Dopo settimane di negoziati complessi e segnati da momenti di forte tensione, Stati Uniti e Iran sembrano ormai vicini alla firma di un memorandum d’intesa destinato a ridefinire gli equilibri del Medio Oriente. Secondo indiscrezioni diffuse dall’emittente israeliana Channel 12, il documento dovrebbe essere firmato il prossimo 19 giugno in Svizzera e contiene dodici clausole che affrontano i principali nodi del confronto tra Washington e Teheran. Tra i punti più rilevanti figurano l’impegno reciproco a cessare le ostilità, compreso il fronte libanese, la conferma da parte iraniana di non voler sviluppare armi nucleari e l’avvio di un percorso condiviso per risolvere la questione dell’uranio arricchito. Durante i negoziati, Teheran manterrebbe invariato il proprio programma nucleare, mentre Washington sospenderebbe nuove sanzioni, eviterebbe ulteriori dispiegamenti militari nella regione e concederebbe deroghe temporanee per l’esportazione del petrolio iraniano.
L’intesa prevede inoltre lo sblocco di asset finanziari iraniani congelati e, in caso di accordo definitivo, il ritiro delle forze statunitensi entro trenta giorni insieme alla revoca completa delle sanzioni contro la Repubblica Islamica. Tra gli aspetti più significativi compare anche la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo dell’economia iraniana. Un ruolo importante sarebbe affidato anche all’Oman e agli Stati del Golfo, chiamati a partecipare ai negoziati sulle questioni legate al trasporto marittimo e alla sicurezza delle rotte commerciali. In cambio, Teheran garantirebbe per sessanta giorni il passaggio sicuro delle navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. Nonostante l’ottimismo che accompagna l’annuncio della possibile firma, diversi osservatori avvertono che il processo resta estremamente fragile.
L’analista iraniano Trita Parsi (naturalizzato svedese), intervenendo in un’intervista con Tucker Carlson, ha indicato in Israele il principale fattore di rischio per il successo dell’intesa. Secondo Parsi, il governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe interesse a impedire una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Teheran, rilanciando eventualmente tensioni regionali, in particolare sul fronte libanese. L’esperto sostiene che qualsiasi nuova escalation potrebbe compromettere rapidamente il negoziato e trascinare nuovamente la regione verso il conflitto. Per questo motivo, ritiene indispensabile che gli Stati Uniti chiariscano in modo inequivocabile di non essere disposti a sostenere nuove operazioni militari contro l’Iran. Solo una posizione netta di Washington, conclude Parsi, potrebbe ridurre i tentativi di sabotaggio e consentire alla diplomazia di prevalere su una logica di confronto. L’Iran ha inoltre dimostrato con le sue tattiche di resistenza asimmetrica di riuscire a fronteggiare le minacce belliche della coalizione Epstein.
Quella che nei piani di USA e Israele doveva essere una guerra lampo seguita da un cambio di regime in Iran è diventata una guerra di logoramento dove la Repubblica Islamica ha costretto gli USA al tavolo delle trattative grazie anche al controlo di uno stretto strategico come quello di Hormuz. Insomma, per l’Iran questo accordo avrebbe il sapore di una vittoria strategica sugli Stati Uniti e Israele.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
La Cina sta sviluppando quello che potrebbe diventare il più potente cannone navale in servizio al mondo, un sistema da 155 millimetri progettato per fornire supporto di fuoco a lungo raggio in eventuali operazioni anfibie, a partire da uno scenario sempre più discusso: Taiwan. Il prototipo, realizzato dal colosso statale Norinco e completato nel marzo 2025, è stato recentemente testato in mare aperto a bordo della nave sperimentale Wu Yunduo. Con una torretta stealth pensata per ridurre la rilevabilità radar e una gittata dichiarata fino a 200 chilometri grazie a munizioni a lungo raggio, il nuovo sistema rappresenta un significativo salto tecnologico per la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.
L’obiettivo è duplice: garantire un supporto di fuoco continuo alle truppe da sbarco e ridurre la dipendenza dai costosi missili di precisione. A differenza degli intercettori e dei missili da crociera, che richiedono tempi lunghi e costi elevati di produzione, un cannone può disporre di centinaia di colpi pronti all’uso, offrendo una capacità di fuoco sostenuta durante operazioni prolungate. Pechino sembra inoltre aver tratto lezione dall’esperienza statunitense. Il programma USA dei cacciatorpediniere Zumwalt e delle munizioni LRLAP si è rivelato estremamente costoso, spingendo Washington ad abbandonare il concetto di bombardamento navale avanzato per puntare sui missili ipersonici.
La Cina, al contrario, potrebbe installare il nuovo sistema sulle numerose unità Type 052D e Type 055 già in servizio, beneficiando di importanti economie di scala. Tuttavia, la vera sfida non riguarda la gittata o la potenza di fuoco. Per essere efficace in uno scenario come quello taiwanese, la Marina cinese dovrebbe prima neutralizzare la vasta rete di difesa costiera dell’isola. Taiwan dispone infatti di centinaia di missili antinave Hsiung Feng e Harpoon, distribuiti in modo disperso e progettati proprio per impedire alle navi nemiche di operare vicino alle coste. In questo contesto, il nuovo cannone navale appare come uno strumento importante ma non decisivo. La sua efficacia dipenderà dalla capacità cinese di individuare e distruggere le batterie missilistiche mobili e nascoste di Taiwan, una missione complessa che richiama le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti nel neutralizzare reti missilistiche e droni schierati secondo logiche di guerra asimmetrica.
Più che una semplice innovazione tecnologica, il nuovo sistema d’arma riflette l’evoluzione della dottrina militare cinese: una combinazione di precisione, volume di fuoco e sostenibilità economica pensata per prepararsi a conflitti ad alta intensità nel Pacifico occidentale.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Non ci sono canali ufficiali di comunicazione tra Mosca e il regime di Kiev, ma se Volodymyr Zelensky fosse pronto a parlare "in modo serio e responsabile" potrebbe sempre recarsi nella capitale russa e sarebbe ricevuto. Lo ha affermato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov nel corso di una conferenza stampa, tornando sulle parole già espresse in passato da Vladimir Putin.
Il rappresentante del Cremlino ha poi fornito aggiornamenti sull'agenda del capo dello Stato, concentrata in queste ore sulla preparazione del vertice Russia-ASEAN in programma a Kazan dal 17 al 19 giugno. Putin, ha spiegato Peskov, terrà oggi un incontro di lavoro con il capo dell'Ossezia del Nord Sergey Menyailo, mentre i prossimi giorni saranno segnati da una "maratona di incontri bilaterali" a margine del summit con i paesi del Sud-Est asiatico.
Sul fronte ucraino, il portavoce ha chiuso ogni possibile interpretazione circa un riavvicinamento: non esistono canali ufficiali tra le due parti, e la proposta russa resta quella già avanzata più volte in passato. "Il regime di Kiev sa benissimo a cosa ci riferiamo", ha tagliato corto Peskov, lasciando intendere che l'iniziativa per un eventuale colloquio spetta alla controparte ucraina.
Quanto ai contatti con Washington, il portavoce ha confermato l'arrivo imminente in Russia degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, ma ha precisato che non ci sono ancora date precise. "Arriveranno presto", ha detto Peskov, "ma gli statunitensi sono attualmente impegnati nella preparazione e nella firma del memorandum che è stato concordato. Sappiamo che la firma è prevista in Svizzera alla fine di questa settimana. Dopodiché, probabilmente, potranno venire a Mosca".
Infine, una precisazione secca sul G7: Putin non ha ricevuto alcun invito per il vertice in programma a Evian-les-Bains, in Francia. "Non c'è stato alcun invito, naturalmente", ha concluso il portavoce, senza aggiungere ulteriori commenti.
Nel saggio intitolato "La discriminante democratica" ( https://sardegnamondo.eu/2026/05/31/la-discriminante-democratica/ ), pubblicato sulla piattaforma SardegnaMondo, lo storico e attivista per l’autodeterminazione Omar Onnis scoperchia il vaso di Pandora e si chiede come sia possibile che all’interno delle «varie sensibilità di sinistra e dell’indipendentismo sardo» , che concordano su diverse questioni e che svolgono un ruolo critico verso “l’ordine presente delle cose”, sia emerso un dissenso radicalesulla questione ucraina.
Conosco Omar, ho pubblicato libri e collettanee insieme a lui, ho fondato con lui e altri il collettivo di ricerca decoloniale Filosofia de Logu, inoltre collaboriamo nella redazione del giornale S’Indipendente e alla realizzazione di eventi di studio sulla storia della “Sarda Rivolutzione”.
Il suo articolo ha il merito di sollevare con schiettezza un problema di cui solitamente si evita di discutere e lo fa, come suo solito, in maniera cristallina.
Cercherò di analizzare le sue ragioni e di rispondere alle domande che pone perché siano chiariti una volta per tutti i nodi della questione. Perché su una cosa concordo con Omar e cioè sulla necessità di «chiarire quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende. Cosa si vuole, dove si vorrebbe andare a parare».
Iniziamo.
La «nostra» democrazia?
Se la tesi che sostiene l’autore fosse vera sarebbe tutto più facile e il mondo sarebbe molto migliore di com’è. Ma purtroppo è una tesi falsa o – se preferiamo usare un linguaggio più appropriato – si tratta di un sillogismo valido solo formalmente ma non vero.
La tesi di Onnis può essere riassunta così: nel contesto dell’Unione Europea e nella stessa UE vige la democrazia. Si tratta di una forma di democrazia criticabile e migliorabile, ma è pur sempre meglio dei regimi non democratici.
Attenzione, perché quando Onnis parla di democrazia, non parla delle costituzioni antifasciste statali (come nel caso di quella italiana) nate dalla Resistenza antifascista, ma si riferisce chiaramente ad una dimensione extra statale. Questo è il primo scalino del suo ragionamento. Se Onnis si fosse riferito alle democrazie nate dalla resistenza, fondate sulla sovranità popolare e sulla sconfitta militare del fascismo, il discorso avrebbe avuto un suo senso anche se dal mio punto di vista non condivisibile, in quanto quella forma di democrazia e sovranità inibisce la democrazia e la sovranità del popolo sardo (v. art. 5 della Costituzione Italiana). Ma tutti i riferimenti alla democrazia che fa Onnis riguardano la sfera europea e questo lo esplicita in diversi passaggi, ma in particolare nel seguente:
«Gli stati nazione di matrice otto-novecentesca sono un relitto storico da abbandonare al più presto. Sono una zavorra che sta facendo affondare la nave»
Condivido con Onnis la prospettiva dell’autodeterminazione dei popoli e anche la repulsione verso gli stati nazione di matrice ottocentesca che l’autodeterminazione la negano. Ma credo che il punto di dissonanza sia il seguente e cioè quando Onnis si lascia andare alla speranza (a mio parere del tutto illusoria) che la UE possa essere riformata in senso democratico, popolare e addirittura che possa essere il luogo in cui fare emergere le istanze delle nazioni senza stato:
«L’UE fa schifo? Benissimo, trasformiamola in una vera confederazione democratica di popoli liberi, pacifici e collaborativi. (…) Chi attacca l’UE invece, anche da sinistra, di solito non chiarisce quale sia il proprio obiettivo. A me sembra spesso che coincida pericolosamente con quello delle destre nazionaliste e oscurantiste: un ritorno agli stati-nazione di matrice otto-novecentesca, autoritari al proprio interno e tutti in competizione tra loro all’esterno. Una vera genialata».
Eppure che il processo di integrazione europea avrebbe portato solo nuovi guai ai popoli compressi dagli stati nazione l’aveva capito benissimo già negli anni ’60 del Novecento il fondatore dell’indipendentismo moderno, l’architetto algherese plurilinguista Antoni Simon Mossa. In diversi passaggi Simon Mossa individua lucidamente la tendenza degli Stati Europei a concentrarsi in un vertice oligarchico e affaristico che avrebbe costituito una seconda gabbia per le comunità nazionali non riconosciute.
In “Ragioni dell’indipendentismo” Simon Mossa focalizza la questione con una lucidità e una lungimiranza impressionanti, mettendo in luce come «la forma attuale del Federalismo Europeo» sia «un “sistema chiuso”, una concentrazione di “nazionalismi” ove non vi è posto per le etnie, come non è posto per una nuova struttura sociale. È il federalismo di vertice, una sorta di consorzio di proprietari. È il federalismo che esclude un dialogo aperto con l’Oriente Europeo e con il Nord Europa come con il Sud Mediterraneo (Medio Oriente e Africa Settentrionale)».
