Vista elenco

cssc @ Savannah: CSSC-1.5.0-rc3 is released

17 Giugno 2026 ore 13:05

This is to announce CSSC-1.5.0-rc3, a beta release.

This is a release candidate for a future stable 1.5.0 release.

There have been 46 commits by 2 people in the 109 weeks since CSSC-1.5.0-rc2.

See the NEWS below for a brief summary.

Thanks to everyone who has contributed!
The following people contributed changes to this release:

  Greg A. Woods (1)
  Paul Bryce (2)
  James Youngman (43)

James
==================================================================

Here is the GNU CSSC home page:
    https://gn ... rg/s/CSSC/

Here are the compressed sources and a GPG detached signature:
  https://alpha.gnu ... -1.5.0-rc3.tar.gz
  https://alpha.gnu ... .0-rc3.tar.gz.sig

Use a mirror for higher download bandwidth:
  https://www.gnu.o ... rg/order/ftp.html

Here are the SHA256 and SHA3-256 checksums:

  File: CSSC-1.5.0-rc3.tar.gz
  SHA256 sum:   a78bc23062b11c33a858acd8a08c173ea2957f763f5b7ddb2990c0fee7c71cec
  SHA3-256 sum: 20733dd3c517c1bb44c67088b1a208ebf00e1eab4ab21e806bd963869faf918a

Verify the SHA256 checksum with either sha256sum, sha256, or
'shasum -a 256'.

Verify the SHA3-256 checksum with 'cksum -a sha3 -l 256 --base64'
from coreutils-9.8.

Use a .sig file to verify that the corresponding file (without the
.sig suffix) is intact.  First, be sure to download both the .sig file
and the corresponding tarball.  Then, run a command like this:

  gpg --verify CSSC-1.5.0-rc3.tar.gz.sig

The signature should match the fingerprint of the following key:

  pub   rsa4096 2015-12-24 [SC]
        0CF4 E8D8 7159 3224 8428  32B8 88DD 9E08 C5DD ACB9
  uid   James Youngman <james@youngman.org>
  uid   James Youngman <jay@gnu.org>

If that command fails because you don't have the required public key,
or that public key has expired, try the following commands to retrieve
or refresh it, and then rerun the 'gpg --verify' command.

  gpg --locate-external-key james@youngman.org

  gpg --recv-keys 88DD9E08C5DDACB9

  wget -q -O- 'https://savannah. ... SC&download=1' | gpg --import -

As a last resort to find the key, you can try the official GNU
keyring:

  wget -q https://ftp.gnu.o ... u/gnu-keyring.gpg
  gpg --keyring gnu-keyring.gpg --verify CSSC-1.5.0-rc3.tar.gz.sig

This release is based on the CSSC git repository, available as

  git clone https://https.git ... .org/git/CSSC.git

with commit 26add75e45f79cd493409ee2f0c2646849314aad tagged as v1.5.0-rc3.

For a summary of changes and contributors, see:

  https://gitweb.gi ... tlog;h=v1.5.0-rc3

or run this command from a git-cloned CSSC directory:

  git shortlog 43b5b054701732df7ce24eb59821010c39c60cb6..v1.5.0-rc3

This release was bootstrapped with the following tools:
  Autoconf 2.72
  Automake 1.17
  Gnulib 2026-06-08 88592a2880cf39a2f597cd0294a90d8dd7faa2df

NEWS

  • Noteworthy changes in release 1.5.0-rc3 (2026-06-14)


        * Some typos in error message have been fixed.

        * admin now supports combination of -r with -n as well as the
          portable combination of -r with -i.

        * Support "sccs sact"; the sact program already existed but
  could not previously be invoked via the sccs wrapper.
  Thanks to Greg A. Woods for this improvement.

        * In some places we now prefer "grep -E" to "egrep" in order
          to avoid a warning message from GNU grep.  Some very old
          versions of Unix may not support this option.

        * Various C++ portability improvements.

  • Updated version of gnulib.


  • Updated version of googletest; this is now at the last

          version at which it still supported building with Automake.

La sfida industriale dei computer quantistici

17 Giugno 2026 ore 11:30

Immagine in evidenza rielaborata con IA

La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.

Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.

Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.

La sfida del freddo

Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Google — operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.

Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari.  Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.

Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.

Una pluralità di approcci

Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.

Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.

Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.

Il problema del talento

La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.

La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici. 

Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.

Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.

La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne infatti quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.

In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.

L'articolo La sfida industriale dei computer quantistici proviene da Guerre di Rete.

❌