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Hoepli, esposto penale a Milano sulla gestione prima della liquidazione: “È stata provocata”

16 Giugno 2026 ore 18:35

C’è un esposto penale alla Procura della Repubblica di Milano sulla gestione prima della messa in liquidazione della storica casa editrice Hoepli, fondata nel 1870 dall’omonimo imprenditore svizzero Ulrico e finita in liquidazione a marzo. Lo ha presentato l’avvocato Andrea Mingione dello studio Pecorella, che assiste Giovanni Nava, attualmente socio minoritario ed erede di uno dei due rami della famiglia Hoepli. L’esposto contro ignoti, affermano plurime fonti vicine alla vicenda contattate dal Fatto, verte intorno a ipotesi di malagestio. Questa cattiva gestione, secondo il legale di Nava, sarebbe stata messa in atto nel tempo per consentire di arrivare a una “accelerazione” della messa in liquidazione dell’azienda, approvata il 10 marzo dagli azionisti del ramo di maggioranza della famiglia. La procedura è stata affidata alla liquidatrice Laura Limido.

Una nota diffusa dall’azienda a marzo, dopo l’assemblea degli azionisti che ha deciso la liquidazione, spiegava che “l’attenta valutazione, attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia”.

L’”accelerazione” indicata nell’esposto potrebbe essere collegata al giudizio sul quale il 24 giugno, la Cassazione dovrà pronunciarsi definitivamente proprio sulla causa civile avanzata da Nava che ha già ottenuto due successi in primo e secondo grado. Se la sentenza, legata alle norme che regolano il mandato fiduciario e a un ristoro parziale, dovesse dare ragione a Nava, quest’ultimo potrebbe salire nel capitale sino a conquistare la maggioranza. A oggi il capitale di Hoepli Spa è al 49,25 % in mano alla fiduciaria svizzera Sef (a sua volta detenuta da due fiduciarie con sede in Liechtenstein), di cui sono soci Ulrico Carlo Hoepli (morto qualche giorno fa) e i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara, il 13% è di Finedit (detenuta da Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli), il 33% di Giovanni Nava e 4,75% intestato alle persone fisiche Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli.

Se Nava vincesse in Cassazione gli verrebbero trasferite le azioni Sef che Bianca Hoepli, sua nonna materna, avrebbe dovuto ricevere in eredità dal fratello Gianni Enrico, che così aveva disposto, azioni che però finirono all’altro fratello Ulrico Carlo. Con la morte di Ulrico Carlo si sono chiuse anche le inchieste penali in Svizzera aperte da denunce di Nava e seguite da alcuni giudizi.

Nel frattempo la libreria Hoepli nel centro di Milano ha chiuso a fine maggio, dopo aver messo in vendita da metà mese quello che restava del magazzino dei libri con uno sconto del 50%. Una manifestazione di interesse per acquisire l’intera attività, avanzata nelle scorse settimane attraverso una scatola societaria dal gruppo Loro Piana, storica azienda italiana che opera nel settore dell’abbigliamento e dei tessuti di altissima gamma, non è stata presa in considerazione dalla liquidatrice per inidoneità. Dopo lunghe trattative svelate dal Fatto, invece, gli eredi del ramo della famiglia che controllano la maggioranza delle azioni dell’editrice il 15 aprile hanno firmato l’accordo di cessione a Mondadori del catalogo dell’editoria scolastica. La cessione è divenuta efficace il 30 aprile. Si tratta di una mossa che rimette in movimento un mercato che in Italia vale 800 milioni l’anno.

Anche la storica sede è in vendita. L’accordo prevede di cedere al prezzo di una ventina di milioni il palazzo della libreria, nel centro di Milano, di proprietà della società Sef del ramo di maggioranza della famiglia Hoepli, alla quale la Hoepli Spa e la libreria pagavano l’affitto. L’acquirente, un fondo immobiliare, comprerebbe anche l’edificio contiguo che fa angolo con Piazza Meda, disegnato dallo Studio Bbpr per la Chase Manhattan Bank e costruito tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, per realizzare un albergo di lusso.

A nulla sono valsi le proteste sindacali e i flash mob di dipendenti e lettori, come pure la raccolta di migliaia di firme a Milano e in tutta Italia, le pressioni del mondo culturale e politico milanese. Della novantina di dipendenti in attività prima della liquidazione alcuni si sono dimessi, quelli addetti al ramo libreria sono in cassa integrazione a zero ore, gli altri addetti al ramo editoriale continuano l’attività. Se non si troverà una soluzione industriale, Milano e l’Italia rischiano di perdere un patrimonio culturale inestimabile. Ora però l’esposto alla Procura e la sentenza della Cassazione potrebbero rimettere molti giochi in movimento. Il Fatto Quotidiano ha contattato Hoepli Spa, senza ottenere per ora risposta. La liquidatrice, avvocato Laura Limido, risponde che non è a conoscenza dell’esposto e dei suoi contenuti che quindi non può commentare.

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Non c’è più  libertà culturale. Più libri e più liberi? Ho i miei forti dubbi. 

16 Giugno 2026 ore 10:58

Non c’è più  libertà culturale. Più libri e più liberi? Ho i miei forti dubbi.

