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G7. L’occidente misura la fine della sua centralità

di: Ng
16 Giugno 2026 ore 15:30

di Giuseppe Gagliano –

Il G7 di Evian-les-Bains si apre sulle rive del Lemano in un momento in cui l’occidente resta ancora potente, ma non più dominante come in passato. I sette grandi continuano a rappresentare un blocco ricco, armato e tecnologicamente avanzato, ma non sono più il direttorio incontestato dell’economia mondiale né la cabina di regia di un ordine internazionale accettato senza riserve dal resto del pianeta.
Il vertice nasce dentro questa trasformazione. Ucraina, Iran, Stretto di Hormuz, Cina, debito dei Paesi poveri, clima, materie prime critiche e sicurezza energetica confermano che il baricentro globale si è spostato. Il G7 non è scomparso, ma ha cambiato funzione. Non decide più da solo il destino del mondo, prova piuttosto a mantenere compatto l’occidente davanti a un sistema internazionale più frammentato, competitivo e meno disposto all’obbedienza automatica.
A dominare la scena è ancora una volta Donald Trump, perché gli Stati Uniti restano il perno indispensabile della strategia occidentale. Per i leader europei il presidente americano è insieme una risorsa e un problema. Solo Washington dispone del peso militare, finanziario e diplomatico necessario per sostenere i fronti aperti, ma Trump interpreta l’alleanza transatlantica con logiche più bilaterali, commerciali e assertive rispetto al multilateralismo tradizionale.
Il vertice mostra così la debolezza europea. L’ue parla di autonomia strategica, sovranità industriale e difesa comune, ma davanti alle grandi crisi continua a dipendere dagli Stati Uniti. Parigi ospita, Bruxelles finanzia, Berlino pesa economicamente e Roma cerca spazio, ma la direzione reale resta legata a Washington. L’Europa è il continente che più subisce gli effetti della guerra in Ucraina, delle crisi energetiche e delle tensioni commerciali, ma fatica a trasformare il proprio peso economico in potere geopolitico.
La guerra in Ucraina resta il primo banco di prova della coesione occidentale. Kiev continua a resistere, ma il conflitto è entrato nella fase dell’usura, dove contano munizioni, uomini, industria, logistica e capacità di sostituire le perdite. La Russia appare provata, ma non prossima al collasso. L’Ucraina, invece, dipende in modo decisivo da finanziamenti, sistemi antiaerei, munizioni, intelligence e sostegno diplomatico occidentale.
Il G7 può promettere nuovi fondi, prestiti, forniture e garanzie, ma resta irrisolta la domanda politica principale: quale deve essere l’esito del conflitto? Vittoria militare completa, congelamento del fronte, accordo con Mosca o nuova architettura di sicurezza europea. Nessuna risposta viene formulata con chiarezza, perché ogni opzione comporta costi politici elevati. Il risultato è una guerra che l’Europa finanzia e subisce, ma non dirige.
Anche la possibile intesa tra Stati Uniti e Iran pesa sul vertice. Lo Stretto di Hormuz resta una delle arterie decisive dell’economia mondiale e ogni tensione nel Golfo si riflette sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime, sui mercati finanziari e sull’inflazione. Teheran non è soltanto un problema regionale, ma una potenza collocata in uno snodo essenziale tra Golfo Persico, Caucaso, Asia centrale e Oceano Indiano.
