments from the company’s CEO, John Calce. “We have received support from the White House,” he told a local news outlet. The National Energy Dominance Council, led by the interior and energy secretaries, has “helped us with, candidly, introducing us and helping us meet some of these people overseas,” Calce said on an industry podcast. 

America First Refining has recently explored going public, according to three people close to the company. That could allow its current investors to start cashing out even if the refinery never gets built — a milestone many energy industry insiders still view as a long shot. Reliance made its investment in the startup at a valuation of at least $1 billion, according to America First Refining’s announcement.

Building a refinery at the Port of Brownsville on the Gulf Coast has been Calce’s mission for a decade. A former Yale offensive lineman, he started his career as a high school football coach after an unsuccessful attempt to make the NFL and now describes himself as a “lifelong entrepreneur.” 

The project has been serially delayed, out of money, rebranded and trailed by angry former business partners. At one point, Calce’s companies were being sued simultaneously by eight other firms. In 2022, during bankruptcy proceedings for an earlier iteration of the project, the trustee appointed to impartially oversee the case sued Calce too. The trustee alleged that Calce and other insiders had improperly siphoned away cash and other assets. (Calce denied wrongdoing. The case was ultimately settled.)

During the Biden administration, as the company sought financial support from the Department of Energy, it pitched itself as a climate-friendly green project that would also help “people of underrepresented social demographics” in Brownsville, according to records from that period. The company failed to get enough money from outside investors, and the planned construction was delayed. 

By the company’s own estimate, building the refinery will take years and cost $3 billion to $4 billion. Even if it’s built, profitability could be hard to achieve. Many energy investors told ProPublica there’s a reason the U.S. hasn’t seen a major new refinery in decades. “Refineries cost a lot of money and essentially make pennies on the dollar,” said Ed Hirs, an energy economist in Houston. “Wall Street is not going to finance a new refinery.”

Even after the start of the second Trump administration, the company was in jeopardy, according to interviews and documents. It laid off workers last year, and, by late 2025, with delays continuing to plague the refinery, officials at the Port of Brownsville believed the project looked to be dead, according to records reviewed by ProPublica.

That has not stopped Calce and his team from making grandiose claims to the public. Earlier this year, a website went live for another Calce company called Brownsville Energy Storage Terminals. It claims to have a far-flung network of oil storage terminals in places like the Netherlands and Singapore, more than 850 employees and a C-suite of experienced energy executives. But ProPublica could find no evidence that the executives are real people or that the storage terminals actually exist. The phone numbers on the website are also currently listed online as the contacts for a Houston baklava caterer, a Dallas-area taxi service and an OB-GYN office. The numbers are dead.

America First Refining’s political ties, though, may have boosted its standing with Texas state regulators. In February, shortly before the Ambani investment became public, the company sought an extension on its permit from the Texas Commission on Environmental Quality. 

Inside the state agency, emails obtained by ProPublica show, officials scrambled to approve the request.

“Need to get this one logged and processed asap,” wrote one official.

“You are going to have to do this one. I will explain why in person in a few,” wrote another. “You can guess if you check out the name.”

America First Refining got its approval the next day. A spokesperson for the Texas agency did not address questions about the emails. “This request was processed quickly due to the quality of information provided,” the spokesperson said.

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Perché gli Stati Uniti considerano la Georgia una minaccia strategia?

 

di @Lauraruhk


Washington è sempre più preoccupata che l'attuale leadership di Tbilisi – il partito Sogno Georgiano – stia "prendendo una china pericolosa, deviando verso un'orbita controllata dai principali avversari degli Stati Uniti", vale a dire Cina e Russia.

A questo proposito ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il Countering China's Control of the Caucasus Act.

Il disegno di legge bipartisan era stato presentato mesi fa da reliquie della Guerra Fredda come Joe Wilson e Steve Cohen.

Wilson, intervistato da RFE/RL, ha descritto la legge come una misura necessaria per contrastare «l’influenza straordinaria e malvagia del Partito Comunista Cinese» e il suo «obiettivo di dominazione mondiale». Il deputato ha puntato il dito in particolare contro il consorzio cinese coinvolto nella costruzione del porto di Anaklia sul Mar Nero, definendolo una mossa strategica di Pechino per acquisire il controllo delle rotte di minerali e terre rare dall’Asia centrale.

La legislazione riflette una linea sempre più dura da parte di Washington, che vede nella cooperazione economica tra Georgia, Russia e Cina una minaccia strategica. Critici sostengono tuttavia che si tratti di un classico esempio di sinofobia e di un tentativo egemonico di limitare il diritto sovrano di Tbilisi di scegliere i propri partner di sviluppo. Secondo questa lettura, l’approccio americano – e in parallelo quello europeo – mira a impedire una normalizzazione delle relazioni tra Georgia e Russia, mantenendo il Caucaso meridionale in una condizione di tensione controllata per preservarlo come zona cuscinetto anti-russa. In questo contesto, alcuni analisti americani suggeriscono di utilizzare gli strumenti della finanza internazionale per contenere l’influenza cinese. Laura Linderman, direttrice dei programmi per il Caucaso presso il Central Asia-Caucasus Institute dell’American Foreign Policy Council, ha dichiarato a RFE/RL che Washington dovrebbe sfruttare il proprio peso nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. «Ci sono molte opportunità per contenere il ruolo della Cina in Georgia», ha affermato, auspicando che le istituzioni multilaterali impongano condizioni stringenti ai progetti infrastrutturali per limitare i subappalti alle imprese cinesi.

*Post Telegram del 09 giugno 2026

Non è questa la coresistenza

Nella foto i codirettori di 'No Other Land' Basel Adra and Yuval Abraham 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

C'è una trappola che si ripete.

Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all'apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.

È un'immagine falsa. E conveniente.

Non perché le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perché l'immagine stessa mente sulla realtà. Inganna.

Il palestinese e l'israeliano non sono nella stessa posizione. C'è un'asimmetria politica e giuridica.

Uno è cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L'altro è la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L'altro vive sotto occupazione, assedio, o è in esilio. Uno appartiene a una società che conduce un genocidio. L'altro ne subisce le conseguenze.

La collaborazione dunque non può e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realtà. E nasconderlo è un problema gravissimo.

Perché quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l'immagine che si produce è quella di uguaglianza e parità, un'intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l'umanità sopra la politica. È un'immagine potente. Ed è esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.

Finché esiste quell'immagine, la responsabilità scompare. L'accountability perde la sua forza.

Non si può chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.

Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.

Per gli israeliani, il beneficio è evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un'esenzione personale dalla responsabilità collettiva. Non solo, aiuta anche la collettività a redimersi.

Non è più il cittadino di uno Stato occupante che pratica l'apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidarietà, che si è posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui è cittadino, ma solo all'apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L'accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.

Per i palestinesi, è un tranello. Un inganno come gli altri inganni.

La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese né indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un'ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non è in discussione. Lo è l'effetto. Perché quando è un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non è solo l'ingiustizia raccontata, ma l'impostura, che la società israeliana è salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. È che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento può venire dall'interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. È precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non è uno Stato da isolare, ma una società con cui si può mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimità. L'israeliano ottiene l'esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.

La visibilità non è protezione e non è nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario può portare la distruzione di una comunità palestinese sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunità viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.

Non è una coincidenza. È una funzione.

La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall'interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l'esempio del Sudafrica.

Il Sudafrica non cadde perché i bianchi si fecero un'autocritica e si convinsero della brutalità e dell'ingiustizia dell'apartheid. Cadde perché il sistema divenne insostenibile dall'esterno. Gli altri lo fecero cadere.

Il boicottaggio culturale arrivò per primo: l'espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l'esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l'embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liberò Nelson Mandela perché all'improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perché il sistema, combattuto dall'esterno con pressioni intense, non poteva più reggersi. Né sopravvivere.

Questo è il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l'isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.

Il boicottaggio sudafricano funzionò perché fu categorico. Rifiutò l'immagine di normalità. Stabilì che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l'immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.

Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all'apartheid con sincerità e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volontà individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volontà. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.

Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all'occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non è quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. È quello di organizzarsi all'interno della propria società, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo è il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.

Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potrà più partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sarà escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventerà politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.

La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l'apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimità culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.

L'atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell'immagine, il buon israeliano, l'israeliano critico, l'israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema più di qualsiasi propaganda ufficiale. Perché è credibile. Perché è avallata dalla presenza palestinese. Perché fa apparire Israele come una società capace di autocorrezione, anziché come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo è possibile, che la società israeliana contiene in sé i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve è la responsabilità. Ed è da lì che si deve cominciare.

Quando la collaborazione sostituisce la responsabilità, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l'impunità.

Non è questa la coresistenza.

Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe?

 

 

di Raffaella Milandri

 

Per un secolo e mezzo l’America ha fatto una cosa straordinaria: ha trasformato una sconfitta militare, nata dentro una guerra coloniale, in una leggenda nazionale.

Ha preso George Armstrong Custer, ufficiale dell’esercito statunitense, protagonista dell’avanzata contro i Popoli delle Pianure, e lo ha consegnato all’immaginario collettivo come un eroe tragico: biondo, audace, circondato, sacrificato. L’uomo dell’“ultima resistenza”.

Ma la domanda vera, 150 anni dopo Little Bighorn, non è come sia morto Custer.

La domanda vera è: perché l’America ha avuto bisogno di farne un eroe?

Io credo che questa sia una delle domande più scomode della memoria americana, perché obbliga a guardare non soltanto una battaglia, ma il modo in cui un Paese costruisce i propri miti per non dover fare i conti con le proprie colpe.

Perché gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di mettere al centro l’uomo che guidava un reparto dell’esercito, e non i popoli che stavano difendendo la propria terra? Perché hanno pianto la caduta del 7° Cavalleria più di quanto abbiano riconosciuto la violazione dei trattati, l’invasione delle Black Hills, la distruzione sistematica del mondo lakota, cheyenne e arapaho?

Little Bighorn non è soltanto una battaglia del passato. È una ferita nella memoria americana. E come tutte le ferite profonde, continua a rivelare ciò che un Paese vorrebbe nascondere.

Non fu Custer a essere tradito dalla Storia.

Furono i trattati firmati con i Popoli Nativi a essere traditi dagli Stati Uniti.

Nel 1868, con il Trattato di Fort Laramie, il governo statunitense riconobbe le Black Hills come parte della Grande Riserva Sioux, destinate all’uso dei Sioux. Quelle colline non erano una terra qualsiasi: erano, e restano, un luogo sacro. Ma quando venne scoperto l’oro, la parola data perse improvvisamente valore. I cercatori bianchi arrivarono, la pressione coloniale aumentò, e ciò che era stato riconosciuto ai Lakota venne trasformato in ostacolo all’espansione americana.

È una delle costanti del colonialismo: i trattati valgono finché non intralciano l’economia dell’invasore. È qui che nasce il cuore osceno del mito.

Custer non venne trasformato in eroe perché la sua vicenda fosse esemplare. Venne trasformato in eroe perché serviva un martire bianco capace di coprire il crimine originario: l’invasione di terre già riconosciute ai Popoli Nativi.

Il mito di Custer non nasce per ricordare un uomo. Nasce per assolvere un impero.

A costruire quella leggenda contribuì anche Elizabeth “Libbie” Custer, vedova del generale, che per decenni difese e alimentò l’immagine del marito come eroe tragico della nazione. Ma il mito non sopravvive mai solo per amore privato: sopravvive quando serve a un Paese. E Custer serviva. Serviva a trasformare una sconfitta coloniale in martirio patriottico.

Se Custer diventa l’eroe caduto, allora Lakota, Cheyenne e Arapaho possono essere raccontati come “selvaggi”. Se l’attenzione si concentra sull’ultima resistenza del 7° Cavalleria, scompare la resistenza molto più lunga dei Popoli delle Pianure. Se il pubblico piange l’ufficiale sconfitto, non deve più interrogarsi sui trattati violati, sulle riserve imposte, sulla fame organizzata, sulla distruzione dei bisonti, sulla guerra culturale condotta contro intere nazioni.

Da anni studio e racconto i Popoli Nativi del Nord America, e ogni volta mi colpisce lo stesso meccanismo: il colonizzatore viene ricordato con nome, volto, biografia, destino; i popoli colpiti vengono trasformati in sfondo, massa indistinta, nota a margine. Little Bighorn è uno degli esempi più clamorosi di questa manipolazione della memoria.

Perché i protagonisti di quella storia non erano comparse attorno alla morte di Custer.

Erano Sitting Bull, Crazy Horse, Gall, Two Moons, Wooden Leg, Lame White Man. Erano i guerrieri lakota, cheyenne e arapaho. Erano le famiglie accampate lungo il Greasy Grass. Erano le donne, i bambini, gli anziani, i cavalli, le tende, le lingue, le cerimonie, il terrore e la determinazione di chi sapeva che non stava combattendo per una gloria astratta, ma per la sopravvivenza del proprio mondo.

La battaglia del 25 e 26 giugno 1876 fu complessa, come sempre lo è la storia reale. C’erano scout Crow e Arikara al fianco dell’esercito statunitense, e questo impedisce ogni semplificazione romantica. Le nazioni native non erano un blocco unico: avevano alleanze, rivalità, territori, memorie e interessi differenti.

Ma proprio questa complessità rende ancora più grave la menzogna successiva.

Perché la narrazione americana dominante non ha cercato la complessità. Ha cercato un santino. Ha costruito Custer come figura tragica, quasi cavalleresca, e ha relegato i Popoli Nativi nel ruolo previsto dal copione coloniale: ostacolo al progresso, minaccia alla civiltà, massa feroce da contenere o eliminare.

La parola “selvaggi” è servita a questo. La parola “ostili” è servita a questo.            

La parola “Frontiera” è servita a questo. A rendere accettabile l’inaccettabile.

Perché la “Frontiera” non fu una linea poetica verso l’avventura. Fu un processo di occupazione. La “pacificazione” delle Pianure fu guerra. La “civilizzazione” fu cancellazione. Il “destino manifesto” fu ideologia coloniale.

