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Il segreto dell’olio e della spada: la resistenza palestinese e i suoi simboli

 

di Aldo Nicosia

Il segreto dell’olio e della spada  (edizioni Q, Roma, 2026) riunisce i due lunghi racconti Il segreto dell’olio[1] (2018) e Il segreto della spada[2] (2021) , rispettivamente prima e seconda parte di una trilogia di fiction firmata dal martire palestinese Walid Daqqa (1961-2024).

L’idea di assemblarli nasce dalla constatazione che essi  sono legati da un unico filo conduttore: Jud, il ragazzino protagonista di entrambi, oltre ad altri personaggi minori. Inoltre l’olio e la spada, con i loro rispettivi segreti, sono indissolubilmente legati ed assumono nei due testi notevoli connotati simbolici.

La tematica principale de Il segreto dell’olio è l’esperienza della prigione in una situazione di opprimente occupazione  israeliana. Il segreto della spada si concentra sulla memoria storica dei profughi della nakba del 1948.

In entrambi elementi fiabeschi e realistici si intrecciano in un contesto spazio-temporale ben chiaro e definito, a dimostrazione dell’intenzione di Daqqa di lasciare alle nuove generazioni testi esteticamente godibili, ma anche utili al lettore per ricostruire eventi storici. La presenza di animali parlanti (coniglio, uccello, gatto, cane, asino, cavallo, coccodrillo)  avvicina questi due racconti ad alcuni capolavori della letteratura araba classica come Kalila wa Dimna, e alcune storie edificanti riportate dagli Ikhwan al-Safa’[3], i Fratelli della Purità.

Nei due testi di Daqqa anche gli animali e le piante patiscono l’occupazione israeliana e collaborano attivamente alle missioni di Jud, alla ricerca della libertà e verità storica.

La recentissima terza parte della trilogia, intitolata Il segreto dello spettro (2024), a differenza delle prime due, non si rivolge più ad un pubblico di adolescenti e non presenta più come personaggi né Jud, né i suoi amici, umani ed animali. L’azione viene spostata in luoghi drammaticamente connotati (celle frigorifere di ospedali, cimiteri, etc.), ponendo al centro dell’attenzione alcune figure di martiri. Così Daqqa, sicuramente sempre più amareggiato da una politica palestinese stagnante e corrotta, esprime la sua feroce critica alle autorità palestinesi del post-Oslo.

  1. Strategie di traduzione

Cosa si è  perso nella traduzione dei due racconti? Innanzitutto la freschezza e spontaneità dei dialoghi originali, espressi da animali umani e non umani, in arabo palestinese. A tal proposito, una riflessione va fatta sul registro linguistico nei dialoghi rispetto alla narrazione in terza persona. Questo elemento di discorsività è molto difficile da riprodurre nella lingua di arrivo, qualunque essa sia. Ad esempio, nella lingua italiana non si assiste alla drastica differenza di registri tra dimensione dialogica (che mima l’oralità) e quella scritta, caratteristica della situazione sociolinguistica nel mondo arabofono. Avrei potuto cercare di ricostruire tale registro con una strategia di equivalenza (ad esempio, adottando un dialetto di qualche regione italiana). Mi sono soltanto limitato a restituire alla maggior parte dei nomi degli animali presenti nei due racconti (cane, gatto, uccello, asino, coniglio, cavallo) un senso compiuto che rimanda a caratteristiche fisiche particolari o comportamentali. Nello stesso tempo, inventando un nome italiano per la maggior parte di essi, ha cercato di avvicinare il testo al lettore italiano, evitando quanto più possibile la presenza di termini stranieri.

Solo per citare qualche esempio, ho chiamato Ronfù il gatto che ronfa (“Khanfur”), Zannì il cane con una sola zanna (Abu Nab); Brunotto il coniglio che ha una pelliccia scura (Sammur);  Ràbbida la madre del coniglio, che in originale è Sari‘a (veloce, rapida), facendo anche leva sul termine inglese “rabbit”. La scelta di chiamare Petardo l’asino Burat è stata determinata dalla fusione di due termini, un sostantivo e un aggettivo, che esprimono due caratteristiche dello stesso (peto e tardo).