Simon Mossa aveva capito che il processo di integrazione europea non avrebbe ostacolato soltanto l’autogoverno degli stati, ma anche e soprattutto delle «comunità marginali, che sono i diversi “mezzogiorni” d’Europa, favorendo le grosse iniziative imperialistiche di neo-colonialismo e di dominio commerciale e industriale» diventando infine un «consorzio di ricchi che diventeranno sempre più ricchi a danno dei popoli marginali che diventeranno più poveri».
La storia dimostra che Simon Mossa aveva ragione. Basta fare l’esempio del tentativo catalano di esercitare il diritto all’autodeterminazione. Ero in Catalunya tra fine settembre e inizio ottobre 2017, in occasione del referendum per l’indipendenza, e posso assicurare quanto diffusa e genuina fosse la convinzione che “mamma Europa” sarebbe intervenuta per obbligare la Spagna a far «rispettare la democrazia». Non c’è bisogno di raccontare come sia andata a finire. Il referendum ottenne una maggioranza schiacciante e votò per il “si” il 90,18%. Ovviamente la “democrazia” europea fece cordone per difendere l’unità statale della Spagna. Evidentemente la sensibilità per l’autodeterminazione dei popoli che le elites europee avevano sbandierato una ventina di anni prima quando si trattava di smembrare la Jugoslavia o che era stata usata come arma retorica per sostenere i bombardamenti su Bagdad era andata scemando.
Oggi il tema è il riarmo – e ci torneremo a brevissimo – ma qualche anno fa non andava di certo meglio. Ai tempi dell’austerity imperava la troika e la troika era guidata dai ministri delle finanze e in particolare dal ministro delle finanze tedesco. O c’è bisogno di ricordare la fine che la UE fece fare alla Grecia? Studi seri hanno dimostrato come l’austerità imposta dalla UE abbia prodotto in Europa gli stessi effetti di una guerra (https://www.eunews.it/2016/06/24/lausterita-uccide-lallarma-della-banca-di-grecia-sistema-sanitario-al-collasso/ ), determinando un aumento netto di mortalità infantile (+ 50%), di malattie croniche (+ 24%), di nascite sotto peso (+19%), ecc..
Abbiamo scordato che il “piano di salvataggio” (memorandum della Troika) stilato dai creditori internazionali (Commissione Europea, BCE e FMI) in cambio di nuove misure di austerità, cioè di svendita dei diritti sociali e di privatizzazioni selvagge del patrimonio publico, venne imposto dall’alto in barba all’esito del referendum del 5 luglio 2015 dove il no al ricatto europeo vinse con una netta maggioranza di voti (61,3%)?
Il debito ammontava a 295 miliardi di euro. Oggi la UE, con il piano di riarmo, ne sta bruciando quasi tre volte tanto. Ma torneremo sul punto.
C’è bisogno di ricordare il voltafaccia di Tsipras del suo partito Syriza nell’estate 2015, di ritorno dall’incontro a porte chiuse i vertici della Troika, e della sua firma al memorandum capestro con l'Unione Europea, che l'elettorato aveva appena respinto tramite il referendum popolare?
Siamo così sicuri che UE faccia anche minimamente rima con democrazia?
Non sono un fan degli stati-nazione e nemmeno della costituzione repubblicana italiana, ma se si vuole parlare di democrazia, non credo che infilare la testa tra le fauci di un leone affamato – per usare una famosa immagine storiografica – sia la soluzione migliore.
Di quale democrazia parla Onnis? Non di quella di stati sovrani nati dalla resistenza antifascista. Da anticolonialista sardo credo che la Costituzione del ’48 vada superata in senso sovietico, e cioè attraverso la conquista del diritto all’autodeterminazione nazionale per le colonie domestiche (tra cui ovviamente è da annoverare la Sardegna). Ma Onnis si riferisce ad un altro tipo di “democrazia”, che, come si vede, è alquanto poco “democratica”. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che in diversi passaggi Onnis si riferisca a questo sistema con l’aggettivo possessivo della prima persona plurale (“nostra”):
«la legittima critica alle nostre scalcagnate e sofferenti democrazie porta molta militanza a desiderare che esse siano distrutte»; «Non sono disposto a rinunciare alla nostra faticosa e decadente democrazia»; ecc...
In che modo potremmo identificarci con un’unione che ha permesso l’arresto di presidenti di associazioni culturali e tollerato l’esilio di leader politici e militanti? Dove sono le sanzioni contro la Spagna che ha inviato la polizia a massacrare i cittadini catalani che votavano il 1 ottobre del 2017? In che modo potremmo identificarci con chi ha costretto i greci a privatizzare porti, aeroporti, a smantellare la sanità pubblica e di fatto ha calpestato la volontà popolare di un popolo ridotto letteralmente alla fame? In che modo potremmo sentire nostre “democrazie” come quelle dei paesi baltici che scalpitano per fare la guerra alla Russia e che abbattono le statue dedicate all’Armata Rossa che ricordano la resistenza sovietica al nazi-fascismo?
O si vuole parlare della Francia e della sua forma di democrazia presidenziale più vicina ad un’oligarchia assolutista che ad una democrazia? Dell’Italia inutile parlare, soprattutto dopo l’ennesimo pacchetto sui decreti sicurezza.
No, quella della UE non è la mia democrazia!
La gherminella di Onnis consiste inoltre nel rimuovere del tutto la questione del “vincolo esterno” in cui consiste in tutto e per tutto il processo di integrazione europea. Invece di sviluppare una postura diplomatica autonoma – come vagheggiano i sostenitori dell’Europa dei popoli - l'Unione Europea ha storicamente interiorizzato la logica del "vincolo esterno". Questa categoria concettuale, originariamente formulata dall'economista e politico Guido Carli per descrivere l'auto-dichiarata incapacità delle classi dirigenti italiane di governare i propri processi interni senza la disciplina di un patronato esterno, può essere estesa all'intero comportamento geopolitico di Bruxelles. L'Europa ha rinunciato a esercitare una propria sovranità politica estera, delegando la propria sicurezza collettiva alla NATO e accettando una strutturale asimmetria decisionale che la subordina alle priorità strategiche di Washington, oggi sempre più focalizzate sul contenimento della Cina nell'Indo-Pacifico. Oggi questo processo emerge chiaramente con le scelte scellerate del ReArm Europe, con il brutto affare del sabotaggio terroristico ai danni di una fondamentale infrastruttura europea, il Nord Stream 2 e con la subalternità scandalosa della UE ai diktat statunitensi su sanzioni, pil del 2% in armi, acquisto del carissimo, inquinante e pericoloso GNL americano.
Di tutto questo si può parlare o ciò rientra tra le «inservibili categorie analitiche che potevano avere senso nel corso della Guerra fredda», che poi è l’argomento d’ordinanza che si suole usare quando si solleva la questione dell’antimperialismo e del no alla guerra?
Alla luce di quanto accaduto a Gaza (anche se secondo me era tutto chiarissimo anche ben prima del genocidio) parlare di «nostra faticosa e decadente democrazia» è pura cortina fumogena!
La credibilità delle istituzioni multilaterali e del diritto internazionale si trova oggi in una crisi di fondamenti senza precedenti, minata dalla sistematica applicazione di doppi standard da parte delle potenze occidentali (UE in prima fila) che si proclamano custodi dell'ordine globale. Come evidenziato da numerose organizzazioni per i diritti umani e analisti del Global South, la rapidità e l'intransigenza giuridica con cui l'Occidente ha mobilitato le istituzioni internazionali per condannare l'aggressione russa in Ucraina, stride drammaticamente con il silenzio, la complicità attiva e l'ostruzionismo diplomatico manifestati di fronte al massacro sistematico della popolazione civile a Gaza.
Altro che federazione dei popoli europei caro Omar!
Il punto quindi mi sembra questo: non si tratta di «rivendicare più democrazia», bensì di gettare le basi per costruire un movimento che finalmente fondi la democrazia. Ma questo non potrà avvenire certo sulla base di una costruzione che nasce a-democratica come il progresso di “integrazione” europea che di fatto ha fatto nascere una mega colonia al servizio dell’orrore del nostro tempo che – a conti fatti – non ha nulla da invidiare al vecchio colonialismo e perfino ad altri regimi che hanno segnato col sangue e con l’infamia la storia del Novecento.
La «grammatica» dell’ aggredito e dell’aggressore
Veniamo all’Ucraina. Onnis non usa mai il classico leit motiv «c’è un aggredito e c’è un aggressore!», ma il succo delle sue argomentazioni sulla guerra in Ucraina non si discosta di un palmo dalle classiche categorie interpretative degli ideologi anti Russia.
Per lui la questione Ucraina ha fatto emergere la frattura più grande all’interno della sinistra e del movimento per l’autodeterminazione. Ed ha ragione.
Onnis si stupisce come «persone che definirei senza problemi “compagne”» abbiano «sposato convintamente la causa della Federazione russa e del suo regime autoritario e oscurantista, sorvolando sulla sproporzione di forze e sulla circostanza oggettiva che la Russia ha attaccato uno stato sovrano per sottometterlo alla propria volontà».
Condivido lo stupore, ma del tutto rovesciato.
Intanto segnalo che soltanto una piccola parte delle persone critiche con l’invio di armi all’Ucraina, con la politica delle sanzioni alla Russia e con l’ondata di russofobia dilagante che è arrivata a giustificare l’esclusione di atleti e intellettuali, sostiene Putin o Russia Unita.
Entrando nel merito ho seguito la questione ucraina e le mobilitazioni nel Donbas, quindi so di cosa parlo. Nel 2014 organizzammo anche un evento con il giornalista Marco Santo Padre a Sassari con il Fronte Indipendentista Unidu e già allora si parlava di «lotta per l’autodeterminazione del Donbas» e di «tendenza alla guerra» dell’occidente collettivo, evidenziando tutti i chiari marcatori delle numerose ingerenze occidentali nell’area.
Onnis cerca abilmente di far passare il messaggio che chi sia del tutto critico con il “sistema mondo” occidentale fino a sostenere che in effetti, anche nel caso specifico della tensione tra Ucraina e Russia, siano evidenti disegni destabilizzanti, flussi costanti di denaro, ingerenze sistematiche da parte occidentale (e specificatamente nord americana), fino ad arrivare a vere e proprie manipolazioni e perfino a colpi di stato bianchi ottenuti mediante “rivoluzioni colorate”, sia fondamentalmente un supporter di «regimi terribili come quello siriano degli Assad o quello nord-coreano».
Se guardiamo indietro alla storia degli ultimi quarant’anni, cioè dal crollo del muro di Berlino in poi, emerge sempre lo stesso schema: In un dato luogo del pianeta che l’opinione pubblica occidentale a stento conosceva, scoppia un caso politico, umanitario, sociale. Poi parte il tam tam mediatico e si mette in moto la macchina della propaganda. Infine si armano i caccia o addirittura si pianificano e realizzano invasioni. Che sia la “causa di autodeterminazione” del Kuwait o del Kosovo o i diritti civili delle donne e dei giovani iraniani, la sempre sacra mancanza di democrazia a Cuba e in Venezuela o la “voglia di Europa e di occidente” della gioventù ucraina e georgiana non fa alcuna differenza. Qualunque sia la causa essa trova sempre orecchie ben attente nei salotti buoni della stampa mainstream occidentale, specie tra le file dei cosiddetti “progressisti”. È così che si forma la sacra alleanza tra democratici e lobbisti delle armi, tra intellettuali ribelli e propagandisti di guerra che preparano l’opinione pubblica alle cure da cavallo messe poi in pratica dagli esecutivi nordamericani ed europei. Successivamente arrivano le sanzioni (contro il popolo), i carichi di armi pronte all’uso per fomentare la guerra civile e perfino bande di mercenari, terroristi e tagliagole (come accadde per esempio in Siria con la cosiddetta “opposizione democratica” velocemente trasformatasi in ISIS) e – quando tutto ciò non basta – scatta l’intervento armato diretto (Iraq, Afghanistan, Libia, Venezuela, ecc..).
Ovviamente i diritti civili, la democrazia, l’emancipazione delle donne, i valori occidentali svaniscono come neve al sole quando a calpestarli sono petro-monarchie come appunto Kuwait, Arabia Saudita, Qatar o l’ “unica democrazia del Medio Oriente”: Israele.
Anche un bambino riuscirebbe ad unire i puntini. Perché i nostri intellettuali sardi per l’autodeterminazione (Onnis non è ovviamente il solo) non colgono il nesso?
Qui s’appunta il mio stupore, perché sono persone con cui ho condiviso e condivido in alcuni casi tutt’ora percorsi e proprio non riesco a capire come possano prestare il proprio spessore intellettuale a queste strategie funzionali al mantenimento o addirittura all’espansione dell’egemonia occidentale che si regge sul ricatto economico, sull’uso su larga scala della violenza e sulla manipolazione dell’opinione pubblica.