Little Bighorn brucia ancora perché per una volta quel copione si inceppò.

Per una volta l’esercito degli Stati Uniti non vinse. Per una volta l’avanzata coloniale incontrò una resistenza capace di fermarla. Per una volta i Popoli Nativi non furono sconfitti sul campo. E allora la narrazione ufficiale dovette lavorare il doppio: se non poteva cancellare la vittoria indigena, poteva almeno cambiarne il significato.

Così una vittoria nativa divenne il massacro di Custer.         

Una resistenza divenne barbarie. Un’aggressione militare divenne tragedia nazionale.

È uno dei più grandi rovesciamenti simbolici della storia americana.

Ancora oggi molti conoscono Custer più di Sitting Bull. Molti ricordano “Custer’s Last Stand” più del Greasy Grass. Molti immaginano le giubbe blu sulla collina, ma non sanno immaginare l’accampamento indigeno lungo il fiume. Non sanno che quel luogo, per i Popoli Nativi, non è un set cinematografico né un capitolo da manuale: è memoria viva.

E qui la questione diventa attuale.

Perché l’Occidente ama i Nativi quando sono sconfitti, lontani, spiritualizzati, ridotti a piume, tramonti e frasi edificanti. Ma fatica a sopportarli quando parlano di terra, trattati, sovranità, miniere, oleodotti, tribunali, restituzione, diritti.

Il Nativo morto può diventare poesia.

Il Nativo vivo diventa problema politico.

Per questo Little Bighorn non appartiene solo al 1876. Parla ancora oggi. Parla ogni volta che un popolo indigeno viene ascoltato solo se compatibile con l’immaginario romantico dell’uomo bianco. Parla ogni volta che la memoria nativa viene celebrata nei musei, ma ignorata quando rivendica giustizia. Parla ogni volta che un luogo sacro viene trattato come risorsa economica, ostacolo burocratico, terreno da sfruttare.

La questione delle Black Hills, infatti, non è chiusa. Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe che ai Sioux spettava un risarcimento per la sottrazione di quelle terre. Ma per molte comunità Lakota il punto non è mai stato soltanto il denaro. La richiesta riguarda la terra, la memoria, la sovranità, il sacro. Un luogo sacro non diventa giusto perché qualcuno, un secolo dopo, ne calcola il prezzo.

La domanda, dunque, non è soltanto perché l’America abbia fatto di Custer un eroe.

La domanda è perché continuiamo, ancora oggi, a conoscere meglio il nome dei conquistatori che quello dei popoli conquistati.

Io non credo che Little Bighorn vada ricordata per celebrare una battaglia. Credo vada ricordata per smontare un mito. Perché una storia raccontata solo dal punto di vista dell’esercito non è storia: è rapporto militare. Una storia raccontata solo dal punto di vista dei vincitori politici non è memoria: è propaganda. Una storia senza la voce dei popoli colpiti è un’altra forma di occupazione.

Centocinquant’anni dopo, Little Bighorn ci chiede di cambiare posizione. Di scendere dalla collina di Custer e tornare verso il fiume. Verso il Greasy Grass. Verso le voci che la storia ufficiale ha cercato di coprire.

Non si tratta di odiare Custer. Sarebbe troppo facile, e persino riduttivo. Si tratta di capire perché sia stato necessario trasformarlo in leggenda. Perché ogni impero ha bisogno dei propri martiri, soprattutto quando deve nascondere le proprie vittime.

E forse è proprio questo che l’America non ha mai perdonato davvero a Little Bighorn: non la morte di Custer, ma il fatto che per due giorni la Storia non obbedì all’impero.

Di questo si parlerà il 26 giugno, nella conferenza “Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe”, a San Benedetto del Tronto. Scrivere a info@omnibusomnes per informazioni.

Non per celebrare una battaglia. Ma per restituire uno sguardo. E per ricordare che la memoria, quando torna nelle mani dei popoli a cui è stata sottratta, non è nostalgia: è giustizia.

 

Bufera al Tribeca Film Festival: attore e influencer ridono sul red carpet di stupri e violenze a Gaza

 

Sabato, sul tappeto rosso del Tribeca Film Festival,  un influencer e un attore filo-israeliani hanno scherzato sul fatto che le palestinesi sarebbero state violentate dai cani israeliani.

Durante la promozione di un film girato in Israele, l'attore Elon Gold e l'influencer Lizzy Savetsky hanno riso facendo riferimento alle vecchie accuse secondo cui le forze israeliane avrebbero usato cani militari per violentare prigioniere palestinesi.

"È davvero un grande traguardo. E per un film girato in Israele, è una cosa davvero fantastica", ha detto Gold a Savetsky sul tappeto rosso, indicando con un gesto il terreno in riferimento a Israele mentre parlava di quanto fosse contento che il film  The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) , di cui è protagonista, venisse proiettato al festival di New York. 

"Sono stata violentata solo da due cani israeliani", ha detto Gold.

"Pensavo che violentassero solo i palestinesi", ha risposto Savetsky.

"No, ho anche un cane", ribatté Gold scherzando, e scoppiarono entrambi a ridere.

Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem e Euro-Mediterranean Human Rights Monitor hanno documentato casi di prigionieri palestinesi aggrediti da cani militari israeliani. 

Ad aprile, Middle East Eye ha riportato la testimonianza di Amir, un palestinese di 35 anni detenuto nel centro di detenzione di Sde Teiman. Ha raccontato di come i soldati lo abbiano costretto a spogliarsi, prima che i loro cani gli urinassero addosso e lo violentassero.

Ha descritto come il cane "mi abbia penetrato l'ano in modo addestrato mentre venivo picchiato".

"Questo è andato avanti per diversi minuti. Mi sono sentito profondamente umiliato e violato", ha detto Amir.

Un'altra ex prigioniera, Wajdi, di 43 anni, ha raccontato di essere stata incatenata a un letto di metallo e ripetutamente violentata da soldati e da un cane addestrato.

A gennaio, B'Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato "Inferno vivente" , che includeva testimonianze e prove dell'uso di cani per maltrattare i prigionieri palestinesi.

L'uso dei cani nella tortura dei palestinesi è diventato un argomento di discussione internazionale dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo di Nicholas Kristof in cui si faceva riferimento a tale pratica. 

Il governo israeliano ha reagito furiosamente all'articolo, minacciando di querelare il New York Times. Finora non ci sono prove che lo abbia fatto o che intenda farlo.

In una dichiarazione, il Tribeca Festival ha condannato i commenti di Gold e Savetsky.

"Il Tribeca Festival è a conoscenza delle preoccupazioni sollevate in merito a una clip che circola sui social media e condanna senza riserve le osservazioni offensive e inaccettabili fatte da Elon Gold e Lizzy Savetsky alla première di The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) ", si legge nel comunicato.

"La violenza sessuale e la sofferenza umana non dovrebbero mai essere derise o minimizzate. I commenti non rispecchiano i valori del Tribeca Festival e ci rammarichiamo per il dolore e l'offesa che hanno causato. Non siamo riusciti a contattare i registi."

Gaza, scatta il blocco totale degli aiuti: la drastica decisione di Israele dopo l'attacco iraniano

 

L'8 giugno, l'esercito israeliano ha chiuso tutti i corridoi di confine con la Striscia di Gaza e ha sospeso l'ingresso degli aiuti umanitari come forma di punizione collettiva per gli attacchi iraniani in risposta alle violazioni israeliane in Libano.

Il Coordinatore israeliano delle attività di occupazione nei territori palestinesi (COGAT) ha confermato che la chiusura rimarrà in vigore mentre le autorità israeliane valutano la situazione di sicurezza in corso.

Il COGAT ha affermato che la quantità di aiuti umanitari che giungono a Gaza supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione.

A seguito degli attacchi missilistici lanciati dall'Iran contro lo Stato di Israele, sono state implementate una serie di misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, tra cui il valico di Kerem Shalom e il valico di Rafah, fino a nuovo avviso… pic.twitter.com/PptfY8LNcz

– COGAT (@cogatonline) 7 giugno 2026

Da marzo, i funzionari palestinesi hanno riferito che Israele consente l'ingresso nel territorio solo  del 10% circa del fabbisogno effettivo, con appena 640 camion di aiuti umanitari arrivati ??a fronte dei 6.000 necessari a soddisfare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione.

La chiusura giunge dopo che l'Iran ha lanciato cinque ondate di attacchi missilistici e con droni contro il territorio israeliano in risposta agli attacchi israeliani contro Dahiye, sobborgo meridionale della capitale libanese, in diretta violazione del cosiddetto cessate il fuoco.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico contro impianti industriali ad Haifa in risposta a un attacco israelo-americano contro un complesso petrolchimico iraniano.

In una dichiarazione, l'IRGC ha avvertito che Israele ha iniziato un "gioco pericoloso"... pic.twitter.com/gmi3cVTuGm

— The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026

Secondo il Canale 12 israeliano, l'Iran ha finora lanciato tra i 22 e i 24 missili verso Israele, mentre Ansarallah ne ha lanciati due. Il canale ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno partecipando a operazioni di intercettazione missilistica.

— The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026

Il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC), Khatam al-Anbiya, ha dichiarato domenica in un comunicato che Israele ha oltrepassato "tutte le linee rosse" continuando a prendere di mira Beirut. 

"Avevamo già avvertito che, se la criminalità nei sobborghi di Beirut si fosse diffusa, avremmo attaccato obiettivi nei territori occupati", si legge nella dichiarazione. 

Israele ha chiuso tutti i valichi di frontiera di Gaza e sospeso l'ingresso di aiuti umanitari nell'enclave, nonostante un accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti. La decisione arriva in un contesto di continue restrizioni e attacchi, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria a Gaza. pic.twitter.com/aCF4bTmCgg

— DOAM (@doamuslims) 8 giugno 2026

La chiusura dei corridoi umanitari avviene mentre le violazioni del cessate il fuoco e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza continuano senza sosta. 

Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della Salute palestinese di Gaza, pubblicati lunedì, nove palestinesi sono stati uccisi e 43 feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.

Il ministero ha aggiunto che numerose vittime rimangono intrappolate sotto le macerie e nelle strade, e che le squadre di ambulanza e della protezione civile non riescono a raggiungerle. 

Da quando il cosiddetto cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno ucciso 970 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.063.

«Un ladro nano col mantello da gigante»: l'Iran cita Macbeth per attaccare gli USA dopo il maxi-sequestro di criptovalute

 

Il 29 maggio, in occasione del Reagan National Economic Forum, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha rivelato che gli Stati Uniti hanno sequestrato circa 1 miliardo di dollari in criptovalute collegate all'Iran, nel quadro di una più ampia campagna di sanzioni e pressioni contro Teheran.

La replica non si è fatta attendere: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha pubblicato sul suo account X un video con le dichiarazioni del Segretario americano, accusandolo di vantarsi del "furto" di beni iraniani. Per farlo, Baqai ha citato un celebre frammento del Macbeth di William Shakespeare: «Sente che i suoi titoli ora gli pesano addosso come il mantello di un gigante su un ladro nano».

Questo scontro si inserisce in un contesto geopolitico delicatissimo. In seguito all'aggressione statunitense e israeliana contro l'Iran del 28 febbraio e al successivo cessate il fuoco mediato dal Pakistan, Teheran ha posto come condizione cruciale per qualsiasi accordo proprio il rilascio dei beni congelati da Washington.

L'appropriazione unilaterale di asset statali solleva profondi interrogativi di diritto internazionale, in particolare sulla sovranità degli Stati e sulla protezione della proprietà privata da misure coercitive extraterritoriali. Secondo la posizione iraniana, la confisca miliardaria non solo viola le norme internazionali configurandosi come un'azione ostile contro il proprio popolo, ma l'ostentazione stessa del sequestro mette a nudo la reale natura delle politiche di Washington.

Qalibaf: "La diplomazia senza armi fallisce, l'azione militare senza politica non basta"

 

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che la strategia del Paese per porre fine all'attuale aggressione da parte di Stati Uniti e Israele consiste nel ricorrere simultaneamente alla guerra e alla diplomazia, al fine di difendere i diritti della nazione iraniana.

In un messaggio audio rivolto alla nazione iraniana e diffuso lunedì, Qalibaf ha indicato che l'Iran è pronto a riprendere immediatamente le operazioni militari in risposta alle violazioni del cessate il fuoco annunciato all'inizio di aprile da parte di Stati Uniti e Israele.

Le sue dichiarazioni sono giunte dopo che l'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro il regime israeliano in rappresaglia per le violazioni del cessate il fuoco, che includono anche la cessazione delle ostilità in Libano.

L'operazione è stata condotta nonostante i continui sforzi per mediare un accordo tra Iran e Stati Uniti che potesse porre fine in modo definitivo all'aggressione israelo-americana contro il Paese, iniziata alla fine di febbraio.

Qalibaf, che ha guidato i negoziati indiretti tra l'Iran e gli Stati Uniti, ha affermato che Teheran si è impegnata seriamente nella via diplomatica per porre fine all'aggressione. Tuttavia, ha insistito sul fatto che una risposta militare alle violazioni del cessate il fuoco nel Golfo Persico da parte degli Stati Uniti e agli attacchi israeliani in Libano è anche una parte cruciale della strategia iraniana per raggiungere i propri obiettivi nell'attuale confronto.

«Se consideriamo la diplomazia unicamente come negoziati a porte chiuse e sorrisi diplomatici, siamo condannati al fallimento fin dall'inizio. E se ci affidiamo esclusivamente alle operazioni militari e alla guerra, non saremo in grado di difendere pienamente i nostri diritti», ha affermato Qalibaf nel suo messaggio.

Ha osservato che la recente escalation dello scontro con gli Stati Uniti e il regime israeliano è dovuta al continuo blocco statunitense del commercio marittimo iraniano e agli attacchi israeliani in Libano.

"Il blocco navale statunitense contro la nazione iraniana e la mancata osservanza dell'accordo raggiunto sul Libano costituiscono chiare violazioni del cessate il fuoco", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano.