Sul versante diametralmente opposto, un altro elemento linguistico che si perde in traduzione è il registro elegante e classico che Daqqa adotta per Umm Rumi, l’ulivo millenario parlante di cui si discuterà più avanti. Il suo arabo, definito standard, è lo stesso del narratore onnisciente. Questa scelta sta ad indicare chiaramente il prestigio storico del personaggio albero e il suo radicamento nel territorio e nella storia della Palestina.

  1. Il concetto di prigione

La letteratura palestinese delle carceri ha prodotto resistenza e creatività con notevoli difficoltà. Spesso i racconti, i romanzi, i saggi e le poesie venivano scritti su pezzi di carta trafugati da conoscenti o complici. 

Tra gli esponenti di tale genere emergono nomi che ormai si sono imposti nel panorama culturale arabo:  Nasser Abu Srour[4], Kamil Abu Hanish, Mundhir Khalaf, Bassem Khandaqji. Quest’ultimo ha vinto nel 2024 l’International Arab Prize for Literature.

“Scrivo per liberarmi dalla prigione, nella speranza di liberarla da me stesso”: con l’epigrafe summenzionata de Il segreto dell’olio, Walid Daqqa intende operare una distinzione tra la prigione come luogo fisico e luogo mentale e  psicologico, una sorta di gabbia, senza sbarre, ma fatta di paure, abitudini, condizionamenti e pregiudizi.

Walid Nimr As‘ad Daqqa nasce nella città di Baqa Ovest, che faceva parte del distretto di Tulkarem prima della nakba del 1948. Nel 1986, all'età di 25 anni, viene arrestato con l’accusa di aver fatto parte di una cellula che avrebbe catturato e ucciso un soldato israeliano.

Nel 1999 sposa la giornalista Sana’ Salameh dentro il carcere  e per 12 anni, insieme alla moglie, lotta  per ottenere una sentenza che permettesse loro di avere figli.

Si iscrive alla Tel Aviv Open University, dove continua gli studi accademici dalla prigione. Uno dei fratelli racconta che la madre vendeva olive per pagare le tasse universitarie del figlio Walid. Deve spesso  ricorrere a presentare numerose istanze, persino alla Corte Suprema, per ottenere libri, materiale didattico e altri beni di prima necessità.

Nel 2010 consegue una laurea triennale in Studi Interdisciplinari sulla Democrazia presso la suddetta università, e nel 2016 un master in Studi Regionali  presso l'Università Al-Quds. In carcere Daqqa fa parte del personale docente e amministrativo che si occupa degli studenti detenuti iscritti ai programmi universitari dell'Università Al-Quds. Oltre che per i compagni di prigione, egli ha sempre dimostrato un particolare interesse per il mondo dell'infanzia.

Nel 2011, in occasione del quarto di secolo dalla sua prigionia, viene pubblicata una lettera intitolata "Scrivo a un bambino che deve ancora nascere", che viene  riportata in una delle appendici al libro, perché incarna in modo mirabile la sua visione della paternità negata dalle brutali autorità dell’occupazione.

Nel 2019 riesce finalmente a trafugare il suo sperma dalla prigione. Sua figlia nasce il 3 febbraio 2020, e si chiamerà Milad, che in arabo significa proprio “nascita” o “Natale”. Anche la paternità diventa per lui una forma di resistenza.

In alcuni suoi saggi[5],  Daqqa descrive la natura unica della prigione sionista, diversa da qualsiasi altra prigione nel mondo, perché il bersaglio dei carcerieri non è il corpo ma piuttosto l'anima, i sensi e la coscienza del palestinese.

Il tempo trascorso in prigione viene da lui definito "parallelo” [6], rispetto a quello vissuto al di fuori delle mura fisiche del carcere. Ma grazie alla scrittura, egli riesce a trovare non solo un mezzo di liberazione dai vincoli imposti dalla prigione, ma una sorta di riformulazione di desideri e sogni personali, che poi sono anche nazionali.

Per far capire in che modalità si attua l’oppressione del palestinese, anche fuori dal carcere, Daqqa utilizza il concetto di "kapò". Come l’ebreo collaborazionista che, in cambio dei suoi servigi, riceveva dai nazisti cibo e si risparmiava la deportazione nei campi di sterminio, a suo avviso l'Autorità Nazionale Palestinese fa la stessa operazione contro la resistenza del suo popolo[7]. Notevoli ne Il segreto dell’olio  sono due personaggi quasi archetipici, il cane Zannì (Abu Nab), e la iena Sahweil ne Il segreto della spada,  esempi della politica autodistruttiva espressa dagli accordi di Oslo.