La questione iraniana riguarda nucleare, petrolio, gas, dollaro, rotte marittime, sanzioni, Israele, monarchie del Golfo, Cina e Russia. Per l’Europa una stabilizzazione del Golfo sarebbe vitale, ma anche su questo dossier il continente resta in posizione debole. Dopo anni di allineamento alla pressione e alle sanzioni, attende che una trattativa guidata da Washington produca stabilità.
Il Golfo, intanto, non è più un protettorato politico. Arabia Saudita, Emirati e Qatar mantengono rapporti profondi con gli Stati Uniti, ma dialogano anche con Cina, Russia e Asia. Non vogliono rinunciare alla protezione americana, ma cercano alternative, margini di autonomia e nuove opzioni finanziarie, energetiche e diplomatiche. Gli alleati non occidentali non sono più comparse, ma soggetti capaci di trattare e cambiare tavolo quando conviene.
Dietro ogni discussione del G7 si intravede la Cina. Pechino è il centro invisibile del vertice: pesa sulla guerra in Ucraina attraverso il rapporto con Mosca, sull’Iran attraverso l’energia asiatica, sulle materie prime critiche attraverso il controllo delle filiere, sulla transizione verde attraverso la produzione di pannelli solari, batterie, componenti e tecnologie industriali. L’occidente ha beneficiato per decenni della produzione cinese a basso costo, ma oggi scopre di aver trasferito anche capacità produttiva e potere negoziale.
La transizione energetica rende evidente questa contraddizione. L’Europa ha costruito regole climatiche ambiziose, la Cina ha costruito fabbriche. Gli Stati Uniti reagiscono con sussidi e protezionismo, mentre l’ue cerca una via intermedia, rischiando però di restare il continente delle norme mentre altri diventano i continenti della produzione.
Il vertice certifica anche il ritorno dello Stato nell’economia. Dopo trent’anni di liberalizzazione e fiducia nelle catene globali del valore, l’occidente riscopre politica industriale, sicurezza economica, protezione delle filiere, controllo degli investimenti, materie prime strategiche e sovranità tecnologica. La pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica e la competizione con la Cina hanno mostrato che l’efficienza senza ridondanza diventa vulnerabilità.
Restano invece ai margini sviluppo, debito e clima, temi decisivi per il Sud globale. La riduzione degli aiuti internazionali e la crescita delle spese per difesa e sicurezza indicano una nuova gerarchia delle priorità. Ma povertà, crisi del debito, instabilità climatica e mancanza di infrastrutture producono migrazioni, conflitti, radicalizzazione e nuovi spazi per l’influenza di Cina, Russia, Turchia, India e monarchie del Golfo.
La presenza di Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India e Kenya conferma che il G7 non può più bastare a sé stesso. Questi Paesi rappresentano energia, demografia, industria, agricoltura, rotte commerciali, materie prime e sicurezza regionale. Non sono ospiti decorativi, ma interlocutori necessari. Non rifiutano l’occidente, ma non accettano più lezioni senza contropartite.
Evian racconta dunque un occidente ancora forte, ma meno capace di orientare da solo l’economia e la politica mondiale. Il G7 resta utile per mantenere aperto un canale di coordinamento tra alleati, ma non basta più a governare il sistema internazionale. La vera sfida non è salvare la forma del vertice, ma capire se l’occidente sia disposto ad accettare che la propria leadership non può più fondarsi sull’obbedienza automatica degli altri. Dovrà negoziare di più, concedere di più, produrre di più e predicare di meno. In caso contrario, il G7 rischia di diventare il rito elegante di un mondo che continua a riunirsi mentre la storia si sposta altrove.