Mi stupisco del fatto che un teorico dell’autogoverno sardo possa parlare di autodeterminazione appellandosi ai diritti violati di «uno stato sovrano» che al suo interno ha almeno due popoli. Parliamo pure dell’autodeterminazione degli ucraini dell’ovest aggrediti (dopo molti anni di guerra civile e dopo sistematiche violazioni degli accordi di Minsk 1 e 2 da parte del regime di Kiev), ma parliamo anche – se siamo per l’autodeterminazione dei popoli e non solo degli «stati sovrani» – dei diritti violati dei cittadini russofoni a cui è stato sistematicamente privato il diritto di parlare la propria lingua e che a un certo punto, dopo la strage di Odessa (2 maggio 2014), hanno compreso che dentro lo stato unitario ucraino non avrebbero più avuto né diritti civili né sicurezza e allora hanno impugnato le armi, ben prima che subentrasse l’esercito russo.
La risposta al perché questi intellettuali che da anni insistono sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’autodeterminazione cadano oggi con così grande facilità nella rete della retorica imperiale va ricercata indietro nella storia. Anni fa lessi in lingua originale le carte del dibattito interno alla Socialdemocrazia tedesca in occasione della votazione al Reichstag dei crediti di guerra (prima guerra mondiale) e mi stupii di apprendere come dirigenti del movimento operaio che avevano predicato internazionalismo e pacifismo, fino al giorno prima, insistessero sulla necessità di “sconfiggere l’autocrazia degli Zar per fare trionfare la democrazia”. Specularmente in Francia, in Italia e altrove emergevano posizioni di ex pacifisti che condannavano l’invasione del “Belgio neutrale” e che sostenevano la necessità di intervenire nel conflitto per questioni di giustizia, per salvare il diritto, addirittura per rendere protagonista il proletariato. Fra questi un socialista massimalista, Benito Mussolini, che pochi anni prima aveva avversato l’intervento in Libia, ma che ora si gettava nella mischia interventista intuendo che si sarebbero aperti spazi per fare il grande salto. Sappiamo come è andata a finire.
A soccorrerci interviene il concetto di "grammatica politica" nel pensiero del filosofo Davide Tarizzo. Tarizzo – sulla base degli studi su Lacan – ha scoperto che in noi agiscono delle strutture e dei fondamenti inconsci della democrazia moderna. Nel suo saggio Political Grammars: The Unconscious Foundations of Modern Democracy, Tarizzo sostiene che non sia possibile comprendere a pieno il potere politico basandosi solo sulle tradizionali categorie giuridiche, economiche o etiche. Le grammatiche politiche operano come le regole del linguaggio: strutturano il modo in cui i soggetti collettivi agiscono e si formano.
Senza addentrarci dentro questo tema, ho il sospetto che ciclicamente nelle élites progressiste, democratiche, perfino socialiste, agiscano insospettabili grammatiche imperiali, coloniali, persino a dispetto della collocazione soggettiva di chi le agisce. Io credo che esista una grammatica della guerra giusta, della superiorità europea, una grammatica della superiorità dei valori e dei sistemi occidentali e perfino una grammatica della “nostra democrazia” . Queste grammatiche – non per forza in quest’ordine o in filiera – agiscono anche nell’opera di chi avrebbe il compito di decostruirle.
Il «feticcio della NATO»
Ma torniamo alle argomentazioni di Onnis contro la sinistra e gli indipendentisti “non democratici”. Mi ha colpito il fatto che Onnis, in diversi passaggi, parli di «feticcio della NATO»:
«c’è il solito feticcio della NATO ad aleggiare su tutta la faccenda. Se l’Ucraina vuole entrare nella NATO (cosa del tutto lontana dalle agende dei paesi coinvolti, in realtà) e nell’UE (accomunata, non si sa in base a cosa, alla NATO come entità malvagia da combattere) allora vuol dire che è *nostra* nemica».
Fermiamoci un attimo su questo.
La NATO non è un feticcio. È un alleanza militare potentissima, nata per difendere il cosiddetto “mondo libero” (cioè il capitalismo e l’imperialismo) dall’espansione socialista. Una volta crollata l’Unione Sovietica la NATO avrebbe dovuto sciogliersi. Ma ciò non solo non è accaduto, al contrario la NATO ha galoppato verso est, in una folle corsa, arrivando a lambire i confini della Federazione Russa.
Ricordo 25 anni fa, quando in molti siamo scesi in piazza a contestare il G8 a Genova. Fra i potenti del mondo c’era un giovanissimo Putin ben inserito nell’assise che i movimenti contestavano. Io ero tra quei manifestanti. “Voi G-8, noi 8 milioni” urlavamo in piazza prima che la polizia di Berlusconi e Fini iniziasse le cariche e le violenze.
Poi è successo qualcosa. Ricordo qualche articolo di seconda pagina sulla faccenda “missili” e “allargamento NATO”. Putin ha iniziato a chiedere spiegazioni sul progetto dello scudo spaziale. Ricordo le rassicurazioni sul fatto che la NATO non si sarebbe espansa ulteriormente. E invece di volta in volta la cavalcata della NATO risultava inarrestabile. Eppure nel trattato [ https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/1949/04/04/the-north-atlantic-treaty?selectedLocale=it ] è chiarissimo che ogni nuova adesione deve essere ratificata all’unanimità. Sarebbe bastato il veto di qualunque stato fondatore perché si impedisse questo assedio militare della Russia. O si vuole davvero far credere che aderire alla NATO sia un «diritto di autodeterminazione»? Quindi se oggi il Messico ospitasse testate nucleari e le puntasse contro gli USA ciò sarebbe legittimo? Non scherziamo! Perché accettare stati che chiaramente avevano conti storici da regolare con la Russia?
Non c’è bisogno di essere «putiniani» o «rossobruni» - come Onnis chiama le voci dissonanti rispetto alla tendenza alla guerra dell’occidente – per porsi questa semplice domanda: perché la NATO invece di sciogliersi dopo il liquefarsi del Patto di Varsavia (nata dopo e in risposta alla NATO) si è allargata a dismisura fagocitando rispettivamente: 1999: Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria; 2004: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia; 2009: Albania e Croazia; 2017: Montenegro.; 2020: Macedonia del Nord; 2023-2024: Finlandia e Svezia?
Inoltre, se nel trattato stesso si può leggere che la NATO non ha l’obiettivo di scavalcare le «Nazioni Unite o la responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali», perché la NATO è ripetutamente intervenuta militarmente al di fuori del mandato ONU, in particolare con la guerra di aggressione alla Serbia nel 1999? Non fu una palese violazione del «diritto internazionale» e dello statuto dello stesso trattato della NATO?
Come scrive lucidamente Manlio Dinucci in Breve storia della NATO dal 1991 ad oggi ( https://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/breve-storia-della-nato-dal-1991-ad-oggi-parte-1/ ), la NATO, dopo la fine dell’Unione Sovietica, ha cambiato la linea strategica. Nell’agosto del 1991 viene prodotto il National Security Strategy of the United States, dove la Casa Bianca dichiara che «nonostante l’emergere di nuovi centri di potere gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali».
Sei mesi dopo – continua Dinucci - esce un documento del Pentagono, il Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999 ( https://www.archives.gov/files/declassification/iscap/pdf/2008-003-docs1-12.pdf ), dove si chiarisce il ruolo della NATO : «è di fondamentale importanza preservare la Nato quale principale strumento della difesa e della sicurezza occidentali, così pure quale canale dell’influenza e della partecipazione statunitensi negli affari della sicurezza europea. Mentre gli Stati Uniti sostengono l’obiettivo dell’integrazione europea, essi devono cercare di impedire la creazione di dispositivi di sicurezza unicamente europei, che minerebbero la Nato, in particolare la struttura di comando dell’Alleanza» ( qui le 5 parti dell’intervento di Dinucci https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/8673-8716-m-dinucci-breve-storia-della-nato-dal-1991-ad-oggi-parti-1-5.html ).
Per corroborare l’idea che la NATO sia un «feticcio», Onnis insiste sul fatto che «in Sardegna la NATO ha diradato la sua presenza e il suo impatto da un pezzo e in Europa si mette apertamente in discussione l’Alleanza atlantica».
Magari fosse così. Se la NATO avesse – come sostiene Onnis – diradato la sua presenza in Sardegna, ciò significherebbe che i poligoni militari non sono nella disponibilità della NATO o che lo sono meno rispetto al passato e questo è semplicemente falso, dato che le esercitazioni militari unificate stanno aumentando il loro volume, come documenta un’ampia gamma di articoli reperibili in rete (https://www.repubblica.it/green-and-blue/dossier/seveso-50-anni-dopo/2026/04/08/news/capo_teulada_sardegna-425253548/ ) e le stesse puntuali denunce degli antimilitaristi sardi.
In particolare le operazioni “Mare aperto” e “Joint Stars” ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/otto-paesi-nato-6mila-militari-oltre-120-mezzi-prove-di-guerra-in-sardegna-con-la-mare-aperto-2025-eh88q9aw ) sono le due principali esercitazioni interforze e della NATO che coinvolgono regolarmente le coste e i poligoni della Sardegna. Entrambe mirano a testare l'interoperabilità tra le forze armate italiane e quelle alleate in scenari multidominio e sono funzionali al rafforzamento della NATO e non al suo cupio dissolvi, come fantasticano Onnis e i sardo-atlantisti più spinti di lui.
Se anni fa ci si addestrava simulando operazioni di guerra in villaggi costruiti in stile mediorientale, oggi è del tutto palese che ci si addestra alla guerra contro la Federazione Russa. La NATO non è l’unico attore di questa gestazione guerrafondaia, purtroppo c’è anche la UE (che ovviamente non è automaticamente identificabile con la NATO). Ma ci arriveremo tra poco..
Intanto c’è da sottolineare che questo «feticcio» della NATO che avrebbe «diradato la sua presenza e il suo impatto» in Sardegna dimostra una insolita vitalità, coinvolgendo periodicamente «oltre 120 mezzi, tra unità navali, sommergibili, aerei, elicotteri e veicoli non pilotati di tipo subacqueo, aereo e di superficie, con la partecipazione di oltre 6.000 militari provenienti da otto nazioni della Nato (oltre all’Italia: Usa, Francia, Spagna, Regno Unito, Germania, Grecia e Turchia) e la presenza di osservatori di 21 marine estere». (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/otto-paesi-nato-6mila-militari-oltre-120-mezzi-prove-di-guerra-in-sardegna-con-la-mare-aperto-2025-eh88q9aw )
Sciogliere l’«inghippo»
«Dov’è l’inghippo?» - si chiede Onnis. Perché «gran parte della militanza di sinistra (e in questo caso indipendentisti e non indipendentisti concordano)» hanno preso la posizione secondo cui «tutto ciò che contrasta le democrazie liberali e le loro derive anti-popolari, nonché l’imperialismo occidentale e soprattutto quello USA, è benvenuto»?
Di seguito Onnis ribadisce l’appartenenza alle «nostre scalcagnate e sofferenti democrazie», lasciando intendere che si tratta di un paziente di cui prendersi cura per salvarlo dalla possessione che lo affligge e non di un sistema strutturalmente oligarchico, imperialista, guerrafondaio e fondato sullo sfruttamento, sul suprematismo, sulla guerra, sul sistema coloniale.
Rispondo a Onnis: l’inghippo sta nel credere che si possa riformare il “sistema mondo occidente”, che si possa cioè separare chirurgicamente la violenza pratica predatoria occidentale dalla sua candida anima costituita da democrazia e diritti.
Conseguentemente – sempre seguendo il sapiente fioretto logico di Onnis – l’inghippo sta nel crearsi un nemico di paglia e di presentare i critici integrali dell’imperialismo e del colonialismo occidentali come tifosi di qualcun altro (Putin, Assad, ecc..).
È la stessa operazione che fanno i propagandisti filo israeliani con Hamas e Hezbollah. Sei contro il sionismo e riconosci le ragioni dei palestinesi? Allora sostieni il terrorismo islamico!
Anche in questo caso non c’è nulla di nuovo. Per esempio a lungo il capo della Rivoluzione Russa fu perseguitato dall’accusa di essere filo tedesco perché – nel ben mezzo della guerra – usò cinicamente il vagone piombato messo a disposizione dalle autorità tedesche (a loro volta ciniche nel concederglielo) e si concentrò non nell’opposizione ai nemici del suo paese ma nel rovesciare i rapporti di dominio dentro la Russia degli Zar.
Da questo punto di vista va ribaltata la «formula» su cui vuole «far luce» Onnis “io non sono putiniano/a, ma…”.