"Era naturale per noi dare una risposta decisa in difesa dei diritti del popolo iraniano", ha aggiunto Qalibaf, lodando le forze armate del Paese per aver agito "con autorità".

Qalibaf ha osservato che la situazione in Libano è un esempio di come la diplomazia, combinata con l'azione militare, possa respingere un aggressore. "La diplomazia non ostacola le operazioni militari, né le operazioni militari ostacolano la diplomazia", ??ha affermato.

Ha spiegato che la sfera militare funge da "forza trainante nella costruzione del potere", dissuadendo il nemico persino dal considerare un atto di aggressione. La sfera diplomatica, ha aggiunto, deve trasformare quel potere in risultati tangibili, legali ed economici.

Il capo negoziatore ha chiarito che Teheran non si fida degli Stati Uniti nei negoziati diplomatici con Washington. "Il nostro obiettivo è porre fine alla guerra e stabilire una sicurezza duratura, non normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti", ha affermato.

"Non ci fidiamo dell'altra parte", ha sottolineato.

Gasolio sopra i 2 euro: perché sale mentre la benzina scende

9 Giugno 2026 ore 11:54
Mentre tornano a salire le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, la rete dei distributori italiana registra una discesa del prezzo della benzina, mentre il gasolio continua a salire in scia all'aumento dell'accisa in vigore da domenica.Secondo le rilevazioni giornaliere di Staffetta Quotidiana, questa mattina 9 giugno la benzina self service sulla rete stradale è a 1,913 euro/litro (-4 millesimi rispetto a ieri), il gasolio a 2,020 euro/litro (+16). Il GPL è a 0,790 euro/litro (-2), il metano a 1,563 euro/kg (invariato). In autostrada, la verde al fai-da-te è a 2,010 euro (-4), il diesel a 2,101 euro (+11), il GPL a 0,903 euro (-3) e il metano a 1,586 euro (-1).La testata specializzata segnala anche la decisione di Eni di ridurre di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e gasolio. Modalità di vendita e marchi Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati sulla base di quanto comunicato ieri mattina dai gestori degli impianti all'Osservatorio del MIMIT, le medie dei prezzi praticati sulla rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 1,919 euro/litro (compagnie 1,919, pompe bianche 1,920) e il diesel a 2,007 euro/litro (compagnie 2,013, pompe bianche 1,994). Al servito, la verde è a 2,058 euro (compagnie 2,094, pompe bianche 1,990), il gasolio a 2,142 euro (compagnie 2,185, pompe bianche 2,062), il GPL a 0,800 euro (compagnie 0,809, pompe bianche 0,790), il metano a 1,563 euro/kg (compagnie 1,562, pompe bianche 1,564), il GNL a 1,461 euro/kg (compagnie 1,465, pompe bianche 1,458).Lo spaccato dei principali marchi mostra Eni a 1,910 euro sulla benzina self service (2,120 al servito) e 2,019 sul gasolio (2,227); IP a 1,928 (2,097) e 1,994 (2,166); Q8 a 1,920 (2,090) e 2,023 (2,175); Tamoil a 1,912 (1,991) e 2,019 (2,094).

Guida autonoma, svolta Ue: test in 18 Paesi, Italia compresa

9 Giugno 2026 ore 11:48
L'Unione Europea fa un passo avanti sulla guida autonoma con un accordo tra 18 Stati membri, Italia inclusa, per avviare sperimentazioni transfrontaliere. L'iniziativa può creare le condizioni per progetti pilota che vedano i veicoli senza conducente come protagonisti in vari settori, dal trasporto pubblico alla logistica, fino ai servizi di mobilità nelle aree meno servite. Creare un circolo virtuoso  Secondo Pierfrancesco Maran, presidente della commissione Ambiente del Parlamento Ue, ora bisognerà creare "un vero mercato europeo dell'innovazione, superando frammentazioni normative e favorendo test su scala continentale. L'esponente dem ha aggiunto che sta presentando emendamenti all'Automotive Omnibus per sostenere lo sviluppo della guida autonoma made in Europe, e rafforzare una filiera industriale europea, capace di competere a livello globale. Generando così filiere industriali, know how e, quindi, posti di lavoro.

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Tetto in tela e aria aperta: come va e quanto costa la Renault 4 Plein Sud

9 Giugno 2026 ore 11:31
Arriva l'estate e con lei la voglia di viaggiare all'aria aperta. Renault cavalca questo spirito con la 4 Plein Sud, variante della crossover elettrica francese caratterizzata da un tetto apribile in tela che richiama alcune delle interpretazioni più iconiche della R4 originale. Tradizione di famiglia Il nome Plein Sud non è casuale. La nuova arrivata raccoglie una lunga tradizione di Renault 4 aperte o semiaperte che hanno accompagnato la storia del modello praticamente sin dalla sua nascita. La più celebre resta probabilmente la spiaggina Plein Air del 1968, realizzata dalla carrozzeria Sinpar. Niente porte, e una rudimentale capote in tela. Negli anni seguirono altre interpretazioni, come la Frog e altre serie speciali. Tra queste spiccano la Jogging e la Sixties, realizzata in circa 2.200 esemplari su base GTL. Non mancarono anche interpretazioni firmate da carrozzieri come Heuliez. Cosa c'è di nuovo La principale novità è rappresentata naturalmente dalla capote elettrica in tela, lunga 92 centimetri e larga 80. L'apertura interessa una superficie particolarmente ampia e coinvolge anche i passeggeri posteriori, trasformando l'abitacolo. All'anteriore gli occupanti guadagnano circa 2 cm di spazio per la testa. Rispetto alla Renault 4 standard, la Plein Sud rinuncia alle barre portatutto sul tetto, necessarie per lasciare spazio al sistema di apertura a tre pieghe. Come va Al volante la Plein Sud conferma la bontà della piattaforma RGEV. Conserva in toto le buone qualità dinamiche emerse sulla 4 tradizionale, con lo schema multilink al retrotreno che contribuisce a renderla sorprendentemente agile tra le curve. Nonostante la piattaforma sia nata prevedendo la Plein Sud, alcune modifiche strutturali sono state necessarie per ospitare il nuovo tetto. L'incremento di peso, tuttavia, è limitato a circa 30 kg, impercettibile al volante.Lodevole la gestione dei flussi d'aria in abitacolo: il deflettore anteriore è efficace, anche a velocità sostenute. Chiaramente aumenta la rumorosità in abitacolo. Renault dichiara +4% a tetto chiuso rispetto alla variante tradizionale con tetto in lamiera. Peggiora leggermente anche l'autonomia, che arriva a 392 km con un pieno di energia secondo ciclo WLTP. Quello che non cambia è la praticità: il tetto in tela non influisce sulla capacità del vano bagagli, che rimane di 420 litri dichiarati. Prezzi La Renault 4 Plein Sud è disponibile esclusivamente nelle versioni Techno e Iconic, entrambe abbinate al motore da 150 CV e alla batteria da 52 kWh. Il prezzo di partenza è fissato a circa 36.790 euro per la Techno, mentre per la più ricca Iconic occorrono circa 38.970 euro, optional esclusi.

Is that a Chinese antenna at Scarborough Shoal? The Philippines thinks so

The Philippines has accused China of building an artificial structure at the hotly contested Scarborough Shoal in the South China Sea. Citing aerial monitoring, the National Task Force for the West Philippine Sea, an inter-agency body overseeing Manila’s maritime strategy in the South China Sea, said on Tuesday that a floating platform six metres (19.7 feet) wide and six metres long was located within the shoal. The structure appeared to be an antenna and individuals were seen on board, the task...

Pentagon blacklists China tech giants as US competition expands

The Pentagon added tech giants Alibaba and Baidu and carmaker BYD to a blacklist of Chinese companies with military ties amid widening competition between the world’s two largest economies. Drug maker WuXi AppTec, robot company Unitree and carmaker Nio were among other businesses added to the 1260H list, according to a US Department of Defence notice. Some Chinese companies no longer operating in the United States were removed in the annual update. Alibaba owns the South China Morning Post. The...

Osca, non solo SUV-coupé: arriva una sportiva V6 su base Lotus

9 Giugno 2026 ore 11:08
Una nuova sportiva italiana è in arrivo. O meglio, una nuova coupé sportiva di un marchio italiano è stata appena annunciata. Si tratta della nuova due posti firmata Osca, il brand riportato in vita dal gruppo DR Automobiles grazie a nuove collaborazioni con marchi cinesi. Il primo è Changan, che farà da base alle vetture a ruote alte (due SUV-coupé da 4,5 e 4,8 metri, la MT6 e la MT8, in arrivo nei prossimi mesi), mentre il secondo non è ancora stato annunciato ufficialmente: tutto, però, porta a pensare che possa trattarsi di Lotus. Anche perché di modelli con le proporzioni dei teaser mostrati durante la presentazione del marchio non è che ce ne siano poi tanti, anzi...  A Macchia d'Isernia le bocche sono cucite, ma parlando con Massimo Di Risio, fondatore del gruppo DR Automobiles, abbiamo raccolto alcune informazioni interessanti. La prima è che dietro l'abitacolo, montato in posizione centrale, ci sarà un V6 sovralimentato. E questo fa pensare al Toyota già disponibile sulla Lotus Emira (che è proposta anche in versione quattro cilindri turbo, con il 2.0 Mercedes-AMG). Questo sei cilindri arriva a erogare 405 CV e 420 Nm: consente alla britannica di toccare i 290 km/h e di completare lo 0-100 in 4,3 secondi. Dati che con tutta probabilità verranno replicati dalla nuova Osca, il cui setup verrà curato dall'ingegner Roberto Fedeli, papà (tra le altre) dell'Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio. Se sottopelle dovremmo ritrovare la stessa meccanica della Lotus Emira (trazione posteriore con differenziale a slittamento limitato e cambio manuale a sei marce), l'estetica sarà totalmente made in Italy. Come per gli altri modelli del marchio, lo stile sarà curato dalla Italdesign e verranno impiegate componenti di vari marchi italiani, a partire dalle parti di fibra di carbonio che caratterizzeranno diverse zone della carrozzeria. Totalmente nuovi sono anche i gruppi ottici, con luci diurne circolari, così come le grandi prese d'aria sulla fiancata che si rifanno alle forme delle Osca del passato. Questa nuova sportiva potrebbe arrivare nel 2027 per festeggiare gli 80 anni dalla fondazione del marchio da parte dei Fratelli Maserati, con dimensioni attorno ai 4 metri e 40 e prezzi al di sopra dei 120 mila euro.

Mazda MX-5 2027: l'1.5 sale a 136 CV e arriva la versione Yakudo

9 Giugno 2026 ore 11:04
Mazda ha presentato il Model Year 2027 della MX-5, la roadster a due posti che, da oltre 35 anni, incarna al meglio la filosofia del puro piacere di guida della Casa giapponese. Le novità di questo aggiornamento riguardano la gamma, che si arricchisce del nuovo allestimento Yakudo, e un incremento di potenza del 1.5 aspirato, che passa dagli attuali 132 a 136 CV. La produzione di questo modello è iniziata nel mese di maggio: l'arrivo sui mercati europei è previsto per settembre. I prezzi per l'Italia non sono ancora stati comunicati. Il nuovo allestimento Yakudo La gamma attuale comprende le versioni Prime-Line, Exclusive-Line, Homura e Kazari. Con il MY27 entra a listino la versione Yakudo, riservata alla MX-5 con capote in tela, e che si distingue per i dettagli esterni in color argento, ripreso anche dalle pinze freno Brembo, e per i rivestimenti dei sedili e della plancia in Alcantara. Sulla sportiva Homura arrivano nuovi cerchi di lega da 16" in color nero, pinze freno Brembo rosse, una barra duomi anteriore e ammortizzatori Bilstein. Su tutta la gamma arriva il monitoraggio attivo dell'attenzione del conducente e, su richiesta, la colorazione metallizzata Zinc Green (da ottobre anche sulla CX-30 MY27). Motore più potente (e pulito) La MX-5 MY27 beneficia anche di piccoli aggiornamenti al motore, volti a migliorarne prestazioni ed efficienza: il 1.5 aspirato Skyactiv-G passa da 132 a 136 CV, con la coppia massima che da 152 arriva a 155 Nm. I consumi dichiarati passano da 6,2 a 6,1 l/100 km, e le emissioni da 140 a 139 g/km di CO2. Altri piccoli accorgimenti migliorano l'acustica del motore.

A U.S. Senator Pushed to Cut Firefighting Aircraft Inspections the Same Month His Former Company Failed One

9 Giugno 2026 ore 11:00
An illustration depicting a firefighting aircraft flying against a textured yellow sky. Below the aircraft, stylized red and orange flames lick upward, with a technical inspection checklist form showing faintly inside the background of the fire.

Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Records obtained by ProPublica, USDA Forest Service photo by Andrew Avitt.

A little over a year ago, Sen. Tim Sheehy floated an audacious proposal to reshape the way the federal government fights wildfires. It called for expanding the use of private planes and helicopters to quickly attack blazes while also eliminating the U.S. Forest Service’s rigorous airworthiness inspections for those aircraft.

The idea stood to benefit Sheehy, a Montana Republican, personally. Before running for Congress, he founded and ran an aerial firefighting company called Bridger Aerospace, which is known for its scoopers, aircraft built to retrieve water from lakes or oceans and drop it onto fires. Since 2021, the Forest Service has paid Bridger more than $235 million for use of its scoopers, according to public records.

Sheehy’s ownership of Bridger is well known, but what hasn’t been reported is that the same month the proposal leaked, a Forest Service inspector had discovered a crack in a wing of an aircraft Bridger had presented as ready for service. The scooper had failed the very inspection Sheehy sought to eliminate. 

Forest Service inspectors have flagged problems with Bridger’s scoopers for years, according to sources and documents obtained by ProPublica under the Freedom of Information Act. The records were heavily redacted by the agency, including the problem that the inspector discovered last April. But a former government official with direct knowledge of the inspection told ProPublica it had revealed a crack in a wing. “It was a big crack,” the official said. Other experts said that kind of finding is rare and could have proved catastrophic.