Firmare è un atto illiberale

 

Pierfranco Bruni

 

Da dove si inizia quando l’ideologia prende il sopravvento? Dal tentate di condizionare la cultura e i libri. Quindi l’editoria. La politica del giuramento!  Quando la democrazia abiura se stessa si corre velocemente verso il controllo spregiudicato della cultura. La Fiera Più libri più liberi ha trasformato la libertà in dogana. Per esporre, per esistere nello spazio pubblico della cultura, l’editore deve firmare. Non un contratto commerciale, ma un giuramento ideologico: dichiararsi antifascista. Apparentemente innocuo. Politicamente eversivo. Perché qui non è in gioco l’antifascismo: è in gioco la libertà. Dichiararlo in forma politica, senza metafore: firmare è un atto illiberale. È la negazione stessa del principio liberale per cui  ogni sua articolazione pubblica, non chiede conto delle idee, ma garantisce lo spazio perché le idee si combattano. Quando l’accesso alla piazza è subordinato a una professione di fede, la piazza cessa di essere pubblica. Diventa di regime. Di un regime che si autoproclama migliore proprio perché impone l’abiura.

 

Una certa cultura burocratico del XXI  non brucia i libri: li condiziona. Non chiude le case editrici: le patenta. Non mette all’indice: mette sotto condizione. È la violenza di una idea che si fa procedura, la discriminazione che si fa regolamento, la censura che si fa “adesione volontaria”. Questa è la Supponenza Ideologica delle sinistre di oggi: la pretesa di una parte politica di farsi “etica di stato”, di trasformare i propri valori, per quanto condivisibili, in dogana dell’agibilità culturale. È cultura controllata perché controlla l’accesso. È cultura pianificata perché pianifica chi può parlare. È cultura monopolizzata perché il monopolio non è più economico, ma morale: solo chi è certificato ha diritto di parola. Il resto è zona grigia, sospetto, margine da rieducare.

 

E qui penso al mio Cioran diventa ghigliottina: “Quando tutti devono dichiararsi innocenti, l’innocenza è già morta”. Quando tutti devono dichiararsi antifascisti per vendere un libro, l’antifascismo è già morto. Resta il rito civile, la liturgia editoriale, l’auto-da-fé democratico. La censura classica taglia. Questa aggiunge. Obbliga ad aggiungere la postilla, la premessa, il timbro. È censura produttiva: non ti impedisce di stampare, ti impone cosa stampare prima di stampare. È la censura preventiva dell’anima. Politicamente, è un colpo di Stato dolce contro la Costituzione materiale. L’art. 21 non dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, purché firmino prima l’antifascismo”. Dice: liberamente. Il modulo è la negazione della libertà perché trasforma un diritto in concessione. E ogni concessione è revocabile. Oggi firmi l’antifascismo. Domani firmerai l’atlantismo, l’europeismo, l’ambientalismo, il gender. Il meccanismo è inaugurato: la cultura sotto condizionale ideologica.

 

Non firmare, allora, non è difendere il fascismo. È difendere la forma politica della libertà. È dire che in democrazia non si fanno liste di proscrizione al contrario: non si elencano i buoni per escludere i cattivi. Perché il giorno dopo i buoni decideranno che tu non sei abbastanza buono. L’operazione è politicamente raffinata: ammantare di antifascismo un dispositivo illiberale. Chi si oppone al modulo viene accusato di opporsi all’antifascismo. È il ricatto perfetto. È la truffa lessicale su cui si reggono i totalitarismi morbidi. Ma l’antifascismo vero, quello di Camus, di Silone, di Salvemini, nasceva proprio contro_ lo Stato etico, contro il giuramento, contro l’obbligo di adesione. Nasceva per difendere il diritto dell’individuo a non essere schedato nell’anima. Pretendere oggi la firma è tradire quell’antifascismo. È usare il cadavere del fascismo per legittimare il vivente conformismo ideologico.

 

Scriveva Guénon: “Lo spirito tradizionale non può morire, ma può ritirarsi interamente dal mondo esterno e allora sarà veramente la ‘fine di un mondo’”. Il modulo è il segnale che lo spirito della libertà si sta ritirando. Perché dove c’è obbligo di dichiarazione, non c’è più spirito: c’è apparato. Che fare, dunque? Disobbedire. Non firmare è, oggi, l’atto politico più antifascista e più liberale che si possa compiere. È rifiutare la pianificazione delle coscienze. È spezzare la catena per cui la cultura diventa filiale del Ministero della Verità. La soluzione non è trattare. Non è firmare con riserva. È rompere il tavolo. È costringere la Fiera, il sistema a scegliere: o la libertà senza aggettivi o la maschera ideologica di fatto. Perché una cultura “più libera” che chiede il certificato di libertà è come una pace che chiede la guerra preventiva. Una contraddizione che uccide.

 

La cultura deve essere libera perché rischiosa. Deve essere libera perché tragica, perché contraddittoria, perché non allineata. Deve poter contenere Dostoevskij e Céline, Heidegger e Levi, Pasolini e Brasillach, senza che nessuno chieda prima la tessera dell’anima. Firmare è un atto illiberale perché trasforma il cittadino in suddetto, l’editore in concessionario, il libro in pratica da bollare. È illiberale perché sostituisce il conflitto delle idee con la certificazione delle idee. È illiberale perché uccide il dubbio, e senza dubbio non c’è né democrazia né cultura. C’è solo amministrazione. Siamo liberi. Fino in fondo. Il Cavaliere di Dürer non firmava lasciapassare. Attraversava la Morte e il Diavolo senza chiedere permesso. La cultura, se vuole salvarsi, deve tornare a cavalcare. Senza moduli. Senza paure. Senza padroni. Il resto è supponenza. Il resto è fine. È in gioco la libertà della cultura e quando la cultura viene a essere condizionata non è più tale perché è ricatto. Al ricatto si risponde con la libertà del pensiero. Non può essere condizionabile.

 

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