Myanmar. Pechino legittima Min Aung Hlaing e rafforza la propria presa strategica

di: Ng
16 Giugno 2026 ore 12:30

di Giuseppe Gagliano –

La visita di Min Aung Hlaing a Pechino segna un passaggio politico rilevante nella crisi del Myanmar. La Cina ha scelto di offrire al leader militare birmano una legittimazione di alto livello, trasformando la fragilità del Paese in una leva strategica per consolidare la propria influenza nel Sud Est asiatico.
L’incontro con Xi Jinping consente a Min Aung Hlaing di mostrare di non essere isolato dopo il colpo di Stato del 2021, la guerra civile e la trasformazione formale della giunta in potere presidenziale. Per Pechino, tuttavia, il Myanmar non è un alleato ideologico, ma un corridoio verso l’Oceano Indiano, una frontiera sensibile e una riserva di risorse minerarie fondamentali.
I diciotto accordi firmati durante la visita riguardano trasporti transfrontalieri, libero scambio, sanità, assistenza in caso di calamità naturali e cooperazione nell’informazione. Dietro il linguaggio diplomatico, però, emerge l’interesse cinese a proteggere infrastrutture, rotte commerciali e accesso alle materie prime.
Lo Stato di Kachin, attraversato dai combattimenti, ospita importanti giacimenti di terre rare pesanti, mentre lo Stato Shan collega il Myanmar alla Cina attraverso aree di frontiera decisive per gli scambi. La presenza nella delegazione birmana dei primi ministri di queste regioni indica che il confronto ha riguardato anche miniere, energia, confini, strade e controllo del territorio.
Anche la possibile riapertura del progetto della diga di Myitsone, investimento cinese da 3,6 miliardi di dollari sospeso nel 2011, conferma il peso geoeconomico del Myanmar per Pechino. Per la Cina il Paese è una piattaforma strategica; per Naypyidaw è allo stesso tempo protezione, finanziamento e rischio di subordinazione.
La posta più importante resta il corridoio economico tra la provincia cinese dello Yunnan e il Golfo del Bengala. Oleodotti, gasdotti, strade, ferrovie e porti in acque profonde servono a ridurre la dipendenza cinese dalle rotte marittime più esposte e a garantire un accesso terrestre all’Oceano Indiano.
Proprio per questo il Myanmar vale più del suo peso economico. È uno Stato povero, instabile e lacerato dalla guerra, ma la sua posizione geografica lo rende essenziale nella strategia cinese. La Nuova Via della Seta passa anche da qui, attraverso un Paese debole che ha bisogno di sostegno diplomatico, investimenti e protezione politica.
Dal punto di vista militare, Pechino non vuole il crollo del Myanmar. Un collasso totale provocherebbe profughi, traffici illegali, gruppi armati fuori controllo e rischi diretti per i progetti cinesi. La Cina cerca stabilità, non necessariamente riconciliazione nazionale, e per questo continua a considerare l’esercito birmano l’interlocutore più utile.
Le forze armate controllano ancora gli apparati centrali, ma hanno perso terreno in molte aree periferiche. Pechino mantiene quindi una linea flessibile: sostiene il potere centrale quando serve, ma conserva contatti anche con realtà locali e gruppi di frontiera capaci di garantire sicurezza agli interessi cinesi.
Min Aung Hlaing ottiene così un riconoscimento importante, ma non una soluzione alla guerra interna. Xi può rafforzarlo sul piano diplomatico, non restituirgli il pieno controllo del territorio. La Cina può proteggerlo dall’isolamento internazionale, ma non cancellare la frattura birmana.
L’isolamento occidentale del Myanmar ha favorito l’avanzata cinese. Sanzioni e condanne hanno colpito la giunta, ma non l’hanno rovesciata, mentre Pechino è rimasta sul terreno, trattando, investendo, mediando e facendo pressione quando necessario.
La Cina non ha bisogno di proclamare una conquista: le basta diventare indispensabile. Oggi, per il potere birmano, Pechino lo è. Gli arresti di Min Zin, studioso birmano americano fermato in Cina con l’accusa di spionaggio, e di Adam Castillo, ex ufficiale dei Marines ed ex presidente della Camera di Commercio Americana in Myanmar, confermano il clima opaco in cui diplomazia, intelligence, affari e controllo dell’informazione si sovrappongono.
Per Min Aung Hlaing la visita a Pechino è una vittoria d’immagine. Può mostrarsi ricevuto dal presidente cinese, firmare accordi e presentarsi come guida riconosciuta da una grande potenza. La vittoria strategica, però, appartiene soprattutto alla Cina.
Pechino non ha scelto un partner forte, ma un partner debole e necessario. Non ha risolto la crisi del Myanmar, l’ha trasformata in una leva. La giunta ottiene ossigeno politico; la Cina ottiene spazio, risorse, accessi e influenza.
Il popolo birmano resta invece stretto tra guerra interna, crisi economica e ambizioni straniere. L’abbraccio di Xi a Min Aung Hlaing non chiude la crisi, ma la inserisce in una nuova gerarchia regionale, con la Cina in posizione dominante e il Myanmar sempre più necessario agli altri e sempre meno padrone di sé stesso.

