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Intervista esclusiva a Wasim Said da Gaza: "Sono un fisico, credo in Dio e temo l'indifferenza (dis)umana"


di Capinera88 

Wasim Said è l’autore del libro-testimonianza “L’inferno del genocidio a Gaza” pubblicato in diverse lingue e da l’AntiDiplomatico (L’AD Edizioni 2025) in lingua italiana. È un documento giornalistico, storico e di lotta immensamente prezioso e toccante, forte e tenero allo stesso tempo.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il giovane Wasim e conoscerlo meglio. Perché sulla Striscia di Gaza - ogni giorno più soffocata e stremata dall’occupazione israeliana - ci vivono persone reali e non solo numeri, persone con desideri, aspirazioni, talenti e idee.

 

L'INTERVISTA:

Wasim, innanzitutto raccontaci di più di te, sei uno studente di fisica, anche se al momento a causa della feroce occupazione sionista non ti è possibile studiare. Cosa ti appassiona di più della fisica e della scienza?

Due mesi fa mi sono laureato ufficialmente in Fisica. Ciò che mi ha sempre affascinato della fisica è il suo tentativo di comprendere il mondo che ci circonda: come funziona la natura e come la mente umana può svelare le leggi che governano l'universo. Continuo a considerare la scienza uno strumento per comprendere la realtà e, in definitiva, per cambiarla in meglio.

Tuttavia, devo ammettere che la mia passione per la scienza e la fisica si è affievolita negli ultimi due anni. Quando si vive in mezzo a un genocidio, alla distruzione e alla costante paura per la propria vita e per quella dei propri cari, diventa difficile trovare lo spazio mentale necessario per la riflessione e la ricerca scientifica. Spesso sento che la vita quotidiana a Gaza mi prosciuga le energie che un tempo speravo di dedicare allo studio e alla ricerca.

Oggi mi sto impegnando per proseguire gli studi con un master, ma mi trovo di fronte a un ostacolo tanto semplice quanto devastante nelle sue conseguenze: non posso lasciare Gaza. La Striscia di Gaza rimane sotto assedio e milioni di palestinesi vivono in uno spazio ristretto mentre il mondo assiste alla loro sofferenza e, troppo spesso, si limita a esprimere preoccupazione e condanna.

L'ironia sta nel fatto che i funzionari israeliani hanno ripetutamente chiesto lo sfollamento della popolazione di Gaza. Eppure, quando alcuni di noi tentano di andarsene temporaneamente per cure mediche, studio o lavoro, trovano le porte chiuse. Spesso si ha la sensazione che l'obiettivo non sia quello di farci lasciare Gaza, ma di schiacciarci al suo interno fino a farci desiderare di andarcene a qualsiasi costo, fino a farci odiare il luogo a cui apparteniamo, dopo che gran parte di esso è stato ridotto a macerie e campi profughi.

E non sono solo studenti e ricercatori a essere colpiti. Oltre 17.000 pazienti a Gaza necessitano di cure mediche non disponibili nella Striscia, eppure solo circa 1.200 sono riusciti a partire per ricevere le cure di cui hanno bisogno. A Gaza, il diritto all'istruzione può diventare un sogno irrealizzabile e il diritto alle cure mediche può trasformarsi in un'ulteriore lotta per la sopravvivenza.

Nonostante tutto ciò, alcuni abitanti di Gaza sono riusciti a lasciare la città grazie a programmi di evacuazione umanitaria coordinati con la Croce Rossa e le ambasciate dei paesi ospitanti. L'Italia, ad esempio, ha accolto diversi studenti palestinesi per permettere loro di proseguire gli studi. Tuttavia, anche questi percorsi umanitari non sono sempre sicuri; di recente, abbiamo assistito al rapimento di uno studente di Gaza durante il suo trasferimento.

Per questo motivo, quando penso al mio futuro accademico, la domanda non è più quale università frequenterò o quale corso di laurea sceglierò. La domanda fondamentale è: riuscirò mai ad arrivare in aula?

Tu racconti la disumanità del sionismo, nelle “stragi della farina” e le bombe sugli ospedali, di corpi carbonizzati e del cadavere di una mamma conservato nei frigoriferi, ma tuttavia non perdi la tua umanità. La seconda parte del tuo libro, la più lunga, drammatica e densa di testimonianze è aperta agli altri, raccoglie le voci degli altri sfollati, feriti e resi orfani di famiglia da Israele. Credi che dopo Gaza l’umanità sarà più aperta agli altri e all’empatia o non cambierà nulla?

Non so se l'umanità diventerà più compassionevole dopo Gaza, ma so che Gaza ha posto il mondo di fronte a una prova morale senza precedenti. Le persone hanno assistito quotidianamente e in tempo reale a uccisioni, distruzioni, fame e sfollamenti. Nessuno può onestamente affermare di non aver saputo cosa stesse succedendo. Oggi, la comunità internazionale si trova di fronte a una scelta reale: considerare Gaza una tragedia da cui trarre insegnamenti e la cui ripetizione deve essere impedita, oppure trattarla come un evento passeggero – una tendenza che ha dominato i titoli dei giornali per un certo periodo per poi svanire dall'attenzione pubblica.