“Very seldom do you find a crack in a major component,” said Paul Markowitz, a former national aviation maintenance manager for the Forest Service. Detecting such problems is the reason the Forest Service operates an airworthiness program, he added: “It’s to keep people alive.”

Veteran fire officials noted that Sheehy’s proposals would eliminate costly oversight of the company he founded and others like it while increasing spending on aerial firefighting. At the time the document leaked, he owned Bridger stock worth between $13 million and $15 million.

Within the Forest Service, the company was known to resist oversight, officials told ProPublica. Five current and former Forest Service officials say Bridger Aerospace has chafed at the agency’s rigorous inspections, even as records and sources indicate the company has presented aircraft in need of maintenance and repairs as ready to fight fires. The sources asked not to be named for fear of reprisal.

Bridger did not answer questions about the failed inspection but said in a statement, “Safety is the bedrock of our company, and we spare no expense.” It added, “Our investment in maintenance and training runs into the tens of millions annually and reflects the high safety standard we believe this work demands.”

Bridger’s aircraft have never been involved in a crash, according to records maintained by the National Transportation Safety Board. 

Sheehy’s office did not respond to interview requests. But he has been open about his frustration with the Forest Service’s inspections and contended that Bridger’s scoopers, because they are built to fight fire, require less oversight than other firefighting aircraft that were originally designed for other purposes. 

In response to detailed questions about Sheehy’s role in reshaping the fire service, a spokesperson for the senator said he stands by his efforts to eliminate Forest Service inspections. The process is “a relic of a bygone era and has become an unnecessary barrier to asset availability,” the spokesperson said in an email. The spokesperson also said that Sheehy has no conflict of interest because he has since moved his assets into blind trusts, adding, “The senator will continue to be adversarial toward anyone protecting a broken status quo that has allowed cities to burn to the ground.”

Former Forest Service officials say it’s common for companies to complain about inspections. What sets Bridger apart is its connection to a senator who is seeking to change how wildfire aviation is managed. A spokesperson for the Department of Agriculture, which oversees the Forest Service, did not answer questions about Sheehy’s relationship with the agency.

Last June, President Donald Trump signed an executive order directing agencies to consolidate their wildland fire programs, an idea Sheehy and others have long favored. The order left Forest Service inspections in place. But as fire officials discuss consolidation, an influential industry group that Sheehy helped shape is advocating for ending them.

The United Aerial Firefighters Association was launched in 2022, with Sheehy serving as a founding board member. The group now wants to allow contractors to develop their own inspection standards.

“Industry inspects itself all the time. Industry inspects automobiles. Industry inspects baby formula,” said Tiffany Taylor, UAFA’s senior policy director. “Why can’t we be inspecting ourselves?”

A redacted airworthiness inspection form for a wildland firefighting aircraft, referenced under the “LA-N415BT-AvCheck” header. The form displays safety compliance checks across several sections, including general mechanical components, specialized smokejumper equipment and avionics systems. There are four items highlighted in yellow that received a “fail” status.
In a U.S. Forest Service inspection document, a Bridger scooper is noted to have had its wing repaired. In a separate inspection, the same aircraft had multiple “fails,” including for an unspecified engine issue. Obtained, highlighted and redacted by ProPublica

Contractors like Bridger own the vast majority of aircraft that the federal government uses to fight wildfires. In 2022, the last year for which data is available, only 5% of the Forest Service’s flight hours for firefighting came from aircraft it owns. Regardless of their ownership, aircraft must be inspected before flying. That job falls to about 25 aviation safety inspectors, most of whom work for the Forest Service. 

The Federal Aviation Administration certifies aircraft but does not conduct regular inspections. The agency instead relies on companies to ensure their planes and helicopters are airworthy. Even when the FAA performs inspections, fire officials and contractors say, they do not account for the stresses inflicted by steering aircraft through wildfires. “The Forest Service is way more in-depth,” said Britt Coulson, president of Coulson Aviation, a prominent air tanker contractor.

Forest Service officials often say the agency’s rules governing aviation are written in blood. A pair of shocking crashes in 2002 ignited the push for more rigorous inspections. That June, an air tanker was dropping retardant in California when its wings folded upward, like a bird in flight, and detached. The plane burst into flames and fell to the ground. The harrowing moment was caught on video. Three people onboard were killed, and the NTSB later attributed the accident to undetected cracks in one of the plane’s wings. One month later, in Colorado, another tanker contracted by the Forest Service crashed after a wing separated from the fuselage. Two pilots were killed. Once again, the NTSB said the accident was caused by unidentified wing cracking.

Since 2010, when the Forest Service implemented its current airworthiness program, the accident rate for aircraft it owns or contracts has plummeted. Between 1993 and 2010, it reported 85 accidents that killed 63 people — an average of nearly four deaths per year. Between 2011 and 2023, the last year for which data is available, the agency reported just 17 accidents and seven fatalities.

Inspectors examine everything from the fuselage to the altimeter. When they find problems, they require the contractor to make changes before they issue a certifying document known as a card. In a separate procedure, inspectors issue cards to contractors’ pilots.

By 2018, Bridger had a modest fleet of surveillance aircraft, but Sheehy had bigger ambitions. According to Sheehy’s 2023 book, “Mudslingers: A True Story of Aerial Firefighting,” his brother, Matt, a Bridger co-founder, helped connect the company to the Blackstone Group, which invested a reported $150 million. Bridger used the funds to buy six scoopers from Viking Air. Sheehy wrote that the day of the first aircraft’s arrival in 2020 was “among the proudest of my life.”

In his book, he described that aircraft as a “brand new” model CL-415 but according to FAA records and aviation experts, this was inaccurate. The records show Bridger’s first scooper was built in 1985 and that it is in fact a precursor to the CL-415 model. Viking Air is now part of a larger company called De Havilland Aircraft of Canada Limited. A De Havilland spokesperson declined to comment about the aircraft’s age.

Records also show that Bridger’s first scooper had undergone extensive repairs before the company bought it. The skin of the fuselage had cracked from stress, and both wings had been repaired. One repair, done in 2012, fixed a crack in the left spar — a load-bearing beam extending outward from the fuselage. Experts say any repair to a wing spar is significant. “A spar is what’s holding the damn thing together,” said Markowitz. 

According to Sheehy’s account, in 2020, the Forest Service’s airworthiness chief at the time, John Nelson, insisted that Bridger’s scoopers meet an updated standard of maintenance and inspection. Sheehy was extremely upset. “Unfortunately, the relationship between industry and the USFS Airworthiness Branch is at an all-time low,” he wrote in his book. (Nelson did not respond to questions about Sheehy’s characterization.)

The next year, Bridger’s first scoopers received cards, allowing the government to pay for their use.

By 2023, the company had six contracted scoopers. Inspectors soon found more problems with the aircraft, according to the records. In January 2024, Bridger presented its first scooper as ready for service, only to have a Forest Service inspector find issues with the engine and electronics. The problems and reasons for the failed inspection were redacted in documents obtained by ProPublica. The scooper received its card the next month.

According to experts who examined the Bridger inspection records at ProPublica’s request, these issues are common in the aerial firefighting fleet. But they said it’s extraordinary for inspectors to find a problem like the one identified last spring.

In early April 2025, Bridger presented two scoopers for carding, saying they were ready for service. During one of these assessments, a Forest Service inspector found a crack in a wing.

The Forest Service records show that Bridger completed a repair in Montana by April 18. Within a week, both aircraft had been cleared for flight.

Bridger did not answer specific questions about the repair. In a statement, the company said, “For a 30,000-pound aircraft that skims bodies of water repeatedly at 100 mph to scoop 11,700 pounds of water in 12 seconds, regular maintenance and periodic repairs are an inherent part of the job.” The company added, “We welcome the rigorous certification process.”

But the relatively quick repair was not a reflection of the severity of the issue. Gil Elmy, a former Forest Service official who wrote the agency’s aircraft inspector guide, said such a finding “should not happen.” Markowitz said the finding evoked an uncomfortable historical echo. The 2002 crash, which was caught on camera and precipitated the Forest Service’s reckoning and its modern airworthiness program, was caused by unidentified wing cracking.

As Bridger’s scooper was being repaired, officials in the wildland fire community were responding to a proposal from the senator’s office that would have ended the airworthiness program. In March 2025, Sheehy asked Brooke Rollins, the secretary of the Department of Agriculture, to stop the inspections, and in mid-April, a draft executive order that proposed eliminating them leaked from his Senate office. Metadata showed the draft had been edited by one of Sheehy’s policy advisers at the time as well as a lobbyist for Bridger. The United Aerial Firefighting Association also shaped the draft.

“Senator Sheehy’s office circulated a living, breathing document to members of congress, outside policy experts, and industry stakeholders on ways to improve the way we fight fire in this country,” wrote Sheehy’s spokesperson.


When Sheehy resigned from Bridger in July 2024 to run for the Senate, he owned 21% of the company, making him its largest individual shareholder. Four months after taking office, in May 2025, he moved most of his stock into two revocable blind trusts, claiming they eliminated any conflict of interest he might have.

But the trusts appear to be managed by executives at Tallgrass, an energy infrastructure company that until March was run by Sheehy’s brother, Matt, who was also a significant early investor in Bridger. Neither Matt Sheehy nor representatives for Tallgrass responded to questions about the trusts. In an email, a spokesperson for the senator did not dispute the Tallgrass executives’ stewardship but pointed out that the Senate Select Committee on Ethics had vetted the trusts. The spokesperson wrote, “Senator Sheehy’s blind trusts are completely independent — he has no control over them.”

According to Cynthia Brown, senior ethics counsel at the nonprofit Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, a decision to entrust stock to such close associates undermines the purpose of a blind trust, which is to ensure that a lawmaker’s investments are independently managed. In an email, Brown said, “Selecting a family member’s company appears to do that exact thing that the rules mean to prohibit.”

Since last spring, Sheehy has said little about airworthiness inspections. But he has pushed other policies that would increase business opportunities for aviation companies, such as requiring a response within 30 minutes to all wildfires on federal land. At the same time, he has driven an agenda that could debilitate his longtime foe, the Forest Service.

In statements, on podcasts and in the New York Times opinion section, he has advocated for a single national fire service. And at almost every turn — including in proposed legislation — he has insisted that the Forest Service’s vast wildfire apparatus be moved within the Department of the Interior’s smaller operation. It would hollow out the Forest Service, which draws more than half its budget from fire operations. “It would be a fatal wound,” said Doug Crandall, the agency’s former legislative affairs director.

There are inefficiencies in a fire aviation system spread between agencies. The rush for a couple dozen inspectors to certify hundreds of planes and helicopters before wildfire season can cause delays, temporarily grounding aircraft and cutting into contractors’ revenues. And the agencies have sometimes required duplicative inspections. 

But even officials and firefighting labor advocates who support consolidation, which requires congressional approval, have questioned why Interior should absorb the Forest Service’s fire program. Some liken it to forcing a minnow to swallow a whale. The Forest Service employs about twice as many full-time wildland firefighters as the Interior Department, and it spends at least three times more on aviation contracting. It is also responsible for the vast majority of inspections. According to a recent organizational chart reviewed by ProPublica, only five aviation safety inspectors currently work for the Interior Department.

Bridger carries significant debt and in 2024 warned shareholders that it had “substantial doubt about our ability to continue as a going concern.” But last year, the company reported a profit for the first time since going public. It also purchased two more scoopers and predicted that efforts to unify fire agencies “could increase contracting opportunities for private aerial providers.” In another recent filing, Bridger said, “the legislative and policy environment has never been more aligned with our mission.”

Last year, six Forest Service aviation safety inspectors resigned or retired, according to the agency. The recent organizational chart reviewed by ProPublica shows the same number of positions remain unfilled, representing more than 20% of Forest Service aviation safety inspector jobs. It’s unclear what would happen to the rest of the inspectors if the Interior Department were to absorb the Forest Service’s fire operations. In an emailed statement, Adam Mendonca, the Forest Service’s deputy director of fire and aviation management, said the agency “has no intention to change our aircraft inspection standards,” adding that it was “working closely with the Department of the Interior to streamline aviation operations.”

In late March, the Forest Service announced a dramatic reorganization that will move its headquarters to Salt Lake City. The Department of Agriculture reiterated the administration’s desire to fold the Forest Service’s fire operations into the Interior Department.

By that point, blazes had ignited in the Midwest. With the arrival of fire season, the Forest Service’s airworthiness inspectors performed their close examinations. At hangars across the country, they looked for cracks.

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Il Punto

9 Giugno 2026 ore 11:00

È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]

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Facebook Plus abbonamento: quanto costa e cosa cambia

9 Giugno 2026 ore 10:58
Facebook Plus abbonamento

Facebook Plus abbonamento è ormai realtà: Meta ha ufficialmente avviato il rollout dei piani premium per le sue principali piattaforme. Facebook, Instagram e WhatsApp entrano nell'era delle sottoscrizioni a pagamento, introducendo funzioni esclusive riservate a chi decide di mettere mano al portafoglio. Ma vale davvero la pena pagare?

Quanto costa Facebook Plus e gli altri abbonamenti Meta

I prezzi sono stati fissati con una logica chiara. Facebook Plus e Instagram Plus costano 3,99 dollari al mese ciascuno. WhatsApp Plus, invece, è leggermente più economico: 2,99 dollari mensili. Per il mercato europeo, le cifre sembrano destinate a restare simili, con Facebook Plus atteso intorno ai 2,99 euro al mese in Italia.

Tutti questi piani confluiscono sotto un nuovo marchio ombrello chiamato Meta One, che raccoglie e gestisce l'intera offerta in abbonamento del gruppo. Chi vuole ancora di più può guardare ai livelli superiori: Meta One Plus a 7,99 dollari e Meta One Premium a 19,99 dollari al mese, pensati soprattutto per creator e aziende con accesso avanzato all'intelligenza artificiale.

