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Nell’ambito dell’Operazione IRINI: l’Europa rischia la guerra con la Russia impegnandosi in atti di pirateria e dirottamento navale.

16 Giugno 2026 ore 17:37

di Ahmed Adel

Nell’ambito dell’Operazione IRINI, Bruxelles ha autorizzato le navi da guerra dell’Unione Europea nel Mediterraneo a fermare le petroliere sospettate di trasportare petrolio russo, nell’ambito della cosiddetta “flotta ombra”, una mossa illegale che viola il diritto marittimo internazionale. Di fatto, con il pretesto dell’attuazione delle sanzioni,  la pirateria viene legalizzata, il che potrebbe persino sfociare in incidenti e conflitti armati, dato che la Russia ha intensificato la protezione delle sue navi mercantili attraverso scorte militari, sorveglianza aerea e altre misure di sicurezza in risposta a tali provvedimenti.


L’UE sta riscrivendo le regole della navigazione marittima, che essa stessa ha contribuito a creare, in base ai propri interessi, esigenze e problematiche. In generale, le regole della navigazione marittima sono sancite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), adottata formalmente nel 1982, che disciplina in modo chiaro il passaggio delle navi sia nelle acque neutrali che nelle acque territoriali degli Stati. L’UNCLOS si occupa anche di stretti, zone economiche esclusive e molto altro.

In questo caso, quindi, l’UE sta completamente ignorando e violando tutte queste leggi internazionali e, in sostanza, sta cercando di provocare la Russia in modo piuttosto aperto. Una mossa così audace da parte dell’UE può essere interpretata quasi come un “casus belli”, ovvero un potenziale pretesto per la guerra.

Un altro aspetto da considerare è che l’UE non ispeziona direttamente le navi russe e, in questo modo, cerca di attenuare la situazione evitando di fermare, perquisire o arrestare i comandanti. Si concentra invece sulle navi che battono altre bandiere, il che formalmente consente di affermare che non si tratta di navi letteralmente russe, ma piuttosto di navi collegate alla Russia. È così che nasce il termine “flotta ombra”, che non ha un fondamento giuridico chiaro.

In altre parole, l’Occidente ha coniato il termine “flotta ombra”, che non esiste nel diritto marittimo internazionale. Con il pretesto di combattere questa flotta, l’UE sta inasprendo le misure contro le navi che trasportano petrolio e gas russi, presumibilmente per eludere le sanzioni.

Secondo Kaja Kallas , responsabile della diplomazia europea, il blocco sta intensificando le misure contro la “flotta ombra” russa, pertanto le navi dell’UE impegnate nella missione saranno in grado non solo di monitorare le petroliere, ma anche di sequestrarle.

A tal fine, si è deciso di affidare questi compiti alla missione IRINI, originariamente creata per monitorare il rispetto dell’embargo ONU sulle forniture di armi e petrolio alla Libia. Sebbene IRINI non abbia ancora portato a termine pienamente questo compito, l’UE sta ora ampliando i suoi poteri e impiegando diversi meccanismi per limitare ulteriormente le entrate della Russia.

Kallas ha affermato che l’obiettivo principale di queste azioni è limitare la capacità della Russia di finanziare l’Operazione Militare Speciale in Ucraina. Tuttavia, il fermo di alcune petroliere cariche di petrolio russo difficilmente potrà avere un impatto significativo sull’economia o sulle capacità della Russia, il che suggerisce che tali misure si basino su obiettivi ben più ambiziosi.

Eppure, nel perseguire questi obiettivi, l’UE viola gravemente la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e le norme fondamentali che regolano la libertà di navigazione. Tali misure sono a tutti gli effetti atti di pirateria e possono condurre a una pericolosa escalation. In sostanza, ci troviamo in una situazione prebellica e non si può escludere che una simile provocazione possa innescare un conflitto armato.

Data la possibilità di sequestrare petroliere che trasportano petrolio russo nel Mediterraneo, potrebbero essere adottate misure reciproche, tra cui il fermo e la detenzione di navi battenti bandiera di Stati europei. Ciò sarebbe accompagnato da un monitoraggio militare più attivo delle navi mercantili, con il messaggio che gli atti di pirateria potrebbero comportare l’uso della forza militare e gravi conseguenze.