Rovesciandola sulle gambe, la formula di quello che, generalizzando enormemente e accomunando posizioni diverse tra loro, potremmo chiamare “sardo-atlantismo”, potrebbe essere spiegata così “io sono critico ma…”: “sono critico” verso l’oligarchia che domina la UE ma la preferisco a tutto il resto; “sono critico” verso il riarmo, ma ne sostengo gli obiettivi a medio termine e quindi sono favorevole ad armare l’Ucraina; “Sono critico” verso ciò che l’Occidente sostiene attivamente in Israele, ma questo non mi porta a buttare il bambino con l’acqua sporca; “Sono critico” con l’uso manipolatorio che viene fatto dall’informazione main stream, ma quando questa è funzionale a legittimare la propaganda di guerra verso stati o potenze che io detesto e vorrei vedere smembrate e colonizzate come nell’Ottocento lo era la Cina (perché di questo si tratta!) faccio spallucce..
Potremmo continuare all’infinito, ma credo che il Re appaia in tutta la sua nudità.
Personalmente non ho mai avuto bisogno di affermare «non sono putiano ma». E questo non perché abbia bisogno di nascondere le mie simpatie che sono chiare e manifeste e che vanno non a Tizio o a Caio, ma a tutti i popoli che resistono all’imperialismo, al colonialismo, al suprematismo e alla guerra scatenata dagli USA (con o senza Trump) e dai loro gregari contro il resto del mondo. Non c’è bisogno di pensare che Assad, Saddam Hussein, Gheddafi, La Ayatollah Khamenei fossero dei grandi uomini o dei paladini della giustizia o del socialismo, per capire che la caterva di teschi lasciata dall’occidente a vario titolo e sotto varie forme in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Siria ( https://www.linkiesta.it/blog/2003/02/il-numero-dei-morti-civili-nella-guerra-alliraq/ ) non ha giustificazione. Non c’è bisogno di avere il poster di Putin per ritenere che i criminali o i potentati che hanno sostituito i dittatori tanto odiati dai salotti buoni di Washington, Londra o Parigi (come nel caso del terrorista tagliagole repentinamente ripulito ed espunto dalle liste dei ricercati più pericolosi del mondo A?mad ?usayn al-Shara, noto anche con lo pseudonimo di Ab? Mu?ammad al-Jawl?n?, che oggi governa la Siria «liberata» dal «terribile regime di Assad») non sono certo meno presentabili di quelli che li hanno preceduti.Anzi spesso sono anche peggiori, ma hanno il pregio di fare gli interessi occidentali!
Ho l’impressione – ma potrebbe trattarsi solo di un’impressione – che qui valga il motto attribuito a Franklin D. Roosevelt «he may be a son of a bitch, but he's our son of a bitch».
La logica mi sembra questa: siccome le «nostre scalcagnate e sofferenti democrazie» - che sono scalcagnate e sofferenti ma pur sempre «nostre» - hanno bisogno dei signori della guerra che spadroneggiano in Libia, dei tagliatori di gole che governano la Siria, dei golpisti seriali che puntualmente riemergono in Venezuela, degli sceicchi monarchi feudali che trattano le donne come ninnoli da appartamento e che costruiscono gli stadi e i grattacieli sulle ossa degli operai-schiavi, su questi casi facciamo spallucce e ci concentriamo su altri “cattivi” che hanno l’imperdonabile difetto di ostacolare i nostri piani economici, finanziari, geopolitici.
Ucraina mela avvelenata
Restiamo sul pomo della discordia, sul fulcro della querelle tra anticolonialisti e sardo-atlantisti: l’Ucraina.
Non mi soffermo sulle banalizzazioni di Onnis che veicolano il mito che la guerra in Ucraina sarebbe scoppiata perché «uno stato sovrano avrebbe commesso il peccato mortale di voler uscire dall’orbita dell’egemonia imperiale russa per votarsi all’Europa». Esiste moltissima letteratura in merito che testimonia che la questione non sia affatto questa, ma la crescente internità dell’Ucraina nel sistema NATO.
Non è però questo il punto che mi sembra degno di nota. Anche a proposito dell’Ucraina emerge con forza la logica dell’amico-nemico di matrice schmittiana che tutte le sfumature del sardo-atlantismo attribuiscono agli anticolonilisti e agli antimperialisti e che invece mi sembra costituisca il binario logico su cui essi sviluppano le loro argomentazioni.
Per esempio io non ho alcuna difficoltà ad ammettere il carattere non democratico e – aggiungo io antisocialista - del partito “Russia unita” che esprime la leadership di Putin. Come non ho difficoltà ad ammettere che il regime iraniano non è un luogo in cui vorrei costruire una vita o che non tutte le componenti della resistenza palestinese godono della mia simpatia politica. Ma non stiamo parlando di questo. Io non ho problemi ad ammettere le contraddizioni interne al campo anti imperialista. Non si può dire lo stesso di chi nega le preoccupanti testimonianze filo naziste della dirigenza ucraina.
Onnis raccoglie un idola piuttosto diffuso in questi ambienti, e cioè la questione della «natura “nazista” del governo ucraino, tesi basata sulla riscoperta a Kijv di simboli e personaggi del nazionalismo ucraino. Che, sì, fu alleato con i tedeschi nella seconda guerra mondiale, contro l’URSS, ma per ragioni storiche».
Ho capito bene?
Ora, io non credo alla propaganda russa che l’Ucraina sia interamente nazista o che vada «denazificata». Però non credo neanche alla propaganda veicolata da Onnis, sistematicamente messa in circolo da pseudo fact checker come David Puente, che mira a mistificare la realtà dei fatti e a negare le profonde e documentate influenze naziste, suprematiste, fanatiche e terroriste sulle alte sfere della dirigenza ucraina. Influenze che purtroppo hanno messo radici profonde nella società ucraina (https://www.store.rubbettinoeditore.it/rassegna-stampa/sulle-tracce-di-bandera-leroe-criminale-dellucraina/ ).
Recentemente – solo per fare un esempio – Zelensky ha reso omaggio ad Andriy Melnyk, leader dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) che, durante la Seconda guerra mondiale collaborò con la Germania nazista combattendo al fianco dell'esercito nazista e delle SS.
Persino uno stato ultra russofobo e turbo-guerrafondaio come la Polonia ha ufficialmente protestato a seguito della decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di intitolare un'unità delle forze speciali alle formazioni dell'UPA e della nuova sepoltura di Melnyk con grandi onori.
Storici e leader polacchi considerano a ragione Melnyk e i membri dell'UPA responsabili dei massacri di decine di migliaia di civili polacchi durante la Seconda guerra mondiale, bollati come "banditi".
Il Ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha lanciato un appello ufficiale alle autorità ucraine affinché rivedano la decisione di glorificare questa e altre figure.
Persino l'Istituto della Memoria Nazionale polacco ha minacciato di revocare l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Bianca a Zelensky.
Come la mettiamo? Anche il fiore all’occhiello della costituenda armata anti russa è caduta vittima della propaganda del Cremlino e non crede ai fact cheking di Puente e Mentana?
Come si vede la logica amico-nemico non funziona, o se funziona ha degli effetti indesiderati assai problematici.
Oltre la logica amico-nemico
Per fare un po’ di ordine ripartiamo dunque dalla teoria del giurista tedesco Carl Schmitt. Secondo questa visione, l'essenza della politica risiede nella distinzione fondamentale tra chi appartiene alla propria comunità (amico) e chi rappresenta una minaccia esistenziale o un'alterità assoluta (nemico pubblico, o hostis).
L’articolo di Onnis si basa su questo, fin dal titolo: democratici v.c antidemocratici. Quando Onnis chiede di «chiarire gli obiettivi» sta parlando di questo, ci sta chiedendo di posizionarci di qua o di là rispetto alla linea delle «nostre democrazie».
Il nemico di Schmitt è il nemico pubblico, un'entità "altra" e straniera, la cui esistenza minaccia lo Stato e ne giustifica l'azione e la coesione interna. È quello che cercano di fare i propagandisti occidentali quando chiedono di vietare la biennale agli artisti russi o quando emergono liste di proscrizione di “putiniani” come strumenti della «guerra ibrida del Cremlino» (https://formiche.net/2026/04/dalla-sovversione-sovietica-alla-guerra-ibrida-di-putin-storia-del-controspionaggio-italiano/ ).
Io non posso escludere che esistano questi “putiniani” o che ci siano addirittura degli spioni travestiti da influencer a diretto contatto con Mosca. Ma questa caccia alle streghe non vi ricorda da vicino il maccartismo, quando bastava avere simpatie anche vagamente socialiste per essere incarcerati e silenziati? A me si, tantissimo.
E allora, per concludere, cerchiamo di dare una risposta esaustiva all’appello di Onnis che chiede «quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende? Cosa si vuole? Dove si vorrebbe andare a parare?».
Autodeterminazione contro la terza guerra mondiale
Sono debitore a Onnis perché ha chiarito un problema che mi portavo dietro da anni e che finora mi sembrava irrisolvibile. Quando possiamo sostenere una lotta per l’autodeterminazione di un popolo? Se rispondiamo “sempre”, allora cadiamo in una visione metafisica e astorica, inoltre ci cacciamo in una serie di incredibili contraddizioni come per esempio la questione di Taiwan che in effetti non è nemmeno un popolo, anzi inizia la sua storia da un genocidio dei popoli nativi di Formosa e oggi rivendica l’autodeterminazione dalla Cina. Se rispondiamo mai, neghiamo la storia, perché la storia in effetti, oltre a lotta di classe, è lotta di popoli per la propria autodeterminazione.
La risposta va allora data in riferimento al “sistema mondo”. L’autodeterminazione è cosa buona e giusta quando si inserisce nel contrasto all’imperialismo. Insomma, l’autodeterminazione, come qualunque altra vertenza e lotta, è da sostenere se si basa sulla discriminante della pace.
La stessa cosa accade con la questione dell’autodeterminazione. Se qualcuno volesse sostenere l’autodeterminazione della Sardegna per farne una base militare e scatenare una guerra contro il nord Africa, l’autodeterminazione della Sardegna sarebbe da sostenere (come gli americani pensarono di fare con la Sicilia dopo la seconda guerra mondiale)?
La proposta alternativa di Onnis risiede nella rivendicazione di "più democrazia" attraverso la cura dei beni comuni, l'autodeterminazione dei popoli e la trasformazione dell'Unione Europea in una vera confederazione democratica di popoli liberi e pacifici.
Tutto condivisibile, però manca l’architrave senza cui tutto questo risulta una montagna di parole: no al riarmo europeo, no all’invio di armi, no alle sanzioni alla Russia. La guerra dell’occidente collettivo non è la nostra guerra. Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale!
La guerra in gestazione contro la Russia (e la Cina e tutte le altre potenze emergenti nel mondo multipolare) non ci riguarda e dobbiamo starne fuori. Anzi, dobbiamo proprio sabotarla questa guerra, per quanto ci sia possibile! O no?
Di fronte al precipitare degli equilibri globali e al riemergere di una logica di blocchi contrapposti, la Sardegna si trova ancora una volta incastrata in un destino che non ha scelto. Un destino scritto altrove, nelle capitali politiche ed economiche dell’Occidente, nei centri decisionali del complesso militare-industriale europeo, oggi rilanciato sotto la parola d’ordine del riarmo e della competizione strategica. Un destino che parla la lingua del ReArm Europe, della militarizzazione dei territori e della subordinazione delle periferie interne agli interessi delle potenze dominanti, della presenza stessa di molteplici obiettivi simili a due paese dalle nostre comunità, come nel caso della RWM di Domusnovas che rientra perfettamente nell’economia colonialista di Israele vista la sua joint venture con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, ma anche nella filiera del riarmo europeo e deglla proxy war della NATO in Ucraina.
Ma la Sardegna non è – e non deve essere – una piattaforma di guerra.
Da decenni, la nostra terra è uno dei principali laboratori militari del Mediterraneo. Poligoni, servitù militari, basi, esercitazioni permanenti: una occupazione silenziosa che ha sottratto territorio, salute, autonomia decisionale. Un modello coloniale che ha trasformato l’isola in uno spazio funzionale agli interessi altrui, sacrificando comunità locali, ambiente e prospettive di sviluppo.
Oggi questo modello si rafforza. La crisi internazionale, il conflitto in Ucraina, le tensioni tra NATO e Russia, tra Occidente e nuovi poli emergenti (in primis la Cina), vengono utilizzati per giustificare un ulteriore salto di qualità: più armi, più spese militari, più integrazione della Sardegna nell’apparato bellico europeo, cioè più militarizzazione .
Di fronte a tutto questo, è necessario affermare con chiarezza una posizione radicale: fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale.
Non si tratta di una posizione astratta o moralistica, ma di una rivendicazione politica concreta, radicata nella condizione storica dell’isola. In effetti si tratta di una necessità storica senza alternativa se non la morte per inedia della nostra terra e del nostro popolo. La Sardegna è una periferia colonizzata, non un soggetto sovrano che decide liberamente di partecipare a strategie militari globali. È proprio questa condizione che impone una rottura: sottrarsi al ruolo di avamposto militare e ridefinire il proprio posto nel mondo. In altre parole è necessario che il popolo sardo si faccia soggetto politico e si affermi nel mondo attraverso il suo secco rifiuto della logica amico-nemico imposto dalla falsa alternativa democrazie v.s. democrature e tirannie.