  1. L’olio e la spada

Raccontando la storia di Jud, venuto al mondo grazie al contrabbando di sperma di un padre imprigionato, Daqqa anticipa di tre anni l’esperienza da lui vissuta con la nascita della figlia Milad, che però non riuscirà mai ad abbracciare. Nel romanzo Jud decide di far visita al padre che non ha mai incontrato in vita sua.

La svolta per mettere in atto il suo progetto arriva, grazie ad Umm Rumi, un ulivo di 1.500 anni che le autorità israeliane stanno per sradicare, insieme ad altri esemplari. Sarà lei a svelare a Jud il segreto del suo olio sacro, che è l’occultamento: se strofinato su persone o cose le rende invisibili. Con esso Jud dovrebbe curare la piaga dell’epoca, che ha due dimensioni, esteriore ed interiore:

“Prigioni, posti di blocco, muri e filo spinato tra i vari confini ne sono le manifestazioni esteriori. La dimensione interiore della piaga è la perdita della ragione e della moralità, o quella che chiamano l'ignoranza generalizzata, che è la più pericolosa e crudele delle prigioni”.

Alla seconda parte della trilogia è dedicata la ricerca del segreto interiore, che è l’opposto dell’occultamento, cioè lo svelamento. Daqqa cala questa apparente questione filosofica in una storia appassionante e coinvolgente, sia per piccoli che per grandi. Nella nuova avventura di Jud ed i suoi amici, si recupera la memoria della nakba del 1948, resa vivida dai ricordi di nonna Farida e del villaggio che ha dovuto abbandonare, con la forza. Il testo diventa così, a prescindere dai contenuti fiabeschi, un documentario e un grido di giustizia.

Grazie all’olio miracoloso che rende invisibili,  Jud torna così nei territori palestinesi occupati nel 1948, alla ricerca del segreto della spada descritta dalla nonna, che rappresenta una vera e propria “chiave” per la conoscenza delle proprie radici, l'identità e la continuità culturale da trasmettere alle nuove generazioni.

Il nome dell’ulivo, Umm Rumi, letteralmente “la madre di Rumi”, vuole alludere al mistico sufi Jalal al-Din Rumi (1207-1273), il cui pensiero è basato sulla distinzione e interdipendenza tra zahir (l'apparenza esteriore, la forma) e batin (la dimensione interiore, l’essenza). Per Rumi, come per la tradizione sufi, la vita spirituale consiste nel superare lo zahir, per raggiungere la verità interiore, la realtà nascosta  delle cose.

Se l’olio curava solo le manifestazioni esteriori della piaga del tempo, che è la perdita della libertà, con la spada egli deve occuparsi della cura della dimensione interiore della stessa piaga. Nel sufismo l’olio emerge come simbolo di fermezza, sopravvivenza e interiorità spirituale,  mentre la spada indica resistenza e legittimità.

Nella cultura palestinese, l'olio rappresenta spesso la "luce" . Nella sura coranica al-Nur (La Luce),  essa sarebbe contenuta  in una nicchia in cui si trova una lampada, che è contenuta in un cristallo, che  è come un astro brillante, il cui combustibile viene da “un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco [8].

L'abbinamento olio (luce interiore/spirito) e spada (esteriorità/azione) rappresenta un equilibrio tra "purificazione" e "lotta", per raggiungere la libertà e la verità. L'olio illumina il cammino e la spada spiana la strada.

Mentre l’ulivo Umm Rumi invita il protagonista Jud, e quindi tutta la nuova generazione a “cercare l'olio nella tua mente e conoscenza per scoprire l'aspetto interiore del segreto”, nonna Farida, che non a caso porta il nome reale della madre dello scrittore, vittima della nakba, dice a lui e al suo gruppo: “Svelate la verità, la verità, miei cari. Solo se lo farete, ci sarà giustizia”.

Conclusioni

 “A volte penso alle migliaia di bambini che non sono mai usciti dai loro villaggi e dalle loro città, quasi imprigionati in una grande cella. Prendete l’esempio di Gaza. Lì una persona nasce e cresce, senza aver mai visto un altro Paese. E, per ironia della sorte, o vivi in ??riva al mare con un orizzonte aperto davanti a te, ma non puoi viaggiare, oppure vivi e muori senza aver mai visto il mare.  