Se il mondo sceglierà quest'ultima strada, temo che ciò che è accaduto a Gaza non rimarrà confinato a Gaza. Quando il mondo vede che un popolo può essere distrutto, città rase al suolo e un'intera società può essere sottoposta a immense sofferenze senza che vi siano conseguenze concrete, il messaggio che viene trasmesso a tutti diventa profondamente pericoloso: che chi detiene il potere può fare ciò che vuole.

Ecco perché dico che lo spettatore di oggi potrebbe diventare la vittima di domani. Quando la distruzione delle città, l'uccisione di civili e lo sfollamento di intere popolazioni possono avvenire senza che vi siano responsabilità, nessuno è veramente al sicuro. Quanto accaduto a Gaza non è solo una questione palestinese; è una prova per il futuro della nostra comune umanità.

Tu sei uno studioso di scienze, ma hai anche fede? Credi in Dio, e anche nonostante il genocidio che sta soffrendo e sterminando la popolazione di Gaza?

Sì, credo in Dio e non ho mai visto una contraddizione tra la mia fede e i miei studi di fisica. Al contrario, ho sempre considerato religione e scienza come due percorsi paralleli che si muovono nella stessa direzione; entrambi sono tentativi di ricerca della verità, anche se utilizzano strumenti diversi.

Nella mia esperienza personale, la fede è stata una delle ragioni che mi hanno spinto a studiare fisica. Più imparavo sull'universo, sulla sua vastità e sulle leggi che lo governano, più cresceva la mia curiosità riguardo alle sue origini e alla sua venuta all'esistenza. Per me, la scienza non è mai stata un sostituto della fede; piuttosto, è stata un altro modo di contemplare e comprendere l'esistenza.

La domanda più difficile è: come si può continuare a credere in Dio pur assistendo a tanta sofferenza? Per me, la fede non è scomparsa a causa di ciò che sta accadendo a Gaza; semmai, è diventata ancora più importante. Quando una persona vive in una tenda che non offre alcuna protezione dal caldo estivo o dal freddo invernale, quando perde i familiari, la casa o il futuro, ha bisogno di qualcosa che le dia la forza di andare avanti e di non arrendersi alla disperazione.

Credo che la fede sia una delle ragioni principali della resilienza del popolo di Gaza. Molte persone qui vivono con la convinzione che l'ingiustizia non sia la fine della storia, che esista una giustizia superiore alla giustizia umana e che i diritti degli oppressi non andranno perduti, non importa quanto tempo passi.

Gaza è, per sua natura, una società profondamente religiosa. La maggioranza della popolazione è musulmana, ma ospita anche una comunità cristiana palestinese autoctona che è rimasta salda nonostante tutto. Ho amici cristiani che sono rimasti nelle loro chiese e nei loro quartieri, proprio come i musulmani sono rimasti nelle loro moschee e hanno distrutto le loro case. Forse è questa una delle scene che mi infonde più speranza: che, nonostante le diverse fedi, le persone condividano la stessa fede nella dignità, nella resilienza e nell'attaccamento alla propria patria.

E invece, riponi ancora fiducia nel diritto internazionale e nelle leggi dell’uomo? L’Europa e il nostro governo italiano sono complici diretti del massacro dei civili di Gaza.

Mi risulta difficile parlare della mia fiducia nel diritto internazionale dopo tutto ciò che abbiamo visto a Gaza. Il mondo ha assistito all'uccisione di decine di migliaia di palestinesi, alla distruzione di città e al bombardamento di ospedali, scuole e campi profughi, il tutto sotto gli occhi della comunità internazionale.

Il problema non risiede nei principi che il diritto internazionale dichiara di difendere, ma nell'assenza della volontà di applicarli equamente. Un sistema giuridico che viene applicato ad alcuni popoli mentre si fanno eccezioni per altri perde gran parte del suo significato e della sua credibilità.

Voglio credere che la giustizia sia possibile e che i diritti umani siano più che semplici slogan. Ma ciò che è accaduto a Gaza ha reso questa convinzione molto più difficile che mai. Per molti palestinesi, la mancata protezione dei civili non è stata solo una sconfitta politica; è stata anche una profonda sconfitta morale e giuridica.

Eppure, se abbandoniamo l'idea stessa di giustizia e di diritto, quale alternativa ci rimane? Forse non ho perso la fede nei principi in sé, ma ho perso la fede in un sistema internazionale che afferma di difenderli pur non riuscendo a sostenerli quando sono più necessari.

Cosa possiamo fare per sostenere la lotta di decolonizzazione della Palestina? Manifestazioni, boicottaggio, sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica non sono sufficienti.

Questa è una domanda a cui avrei voluto trovare una risposta chiara, per me e per tutti voi. Credo ancora che non esista un'unica soluzione magica o sufficiente, ma quel che è certo è che ognuno può fare ciò che è in suo potere, nei limiti delle proprie possibilità e dei propri mezzi.

Ritengo importanti diverse forme di sostegno, che si tratti di sensibilizzare l'opinione pubblica e diffondere la verità, di esercitare pressioni politiche e mediatiche, di organizzare boicottaggi o anche semplicemente di rifiutare il silenzio e la normalizzazione di ciò che sta accadendo. Tutte queste azioni, per quanto piccole possano sembrare, si accumulano e fanno la differenza nel lungo termine.

Credo fermamente che la cosa più pericolosa che possa accadere sia l'indifferenza. Oltre a ciò, qualsiasi sincero sforzo per la giustizia è prezioso, anche se gli strumenti e la portata sono diversi.


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