Un flop per gli Usa, un disastro per Israele: l’eredità della guerra con l’Iran che ha cambiato il Medio Oriente

Mentre si parla di cosa succederà dopo il 19 giugno, giorno della firma dell’accordo di pace tra Usa e Repubblica Islamica, è possibile delineare un primo perimetro e fare un bilancio di quanto successo in un conflitto che è durato oltre cento giorni, pur con la coda di un lungo cessate il fuoco, e ha cambiato il volto del Medio Oriente e della sicurezza regionale. In un concetto si può dire che l’Iran non perde, gli Usa fanno flop, Israele subisce un vero e proprio disastro. Nonostante un attacco violento alla propria leadership militare e politica, raid di decapitazione che hanno eliminato la Guida Suprema Ali Khamenei e molti alti papaveri del regime, un duro colpo alle infrastrutture, una crisi economica sempre più mordente e la prospettiva di un rimescolamento dei rapporti di forza a favore dei Pasdaran dopo il conflitto, l’Iran si è trovato nella prospettiva di veder reggere la struttura dello Stato e di costruire sul campo un nuovo sistema dopo la fine dell’era dell’Ayatollah.
Per l’Iran non affondare equivale, sostanzialmente, a cantare vittoria di fronte al fatto che gli obiettivi dei suoi nemici erano quantomeno massimalisti. Per gli Usa si trattava di danneggiare la capacità militare di Teheran e, soprattutto, di colpire la Repubblica Islamica per condizionare gli approvvigionamenti energetici della Cina e delle altre maggiori economie concorrenti, mentre per Israele il bersaglio era nientemeno che la fine stessa della Repubblica Islamica, da perseguire tramite crollo del regime, incentivo a una guerra civile, frammentazione territoriale del Paese. Alla prova dei fatti, Washington ha fatto flop, specie considerato il fatto che dovrà trattare per veder riaperto lo Stretto di Hormuz, mentre a Tel Aviv è andata ancora peggio.
Netanyahu e Trump, indizi di crisi
Israele ha colpito duramente l’Iran, ma due guerre nel giro di un anno, a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026, non hanno conseguito alcuno degli obiettivi agognati dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è riuscito il sostegno tramite raid aerei e missilistici alle forze interessate a cambiare il regime in Iran; la posizione della leadership della Repubblica Islamica si è orientata verso la risposta a oltranza, e questo ha creato anche dei battibecchi tra Tel Aviv e molti partner regionali, specie nel mondo arabo, allontanando l’ipotesi di estensione degli Accordi di Abramo; il Libano, teatro sostanziale di pertinenza di Tel Aviv, è stato dall’Iran, con il sostegno implicito di Donald Trump, ricompreso nel perimetro di pace. A tal proposito, Trita Parsi del Quincy Institute commentava ieri che “Netanyahu sta anche cercando di prevenire il tentativo dell’Iran di stabilire una nuova equazione di deterrenza regionale, in cui gli attacchi a Beirut, e potenzialmente al Libano innescherebbero una risposta iraniana diretta contro Israele”.
Infine, Teheran si è vista non completamente isolata: l’azione di Paesi come Pakistan, Qatar e, sullo sfondo, Turchia per accelerare la fine della guerra ha mostrato l’emersione di un campo di Stati preoccupati dalle conseguenze delle guerre infinite di Israele. Per Netanyahu sarà dura, ora, presentare successi concreti in vista del prossimo appuntamento elettorale, decisivo per la sua permanenza al potere. L’ex premier Yair Lapid ha definito l’ipotesi di accordo “uno dei fallimenti più clamorosi della politica estera e di sicurezza di Israele”.
Il New York Times rileva che l’assenza di Tel Aviv dal negoziato ha impedito a Israele di spuntare concessioni, mentre Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies (Inss) della Tel Aviv University mette in guardia il governo dal compiere azioni sabotatrici di un eventuale accordo: “Più Washington si convincerà che Israele stia agendo per sabotare l’accordo o ritardarne l’attuazione, più crescerà la tensione con l’amministrazione”, ha scritto, aggiungendo che “i tentativi israeliani di danneggiare il processo diplomatico non sono solo una mossa contro l’Iran; potrebbero rapidamente trasformarsi in uno scontro diretto con la Casa Bianca stessa”. Per gli Usa cavarsi d’impaccio era diventato un obiettivo in quanto tale per rimediare i danni del conflitto, per Tel Aviv il rischio di un disastro securitario è palese. E per Netanyahu è forse l’ora più critica da quando, trent’anni fa, prese per la prima volta il potere in Israele. Non a caso, secondo Ynet, avrebbe detto a Trump che, comunque vada, Tel Aviv non si ritirerà dal Libano. Una potenziale conferma dei dubbi che Citrinowicz instilla sulla lucidità strategica di un leader in difficoltà.
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