Cosa include Facebook Plus: le funzioni esclusive

Le novità per gli abbonati di Facebook e Instagram ruotano soprattutto attorno alle Storie. Gli utenti Plus possono estendere la durata oltre le canoniche 24 ore, creare contenuti in evidenza e consultare statistiche dettagliate sul pubblico. È anche possibile pubblicare contenuti senza mostrarli nel feed dei propri follower, una funzione particolarmente utile per chi gestisce una community.

Durante i test erano emerse ulteriori funzionalità: le cosiddette spotlight Stories, nuove reazioni speciali chiamate super heart e la possibilità di guardare le Storie altrui senza comparire nell'elenco delle visualizzazioni.

WhatsApp Plus segue un percorso diverso. Le novità riguardano la personalizzazione dell'interfaccia: temi grafici, suonerie esclusive, adesivi premium e la possibilità di fissare in alto un numero maggiore di conversazioni rispetto alla versione gratuita.

Meta AI a pagamento: il futuro è freemium

La svolta non riguarda solo i social. Meta sta sperimentando un modello freemium anche per la propria intelligenza artificiale. Funzioni avanzate come la modalità Thinking, il ragionamento esteso e la generazione di immagini e video saranno soggette a limiti per gli utenti gratuiti. Chi vuole accedervi senza restrizioni dovrà sottoscrivere uno dei piani Meta One.

Una strategia che riflette una tendenza ormai consolidata nel settore tech: rendere le funzioni più potenti accessibili solo a pagamento, mantenendo però una versione base gratuita per non perdere utenti.

La versione gratuita rimane: nessuno è obbligato a pagare

È importante chiarirlo: Facebook, Instagram e WhatsApp restano gratuiti. Gli abbonamenti Plus non sostituiscono l'accesso base alle piattaforme, ma aggiungono un livello superiore di funzionalità per chi lo desidera. Meta ha anche precisato che questi piani sono separati da Meta Verified, il servizio dedicato alla verifica degli account.

La domanda che in molti si pongono è legittima: ha senso pagare per funzioni che fino a ieri erano considerate standard? La risposta dipende molto da come si usa la piattaforma. Per un utente occasionale probabilmente no. Per un creator o un professionista del digitale, qualche euro al mese potrebbe fare la differenza.

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Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre

9 Giugno 2026 ore 10:11

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Anno di Pubblicazione della versione illustrata: novembre 2025Prima uscita del romanzo: 1925 Pubblicato nel 1925, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è uno dei romanzi più importanti della letteratura americana del Novecento. Il mondo raccontato nel romanzo si colloca negli anni Venti, un periodo di grande crescita economica negli Stati Uniti, segnato dall’espansione della ricchezza, dal consumo ostentato e dalla fiducia quasi illimitata nel progresso. È l’epoca che precede il crollo di Wall Street del 1929, evento che segnerà la fine di quell’illusione di prosperità continua e metterà in crisi l’idea stessa di sogno americano così come veniva vissuta

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RE: https://tutut.delire.party/@marien/116698681618287897#Framadate est pro…

9 Giugno 2026 ore 10:10

RE: https://tutut.delire.party/@marien/116698681618287897

#Framadate est propulsé par #Pollaris, un logiciel #Libre conçu bénévolement par @marien !

Aujourd'hui, Marien propose à la communauté de s'impliquer dans les évolutions de Pollaris (évolutions qui impacteront donc Framadate aussi).

C'est une superbe occasion de contribuer à l'amélioration d'un logiciel impactant plus d'un million de personnes !

Trump ha reso l'Iran una super-potenza

9 Giugno 2026 ore 10:07

💾

L'Iran adesso stabilisce cosa Israele possa colpire, e quando. L'alterco tra Trump e Netanyahu ha chiarito che ora è Teheran a stabilire quando Tel Aviv possa decidere di attaccare in Libano, e a quali condizioni. Siamo in una situazione gravissima e pericolosissima.

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Strade a rischio, lintelligenza artificiale prevede dove si concentreranno gli incidenti

9 Giugno 2026 ore 10:06
L'intelligenza artificiale per creare un modello predittivo capace di stimare dove il pericolo di incidenti stradali sia più elevato nel nostro Paese: questo è l'obiettivo di RoadSafeAI 2.0, sistema sviluppato dal Politecnico di Milano e presentato ieri durante il quinto Forum di The Urban Mobility Council UnipolSai. Per elaborare le previsioni, però, l'IA necessita di una mole enorme di informazioni fornite dall'uomo: milioni di dati telematici raccolti dai veicoli tramite la tecnologia UnipolTech, in particolare dalle scatole nere, che registrano frenate brusche, sterzate e accelerazioni, insieme ai dettagli su traffico e caratteristiche della rete stradale.Una volta ottenuti i risultati, i gestori delle infrastrutture potranno individuare con maggiore precisione le priorità di intervento, nel tentativo di contrastare un fenomeno che resta lontano dagli standard di una nazione civile: nel 2024 in Italia si sono registrate circa 3.000 vittime della strada, secondo i dati Istat più recenti, per un costo sociale stimato in oltre 20 miliardi di euro. Il test in tre città RoadSafeAI 2.0 è già stato applicato a Milano e Genova. I risultati mostrano che il sistema apprende rapidamente il contesto in cui opera, adattandosi alle diverse morfologie urbane e alla densità veicolare. A Napoli, invece, simulando l'assenza di dati diretti e utilizzando esclusivamente immagini provenienti da OpenStreetMap insieme ad algoritmi dedicati, l'intelligenza artificiale è riuscita a individuare la localizzazione delle aree con maggiore o minore intensità di decelerazioni repentine, con un margine di errore pari al 5,5%. La sfida del futuro Si tratta di una tecnologia predittiva che traccia la direzione verso un ecosistema nazionale della sicurezza stradale. L'obiettivo è un sistema in cui l'integrazione tra veicoli connessi, infrastrutture intelligenti e big data permetta alle amministrazioni pubbliche di passare da un approccio reattivo a una vera prevenzione attiva. Nell'attesa, resta evidente come già oggi gli enti locali potrebbero intervenire con maggiore efficacia anche senza strumenti avanzati, migliorando la qualità dell'asfalto e delle ciclabili e intensificando i controlli su chi viola in modo grave le regole della circolazione.

Rilevate vulnerabilità in Apache Http Server

9 Giugno 2026 ore 09:51
Aggiornamenti di sicurezza sanano diverse vulnerabilità presenti in Apache HTTP Server, di cui 2 con gravità “critica” e 3 con gravità “alta”. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire a un utente malintenzionato remoto di eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati e comprometterne la disponibilità.

Xi Jinping’s visit to North Korean war monument evokes ‘eternal historical memory’

Chinese President Xi Jinping emphasised the shared sacrifices and deep historical ties between China and North Korea during a visit to a historic mountainside in Pyongyang on Tuesday. Xi and first lady Peng Liyuan paid tribute at the Sino-Korean Friendship Tower in Moran Hill, accompanied by North Korean leader Kim Jong-un and his wife Ri Sol-ju. Honour guards placed a floral basket at the monument with a ribbon inscribed with the words “The martyrs of the Chinese People’s Volunteer (CPV) Army...

Genesis GV60 Magma arriva in Italia: 650 CV e numeri da sportiva, ecco quanto costa

9 Giugno 2026 ore 11:42
Genesis ha aperto gli ordini per l'italia della GV60 Magma, la variante ad alte prestazioni della SUV elettrica del brand di lusso del gruppo Hyundai (il powertrain è quello della Ioniq 5 N). L'arrivo di questo modello nelle concessionarie è previsto per la fine dell'estate, ma gli ordini sono già aperti: una sola versione, proposta a 88.400 euro: al cliente solo la scelta del colore della carrozzeria. Stile sportivo... Lunga 4.635 mm, larga 1.940 e con un passo di 2.900 mm, la GV60 Magma ha un assetto ribassato di 20 mm rispetto al modello standard, carreggiate allargate e soluzioni volte a massimizzare prestazioni ed efficienza: il paraurti sportivo con tre grandi prese d'aria e le piccole appendici aerodinamiche alle estremità, le minigonne laterali, i flap sui passaruota e il grande spoiler posteriore. I cerchi da 21" in grigio opaco montano pneumatici Pirelli e ospitano dischi anteriori da 400 mm con pinze a 4 pistoncini. ... anche a bordo L'abitacolo mantiene il connubio tra ricercatezza, materiali pregiati e sportività, con i sedili a guscio regolabili elettricamente a dieci vie che si affiancano ai rivestimenti in pelle scamosciata di pannelli porta e console, le cuciture arancioni Magma e le finiture metalliche antiriflesso, il volante esclusivo per questo modello e il pulsante arancione per la modalità di guida più sportiva. Il bagagliaio ha una capacità dichiarata di 670 litri, che diventano 1.440 abbassando gli schienali della seconda fila. Prestazioni da sportiva Il powertrain dual motor ha una potenza combinata di 478 kW (650 CV) e una coppia di 790 Nm, che permettono alla SUV di scattare da ferma a 100 km/h in 3,4 secondi, di toccare i 200 km/h in 10,9 secondi e di raggiungere la velocità massima di 264 km/h. La batteria ha una capacità di 84 kWh: l'autonomia dichiarata è di 425 km. In corrente continua si passa dal 10 all'80% in 18 minuti. Tutto (o quasi) di serie La Genesis GV60 Magma arriva nella colorazione pastello Alta White (le tinte metallizzate costano 900 euro, quelle opache/speciali - tra cui il Magma Orange - 2.490 euro), prevede i fari anteriori a matrice di LED, gli specchietti ripiegabili elettricamente, i cerchi di lega da 21" e i vetri posteriori oscurati. Di serie la guida assistita di livello 2, le modalità Launch Control e Drift, dashcam, sensori perimetrali, sospensioni attive, sedili sportivi e pedaliera in alluminio. La garanzia è di 5 anni a chilometraggio illimitato, e comprende anche gli interventi di manutenzione.Genesis GV60 Magma: 88.400 euro

Risolte vulnerabilità in Google Chrome

9 Giugno 2026 ore 08:50
Google ha rilasciato un aggiornamento per il browser Chrome al fine di correggere 74 vulnerabilità di sicurezza, di cui 17 con gravità “critica”. Tra queste si evidenzia la CVE-2026-11645, di tipo “Out of bounds read” che potrebbe permettere l’esecuzione di codice arbitrario sulle istanze interessate.

Presente assente

9 Giugno 2026 ore 08:49

È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita.

La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”

La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che

ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di guerra, ma quotidianamente.

Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del delitto commesso.
A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.

Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.

È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto.

È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale.

È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli.

Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.

In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale.

Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco.

Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.

Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”.

È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.

Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.

Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli.

Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”.

Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.

Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.

Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro.

Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme.

Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.

Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.

Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero.

A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”.

Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.

Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima,

e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto di Fato e Stato.

Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa.

L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.

Pubblicata la strategia per l’open-source della Commissione Europea che piace alla FSFE

9 Giugno 2026 ore 08:45
Se sia o no la svolta a proposito del principio "Public Money? Public Code!" lo dirà solo il tempo, ma il pacchetto per la Sovranità Tecnologica che è stato appena pubblicato ha tutti i presupposti per esserlo. Il compito della FSFE? Far si che gli obiettivi siano legati a progetti giuridicamente vincolanti!

Questa volta andrà meglio? Reaction a Casey Muratori

9 Giugno 2026 ore 08:52

💾

Video di Casey:
- https://www.youtube.com/watch?v=tlQ7EoJDTQY

Il mio obiettivo è costruire il migliore contenitore di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione:
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9 Giugno 2026 ore 07:03

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Spese militari nucleari: nel 2025 +19% con record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono

9 Giugno 2026 ore 08:24

I nuovi dati ICAN e SIPRI sulle scelte degli Stati dotati di arsenali atomici confermano la più grave corsa agli armamenti nucleari dalla fine della Guerra Fredda Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all'anno precedente(pari [...]

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Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni

9 Giugno 2026 ore 08:05

La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.

L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.

L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.

Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.

La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.

La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.

In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?

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Un’evidenza semplice

9 Giugno 2026 ore 07:27
di Lorenzo Pisaneschi   [E’ uscito ieri per Arcipelago Itaca Un’evidenza semplice, libro di Lorenzo Pisaneschi vincitore dell’undicesima edizione del Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi – Opera prima. Presentiamo alcuni testi, seguiti dalla prefazione di Francesco Brancati].   I – E intanto, Valentina     I.   E intanto Valentina si …

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Il Sahel come fianco sud dell’Europa: Mali e Niger nella crisi della sicurezza regionale

9 Giugno 2026 ore 07:00

Per lungo tempo il Sahel è stato percepito in Europa come una periferia instabile: rilevante per le crisi migratorie, importante per il contrasto al terrorismo, ma comunque esterno al nucleo della sicurezza europea. Questa lettura appare oggi insufficiente. La domanda non è più se l’instabilità saheliana possa produrre effetti sul continente europeo, ma attraverso quali canali tali effetti si stiano già manifestando: sicurezza, energia, rotte, influenza strategica e capacità europea di agire nel proprio vicinato.

Mali e Niger offrono due angolature complementari dello stesso problema. Il primo mostra la difficoltà crescente degli Stati saheliani nel contenere attori armati non statali sempre più adattivi. Il secondo segnala la trasformazione delle risorse strategiche in strumenti di sovranità politica e competizione internazionale. Insieme, i due casi indicano che il Sahel non può più essere trattato come un dossier regionale separato, ma come uno dei punti di pressione del fianco sud europeo.

Dal ritiro occidentale alla sovranità militare

Il ciclo di colpi di Stato che ha attraversato Mali, Burkina Faso e Niger ha modificato il quadro politico della regione più di quanto abbiano fatto molte operazioni militari precedenti. Non si è trattato soltanto di una sostituzione di élite al potere, ma di una ridefinizione dei rapporti tra sicurezza interna, legittimità politica e posizionamento internazionale. Le giunte militari hanno costruito parte del proprio consenso presentando la rottura con la Francia e con l’Occidente come recupero di sovranità nazionale.