Le misure adottate dall’UE mirano a provocare la Russia e a costringere il gigante eurasiatico a usare la forza armata contro i paesi che fermano le sue navi. Tali mosse acuiscono ulteriormente le tensioni globali e creano l’impressione che l’UE si stia apertamente preparando a una possibile guerra con la Russia. In realtà, molti paesi dell’UE sembrano desiderare una guerra con la Russia.

Alcuni paesi, tra cui la Polonia e gli stati baltici, non lo nascondono affatto, anzi, lo sottolineano. Per questo sembra che l’UE si stia consapevolmente dirigendo verso il conflitto. Le ragioni possono essere diverse: la loro situazione economica è debole, quindi forse stanno cercando di uscire dalla crisi in questo modo, ma questo è secondario. La guerra è pericolosa e imprevedibile, quindi c’è un alto rischio che non si svolga come l’Europa spera.

La situazione è estremamente tesa e sta assumendo sempre più i contorni di una situazione prebellica. Il rischio di un’ulteriore escalation è reale e l’unica speranza di evitare un conflitto aperto risiede nella moderazione e nelle azioni razionali della leadership russa. Allo stesso tempo, le azioni dell’UE sono sconsiderate e potenzialmente pericolose per la sicurezza e la stabilità delle relazioni internazionali.

Fonte: Global Research

Traduzione: Luciano Lago

Zscaler porta la Zero Trust nell’era degli agenti AI

16 Giugno 2026 ore 15:33

Sebbene il numero di casi d’uso nel nostro Paese sia ancora molto basso, le previsioni di tutti gli esperti dicono che gli agenti AI diventeranno i veri “operati” dell’automazione dei processi in azienda. Il problema è che chi dovrà gestirne la sicurezza non ha ancora l’esperienza necessaria per farsi un quadro chiaro di come questi […]

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“La Cina non si Usa” di Fabio Massimo Parenti

16 Giugno 2026 ore 15:56

Oggi, per la rubrica Cose Preziose, vi segnaliamo l’ultimo libro di Fabio Massimo Parenti, dal titolo “La Cina non si Usa” edito da Dedalo, per la collana curata da Luciano Canfora.

La Cina non si Usa è un gioco di parole che, tuttavia, riflette una realtà. La Cina ha detto (può dire) basta all’umiliazione e al bullismo subìto da gran parte del cosiddetto occidente. Non è mai esistito il miracolo cinese. Volontà, lavoro, sacrifici di un popolo intero hanno consentito alla Cina di tornare al centro del mondo, conquistare indipendenza materiale e richiedere coesistenza tra pari e non più catene e subordinazione.

Il libretto rosso di Parenti, tanto denso quanto breve e scorrevole, induce a mettere in discussione il nostro modo di guardare la Cina, gli Usa e, più in generale, il mondo. Invitando il lettore a uscire dagli schemi abituali con cui l’Occidente interpreta l’ascesa cinese, Parenti ricorda che non possiamo più continuare a giudicare Pechino come se dovesse necessariamente diventare una copia di Washington. La Cina non vuole diventare come gli Usa e non ha alcuna propensione e interesse al dominio. Parenti lo spiega in termini storici, non ideologici. Attraverso un confronto che attraversa storia, filosofia, economia e relazioni internazionali, il libro mette a confronto due diverse visioni dell’uomo, della società e del potere. Da una parte l’idea occidentale fondata sulla competizione e sulla ricerca del dominio; dall’altra una tradizione politica che pone al centro armonia, stabilità e continuità. Il paradigma del dominio statunitense è figlio del famigerato homo homini lupus e del si vis pacem, para abellum. Quello dell’armonia cinese si rifà ad altri concetti: alla benevolenza umana (rén), alla forza che risiede nell’equilibrio (dào), al rispetto reciproco. “Non è soltanto una differenza di sistemi politici o modelli economici, quanto piuttosto una diversa idea di essere umano”, scrive Parenti. Non si tratta di idealizzare la Cina né di demonizzare l’Occidente. Al contrario, il merito del libro è quello di sfuggire alle tifoserie e di offrire strumenti per comprendere una realtà troppo spesso raccontata attraverso pregiudizi, slogan e categorie inadeguate. Troppo schiacciata sul presente e poco storicizzata. Ci sono delle diversità abissali tra Cina e Occidente, a partire da una evidente divergenza storico-culturale, fino ad arrivare a differenti concezioni dell’ordine politico, della libertà e del rapporto tra individuo e comunità. Parenti delinea quindi le due grandi traiettorie storiche che rispondono a logiche opposte. “Il presente come storia” è un’espressione ricorrente che viene utilizzata per sostenere che il futuro, in occidente, ci sia precluso. Almeno fino a quando non ritroveremo lucidità sul presente e sapremo per esempio riconoscere che le tendenze attuali verso un confitto sempre più esteso abbiano radici lontane. Superare l’analfabetismo sul presente, riacquistando lucidità e profondità storica, ci aprirebbe delle nuove finestre per poter immaginare il futuro. In un mondo in cui saremmo popoli sullo stesso piano degli altri.