Il pensiero all’infanzia palestinese è costante nell’opera di Daqqa, e queste righe, tratte da Il segreto dell’olio, mostrano come la prigione di cui parla in questo testo non è altro che “un’estensione della patria”. Il riferimento alla Striscia di Gaza, come prigione a cielo aperto, ma con l’orizzonte aperto del mare, è accostato a quello alla Cisgiordania, in cui “vivi e muori senza aver mai visto il mare”.

Proprio perché rivolti agli adolescenti, i due romanzi presentano uno stile molto fluido e semplice, ma anche pieno di metafore. Non mancano le situazioni comiche ed umoristiche, pur nell’atmosfera di suspense e di dramma costante. L’autore è molto abile a creare un ritmo sostenuto e un crescendo di emozioni, specialmente nelle parti in cui si parla dei ricordi della nonna.

Mirabile, a questo proposito, è la scena dello sradicamento degli ulivi dai loro campi, e la lirica rivisitazione di luoghi, case, balconi, porte, cristallizzati alla data del giugno 1948. Lì si avverte molta riflessione poetica e nostalgica, perché i due testi hanno un valore autobiografico e sono senz’altro ricostruiti a partire di racconti della madre e dei parenti.

Walid Daqqa muore martire in prigione dopo 38 anni di carcere e circa sei mesi dall’assedio disumano contro Gaza, nell’aprile del 2024. I suoi scritti testimoniano della sua capacità di anticipare eventi reali (ad esempio, la nascita della figlia Milad) ed affermare la propria identità culturale, per resistere all’occupazione e al genocidio.

 

[1] La prima traduzione in italiano, a cura di F. Pistono, è intitolata La storia del segreto dell’olio, Atmosphere, Roma, 2020. Nello stesso anno esce la traduzione danese Under muren, pubblicata  da Jensen & Dalgaard, ma non c’è indicazione del nome del traduttore. Di recente è stato tradotto in spagnolo e francese. El misterio del aceite, a cura di A. Martinez Castro, Editorial Verbum, Madrid (2025). La versione francese, Le secret de l’huile, è stata realizzata da N. Nakhlé-Cerruti, e pubblicata da Terrasses éditions, Parigi (2025).

[2] Rispettivamente Hikayat sirr al-zayt (2018) e Hikayat sirr al-sayf (2021), pubblicati da Tamer Insitute for Community Education, Ramallah. La terza parte della trilogia Hikayat sirr al-tayf (“La storia del segreto dello spettro”) è stata pubblicata nel n. 139 della rivista Majallat al-dirasat al-filastiniyya, estate 2024, pp. 68-88, ed è disponibile gratuitamente online al sito www.palestine-studies.org.

[3] Si tratta di un gruppo legato alla corrente islamica ismailita, dell’VIII o X secolo, il cui  insegnamento esoterico e la filosofia sono esposte in uno stile epistolario in un compendio di 52 epistole che hanno influenzato grandemente le successive enciclopedie del mondo islamico.

[4] In italiano sono disponibili le traduzioni di due romanzi: Bassem Khandaqji , Una maschera color  del cielo (trad. di B Teresi), edizioni e/o, Roma, 2024;  Nasser Abu Srour,. Il racconto di un muro (trad. di E. Bartuli). Feltrinelli, Milano, 2024. A fine 2025, entrambi gli scrittori sono stati liberati, in uno scambio di prigionieri con Israele.

[5] Walid Daqqa, Sahr al-wa’y (La fusione della coscienza), 2010, Al-Jazeera Center for Studies- Arab Scientific Publishers (Doha, Beirut), 2010.

[6] In al-Zaman al-muwazi ("Il tempo parallelo"), Daqqa introduce e sviluppa quel concetto, contrapposto al tempo sociale. Si veda l’intervista contenuta nella seconda appendice al libro,

[7] Nell'era del "coordinamento della sicurezza" il palestinese è diventato metaforicamente come un cane con una sola zanna, dopo che gli americani gli hanno spezzato le altre.

[8] Sura della Luce, v. 35. Traduzione mia.

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