Questa narrazione ha intercettato un dato reale: la lunga presenza occidentale non è riuscita a produrre stabilità duratura. L’operazione Serval e poi Barkhane avevano contenuto l’avanzata jihadista in alcune fasi, ma non avevano risolto le fratture territoriali, etniche e istituzionali che alimentano il conflitto. Il ritiro francese dal Mali nel 2022, seguito dall’espansione dell’influenza russa tramite Wagner e poi Africa Corps, ha mostrato che l’uscita dell’Occidente non coincide automaticamente con la ricostruzione dell’autonomia strategica degli Stati saheliani.

La formalizzazione dell’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS nel gennaio 2025 ha rafforzato questa traiettoria. L’Alleanza degli Stati del Sahel è diventata il contenitore politico di un nuovo discorso regionale, fondato su sovranità, sicurezza e rifiuto delle pressioni esterne. Tuttavia, il problema resta aperto: una sovranità costruita quasi esclusivamente sulla centralità militare rischia di restare dipendente da emergenza permanente, sostegno esterno e repressione interna. Il risultato non è necessariamente uno Stato più forte, ma uno Stato più isolato e più esposto.

Jihadismo, risorse e competizione esterna

Gli sviluppi recenti in Mali confermano che il vuoto lasciato dal ridimensionamento occidentale non è stato occupato da un’autorità statale più efficace. Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaida, e le formazioni tuareg del nord hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella prevista da molte letture occidentali. Le offensive coordinate, la pressione su Kidal e l’estensione della minaccia verso Bamako indicano che gli attori non statali non operano più soltanto come forze di disturbo, ma come soggetti capaci di incidere sugli equilibri strategici del Paese.

Il caso maliano è rilevante perché mostra una trasformazione della guerra irregolare. I gruppi jihadisti e ribelli non sfruttano soltanto la debolezza dello Stato, ma la convertono in vantaggio operativo. Si muovono tra periferie desertiche, aree rurali, confini porosi e centri urbani, alternando pressione militare, controllo delle rotte e capacità di intimidazione. In questo quadro, la presenza russa non sembra aver invertito la tendenza. Al contrario, gli abusi attribuiti ai contractor e la difficoltà nel garantire sicurezza capillare rischiano di alimentare nuovi risentimenti locali.

Il Niger completa il quadro da un’altra prospettiva: quella delle risorse strategiche. La crisi tra Niamey e Orano attorno alla miniera di Somaïr non riguarda soltanto una controversia industriale. L’annuncio della nazionalizzazione della società mineraria, dopo anni di presenza francese nel settore dell’uranio, segnala la volontà della giunta nigerina di trasformare una risorsa energetica in leva politica. Anche in questo caso, la parola “sovranità” diventa centrale, ma il suo significato resta ambiguo: può indicare controllo nazionale delle risorse, oppure apertura a nuovi rapporti di dipendenza verso attori alternativi.

La competizione tra potenze entra così nel Sahel non solo attraverso basi, consiglieri militari o contratti di sicurezza, ma anche tramite miniere, logistica, accordi infrastrutturali e canali finanziari. Russia e Cina non sono presenti nello stesso modo, né perseguono necessariamente obiettivi identici, ma entrambe beneficiano dell’indebolimento del dispositivo occidentale e della crisi dell’influenza francese. Il Sahel diventa così uno spazio in cui la de-occidentalizzazione non produce automaticamente autonomia, ma moltiplica le offerte esterne disponibili per regimi in cerca di protezione, risorse e legittimazione.

Perché riguarda l’Europa

Per l’Europa, la crisi saheliana non è rilevante solo per ragioni umanitarie o migratorie. È rilevante perché riguarda la profondità strategica del Mediterraneo allargato. L’instabilità del Mali, del Niger e del Burkina Faso non resta confinata entro frontiere formali: tende a propagarsi verso il Golfo di Guinea, a interagire con la fragilità libica e a incidere sulle reti criminali, sui traffici e sulle rotte che collegano Africa occidentale, Nord Africa ed Europa meridionale.

L’Italia è coinvolta in questa dinamica in modo diretto, anche quando non viene citata come attore di primo piano. La sicurezza del Mediterraneo centrale dipende anche dalla stabilità delle aree interne africane. La Libia, il Niger e il Sahel non sono compartimenti separati, ma segmenti di uno stesso arco di vulnerabilità. Se lo Stato perde controllo sulle aree interne, aumentano gli spazi per gruppi armati, reti di traffico, economie illegali e attori esterni interessati a usare l’instabilità come leva negoziale.

Vi è poi una dimensione energetica e industriale. Il caso dell’uranio nigerino non va letto in termini semplicistici, come se la sicurezza energetica europea dipendesse da una sola miniera o da un solo Paese. La sua importanza è più ampia: mostra come le filiere strategiche possano diventare oggetto di pressione politica in una fase di competizione globale sulle materie prime. Per un’Europa che parla di autonomia strategica, transizione energetica e sicurezza industriale, il controllo delle risorse e delle rotte non è più un tema secondario.

Infine, il Sahel riguarda l’Europa perché misura la credibilità della sua politica estera. L’Unione Europea e i singoli Stati membri hanno spesso alternato cooperazione allo sviluppo, missioni militari, programmi di formazione e gestione emergenziale dei flussi migratori. Questa pluralità di strumenti non ha però sempre prodotto una strategia coerente. Il rischio è che l’Europa continui a reagire alle crisi saheliane come episodi separati, senza riconoscere che esse compongono ormai una linea di frattura permanente del proprio vicinato.

Oltre l’emergenza: quale strategia europea

Una nuova strategia europea per il Sahel dovrebbe partire da un presupposto realistico: non esiste un ritorno semplice all’ordine precedente. La stagione della centralità francese è chiusa o comunque profondamente ridimensionata. Allo stesso tempo, l’idea che le giunte militari possano garantire stabilità attraverso la sola forza appare smentita dagli sviluppi sul terreno. L’Europa deve quindi evitare due errori opposti: la nostalgia dell’intervento occidentale e l’abbandono di uno spazio considerato ormai perduto.

Il primo terreno è quello della sicurezza. La cooperazione militare non può essere ridotta alla formazione di unità locali se manca una lettura politica delle fratture territoriali. Rafforzare le capacità statali significa anche sostenere intelligence, controllo delle frontiere, sicurezza delle infrastrutture, protezione delle comunità locali e contrasto alle economie illegali. Senza questi elementi, la risposta militare rischia di produrre risultati tattici e fallimenti strategici.

Il secondo terreno è quello delle risorse. L’Europa non può limitarsi a denunciare la penetrazione russa o cinese se non è in grado di offrire partenariati più credibili, meno estrattivi e più stabili. La sicurezza delle filiere minerarie ed energetiche richiede accordi trasparenti, investimenti infrastrutturali e un rapporto meno intermittente con gli Stati africani. La competizione sulle materie prime non si vince soltanto con dichiarazioni politiche, ma con presenza economica, capacità industriale e continuità diplomatica.

Il terzo terreno è politico. Cooperare con partner saheliani non significa legittimare automaticamente colpi di Stato o abusi, ma neppure immaginare che la regione possa essere stabilizzata solo attraverso condizionalità esterne. L’Europa deve combinare pressione diplomatica, incentivi, canali regionali e dialogo pragmatico. In assenza di una proposta europea riconoscibile, altri attori continueranno a occupare lo spazio lasciato vuoto, offrendo protezione senza riforme, armi senza istituzioni e retorica sovranista senza stabilità.

Il Sahel costringe l’Europa a riconoscere un dato che la guerra in Ucraina e le crisi mediorientali hanno reso ancora più evidente: la sicurezza del continente non si esaurisce sul fianco est, né può essere delegata interamente ad altri attori. Mali e Niger mostrano che il confine strategico europeo passa anche attraverso deserti, miniere, rotte terrestri e capitali fragili. Considerare il Sahel una periferia significherebbe ignorare uno dei luoghi in cui si decide la capacità europea di proteggere il proprio vicinato, difendere i propri interessi e trasformare l’autonomia strategica da formula retorica in politica concreta.

La resilienza come fattore strategico: le lezioni economiche della guerra in Ucraina per l’Europa

9 Giugno 2026 ore 07:00

L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.

Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.

La guerra come strumento di destabilizzazione economica

Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.

Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.

Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.

In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali. 

Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.

In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali. 

La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.

Energia, manifattura e vulnerabilità europee

Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.

L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.

Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei. 

In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.

Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea

La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.

Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.

La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa. 

L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.

In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.

La resilienza europea oltre il campo di battaglia

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.

Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.

La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.

La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente. 

Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.

La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.

Libano, Iran, Yemen: la crisi regionale entra in una nuova fase

L’attacco israeliano contro la periferia sud di Beirut ha riacceso il confronto diretto tra Iran e Israele, aprendo una nuova fase di tensione regionale che rischia di coinvolgere ulteriormente il Medio Oriente. Il bombardamento, condotto da Israele pochi giorni dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco e nonostante le pressioni statunitensi per evitare operazioni sulla capitale libanese, ha provocato vittime e suscitato una dura reazione da parte di Teheran. In risposta all’attacco contro il Libano, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato una serie di missili balistici contro obiettivi israeliani, colpendo in particolare la base aerea di Ramat David. L’operazione come hanno evidenziato le autorità iraniane, rappresenta una rappresaglia diretta per quella che definiscono una violazione della tregua e un’aggressione contro il popolo libanese. L’escalation non si è fermata qui. Israele ha successivamente condotto raid contro diversi obiettivi militari in Iran, colpendo installazioni nelle aree di Teheran, Tabriz e Isfahan.

Secondo fonti israeliane, gli attacchi hanno preso di mira siti di lancio missilistici e sistemi di difesa aerea. Autorità iraniane hanno inoltre denunciato danni a una sezione dell’impianto petrolchimico Karoon, nella provincia del Khuzestan. La risposta iraniana è arrivata poche ore dopo. L’IRGC ha annunciato l’avvio dell’“Operazione Nasr”, diretta contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, considerate infrastrutture strategiche per le operazioni militari dello Stato ebraico. Contestualmente, sono stati segnalati attacchi contro un complesso petrolchimico israeliano. Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha espresso irritazione per l’escalation e ha invitato entrambe le parti a interrompere immediatamente gli attacchi reciproci.

Trump ha inoltre avvertito che un’ulteriore offensiva israeliana contro l’Iran rischierebbe di provocare nuove ritorsioni e un allargamento del conflitto. Da Teheran, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohammad Baqer Zolqadr, ha lanciato un duro monito a Israele e agli Stati Uniti, affermando che l’“intera regione diventerà un inferno” se la “coalizione sionista-americana” dovesse commettere nuovi errori. Secondo il dirigente iraniano, gli eventi degli ultimi mesi avrebbero modificato profondamente gli equilibri della sicurezza regionale e internazionale. Analisti vicini alla posizione iraniana sottolineano che l’operazione contro le basi israeliane rappresenta un messaggio strategico preciso: qualsiasi futura aggressione contro il Libano verrebbe considerata una minaccia diretta agli interessi di Teheran e riceverebbe una risposta militare immediata. Dopo l’ultima ondata di attacchi, il comando centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato la sospensione delle operazioni militari iraniane, sostenendo che sia stata inflitta a Israele una “risposta dolorosa” in difesa del Libano. Nel frattempo, anche gli Houthi dello Yemen hanno dichiarato il divieto di transito nel Mar Rosso per le navi collegate a Israele, ampliando ulteriormente la dimensione regionale della crisi. Il rischio di una nuova spirale di confronto resta elevato, nonostante i tentativi diplomatici di evitare un conflitto più ampio.


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Petroliere russe nel mirino: l’UE militarizza le sanzioni

L’Unione Europea compie un nuovo passo nella strategia di pressione economica contro la Russia. Gli Stati membri hanno infatti autorizzato le navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. Ad annunciarlo è stata l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, secondo cui l’obiettivo della misura è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.

L’operazione IRINI era stata lanciata nel 2020 con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Ora il mandato operativo viene ampliato: le unità navali europee potranno abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Bruxelles ritiene che la cosiddetta “shadow fleet”, composta da petroliere registrate sotto diverse bandiere e spesso utilizzate per trasporti difficili da tracciare, rappresenti uno strumento fondamentale per consentire a Mosca di continuare a esportare petrolio nonostante le restrizioni occidentali. La decisione ha però suscitato forti critiche da parte russa. Konstantin Basyuk ha dichiarato che l’iniziativa aumenta il rischio di una pericolosa escalation nel Mediterraneo e dimostra come l’Europa continui a privilegiare la logica dello scontro anziché costruire un sistema di sicurezza condivisa.

Secondo il senatore russo, la misura non colpisce soltanto l’economia di Mosca, ma rischia soprattutto di compromettere le prospettive di una futura normalizzazione dei rapporti tra Russia e Unione Europea. Nel frattempo, Mosca si prepara a fronteggiare eventuali incidenti in mare. Già nei mesi scorsi il Consiglio Marittimo russo, guidato da Nikolay Patrushev, aveva predisposto nuove misure di protezione per le navi battenti bandiera russa o in partenza dai porti del Paese. Gli armatori sono stati invitati a richiedere assistenza alla Marina militare, mentre il monitoraggio delle rotte commerciali legate alla Russia è stato ulteriormente rafforzato.

Al di là degli aspetti operativi, la scelta dell'UE conferma la volontà di proseguire sulla strada della contrapposizione frontale con Mosca. Una linea che molti analisti considerano sempre più autolesionista: mentre la Russia continua ad adattarsi alle sanzioni e a rafforzare i legami con i principali attori del Sud globale, l'Europa affronta stagnazione economica, crisi industriale e perdita di peso geopolitico. Invece di costruire le basi per una futura sicurezza comune sul continente, Bruxelles punta sull'escalation permanente, con il rischio di essere proprio l'Europa a pagare il prezzo più alto di uno scontro destinato a protrarsi nel tempo.