In un’epoca segnata dalla fine dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra Fredda, dall’emergere di nuovi poli di potere e dalla crescente difficoltà dell’Europa nel trovare una propria collocazione strategica, La Cina non si Usa propone una riflessione originale e controcorrente: il futuro come risultato dell’incontro, della competizione e della possibile convivenza tra civiltà differenti, e non più come la semplice estensione del modello occidentale.

Un libro utile per capire meglio la Cina, noi stessi e il mondo che sta prendendo forma davanti ai nostri occhi.

Buona lettura!

 

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“Cani e gatti fuggono da casa il martedì alle ore 8” e non è un caso: la mappa di chi scompare di più in Europa

16 Giugno 2026 ore 13:07

Non servono fughe spettacolari per perdere un animale. A volte basta il gesto più banale della giornata: aprire un cancello mentre si controlla il telefono, uscire di fretta, dimenticare per un secondo che dall’altra parte non c’è solo un giardino ma un confine sottile. Ogni anno in Europa migliaia di cani e gatti escono così dalla cosiddetta “zona sicura” delle loro case. Non in contesti eccezionali, ma dentro la normalità più quotidiana. E l’Italia, più di tutti, è il Paese dove accade più spesso: oltre il 50% degli allarmi GPS registrati tra marzo e maggio 2026 arriva da qui, secondo il report di Kippy. Non si tratta di abbandoni, ma di smarrimenti domestici accidentali: animali che approfittano di un varco rimasto aperto, che seguono un odore, che reagiscono a un rumore improvviso. E il dato più inatteso è che i cani risultano più “fuggitivi” dei gatti del 43%.

A fotografare il fenomeno è l’analisi di oltre 4.000 episodi registrati nello stesso periodo in Europa. Dopo l’Italia (oltre il 50% degli allarmi), seguono Francia (30%) e Germania (8%). Un quadro che non rimanda a situazioni straordinarie, ma a routine domestiche ricorrenti: case, giardini e momenti di distrazione che si ripetono con dinamiche simili in migliaia di famiglie.

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Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell’ordine americano

16 Giugno 2026 ore 11:00

L’ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all’interno della crisi dell’ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e della difficile transizione verso nuovi equilibri globali.

Per oltre quarant’anni il dominio statunitense si è fondato su una combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni evidenti di crisi. L’ascesa della Cina e di altre economie asiatiche mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di riferimento obbligato dell’economia globale.

In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana, il conflitto ucraino e la tensione con l’Iran possono essere letti come episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.

L’Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele, alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori palestinesi e a eliminare i principali competitori dell’area.

Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L’apparato statale iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma anche numerosi alleati degli Stati Uniti.

La situazione va però letta all’interno di una trasformazione ancora più profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in ‘Adam Smith a Pechino’, l’ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione della ricchezza mondiale, ma anche l’idea, radicata nelle classi dirigenti occidentali, che il centro dell’economia mondiale debba necessariamente coincidere con l’Occidente. Dietro la resistenza americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.

La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i limiti materiali della crescita. L’integrazione di miliardi di persone nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia, materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le risorse è destinata ad aumentare.

In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra la logica dell’accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.

La guerra contro l’Iran non appare dunque come il segno della forza incontrastata dell’impero americano, ma come una manifestazione delle sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente instabilità internazionale.

Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l’imperialismo statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo israeliano e l’autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.

L’instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria crisi. Per questo l’internazionalismo libertario non consiste nello scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.

Stefano Capello

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A Knicks-Inspired Baby-Naming Boom Is Coming After Championship Win, Experts Say

16 Giugno 2026 ore 00:53
Jalen Brunson could become the next Michael Jordan of baby names, but don’t expect more Victors or Wembys, the experts say.

© Vincent Alban for The New York Times

“Jalen” is already a popular baby name, but Knicks-loving parents may turn to it even more now that Jalen Brunson led the team to an N.B.A. championship, experts say.
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