In questo quadro, la Sardegna deve rivendicare il diritto a intrattenere rapporti con tutti i popoli del mondo, senza esclusioni ideologiche o imposizioni geopolitiche. Anche con il popolo russo, oggi trasformato in nemico assoluto da una narrazione bellicista che cancella complessità, storia e possibilità di dialogo. Essere “amici dei popoli” significa rifiutare la logica della demonizzazione e della guerra permanente.
La neutralità della Sardegna non è una fuga dalla storia, ma un progetto politico alternativo al suicido di UE e Stato italiano che hanno venduto l’anima al diavolo degli attuali padroni del mondo di stanza a Washington.
La Sardegna va resa ingovernabile sul piano dell’apparato militare industriale, di cui fa parte anche la filiera della così detta “transizione energetica” così come viene concepita e imposta dai Governi Draghi e Meloni.
Dobbiamo fare della questione sarda una questione internazionale.
Dire “fuori la Sardegna dalla guerra mondiale” significa, in ultima analisi, rivendicare il diritto all’autodeterminazione in maniera storicamente situata e partigiana, cioè significa agganciare la questione dell’autodeterminazione ad una exit strategy dalla guerra.
Altro che democrazia v.s. tirrania!
La contraddizione su cui dobbiamo lavorare è pace v.s. terza guerra mondiale e lo dobbiamo fare da sardi che non aspettano nessuno per far valere la propria neutralità rispetto al conflitto incipiente.
Noi sardi stiamo con la pace e contro la propaganda di guerra travestita da democrazia, diritti civili e quant’altro. Scegliere la pace significa costruire il nostro campo di coltura politica e non muoversi in quello preconfezionato dai think tank che usano la democrazia e i diritti civili per giustificare il tentativo disperato della dittatura americana (e conseguentemente dei loro proxy euro-atlantici) di mantenere la loro pax militare e il suo impero fondato sul ladrocinio, il saccheggio, la dittatura del dollaro, la guerra mondiale.
Oggi a Mosca c'è stato un nuovo round di colloqui tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il suo omologo turco Hakan Fidan, con un'agenda che ha spaziato dalla crisi ucraina ai dossier regionali più sensibili, dal Caucaso al Medio Oriente, passando per Africa e Asia centrale. A differenza dei fanatici russofobi europei la Turchia continua a tenere aperti tutti i canali diplomatici con la Russia. Guadagnonde evidentemente in credibilità politica e diplomatica.
Al centro del confronto, la mediazione turca nel conflitto ucraino. Lavrov ha riconosciuto i tentativi diplomatici di Ankara, ma ha voluto ribadire con chiarezza la linea del Cremlino: "Apprezziamo gli sforzi della Turchia per risolvere la situazione ucraina", ha dichiarato il ministro russo in conferenza stampa. "Tuttavia - ha poi aggiunto - abbiamo ricordato ai nostri colleghi che per arrivare a un accordo sostenibile, duraturo e affidabile è necessario eliminare le cause profonde di questa crisi". Un concetto che la Russia va ripetendo da tempo, inascoltata da chi voleva tramite l'Ucraina infliggere una sconfitta strategica a Mosca.
Una precisazione che suona come un monito, e che riporta al centro del dibattito le rivendicazioni di Mosca sulla sicurezza nell'Europa orientale, su cui il governo turco ha finora mantenuto un ruolo di ponte tra le parti, ospitando i negoziati iniziali del conflitto e facilitando accordi come quello sul grano nel Mar Nero.
Dal canto suo, il turco Fidan ha voluto sottolineare il momento positivo delle relazioni bilaterali tra Ankara e Mosca, nonostante le divergenze su diversi fronti internazionali. "I rapporti tra Russia e Turchia continuano a svilupparsi e rafforzarsi nei settori indicati dai leader dei nostri paesi", ha affermato il capo della diplomazia turca. "Stanno entrando in una fase di istituzionalizzazione", ha aggiunto, riferendosi alla regolarità degli incontri ai massimi livelli e ai contatti tra imprenditori dei due paesi.
Sul tavolo, oltre alla dimensione politica, anche i dossier economici. "Durante la visita affronteremo nel dettaglio le questioni dell'agenda regionale e internazionale, e le prospettive per lo sviluppo di legami bilaterali più stretti nei settori del commercio e dell'energia", ha precisato Fidan.
Proprio l'energia rappresenta uno dei pilastri della cooperazione, con il progetto del gasdotto Turkish Stream e il nodo del centro di distribuzione del gas che la Turchia intende ospitare, su proposta dello stesso presidente russo Vladimir Putin. Un'intesa che potrebbe ridefinire gli equilibri degli approvvigionamenti energetici verso l'Europa.
Sul fronte internazionale, il ministro turco ha annunciato che l'agenda dei colloqui includerà un focus sulla situazione in Caucaso, Medio Oriente, Africa e Asia centrale. Temi caldi, questi, su cui le posizioni di Ankara e Mosca non sempre coincidono: dalla Siria alla Libia, fino al Nagorno-Karabakh, i due paesi hanno spesso giocato su tavoli opposti, pur mantenendo un canale di dialogo costante.
La visita di Fidan a Mosca si inserisce in una fase di intensi contatti diplomatici tra i due paesi, che negli ultimi anni hanno saputo trasformare una relazione spesso conflittuale in un pragmatico asse di cooperazione, capace di incassare le divergenze senza mettere in crisi il rapporto bilaterale. La Turchia e la Russia, a differenza della declinante Europa ancorata a vecchie logiche superate, si muovono sulla base della nuova realtà multipolare.
Come ha scritto Mohamad Hasan Sweidan per The Cradle, la guerra di Israele non è più confinata a un singolo fronte o a un'unica area geografica. Dall'operazione "Al-Aqsa Flood" del 7 ottobre 2023, le attività militari di Tel Aviv si sono estese contemporaneamente a Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen e Iran, trasformando il conflitto in un teatro operativo continuo anziché in una serie di campagne isolate.
La portata di questa guerra è rilevante non solo per il drammatico costo umano, ma anche per ciò che rivela sul piano industriale. Su questi fronti Israele ha schierato una vasta gamma di tecnologie avanzate: dai missili di precisione ai droni, fino a radar, sistemi di intercettazione e strumenti di guerra elettronica. Il campo di battaglia si è così trasformato in un enorme banco di prova in cui i sistemi militari vengono non solo impiegati, ma anche messi in mostra per il mercato globale.
Secondo l'analisi di Mohamad Hasan Sweidan per The Cradle, la questione centrale non è più soltanto stabilire chi fornisca armi a Israele, ma comprendere chi permetta a Tel Aviv di trasformare il conflitto in un ciclo continuo di produzione, sperimentazione e vendita globale. Per decensioni il sostegno politico, finanziario e tecnologico dell'Occidente e degli Stati Uniti ha costituito la spina dorsale della difesa israeliana. Questa struttura rimane intatta, ma non è più l'unico pilastro.
Negli ultimi anni è emerso un secondo livello: i Paesi arabi che hanno normalizzato i rapporti con Tel Aviv, in particolare i firmatari degli Accordi di Abramo. Queste nazioni sono diventate un mercato in forte crescita per l'export militare israeliano, inserendosi in un circuito finanziario che alimenta direttamente le industrie belliche di Israele.
I numeri del settore
I dati del Ministero della Difesa israeliano mostrano che le esportazioni nel settore della difesa hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari nel 2025, segnando il quinto anno consecutivo di crescita. In cinque anni l'export è raddoppiato; in un decennio è quadrublicato. Circa la metà di questi contratti (10 miliardi di dollari) è stipulata direttamente tra governi. Questo dettaglio è cruciale: dimostra che le vendite di armi non sono semplici transazioni commerciali, ma veri e propri patti politici e di sicurezza.
La partecipazione araba segue lo stesso trend. Nel 2022 i Paesi degli Accordi di Abramo rappresentavano il 24% dell'export militare israeliano (circa 3 miliardi di dollari). Nel 2023, con lo scoppio della guerra a Gaza e la conseguente pressione politica sull'immagine pubblica dei governi arabi, la quota è crollata al 3%. Il calo è stato però temporaneo: già nel 2024 la quota è risalita al 12% (1,78 miliardi). Nel 2025, Israele ha riclassificato i dati sotto la macro-categoria "Medio Oriente e Nord Africa" (che include Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco), la quale ha raggiunto il 15% del totale (2,88 miliardi di dollari).
Nel 2025 questa area geografica ha superato gli stessi Stati Uniti come destinazione dell'export militare israeliano (15% contro 13%). Il dato evidenzia come la normalizzazione diplomatica si sia evoluta in un'integrazione militare e finanziaria strutturata. Il mercato è dominato da tre giganti che da soli coprono il 90% dell'export: Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI) e Rafael.
La guerra come piattaforma di marketing
I funzionari israeliani non hanno mai nascosto il legame tra operazioni sul campo e successo commerciale. Annunciando i dati record, i vertici della difesa hanno indicato esplicitamente i conflitti a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran come i principali motori della domanda. Nel marketing bellico israeliano ricorre costantemente lo slogan "battle-tested" (testato in battaglia): le intercettazioni missilistiche dimostrano l'efficacia della difesa aerea, i sistemi di sorveglianza ottengono credibilità grazie al tracciamento in tempo reale, e i raid dei droni diventano case history operative nei cataloghi aziendali.
Le aree civili e le zone di guerra attiva si trasformano così nell'ambiente in cui i sistemi vengono perfezionati e commercializzati, rendendo labile il confine tra necessità operativa e utilità commerciale.
Dalla diplomazia all'integrazione militare
Firmati nel 2020 con la promessa di portare turismo, scambi commerciali e stabilità, gli Accordi di Abramo hanno progressivamente spostato il proprio asse sulla sicurezza, complice l'inclusione di Israele nel CENTCOM (il Comando Centrale degli Stati Uniti), che ha facilitato il coordinamento strategico con i Paesi arabi.
Il Marocco, ad esempio, ha acquistato circa 2 miliardi di dollari in equipaggiamento militare israeliano dalla normalizzazione dei rapporti, e le aziende di Tel Aviv sono ormai una presenza fissa nelle fiere della difesa del Golfo. Nonostante le critiche dell'opinione pubblica araba per le distruzioni a Gaza, i canali strutturali sono rimasti intatti. Nel 2025, le categorie di armamenti più richieste sono state i missili e i sistemi di difesa aerea (29%), seguiti da sorveglianza e ricognizione (22%), radar e guerra elettronica.
Il colosso Elbit Systems incarna perfettamente questo modello: nel 2025 ha registrato un fatturato di 7,9 miliardi di dollari (+16%) e un portafoglio ordini di 28,1 miliardi, di cui il 72% proveniente dall'estero. I vertici aziendali hanno confermato agli investitori che la crescita è direttamente legata ai conflitti in corso e all'alto interesse dei Paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo.
Un'economia regionale plasmata dal conflitto
Mentre i fronti bellici si allargano (dal dramma umanitario di Gaza agli sfollamenti in Cisgiordania, fino alle tensioni in Libano e ai raid in Iran e Yemen), l'industria della difesa israeliana garantisce una produzione continua sia per l'esercito interno sia per i clienti internazionali.
I ricavi delle esportazioni finanziano direttamente il bilancio della difesa di Tel Aviv e lo sviluppo di nuove tecnologie. Di conseguenza, i capitali che affluiscono dai Paesi occidentali e dai partner arabi sostengono la macchina bellica israeliana. Gli Accordi di Abramo si sono così trasformati da intese diplomatiche a un sistema finanziario e militare integrato, dove il confine tra campo di battaglia, mercato e alleanza politica è ormai azzerato.
Mentre a fatica l’alleanza di Mosca, Pechino e Teheran sembra aver buttato acqua sul fuoco del conflitto mediorientale con un Memorandum di intesa onnicomprensivo dell’intero Asse della Resistenza, rispedendo la palla della “diplomazia di guerra” nel campo della Coalizione Epstein, il disordine mondiale dell’Impero del Caos si riaccende con dichiarazioni di fuoco che arrivano dal ventre neonazista europeo: la Germania.
Il Paese che non ha mai affrontato, elaborato e superato il nazismo, ma che lo ha fatto risorgere sotto le forme di un ordoliberismo colonialista rivolto all’Europa continentale e a quella orientale ha avviato la più poderosa macchina militarista di sempre proprio mentre l’Unione Europea, il suo Frankenstein, varava il piano di riarmo del Readiness 2030. Si tratta del piano di militarizzazione più massiccio dalla Seconda Guerra Mondiale per il continente europeo e che attualmente è in fase di approvazione nei singoli Paesi da parte di ogni singolo Quisling dei 27 piccoli indiani pronti all’Operazione Barbarossa 2.0.