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In Cina e Asia – Xi in Corea del Nord celebra "un nuovo inizio storico”

9 Giugno 2026 ore 06:30
In Cina e Asia – Xi in Corea del Nord celebra corea del nord kim

I titoli di oggi:

Xi Jinping in Corea del Nord: “un nuovo inizio storico”

Il Pentagono aggiunge le big tech cinesi alla lista dei sostenitori del PLA
Pechino spinge su occupazione flessibile mentre mobilita SOE e big tech per assorbire la nuova ondata di laureati
Cina, arsenale nucleare raggiunge 620 testate
Pirelli, partner cinesi fanno ricordo al TAR contro il golden power
Filippine, terremoto di magnitudo 7,8 sulla costa sud di Mindanao: oltre 30 morti
La guerra in Iran rallenta l'e-commerce cinese: esportazioni giù del 10,9% ad aprile

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San Francisco’s Metropolitan Mosaic

9 Giugno 2026 ore 06:00
A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.
May 27, 2026

A period of unsettled weather brought scattered showers and thunderstorms to California’s Bay Area on May 27, 2026. That afternoon, a break in the clouds left downtown San Francisco and nearby communities beneath mostly cloud-free skies, allowing an astronaut aboard the International Space Station to take this photograph.

The image captures two of the region’s iconic bridges. The Golden Gate Bridge connects the northern San Francisco Peninsula with Marin County to the north, while the San Francisco-Oakland Bay Bridge spans the bay toward Oakland to the east.  

Near the center of the image, Golden Gate Park stands out as a long, rectangular strip of green amid the dense urban landscape. Spanning more than 1,000 acres (400 hectares), the park encompasses meadows, gardens, wooded areas, and lakes. Additional green space toward the north around the Golden Gate Bridge is part of a national recreation area

The nadir (downward-looking) perspective also provides a clear view of the patchwork of street grids, which were laid out over San Francisco’s hilly terrain as the city grew in successive stages. In the heart of the downtown area, Market Street runs southwest to northeast and serves as a prominent divider between two distinct grid orientations: one aligned with the bay and the other aligned with the street.  

Along the northeastern and eastern waterfront, various structures extend into the bay. Toward the north, these include a historic wharf, seawalls, and piers—most built in the early 1900s, though some date back into the 1800s. The adjacent waters support heavy maritime traffic, including cargo and container ships, cruise vessels, and regional ferries.

Breaking waves are visible along the western coast, including at Ocean Beach, the 3.5-mile stretch of sandy shore adjacent to Golden Gate Park. On May 27, the National Weather Service warned of hazardous conditions at the region’s beaches due to strong northerly winds. Long-period swells from the northwest contributed to the increased risk of rip currents as well as sneaker waves in the days after this image was acquired.

Astronaut photograph ISS074-E-619284 was acquired on May 27, 2026, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 800 millimeters. It is provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The image was taken by a member of the Expedition 74 crew. The image has been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Kathryn Hansen.

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A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.

May 27, 2026

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San Francisco’s Metropolitan Mosaic

9 Giugno 2026 ore 06:00
A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.
May 27, 2026

A period of unsettled weather brought scattered showers and thunderstorms to California’s Bay Area on May 27, 2026. That afternoon, a break in the clouds left downtown San Francisco and nearby communities beneath mostly cloud-free skies, allowing an astronaut aboard the International Space Station to take this photograph.

The image captures two of the region’s iconic bridges. The Golden Gate Bridge connects the northern San Francisco Peninsula with Marin County to the north, while the San Francisco-Oakland Bay Bridge spans the bay toward Oakland to the east.  

Near the center of the image, Golden Gate Park stands out as a long, rectangular strip of green amid the dense urban landscape. Spanning more than 1,000 acres (400 hectares), the park encompasses meadows, gardens, wooded areas, and lakes. Additional green space toward the north around the Golden Gate Bridge is part of a national recreation area

The nadir (downward-looking) perspective also provides a clear view of the patchwork of street grids, which were laid out over San Francisco’s hilly terrain as the city grew in successive stages. In the heart of the downtown area, Market Street runs southwest to northeast and serves as a prominent divider between two distinct grid orientations: one aligned with the bay and the other aligned with the street.  

Along the northeastern and eastern waterfront, various structures extend into the bay. Toward the north, these include a historic wharf, seawalls, and piers—most built in the early 1900s, though some date back into the 1800s. The adjacent waters support heavy maritime traffic, including cargo and container ships, cruise vessels, and regional ferries.

Breaking waves are visible along the western coast, including at Ocean Beach, the 3.5-mile stretch of sandy shore adjacent to Golden Gate Park. On May 27, the National Weather Service warned of hazardous conditions at the region’s beaches due to strong northerly winds. Long-period swells from the northwest contributed to the increased risk of rip currents as well as sneaker waves in the days after this image was acquired.

Astronaut photograph ISS074-E-619284 was acquired on May 27, 2026, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 800 millimeters. It is provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The image was taken by a member of the Expedition 74 crew. The image has been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Kathryn Hansen.

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La “mini coalizione dei volenterosi” e il pattume informativo italiano


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Di recente Vladimir Putin ha toccato la questione dei media occidentali che, secondo le sue parole, non sono altro che «mezzi di istupidimento di massa». Ora, è ovvio che parlare della pattumiera informativa occidentale sia chiaramente al di sotto della dignità del leader di una potenza mondiale, ma in questo caso si trattava di un messaggio: miserabili, noi vediamo tutto e non ci faremo fregare. Il fatto è che lo spazio informativo occidentale si è completamente trasformato da una debole parvenza di sfera giornalistica e analitica, in un'arena per una feroce guerra d'informazione contro la Russia, scrive Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, dove tutte le notizie, le storie, le narrazioni e le dichiarazioni sono subordinate a un unico obiettivo: convincere la Russia che la sua situazione è pessima e che sia meglio accettare la pace a qualsiasi condizione.

Tanto per rimanere all'oggi, ne è un esempio l'intervento del signor Stefano Stefanini su La Stampa del 8 giugno, che prende le mosse dal vertice della cosiddetta “mini coalizione dei volenterosi” tenutosi il 7 giugno a Londra, presenti Keir Starmer, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e, non sembri strano, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij. Un vertice tenutosi, guarda caso, dopo appena un paio di giorni di “decantazione” delle reazioni a quell'obbrobrio epistolare - volutamente pubblico e dunque lontano da qualsivoglia ipotesi di trattativa – vergato in “stile” banderista da Vladimir Zelenskij, ma su diretto incarico di quegli stessi “volenterosi”.

Il pattume informativo torinese, dunque, parla di un vertice londinese che avrebbe lanciato un «messaggio diretto a Putin: deve trattare, l'Europa non si sfila»; cioè: è l'Europa che sponsorizza Kiev e la foraggia di soldi e armi; è l'Europa che vuole che la guerra continui e dice a Zelenskij di scrivere a Putin in una maniera per cui il presidente russo esorti senz'altro le truppe a “continuare il lavoro”. Lo “stile” rozzo con cui il nazi-banderista confeziona il messaggio sembra davvero un “capolavoro” di astuzia, tanto che corre l'obbligo di riunirsi a Londra per discutere gli ulteriori passi. Come pure un “capolavoro” di analisi quello vergato dal signor Stefanini, quando scrive che Macron, Merz e Starmer mandano «un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario a continuare a difendersi dall’aggressione». Che era quello, come si dice, che “volevasi dimostrare”: la guerra continua. La cosiddetta Europa avrebbe bisogno di una tregua per riorganizzare le proprie forze, in vista del nuovo termine fissato dallo stesso premier britannico Starmer per lo scontro diretto con la Russia, a seguito delle passate profezie di Andriu-Merlino-Kubilius, Mar Rutte e kaja-Fredegonda-Kallas. L'Europa avrebbe ora necessità di un po' di tempo; ma, in ogni caso, continuerà ugualmente a sponsorizzare la junta di Kiev: vorrà dire che ci sarà bisogno di fustigare ancora di più le masse popolari europee con nuovi giri di vite sulle necessità vitali, sociali, sanitarie, di lavoratori, pensionati e strati deboli della popolazione. «L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca», contrabbanda il signor Stefanini nella sua disamina in cui, in perfetta sintonia con la narrazione europeista, “certifica” che la guerra, per Putin, «non sta andando particolarmente bene... Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia». Questo, a proposito di quella “pattumiera informativa” di cui parla Strel'nikov.

A Londra, dice ancora il signor Stefanini, «si parla di una guerra che da più di quattro anni... minaccia l’indipendenza di un Paese sovrano»; così sovrano e così indipendente che una buona parte degli edifici governativi a Kiev sono occupati da funzionari USA-UE, che dettano le direttive a quel «Alvaro Vitali che ce l'ha fatta» (rubiamo ancora da Maurizio Crozza) e lo istruiscono su come mandare all'aria trattative prima ancora che vi si ponga mano, imbrattando la carta proprio alla maniera dell'emissione di gas intestinali di Pierino-Vitali. Ma Vladimir Putin, assicura il signor Stefanini, «deve continuare una guerra che non può vincere»: lo garantiscono tutti maggiori media occidentali, asserendo che l'economia russa “sia allo sfascio”, che “manchino i soldati al fronte”, che Putin debba guardarsi da “malcontenti nella società” e anche da “intrighi di palazzo”. Guarda caso, tutti elementi che danno il quadro della situazione ucraina e che Vladimir Zelenskij ha riportato nella sua “lettera” a Vladimir Putin, tanto che l'interrogativo elementare è sul numero di mani che abbiano contribuito a comporla. 

Perché, come elenca ancora Kirill Strel'nikov, la “pattumiera informativa” occidentale è piena zeppa di perle nello “stile” banderista: The Telegraph scrive che «La Russia sta valutando la possibilità di abbassare l'età lavorativa a 12 anni a causa della crisi occupazionale. Putin propone di riaprire i campi estivi di lavoro per bambini»; ecco Foreign Policy: «L'Ucraina ha una nuova strategia militare, e sta funzionando»; United Media: «L'economia russa rischia un collasso a lungo termine». Kyiv Post: «La crisi di mobilitazione di Putin si aggrava, la Russia pianifica una nuova mobilitazione». Sembra lo specchio della situazione ucraina e, sul piano economico, del futuro più che prossimo delle “potenze” europee. 

A proposito della mancanza di uomini ucraini da mandare al macello, qualche giorno fa la tedesca Die junge Welt scriveva che i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare e l'americana Responsible Statecraft titola che "La crisi di mobilitazione ucraina si fa sempre più sanguinosa"; mentre la filo-ucraina The Insider scrive che "gli abusi di massa (tra omicidi, morte di coscritti, migliaia di denunce, tangenti e schemi di corruzione) stanno minando la fiducia nella mobilitazione e causando una crescente resistenza, compresi attacchi armati contro le pattuglie” dei reclutatori.

Per quanto riguarda la Russia, solo a maggio le entrate da petrolio e gas sono aumentate di un terzo su base annua e se anche lo Stretto di Hormuz dovesse essere completamente riaperto, i prezzi del petrolio non scenderebbero mai sotto i 95 dollari al barile.

In questo scenario, non si può che concordare con l'osservatore Aleksandr Nosovic, quando scrive su RIA Novosti che Vladimir Putin ha rifiutato un cessate il fuoco e i negoziati non a Zelenskij, ma ai sostenitori occidentali del regime di Kiev. Sono stati infatti loro a spingere Zelenskij a scrivere la lettera aperta al presidente russo e sono stati gli europei a parlare sempre più insistentemente, nell'ultimo mese, di negoziati diretti con Mosca: hanno «disperatamente bisogno di una tregua e di tempo per riorganizzarsi. Lo stesso regime di Zelenskij ha raggiunto un punto in cui non ha più bisogno di altro che di denaro e armi dai suoi sponsor europei».

Per quanto riguarda lo “stile” della missiva, in quattro anni Zelenskij ha sviluppato l'abitudine di comunicare in questo modo con i suoi “alleati”, che hanno puntato tutto sull'Ucraina e ora ne dipendono, costretti a tollerarlo. Gli europei possono ancora costringere il loro pupillo a presentare una petizione a Putin, dice Nosovic; ma non possono costringerlo a comportarsi in modo tale da impedire a Putin di “buttarlo giù per le scale”. Siamo di fronte non solo all'imbecille che suona il piano coi genitali; siamo arrivati alla classica storia del mostro prima creato e poi diventato incontrollabile. D'altronde, Zelenskij e la sua cerchia vivono "alla giornata", di tranche in tranche di aiuti occidentali; non hanno bisogno della fine della guerra, perché significherebbe la fine dei miliardi. Per gli europei, però, il pericolo è rappresentato dalla possibilità che, mentre i combattimenti continuano, il regime di Kiev vada definitivamente fuori controllo. Basti pensare a tutti droni ucraini finiti sulla Romania, al largo delle coste greche, sul mare d'Azov, dove hanno ucciso cinque marinai azeri; alle centinaia di droni nello spazio aereo degli Stati baltici; alle minacce di invasione dell'Ungheria. Pare quindi che più gli europei investono nell'armamento dell'Ucraina, maggiore sia la minaccia ucraina alla sicurezza europea.

La cessazione delle ostilità rappresenterebbero dunque per l'Europa un'opportunità per invertire questa tendenza, dice Nosovic; sarebbe così possibile preparare il regime di Kiev a una guerra continuativa, renderlo più gestibile e concentrare la sua aggressione esclusivamente sulla Russia. Ecco perché l'Europa parla sempre più spesso di negoziati e li chiede a Putin tramite Zelenskij. In questo modo, Putin salverebbe l'Europa da Zelenskij. E allora Putin, con la sua risposta, ha "mandato a quel paese" non Zelenskij, ma l'Europa.

Tra l'altro, a proposito dei demoni evocati dalle redazioni milanesi, romane, torinesi, perché provochino “rivolte di popolo e di palazzo” contro il Cremlino, in quel pattume maleodorante confezionato a Bruxelles-Kiev, “l'Alvaro Vitali” ukro-banderista accennava anche alla «evidente stanchezza» con cui guardano a Putin «i tuoi stessi funzionari, uomini d’affari e propagandisti», assicurando che il «mondo non si è stancato dell’Ucraina... cresce la stanchezza nei confronti della Russia... con il tempo, la stanchezza nei tuoi confronti non potrà che crescere.... È un fatto della storia russa che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva. Possiamo lavorare verso quella stanchezza».