Corea del Sud. Si rafforza la cooperazione bilaterale con l’Italia

di: Ng
16 Giugno 2026 ore 15:00

di Vincenzo Tartaglia

Il presidente della Corea del Sud, Lee Jae Myung, ha effettuato in questi giorni un’importante visita di Stato in Italia, dove ha incontrato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’obiettivo di rafforzare e valorizzare le storiche relazioni bilaterali tra i due Paesi, avviate nel 1884.
Il 12 giugno, a Roma, si è svolto il Forum economico di alto livello tra Italia e Corea del Sud. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il presidente della Repubblica di Corea Lee Jae Myung hanno aperto i lavori dell’evento, al quale è intervenuto anche il ministro coreano del Commercio, dell’Industria e delle Risorse.
L’iniziativa ha riunito presidenti, amministratori delegati e vertici dei principali gruppi industriali e imprenditoriali dei due Paesi, con l’obiettivo di consolidare una partnership economica fondata su innovazione, sostenibilità e sicurezza delle catene globali del valore. Tra le aziende italiane presenti figuravano Eni-Enilive, Webuild, Fincantieri, Thales Alenia Space Italia, Sparkle e Ferrari, mentre la delegazione sudcoreana comprendeva rappresentanti di Samsung, Hyosung, Naver, Hyundai e il presidente della Federazione delle industrie sudcoreane, Ryu Jin.
Il Forum, come riferito dall’ufficio stampa del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, si è concentrato sull’intensificazione degli scambi commerciali e degli investimenti nei settori strategici dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, dello spazio, delle infrastrutture, dell’energia, della mobilità sostenibile, della meccanica avanzata, dell’elettronica, dell’aerospazio, dell’agroalimentare, della cosmetica e della moda.
Il confronto si inserisce nel quadro del nuovo Piano d’Azione Strategico Italia-Corea 2026-2030, adottato in occasione della visita del presidente della Repubblica di Corea a Roma, che individua nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella transizione energetica i principali pilastri della cooperazione bilaterale.
La Corea del Sud rappresenta oggi il terzo mercato di destinazione dell’export italiano nell’area Asia-Pacifico. Tra il 2019 e il 2025 l’interscambio commerciale tra la Repubblica italiana e la Repubblica di Corea è cresciuto del 26,54%, mentre le esportazioni italiane sono aumentate del 21,34%.
Secondo quanto riportato dal Korea Times, durante la visita del presidente Lee Jae Myung agli Uffizi è stato inoltre firmato il primo storico protocollo d’intesa tra il Museo Nazionale della Corea e la Galleria degli Uffizi di Firenze.
L’accordo prevede una più stretta cooperazione tra le due istituzioni nei settori dello scambio di collezioni, dell’organizzazione di mostre, della gestione e del restauro delle opere, oltre che delle attività editoriali.
Il presidente sudcoreano ha concluso oggi, 16 giugno, la sua visita in Italia per raggiungere Evian-les-Bains, in Francia, dove parteciperà al vertice del G7. Nelle dichiarazioni rilasciate al termine della missione, Lee Jae Myung ha espresso soddisfazione per il livello raggiunto dalle relazioni bilaterali, definendo Italia e Corea del Sud partner ideali per la cooperazione economica e industriale. Il capo dello Stato ha inoltre sottolineato che i due Paesi possono contribuire alla costruzione di un nuovo ordine industriale attraverso una collaborazione più stretta e che l’elevazione dei rapporti a partenariato strategico speciale rappresenta un importante salto di qualità, destinato a rafforzare la presenza diplomatica ed economica sudcoreana in Europa.

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