Mentre tutto questo è in fase di preparazione il comandante Holger Noeman della Lutwaffe ha dichiarato ad una delle testate britanniche più importanti: «l’esercito tedesco è pronto ad attaccare Mosca, San Pietroburgo e Kaliningrad già stanotte. Tutti dovrebbero capire che non ci sono zone con diversi livelli di sicurezza, che la NATO è la NATO». (https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/06/15/luftwaffe-chief-warns-russia-german-ready-to-fight-for-nato/)
E questo avviene il giorno prima dell’avvio delle esercitazioni congiunte dei più importanti eserciti UE e NATO a Kaliningrad, siccome dal 16 al 26 Giugno le forze armate di Francia, Germania, Polonia e Lituania verranno schierate per testare la chiusura del corridoio di Suwa?ki, verificando le capacità di bloccare il passaggio per l’unica via terrestre che garantisce l’accesso operativo tra la Bielorussia e l’exclave russa. Dunque si riscalda una zona già resa incandescente dal passaggio continuo dei droni ucraini e dai test nucleari coordinati tra Russia e Bielorussia. Ma d’altra parte già la 62° Conferenza di Monaco dello scorso Febbraio aveva visto il Ministro della Difesa tedesco Pistorius perorare il riarmo europeo e NATO proprio in funzione anti-russa e le dichiarazioni che arrivano oggi, dallo Stato militare profondo tedesco, non fanno che seguire la medesima retorica bellicista estrema di allargamento del conflitto contro la Russia.
Il fatto poi che tali dichiarazioni vengano rilasciate al più influente quotidiano conservatore britannico è già un segnale di creazione di un asse europeo apertamente schierato per l’allargamento del conflitto quantomeno all’UE, concepita come NATO europea in questa fase di ripiegamento statunitense dall’impegno diretto. Il Ministro degli Esteri tedesco Wadepul ha inoltre già annunciato l’integrazione tra l’esercito tedesco e quello ucraino in una collaborazione che avvicina sempre di più alla creazione di un fronte comune.
Se andiamo oltre le mere dichiarazioni e ci spingiamo all’analisi delle dinamiche di mercato, scopriamo che con lo sviluppo e la condivisione di nuovi sistemi d’arma (si veda la recente intesa sul deep strike) il complesso militare-industriale tedesco ha già creato un fronte unico contro la Russia, poiché «il motore interno del potere tedesco è il capitale monopolistico»[1] e che il capitale tedesco è dominante all’interno dell’UE, abbiamo quest’ultima che «sta tentando di aggiungere (…) il nuovo fulcro coloniale est europeo e russo». L’elemento coloniale che Hosea Jaffe ritrovava nelle pulsioni violente del capitalismo tedesco continua a pulsare ancora oggi nel cuore dell’UE, per cui l’espansionismo militare che si sta preparando non è altro che l’espressione più vera dell’Europa che «è sempre stata coloniale e morirebbe senza le sue fondamenta coloniali»[2].
Questa tendenza è da anni individuata dalla Russia nel risorgere del nazismo e ha portato all’Operazione Militare Speciale nel tentativo di sradicare il caso ucraino. Purtroppo questa era, per l’appunto, solo una tendenza di un’ideologia ben più radicata in dinamiche guidate dal modo di produzione capitalistico stesso che ha nella Germania il suo vero nucleo europeo. E se, come spiegava Rosa Luxemburg quando analizzava il militarismo, «le guerre possono venire condotte solo quando e solo finché la massa del popolo lavoratore o le fa con entusiasmo, perché le ritiene cosa giusta o necessaria, od almeno le sopporta pazientemente», allora siamo in questa seconda ipotesi.
Sinora la popolazione tedesca ed europea ha esercitato una pazienza fuori misura, accettando non solo i tagli al welfare, ma anche la crisi economica e la compromissione dello stesso modello capitalistico occidentale fondato sulla crescita “infinita” e il “benessere” a mezzo di consumo. Quella dell’ordoliberismo tedesco è stata una vera e propria “economia di guerra” poiché da lunghi anni, e non solo dagli ultimi annunci di Draghi, ha intaccato i consumi e la crescita delle colonie (ricordiamoci dei PIIGS nel dopo crisi finanziaria) a favore del nucleo che, dopo aver cannibalizzato la periferia, ora chiama sempre più apertamente alla militarizzazione e alla guerra coloniale diretta verso l’“esterno” con la promessa della “ripresa economica”.
La palla della competizione economica è già stata lanciata dal settore civile a quello militare. Dato che «la parte che fa la guerra ètutto il popolo»[3] possiamo davvero dire che siamo di fronte a un impero, quello tedesco, che vuole risorgere e sembra voler accettare il rischio-opportunità di affrontare una nuova pesante crisi economica pur di sferrare l’attacco esistenziale alla Russia profonda. A marzo 2026 i Tribunali tedeschi hanno registrato 2.308 fallimenti aziendali, che è la cifra più alta dal post crisi finanziaria nel 2013 e, nonostante tutto, il popolo accetta e “sopporta pazientemente” come ricordava Rosa Luxemburg davanti al signor Procuratore del Tribunale speciale che stava per condannarla per incitamento allo sciopero contro la guerra...
[1] H. Jaffe, Germania. Verso il nuovo disordine mondiale, Jaca Book, Milano, 1994, p.105
[3] R. Luxemburg, Scritti politici. Vol. II - Militarismo, guerra e classe operaia. Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte (a cura di Lelio Basso), Ed. Internazionali Riuniti, Roma, 2012, p. 22
Mentre la macchina sanzionatoria dell'Unione Europea si muove con implacabile rapidità e unanimità quando si tratta di colpire nazioni non allineate all'Occidente — come Russia, Iran o Bielorussia —, i meccanismi diplomatici di Bruxelles sembrano congelarsi di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse dai propri storici alleati. Il caso del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir mette a nudo l'ennesimo doppio standard geopolitico dell'UE: la fermezza intransigente applicata a Mosca o Teheran si trasforma in un labirinto di veti e indecisioni quando la condanna dovrebbe colpire esponenti del governo israeliano, minando la credibilità dell'Unione come attore neutrale sulla scena internazionale.
A tal l proposito, L'Alta rappresentante per la politica estera dell'UE, Kaja Kallas, ha riferito che all'interno del blocco comunitario manca la coesione necessaria per colpire con sanzioni il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, l'esponente di estrema destra Itamar Ben-Gvir, malgrado le insistenze di diverse cancellerie europee.
"Numerosi Paesi membri hanno caldeggiato l'adozione di misure restrittive contro il ministro Ben-Gvir, ma nel vertice odierno non è stato possibile raggiungere un accordo unanime", ha spiegato Kallas a margine del consiglio dei ministri degli Esteri europei svoltosi a Lussemburgo.
La pressione per inserire il ministro nella lista nera europea è aumentata sensibilmente dopo la diffusione, il mese scorso, di un filmato in cui Ben-Gvir ironizzava sugli attivisti umanitari immobilizzati e catturati dai militari israeliani a bordo di una flottiglia diretta a Gaza. In reazione all'episodio, la Francia ha stabilito il divieto d'ingresso sul proprio territorio per l'esponente politico, esortando contestualmente l'Unione a varare sanzioni collettive.
Tuttavia, i provvedimenti sanzionatori dell'UE richiedono il voto favorevole di tutti e 27 gli Stati membri, e le nazioni tradizionalmente più vicine a Tel Aviv hanno bloccato il progetto.
Sul fronte economico, Kallas ha comunque annunciato che l'Unione prenderà in esame diverse strategie per limitare i rapporti commerciali legati alle colonie israeliane, accogliendo le istanze sollevate da alcuni governi:
"In merito all'interscambio commerciale con gli insediamenti illegali, diversi Stati membri hanno sollecitato un intervento della Commissione Europea", ha precisato.
La diplomatica ha poi aggiunto che darà mandato all'organo esecutivo dell'UE di elaborare "un ventaglio di opzioni per potenziali restrizioni commerciali", che verranno discusse nel prossimo summit dei ministri degli Esteri a luglio.
Israele mantiene il controllo della Cisgiordania dal 1967 e, da quel momento, lo sviluppo degli insediamenti ha rappresentato un punto fermo nell'agenda dei vari governi israeliani. Questa dinamica ha però registrato un'impennata sotto l'attuale esecutivo di coalizione guidato da Benjamin Netanyahu. Escludendo l'area di Gerusalemme Est, sono oltre 500.000 i coloni israeliani che risiedono in questi territori — considerati illegali dal diritto internazionale —, a fronte di una popolazione di circa tre milioni di palestinesi.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha avvertito che migliaia di palestinesi sepolti sotto le macerie di Gaza potrebbero non essere mai identificati, poiché le operazioni di recupero procedono a rilento e Israele continua a bloccare l'ingresso nella Striscia di attrezzature di cui c'è disperatamente bisogno, come riportato dal Guardian il 14 giugno.
"Non c'è dubbio che presto potrebbe diventare difficile identificare questi corpi", ha affermato Pat Griffiths, portavoce del CICR a Gerusalemme.
“Più tempo ci vuole per recuperare i resti umani, più difficile diventa identificarli. Più a lungo i defunti giacciono sotto le macerie, più è probabile che si trovino in uno stato avanzato di decomposizione, persino ridotti a scheletri, al momento del recupero.”
Ha aggiunto che, con il passare del tempo, gli esperti forensi perdono l'accesso alle prove circostanziali che aiutano a confermare l'identità della vittima.
Israele ha bombardato Gaza senza pietà per due anni prima che venisse raggiunto un cessate il fuoco tra Hamas e Israele nell'ottobre dello scorso anno. I bombardamenti hanno lasciato circa 10.000 persone sepolte sotto le macerie di case, edifici, ospedali e scuole distrutti, secondo il Ministero della Salute di Gaza.
Secondo alcuni esperti, il numero di corpi ancora da recuperare potrebbe arrivare a 14.000, ha riportato il Guardian.
Dopo il cessate il fuoco, i palestinesi hanno iniziato l'estenuante compito di rimuovere circa 61 milioni di tonnellate di detriti.
I progressi sono lenti poiché le squadre di soccorso sono state costrette a utilizzare strumenti rudimentali, come pale, picconi, carriole, rastrelli, zappe e persino le mani nude, per dissotterrare i corpi.
Israele ha rifiutato ripetutamente le richieste di consentire l'ingresso di escavatori e altri macchinari pesanti necessari per rimuovere le macerie, rendendo l'imponente operazione molto più lenta e difficile.
"Le squadre di ricerca e recupero hanno bisogno di accedere a tutti i siti in cui si ritiene si trovino resti umani", ha dichiarato il portavoce del CICR. "Sappiamo che gran parte di questi macchinari e attrezzature sono al momento quasi impossibili da far arrivare a Gaza".
Con il passare del tempo, le possibilità di confermare l'identità delle vittime diminuiscono. Le caratteristiche fisiche che possono aiutare nell'identificazione, tra cui età, sesso, altezza, impronte digitali, cartella clinica dentale e oggetti personali, vanno presto perdute, afferma il CICR.
Anche il materiale genetico necessario per l'identificazione del DNA si deteriora nel tempo. "Una corrispondenza genetica che poteva essere rapida e altamente affidabile poche settimane prima può diventare molto più complessa mesi dopo", ha spiegato la dottoressa Cristina Cattaneo, docente di patologia forense all'Università di Milano.
Gli ospedali devastati di Gaza sono inoltre sprovvisti delle attrezzature necessarie per i test del DNA, e Israele si rifiuta di consentire l'ingresso nella Striscia di materiali per tali analisi.
La situazione è aggravata dai bulldozer militari israeliani che lavorano per demolire sistematicamente le strutture a Gaza, nel tentativo di impedire ai palestinesi di tornare alle proprie case. Durante la demolizione degli edifici, i bulldozer potrebbero spostare e danneggiare i corpi ancora sepolti sotto le macerie, o seppellirli ulteriormente.
Per i palestinesi, non conoscere la sorte di una persona cara scomparsa, che sia morta o detenuta nelle prigioni israeliane note per le orribili torture, è devastante.
Saed al-Yazji ha dichiarato al Guardian che suo fratello, Sameh, di 40 anni, è scomparso il 7 ottobre 2023, quando Israele ha iniziato la campagna di bombardamenti a Gaza, durata due anni e presto riconosciuta in tutto il mondo come un genocidio.
«Da quel giorno non abbiamo più avuto sue notizie», ha detto Yazji, 52 anni. «Continuiamo ad aggrapparci alla speranza che sia vivo, perché non c'è stata alcuna conferma che sia stato ucciso o arrestato. Aspettiamo ogni giorno notizie che possano finalmente portare pace ai nostri cuori».