Ora, scriveva anni fa lo storico Igor Šiškin, il popolo russo ha una peculiarità del tutto irrazionale: l'esigenza di essere sicuro della giustezza delle azioni del proprio paese. In questo è la fonte della forza della Russia. Ma questa peculiarità è anche il tallone d'Achille della Russia. Se si riesce a seminare nella coscienza del popolo il dubbio che “la nostra causa è giusta”, allora la Russia perde la capacità a resistere. In Occidente, scriveva Šiškin, compresero bene questa peculiarità della Russia e del popolo russo dopo la catastrofe del 1812. E anche oggi, a Kiev come a Bruxelles. Sembrano contare proprio su quel “tallone d'Achille”. Da lontano, non disponiamo di elementi così solidi per confermare o smentire la “stanchezza” evocata dal nazigolpista-capo e non ci affidiamo certo alle vomitevoli “fonti informative” - che vengano dall'Europa o dalla “sacra” dissidenza russa - care alle redazioni guerrafondaie italiche. Osserviamo solo che, anche a livello popolare, se i russi chiedono qualcosa al Cremlino, è quella di condurre con più decisione le operazioni militari. Le considerazioni diplomatiche, operative, strategiche di Moskva sono una cosa a parte.

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https://www.lastampa.it/esteri/2026/06/08/news/un_messaggio_diretto_allo_zar_deve_trattare_l_europa_non_si_sfila-15650928/?ref=LSHA-BH-P2-S5-T1&gig_APIKey=4_2uHezT994jAHtT8Q6-3UEw

https://ukraina.ru/20260607/putin-dvumya-slovami-prosto-ubil-kiev-i-bryussel-1079918006.html

https://ria.ru/20260607/evropa-2097377599.html

La lotta per salvare l'America (di Chris Hedges)

 

di Chris Hedges*


Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.

La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.

La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.

La cosa peggiore è badare ai bambini.

Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.

Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.

La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.

Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.

Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.

Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:

«Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».

Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.

Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.

Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.

Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".

Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.

Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.

Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.

Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.

Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.

«Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.

Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.

Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.

La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".

La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.

Unisciti ora. Presto potrebbe essere troppo tardi.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

 

Larry Johnson y Pepe Escobar: Irán posee un dispositivo nuclear listo para detonar – Por Alfredo Jalife Rahme

9 Giugno 2026 ore 04:52

Por Alfredo Jalife Rahme

El ex analista de la CIA Larry Johnson –íntimo del ejército de EEUU– y el geopolítico brasileño Pepe Escobar –cercano al Kremlin– adujeron en varias entrevistas que Irán dispondría de un dispositivo nuclear que podría detonar para disuadir la prosecución de la guerra de Israel/EEUU.

Johnson adujo con el juez Napolitano (https://bit.ly/43c4eKZ) que el viernes 29 de mayo, el canciller paquistaní, Ishaq Dar, transmitió al polémico Marco Rubio el mensaje de que Irán estaría dispuesto a realizar una prueba nuclear en caso de que no exista acuerdo: “Irán haría una demostración con una bomba nuclear de su propia fabricación o que le fue entregada por, digamos, Pakistán o Norcorea” (minuto 13:23). Un día después, LJ pregunta en su portal Sonar21: “¿Posee Irán una bomba atómica? Una fuente de alto nivel contesta: sí” (https://bit.ly/4fj4IGx).

En su video (https://bit.ly/4uP7kAT), el cotizado Escobar explayó que el presidente iraní, Masoud Pezeshkian, explicó al canciller paquistaní la nueva postura nuclear de Irán.

En medio del tsunami (des)informativo, las mismas fuentes aviesas y traviesas de costumbre engañaron con la falsa “renuncia” del presidente iraní Pezeshkian: difundida, entre otros, por el ex teniente coronel Douglas Macgregor, quien fuera cercano a Trump 1.0 (https://bit.ly/437lAbY).

El mismo viernes de marras, mientras Trump se reunía en el “cuarto de crisis” ( situation room), durante la entrevista que me realizó Sergio Fernández de Negocios TV, señalé que se me hacía extraña la ausencia del secretario de Estado, Marco Rubio, quien justamente se encontraba negociando con su homólogo paquistaní (https://bit.ly/4ui1lDv).

Mis fuentes mediorientales, usualmente bien informadas, reportan que el presidente iraní formuló al primer ministro paquistaní, Shehbaz Sharif, tres puntos de su postura definitiva en caso de perpetuación de los ataques estadunidenses y del falso cese al fuego israelí debido a su masiva carnicería de civiles en el sur de Líbano:

1) Retiro inmediato de las negociaciones sobre el contencioso nuclear iraní con EEUU; 2) abandono del formato de un arreglo nuclear que esta(ba) esbozando la cantidad límite de enriquecimiento de uranio y su entrega a uno de los siguientes cuatro países: Rusia, China, Kazajistán o Pakistán, y 3) ¡la detonación de un dispositivo nuclear en el suelo iraní como demostración de su soberana capacidad tecnológica!

Muchas cosas han sucedido en los pasados cinco días, entre las que destaca la carnicería israelí contra los civiles en el sur del Líbano –cuando el ministro de defensa Israel Katz, en connivencia con los ministros talmúdicos Ben Gvir, de Seguridad; Bezalel Smotrich (Finanzas), y el “desquiciado” (Trump dixit) primer ministro Netanyahu, buscan emular su indeleble genocidio en Gaza–, que sacudió la emotividad del chiísmo de la república islámica, que exigió el respeto al cese el fuego por Israel, cuya abusiva negativa obligaría a represalias masivas de Irán en el norte de Israel (https://bit.ly/4eiiM1P).

En forma sincrónica a los dramáticos eventos de estos días pasados, se gestó la ya famosa llamada telefónica de un “furioso” Trump, quien despotricó contra Netanyahu para impedir su programado ataque multitudinario a la indefensa capital libanesa, lo cual fue reportado por el ex agente israelí de la unidad 8200 Barak Ravid, quien desinforma desde el desacreditado portal Axios (https://bit.ly/4vqZLjH).

No se puede soslayar la ominosa frase del viceinspector general brigadier Mohammad Jafar Asadi, quien aseveró en el contexto de la conjetura nuclear persa que “Irán no ha revelado aún todas sus ‘cartas triunfales’, en medio de las escaladas de EEUU e Israel” (https://bit.ly/3PABGry). ¿Cuáles serán tales “cartas triunfales”?

¿El Cierre del estrecho de Bab al Mandeb, susceptible de propinar un golpe de gracia a las valetudinarias geofinanzas globales de Israel/EEUU/Occidente? ¿O la defensiva detonación de una bomba nuclear iraní, propia o “prestada”, que colocaría la guerra en una nueva fase escalatoria? (https://bit.ly/4dUfUac)

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Tilt towards Beijing? Xi and Kim vow to ‘open new chapter’ in ties

China and North Korea have pledged to strengthen strategic cooperation and defend each other’s sovereignty, according to a North Korean state media report covering Chinese President Xi Jinping’s two-day visit to Pyongyang. The two leaders vowed to “open a new chapter” in bilateral ties and expand exchanges and cooperation in political, economic, cultural and other fields, the official Korean Central News Agency reported on Tuesday. It quoted North Korean leader Kim Jong-un as saying that...

COME sono FATTI DENTRO e FUORI i CAMPER Camion 4x4 e 6x6 - ep.2 . Lo compreresti?

9 Giugno 2026 ore 21:00

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 2 dello speciale Overlanding. Oggi vi portiamo a fare un tour di alcuni dei mezzi più particolari basati su telaio di camion presenti in fiera. Queste sono le novità del mercato, alcune eccentriche, altre con i piedi per terra. Sono concept che certamente possono dare qualche spunto per una eventuale camperizzazione o un potenziale acquisto.

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Sei giorni troppo lunghi

di: Nico
8 Giugno 2026 ore 23:55

di Edoardo Todaro

Umberto Lucarelli, Sei giorni troppo lunghi, Milieu Edizioni, 2024, 112 pp.,  € 13,00

Milano, anni ’70, anzi Italia 1979. Non voglio addentrarmi sul valore sull’importanza che hanno avuto, in questo paese, gli anni ’70. Anni di conquiste sociali, di protagonismo attivo. Anni che da qualche tempo a questa parte sono posti sotto silenzio, quando va bene, denigrati e ridotti alla definizione abusata e buona per ogni evenienza, di “anni di piombo”. Ebbene Umberto Lucarelli mette in atto, con “Sei giorni troppo lunghi”, un’operazione significativa. Lucarelli va in contro tendenza e ci porta in modo, forte e deciso,al febbraio del 1979. Siamo in pieno periodo di attacco, da parte delle forze della repressione, a tutte quelle realtà  che si pongono sul terreno del conflitto e che mettono in discussione lo stato di cose presente, quindi è doveroso ricordare gli avvenimenti che hanno portato Lucarelli a far stampare questo libro:

Pierluigi Torregiani era un gioielliere titolare di un piccolo esercizio nella periferia nord di Milano, in via Mercantini, nel quartiere della “Bovisa” La sera del 22 gennaio 1979, Torregiani subì un tentativo di rapina mentre stava cenando in una pizzeria.Torregiani reagì al tentativo di rapina,con conseguente sparatoria che causò la morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone. Il 16 febbraio successivo, mentre stava aprendo il negozio insieme ai figli, fu vittima da parte di un gruppo di fuoco dei PAC .Alcuni militanti dei Proletari Armati per il Comunismo affermarono di aver subito pesanti torture, per far loro rivelare i colpevoli dell’omicidio Torregiani. Tra questi,Sisinnio Bitti, vittima di violenze della polizia, come anche altri membri del Collettivo Politico della Barona,sorto nel 1974. Gli autonomi Sisinnio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone  presenteranno esposti all’Autorità Giudiziaria per aver subito violenze dalla polizia,almeno dieci persone avrebbero confessato, sotto tortura, di essere autori materiali dell’omicidio. Il trattamento a cui sono sottoposti i fermati, anzi i sequestrati,entra a pieno titolo, inaugura una tecnica, ripresa in futuro del piano repressivo volto a dare una lettura esclusivamente “criminale” di un percorso politico. Tecnica che in precedenza fu già usata nei confronti di Alberto Buonoconto, nel 1975 e di Enrico Triaca nel 1978. Agenti e funzionari della DIGOS fanno a gara: pestaggi, pugni, cerini accesi sotto i piedi ed i testicoli, bastonate sul torace attraverso una coperta per non lasciare segni, ingerimento forzato di acqua con un tubo di gomma, il neon sempre acceso, le false esecuzioni, la musica della radio a tutto volume per coprire le grida di chi è sottoposto a tortura ( in Italia, non in Argentina )  ecc… Due degli arrestati/torturati devono essere ricoverati in ospedale, una storia di adolescenti sequestrati, umiliati, stuprati e torturati.

Detto questo, e  ritornando a “Sei giorni troppo lunghi”, possiamo dire che, questo testo,  oggi assume un valore in più. Due i motivi: 1) in carcere e di tortura si continua a morire e non certo ad opera di qualche mela marcia, carcere luogo inutile, una istituzione totale che non serve a niente; 2) a dispetto delle anime belle che continuano ad affermare che in Italia la tortura non è esistita e non esiste, che il “terrorismo” è stato battuto dalla forza della democrazia: “Sei giorni troppo lunghi” è la smentita secca e decisa, e ci dice che in Italia, questo è avvenuto. Tra l’altro, Lucarelli ne parla di quanto avvenuto in quanto  protagonista, e ne parla soprattutto per averne subito gli effetti collaterali, e ci parla dell’Italia democratica non certo di un paese del Sud America. Lucarelli ci mette a tu per tu con l’urgenza di scrivere per fissare i fatti, quei fatti che fanno parte della storia, anzi della nostra storia, anche se sono state, e sono, storie di ordinaria repressione.

Parlare di questo libro ci obbliga a dover riferirsi ad un testo fondamentale nel momento in cui poniamo elementi di riflessione sulla tortura,la tortura che diviene parte della metodologia degli interrogatori, tortura come norma e non pratica isolata, mi riferisco a “Henry Alleg: La Tortura” con l’importante introduzione di Jean Paul Sartre. Henri Alleg, direttore del quotidiano comunista “Alger republicain” che in maniera esplicita denuncia i metodi degli occupanti francesi contro gli algerini, e verrà sottoposto a tortura. Ma ci obbliga anche di parlare al presente: Alfredo Cospito ed i prigionieri politici in Italia, con il suo famigerato 41 bis; il genocidio in atto in Palestina ….. Ps:  mi permetto di suggerire un libro per approfondire la questione fin qui trattata: “Processo all’istruttoria” (ormai pressoché introvabile).

[2026-06-10] LX TOPX BALLANO @ Parco della Colletta

8 Giugno 2026 ore 23:31

LX TOPX BALLANO

Parco della Colletta - Torino
(mercoledì, 10 giugno 16:30)
LX TOPX BALLANO

LX TOPX BALLANO

‼️IN CASO DI PIOGGIÀ VERRÀ SEGNALATO NUOVO POSTO‼️

Quest’anno il gatto non c’è e lx topx ballano, e noi balliamo!

Finalmente finisce lo schifo di questo anno scolastico, trascorso tra mancanze di materiale, disagio e degrado nell’istituto,

solo protestando contro questi fatti l’ASL e le istituzioni ci hanno (quasi) ascoltato ma ci torneranno ad abbandonare come hanno sempre fatto.

Quindi, come l’anno scorso, abbiamo organizzato una festa di fine anno con musica, birra, mercatini artistici e soprattutto POLITICA.

Sarà il 10/06 dalle 16.30 in poi alle griglie della colletta!

La festa inizierà con intro di musica rap

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ZILLO

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ATTILA THC

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RWA

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Continuando col punk

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PUTIFERIO

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FANGO

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RESINA

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Concludendo con DJ SET

Se non vieni sei una guardia!💣

NO MACHI NO FASCI NO MOLESTX

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