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Come abbiamo privatizzato anche dio: Trump e Netanyahu profeti blasfemi in nome del divino

14 Giugno 2026 ore 08:00

Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto.
(W. Allen)

Viviamo l’epoca dell’accaparramento intensivo. E generalizzato. L’imperativo-guida è: prendere. E possedere. Ogni cosa. Compreso Dio. Afferrare tanto i beni materiali quanto quelli spirituali. Vale per la ricchezza, mai come ora concentrata nelle mani di pochi, vale per le coscienze rese preda della politica ridotta a propaganda manipolante, come per il predominio dei più forti sui più deboli. C’è una intima corrispondenza fra Elon Musk, che infarcisce la bassa atmosfera di satelliti per le comunicazioni e l’IA controllata dai super ricchi. E la guerra, che viene sempre scatenata per prendere qualcosa. Questo parossismo del possesso investe pure Dio. Egli non è più l’Assoluto (absolutus, “sciolto da vincoli”), diventa invece un valore d’uso e, come tale, subordinato e sottoposto all’utilizzo che l’uomo intende farne. L’idea del divino, come entità trascendente, nasce nella mente umana in conseguenza del thàuma (la “meraviglia” dei greci), lo “stupore” angoscioso provocato dalla finitudine e dalla morte.

Da lì tutti i miti che creano gli dei, la cui onnipotenza si mostra con tratti simili a quelli umani (dagli innamoramenti alla violenza, dalla gelosia alla vendetta). La creazione del Dio unico è originata da dinamiche analoghe. L’immaginazione del Dio onnipotente, che crea il mondo e “getta” l’uomo nel mondo, che dà adito alla salvezza dopo la morte. Non a caso nella tradizione Dio è concepito in sembianze antropomorfe: è emblematico il Dio dal volto umano, un vegliardo vigoroso con barba e capelli fluenti, rappresentato da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. La privatizzazione di Dio è una costante lungo la storia. Dal Deus vult (“Dio lo vuole!”) durante le Crociate, alle guerre di religione, al Gott mit uns (“Dio con noi”) inciso sui cinturoni delle SS. Ma oggi si è dinanzi a un salto di qualità nel processo volto a privatizzare il divino.
Dio è invocato dai governi a sostegno delle proprie politiche. Dio è divenuto ancoraggio di Stato. Non è evidente, questo, in Iran e Afghanistan? Non è evidente quando Trump si fa riprendere, nello studio ovale della Casa Bianca, circondato da esagitati evangelici, che gli impongono le mani come a garantirgli la protezione dell’Altissimo? E non è evidente in Israele, trasformatosi a sua volta in Stato teocratico?

Stefano Levi Della Torre, una delle menti più brillanti della diaspora ebraica, ripubblicando il suo libro Dio (Bollati Boringhieri, 2026) l’ha integrato con un interessante capitolo intitolato “Il concetto di Dio dopo Gaza”. Scrive fra l’altro: “La contesa prolungata col fondamentalismo islamista ha alimentato l’ascesa dal fondamentalismo ebraico in Israele, e viceversa”. E rileva: “Un Dio nazionale è quanto di più blasfemo, pagano e idolatrico si possa augurare all’idea di Dio”. L’Eretz Israel (il “grande Israele”) è l’obiettivo strategico derivante dall’affermazione biblica di Dio che “dona” la terra promessa al popolo ebraico. Da lì l’aberrazione del genocidio contro i palestinesi, che vanno sterminati in quanto abitanti abusivi di quella terra. Essi sono il nuovo Amalek. La privatizzazione di Dio – il suo accaparramento – mostra che egli vuole ciò che l’uomo vuole, e viceversa. Ciò che lo Stato vuole, e viceversa. È il rinnegamento più radicale dell’idea di Dio come entità suprema equanime. La sua “onnipotenza” resa evanescente dalla potenza umana, che la incorpora. Così abbassato, l’Altissimo non è più religione, diventa ideologia. Con il potere onniavvolgente della tecnica, l’uomo contemporaneo determina l’immanenza di Dio nelle proprie scelte, nelle proprie azioni e nel mondo, in misura radicalmente maggiore rispetto al passato. Dunque: “Dio è morto!”, come sosteneva Nietzsche? No, sopravvive trasposto nella privatizzazione dentro gli animi. Per cui non esiste il “superuomo”, ma, semplicemente, l’uomo. Con le sue bassezze e la sua potenziale grandezza, se decide di elevarsi oltre le proprie miserie.

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