Secondo il Ministero della Salute di Gaza, le forze israeliane hanno ucciso oltre 72.000 palestinesi nella Striscia. La maggior parte sono donne e bambini.
Tuttavia, stime indipendenti suggeriscono che il bilancio delle vittime sia di gran lunga superiore. Un team di ricercatori tedeschi e spagnoli del Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) e del Center for Demographic Studies (CED) ha stimato che, a novembre 2025, il numero di morti violente avesse probabilmente superato le 100.000 unità.
Alcuni studiosi e scienziati stimano che il bilancio delle vittime a Gaza possa superare le 600.000 unità, considerando anche gli effetti indiretti della guerra, come la distruzione delle infrastrutture, la malnutrizione e le malattie.
Dopo settimane di escalation militare e negoziati sull’orlo del fallimento, Iran e Stati Uniti hanno raggiunto un memorandum d’intesa che potrebbe aprire la strada alla fine della guerra scoppiata il 28 febbraio e a una nuova fase nei rapporti regionali. L’intesa è arrivata dopo nuove concessioni da parte di Washington, maturate in seguito ai bombardamenti israeliani su Beirut, che avevano spinto Teheran a valutare una risposta militare su vasta scala. Secondo fonti iraniane, l’attacco israeliano alla periferia sud della capitale libanese aveva oltrepassato le “linee rosse” della Repubblica Islamica, mettendo a rischio l’intero processo diplomatico. A cambiare la situazione sarebbero state le ultime aperture dell’amministrazione Trump, tra cui la revoca immediata del blocco navale statunitense contro l’Iran e l’impegno a porre fine alle operazioni militari in Libano.
Per Teheran l’accordo rappresenta una vittoria sia diplomatica che strategica. Il presidente Masoud Pezeshkian ha affermato che la resistenza iraniana ha costretto Washington ad abbandonare molte delle proprie richieste iniziali, mentre i vertici militari sostengono che Stati Uniti e Israele abbiano dovuto riconoscere i limiti della pressione militare contro la Repubblica Islamica. Anche Donald Trump ha celebrato l’intesa, annunciando la riapertura dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco navale imposto ad aprile. Restano però forti tensioni con Israele. Diversi esponenti del governo Netanyahu hanno criticato apertamente l’accordo, definendolo dannoso per la sicurezza israeliana e promettendo di continuare le operazioni contro Hezbollah in Libano.
Il memorandum prevede ora un periodo di 60 giorni di negoziati destinati a trasformare l’intesa in un accordo definitivo. Sul tavolo restano questioni cruciali: la revoca delle sanzioni contro l’Iran, il futuro del programma nucleare, le compensazioni per i danni di guerra e la gestione dello Stretto di Hormuz. Nonostante l’ottimismo espresso da numerosi governi, da Pechino alle principali capitali europee, a Teheran prevale la cautela. Il ricordo delle precedenti intese fallite e delle operazioni militari condotte durante i negoziati alimenta una profonda sfiducia verso Washington. Per questo motivo, molti osservatori ritengono che la vera prova non sarà la firma dell’accordo, ma la sua effettiva applicazione sul terreno. Dopo mesi di guerra, bombardamenti e pressioni economiche, l'intesa rappresenta soprattutto il riconoscimento di una realtà emersa sul campo di battaglia.
Gli obiettivi iniziali dichiarati dalla coalizione Epstein – indebolire in modo decisivo l'apparato militare iraniano, realizzare un cambio di regime e imporre nuove condizioni strategiche nella regione - non sono stati raggiunti. Al contrario, l'Iran è riuscito a preservare le proprie capacità militari, mantenere la coesione interna e costringere gli avversari a tornare al tavolo negoziale. La guerra ha inoltre confermato l'efficacia della strategia iraniana basata sulla deterrenza e sulla guerra asimmetrica. Pur confrontandosi con una coalizione dotata di risorse militari, tecnologiche ed economiche incomparabilmente superiori, Teheran è riuscita a trasformare la propria vulnerabilità apparente in un punto di forza, aumentando i costi politici, economici e militari del conflitto per i suoi avversari. Se il memorandum verrà rispettato, esso potrebbe passare alla storia non soltanto come un accordo diplomatico, ma come la certificazione di una vittoria strategica iraniana.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
L'ennesimo tentativo di Kiev di ottenere una vittoria sul piano giuridico internazionale si è concluso con una pesante sconfitta. La Corte Permanente di Arbitrato dell'Aia ha infatti respinto la maggior parte delle rivendicazioni avanzate dall'Ucraina contro la Russia in una controversia avviata nel 2016 sui diritti degli Stati costieri nel Mar Nero, nel Mar d'Azov e nello Stretto di Kerch. Secondo il Ministero degli Esteri russo, la decisione rappresenta una vittoria di grande rilevanza geopolitica e giuridica.
Il tribunale ha rigettato le accuse con cui Kiev sosteneva che Mosca avesse violato numerosi articoli della Convenzione ONU sul diritto del mare, respingendo anche le richieste di compensazioni economiche e di restituzione del controllo sulle risorse energetiche e ittiche presenti nelle acque della Crimea e del Mar d'Azov. Particolarmente significativa è la conferma dello status dello Stretto di Kerch e del Mar d'Azov come acque interne, un pronunciamento che blocca il tentativo sostenuto dal regime di Kiev e dai suoi alleati occidentali di trasformare lo stretto in una via marittima internazionale aperta alle navi di qualsiasi Paese.
La corte ha inoltre giudicato infondate le contestazioni relative al Ponte di Crimea, rifiutando la richiesta ucraina di smantellare l'infrastruttura e stabilendo che la sua costruzione non viola il diritto internazionale. Anche le accuse riguardanti presunti danni ambientali, ostacoli alla navigazione e violazioni del patrimonio culturale sottomarino sono state respinte. L'unico rilievo mosso alla Russia riguarda aspetti procedurali legati alla valutazione d'impatto ambientale durante la costruzione del ponte.
Tuttavia, il tribunale non ha imposto alcuna sanzione, risarcimento o modifica delle opere realizzate, riconoscendo inoltre che Kiev non ha adempiuto pienamente ai propri obblighi di cooperazione internazionale in materia ambientale. La decisione dell'Aia rappresenta così un duro colpo alla strategia di "lawfare" portata avanti negli ultimi anni contro Mosca.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Il presidente russo Vladimir Putin è stato indotto con l'inganno a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da forze che sostenevano di rappresentare la volontà di Vladimir Zelensky di cercare la pace. A dichiararlo è stato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko in un'intervista ad Al Arabiya.
Secondo Lukashenko, il conflitto avrebbe potuto concludersi rapidamente nelle sue fasi iniziali, quando le forze di Mosca erano vicine alla capitale ucraina. «All'epoca, non solo io, ma tutti nel mondo capivano che la guerra sarebbe finita rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato da BelTA.
Lukashenko ha affermato che «alcuni politici e forze» hanno poi chiesto a Putin di fermarsi, ritirare le truppe da Kiev e concludere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell'Ucraina erano contati». Il presidente bielorusso ha sostenuto che Mosca avesse agito sulla base di quella che sembrava essere una reale opportunità di raggiungere un accordo, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa faccenda».
«Ancora una volta, probabilmente, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelensky: basta, ci stiamo muovendo verso la pace, siamo d'accordo. E anche altri».
Non è chiaro cosa intendesse esattamente Lukashenko con «lobby ebraica» nella sua intervista. Nei primi giorni del conflitto, l'allora primo ministro israeliano Naftali Bennett ha agito da mediatore tra Mosca e Kiev, incontrando Putin a Mosca e tenendo diverse telefonate con Zelensky. I resoconti dei media dell'epoca sostenevano che Bennett avesse esortato Zelensky ad accettare i termini di Mosca.
Lukashenko non ha fornito ulteriori dettagli sul presunto ruolo del Vaticano. Nel marzo 2022, tuttavia, Papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill hanno tenuto una videochiamata in cui hanno sottolineato l'«eccezionale importanza» del processo negoziale.
Il fallimento dei colloqui di pace
Mosca e Kiev hanno tenuto diversi round di colloqui di pace a Istanbul nel marzo 2022. Putin ha dichiarato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano siglato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev ha successivamente abbandonato l'accordo dopo che le truppe russe si sono ritirate dalle aree vicine alla capitale ucraina.
Mosca ha sostenuto che l'Ucraina si è ritirata dall'accordo sotto la pressione occidentale, compresa quella dell'allora primo ministro britannico Boris Johnson, il quale, secondo quanto riferito, avrebbe esortato Kiev a non firmare alcun accordo con Mosca e a «continuare a combattere». Kiev ha contestato la versione di Mosca sul fallimento dei colloqui, anche se il suo ex capo negoziatore, David Arakhamia, ha riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora l'Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le discussioni sulla neutralità.
Il Regno Unito fornirà uranio arricchito alla società statale ucraina per l'energia nucleare, Energoatom, nell'ambito di un accordo da 210 milioni di sterline (280 milioni di dollari) volto a sostenere la rete elettrica di Kiev, ha annunciato il governo britannico.
L'accordo, sostenuto da UK Export Finance, consentirà alla società britannica Urenco di fornire uranio arricchito a Energoatom per i prossimi due anni, ha dichiarato lunedì Londra. L'intesa è stata concordata dal primo ministro britannico Keir Starmer e dal presidente ucraino Vladimir Zelensky durante il loro incontro a Downing Street la scorsa settimana.
Secondo il governo britannico, l'accordo ha lo scopo di «alimentare le centrali nucleari ucraine» e rafforzare la sicurezza energetica del paese.
Starmer ha affermato che Londra continuerà a sostenere Kiev «per tutto il tempo necessario», nonostante una serie di scandali di corruzione che coinvolgono il settore energetico ucraino, compresa la stessa Energoatom, che gestisce tre centrali nucleari di costruzione sovietica e rimane una delle principali fonti di entrate.
Gli organismi anticorruzione sostenuti dall'Occidente in Ucraina hanno scoperto schemi di corruzione presso l'operatore nucleare statale, tra cui un caso importante legato all'uomo d'affari Timur Mindich, uno stretto collaboratore di Zelensky soprannominato il suo «portafoglio». Un altro caso di corruzione che coinvolge infrastrutture legate a Energoatom è stato segnalato all'inizio di questo mese.
Gli avvertimenti di Mosca sulla sicurezza nucleare
L'accordo arriva anche tra i ripetuti avvertimenti di Mosca sulla sicurezza nucleare in Ucraina. La Russia ha accusato Kiev di aver sferrato diversi attacchi alla centrale nucleare di Zaporozhye, il più grande impianto nucleare d'Europa, che è sotto il controllo russo dal marzo 2022. All'inizio di questo mese, un drone ucraino ha colpito la sala macchine della sesta unità di potenza dell'impianto. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha confermato i danni, pur astenendosi dall'attribuire la responsabilità.
Il piano britannico sull'uranio arricchito potrebbe anche attirare una rinnovata attenzione sui ripetuti accenni di Kiev riguardo alla possibilità di rivedere il proprio status di paese non nucleare. Pochi giorni prima dell'escalation del conflitto nel febbraio 2022, Zelensky aveva suggerito che l'Ucraina potesse riconsiderare i propri obblighi di non proliferazione.
All'inizio di quest'anno, Zelensky ha affermato che accetterebbe armi nucleari dalla Gran Bretagna o dalla Francia «con piacere», pur insistendo sul fatto che nessuna offerta del genere fosse stata fatta. Mosca ha accusato Londra e Parigi di valutare modalità per fornire all'Ucraina componenti o tecnologie che potrebbero consentire a Kiev di sviluppare un'arma nucleare o una «bomba sporca» radioattiva, accuse che entrambi i governi occidentali hanno respinto.
L'esercito russo ha distrutto un magazzino presso gli studi cinematografici Dovzhenko a Kiev, con i media locali che hanno accidentalmente confermato che ospitava uno stabilimento per la produzione di droni.
Lunedì il Ministero della Difesa russo ha indicato il magazzino tra gli obiettivi di un attacco notturno su larga scala contro la capitale ucraina. L'edificio ospitava un «laboratorio per la produzione e la messa a punto di UAV a medio e lungo raggio», ha dichiarato il ministero.
I funzionari ucraini si sono affrettati a negare la natura militare dell'impianto distrutto, con lo studio che ha affermato che il magazzino era utilizzato per conservare oggetti di scena e costumi «unici» risalenti all'era sovietica.
«Il missile ha distrutto l'intero edificio e ha provocato un incendio. Non si è trattato di detriti, ma di un colpo diretto. A giudicare dall'entità della distruzione, si può vedere che non è rimasto praticamente nulla da salvare», ha dichiarato ai media ucraini il direttore generale dello studio, Andrey Donchik.
Le immagini della scena condivise dallo studio stesso e dal media ucraino NV.ua, tuttavia, raccontavano una storia diversa, mostrando una pila distintiva di ali di velivoli tra le macerie. Le ali sembrano corrispondere a quelle dei droni ucraini FP-1/2 utilizzati per attacchi a lungo raggio sul territorio russo.
La cancellazione delle prove e il modus operandi di Kiev
La scoperta è diventata rapidamente virale sui social media, con lo studio e il media che si sono affrettati a cancellare il materiale incriminante senza fornire ulteriori dichiarazioni sulla questione.
L'Ucraina ha una lunga storia di utilizzo di installazioni civili, tra cui magazzini di vario genere, edifici pubblici e strutture agricole e industriali, per scopi militari. Nel corso del conflitto, Kiev ha intrapreso misure significative per decentralizzare la propria catena di produzione di armi, creando siti di assemblaggio su piccola scala che producono principalmente droni FPV e ad ala fissa a lungo raggio utilizzando componenti forniti dall'estero.
Quando tali siti di produzione vengono scoperti e distrutti da Mosca, Kiev ne nega sistematicamente la natura e accusa la Russia di prendere di mira siti civili. Mosca ha costantemente respinto tali accuse, sostenendo di prendere di mira solo installazioni militari e a duplice uso in risposta agli «attacchi terroristici» indiscriminati messi in atto da Kiev.
Secondo un editoriale del quotidiano cinese Global Times, intitolato "È ora che il G7 si svegli dalla sua 'illusione di leadership'", i membri del G7 si trovano ad affrontare persistenti attriti e una mancanza di fiducia da parte dei paesi europei nei confronti degli Stati Uniti.
Di conseguenza, il gruppo fatica a trovare un terreno comune, per non parlare di individuare soluzioni adeguate, ai problemi che i suoi membri si trovano ad affrontare, come la lenta crescita economica, l'aumento del debito pubblico, il calo della competitività industriale, la crescente frammentazione sociale e le pressioni sempre maggiori dovute all'invecchiamento della popolazione.
Nonostante questa situazione, il forum non solo evita di riflettere sulle proprie mancanze, ma al contrario tenta di prescrivere soluzioni ad altri, osserva la pubblicazione, prevedendo che il vertice del G7 che si tiene nella città francese di Evian potrebbe ancora una volta non riuscire a emettere un comunicato finale congiunto e diventare uno dei vertici con il minimo comune denominatore della sua storia.
"Secondo quanto riportato dai media europei, il vertice ha già informalmente concordato di 'dare la colpa alla Cina' come minimo comune denominatore, includendo in agenda temi come i cosiddetti squilibri commerciali, l'“eccesso di capacità”, le alleanze sui minerali critici e la 'riduzione del rischio'", indica il giornale cinese.
I paesi occidentali stanno elaborando scenari che prevedono attacchi preventivi contro le basi navali russe, ha dichiarato Nikolay Patrushev, consigliere presidenziale russo e presidente del Consiglio marittimo.
"È importante capire che l'Occidente si sta preparando a qualcosa di più di un semplice blocco [del Mar Baltico e del Mar Nero]. In base alle nostre informazioni, si stanno elaborando scenari che arrivano fino ad attacchi preventivi contro le nostre basi. Pertanto, è fondamentale garantire la tempestiva prontezza operativa della flotta, nonché la sua capacità di contrastare l'intero spettro delle minacce, inclusi droni, attacchi informatici e, naturalmente, atti di sabotaggio", ha affermato in un'intervista al quotidiano Rossiyskaya Gazeta, secondo quanto riporta l'agenzia TASS,
Secondo Patrushev, non è un segreto che le navi mercantili arrivino regolarmente nei porti russi con mine magnetiche attaccate allo scafo, in altre parole, navi trasformate in bombe galleggianti. "Individuiamo e disinneschiamo queste mine, ma il fatto rimane. Tra l'altro, ci sono motivi per credere che le mine siano state piazzate nei porti europei", ha aggiunto.
Ha sottolineato che quello che conta di più per la Russia è una "strategia attiva e assertiva". «Sfruttando il suo addestramento e la sua determinazione, la nostra Marina deve prendere l'iniziativa e imporre la propria volontà agli avversari al largo delle loro coste», ha affermato.
In questo contesto, ha citato il famoso ammiraglio russo Fyodor Ushakov, il quale affermava che "la tattica migliore è quella di restare vicini al nemico". "Non c'è bisogno di aspettare che navi, aerei e droni della NATO compaiano vicino ai nostri confini marittimi: si stanno già adoperando per mantenere una presenza permanente in quella zona. Al contrario, dobbiamo essere proprio sotto il naso di un potenziale avversario", ha aggiunto Patrushev.
Centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla Commissione Elettorale Centrale (CEC) dell'Armenia, chiedendo l'annullamento dei risultati delle elezioni parlamentari a seguito della repressione dell'opposizione e delle accuse di brogli elettorali.
Domenica, la CEC ha annunciato i risultati definitivi delle elezioni, con il partito di governo filo-europeo Contratto Civile (CICT) che ha ottenuto il 49,74% dei voti. Il blocco Armenia Forte, fondato dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è classificato secondo con il 23,27%, mentre Alleanza Armenia ha ottenuto il 9,92%.
Armenia Prospera ha ricevuto solo il 3,98%, mancando di poco la soglia del 4% necessaria per entrare in Parlamento. Tutti e tre i partiti di opposizione sono euroscettici e sostengono legami più stretti con la Russia, che rimane il principale partner commerciale e fornitore di energia dell'Armenia.
Mentre la CEC elaborava i risultati e rispondeva alle numerose richieste di riconteggio, gli attivisti di Armenia Forte, Armenia Prosperosa e molti altri partiti si sono riuniti fuori dall'edificio. Come si evince dai video apparsi in rete, le proteste si sono svolte pacificamente, con una forte presenza della polizia sul posto.
Roman Kosarev di RT, riferendosi alle proteste, ha osservato che molti manifestanti credono di essere stati “imbrogliati o addirittura derubati” e che il primo ministro Nikol Pashinyan “ha fatto di tutto per usurpare il potere”.
I rappresentanti dei partiti di opposizione hanno boicottato la sessione della CEC, accusando il suo presidente, Vahagn Hovakimyan, di lavorare essenzialmente per Contratto Civile e di minare la democrazia. Le immagini riprese sul posto mostravano anche i membri di Contratto Civile che uscivano dalla CEC, mentre i manifestanti gridavano "Vergogna!".
Sebbene la CEC abbia ricontato i voti in 637 seggi elettorali su oltre 2.000, si è rifiutata di farlo in tre seggi specifici, sostenendo che tale operazione non avrebbe influito sui risultati complessivi, scatenando accuse di illegalità nei confronti del rifiuto.
Armenia Prospera è stata tra le forze più attive nel chiedere proteste, poiché la sua potenziale entrata in parlamento dipendeva da poche decine di voti. In una precedente manifestazione, i rappresentanti del partito hanno accusato la commissione di "trucchi aritmetici" e hanno consegnato a Hovakimyan acquerelli, pennelli e carta, in un chiaro riferimento al fatto che stesse presumibilmente falsificando i risultati.
Nel frattempo, l'opposizione è stata oggetto di repressione prima, durante e dopo le elezioni. Il 6 giugno, il giorno prima delle elezioni, sei candidati di Armenia Forte sono stati arrestati con l'accusa di compravendita di voti e riciclaggio di denaro, e decine di altri attivisti sono stati arrestati durante le elezioni. Dopo il voto, le autorità armene hanno incriminato più di 100 persone, la maggior parte delle quali per presunta corruzione elettorale.
Inoltre, l'ufficio dell'ex presidente Robert Kocharyan, leader di Alleanza Armenia, ha dichiarato domenica che gli è stato vietato di lasciare il paese, senza fornire alcuna spiegazione.
Allo stesso tempo, il Primo Ministro Nikol Pashinyan si è scagliato contro i suoi oppositori, affermando che il prossimo compito politico chiave del governo sarebbe stato quello di "privare letteralmente" i candidati dell'opposizione alla carica di Primo Ministro delle loro proprietà.
La notte scorsa il cielo sopra Kiev si è tino di colore rosso. Nel cuore del “National Preserve of Kyiv-Pechersk Lavra”, così oggi chiamano quello che per secoli è stato il cuore pulsante dell’ortodossia russa, ha preso fuoco il tetto della cattedrale. Le fiamme, domate dopo ore, hanno riaperto un fronte di accuse e contro-accuse che non accenna a chiudersi.
Come ha reso noto il Ministero della Difesa russo, il complesso monastico non è stato colpito da un missile russo, ma da un razzo del sistema Patriot di fabbricazione statunitense. “Le Forze Armate russe - si legge in una nota ufficiale - non pianificano né lanciano attacchi contro infrastrutture civili”. La ricostruzione dell'accaduto di Mosca è chiara: il missile Patriot, fornito dai paesi occidentali al regime di Kiev, avrebbe avuto una “vita utile scaduta”, provocando un malfunzionamento che lo ha deviato sulla cattedrale.
Maria Zakharova, portavoce della diplomazia russa, ha poi allargato il tiro. In un post su Telegram ha accusato Parigi di doppiopesismo: il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrott hanno condannato l’incendio alla Lavra, ma non hanno speso “una parola in queste settimane sui ragazzi uccisi a Starobilsk” dagli attacchi ucraini. Zakharova ha parlato apertamente di “falso” confezionato dal regime di Kiev e dall’Occidente, ricordando che nessun politico europeo si è mai preoccupato, in tutti questi anni, della persecuzione della Chiesa ortodossa canonica in Ucraina, del controllo della Lavra con violenze fisiche e psicologiche, del suo saccheggio sistematico.
C’è un dettaglio che fa da sfondo a questa vicenda e che nessuno, né a Kiev né a Bruxelles, sembra voler ricordare. Poco prima dell’incendio, il rappresentante del Ministero degli Esteri ucraino Heorhij Tychyj aveva dichiarato che Kiev sperava di ottenere missili intercettori per i Patriot con “termine di scadenza in scadenza”. Parole che oggi suonano come un macabro presagio. Perché come si può evincere dalla ricostruzione russa, quel missile scaduto non ha mancato il suo bersaglio: ha centrato ciò che non doveva.
La Lavra, però, non è più un monastero da tre anni. I monaci della Chiesa ortodossa ucraina - quella legata al Patriarcato di Mosca - sono stati cacciati. Hanno dovuto abbandonare le celle, le grotte dove riposano le reliquie dei santi russi, la loro vita. Al loro posto, una “commissione per l’inventario” armata di piedi di porco, smerigliatrici e martinetti. Hanno aperto le arche, sparse le ossa per terra. Per “studiarle”, hanno detto. I credenti che provavano a difendere la loro chiesa sono stati respinti dalla polizia di Kiev, dai servizi di sicurezza, da attivisti nazionalisti. Il tutto mentre nel refettorio della Lavra si organizzavano festival culinari con salo, gorilka e borsch. Per estirpare, dicono, l’anima moscovita.
Poi il silenzio. Per anni dalla Lavra non si è sentito più nulla. Fino a ieri notte, quando la cattedrale è stata ferita da un incendio.
Ed è arrivato subito Volodymyr Zelensky. L’uomo che, secondo Mosca, ha profanato la Lavra per primo, si è presentato tra le macerie fumanti e ha parlato di “uno dei più grandi crimini russi contro la cultura cristiana”. Ha chiesto ai paesi del G7 una risposta decisa. Più sistemi Patriot, più difesa aerea. Ma l’Europa e gli Stati Uniti non hanno più missili liberi. Li hanno consumati in Ucraina e in Iran. Così, per non dire di no al “piccolo führer” di Kiev, hanno tirato fuori dai magazzini i razzi ritirati dal servizio, quelli scaduti. Come lui, ha commentato in maniera sagace Zakharova. Il risultato l’abbiamo visto.
C’è chi, in Russia, guarda a questa vicenda con occhi diversi. Quelli della profezia. Nel 1990 l’anziano Zosima, uno starec, aveva detto: “La Kyevo-Pechersk Lavra cadrà. Tutta la grazia della Kyevo-Pechersk Lavra passerà all’Eremo di Optina”, come riporta il quotiano Komsomol'skaja Pravda. Allora l’Eremo di Optina era ancora in rovina. Nessuno gli credette. Zosima fondò poi un monastero nel Donbass, e prima di morire nel 2002 avvertì i fedeli che sarebbero arrivate grandi persecuzioni contro la Chiesa. Quel monastero, durante la guerra, è stato più volte colpito dall’artiglieria ucraina. E c’è una terza profezia, quella che a Kiev conoscono bene e che temono: “Dopo la caduta della Lavra, comincerà la riunificazione della Rus’”.